Il Funicolo Ombelicale e la Pinza da Cordone: Funzione, Tempistiche e Cure Essenziali

Il cordone ombelicale è una struttura straordinaria e vitale che svolge un ruolo insostituibile durante la gravidanza, fungendo da ponte essenziale tra la madre e il feto. Questo funicolo, al suo interno, presenta tre vasi ombelicali: una vena e due arterie. La sua funzione è di permettere lo scambio di sangue tra la madre e il feto, collegando il circolo sanguigno del bambino alla placenta. La placenta, a sua volta, è l'organo che consente il passaggio dal sangue materno a quello fetale dell’ossigeno e delle sostanze necessarie alla crescita e allo sviluppo del feto. Nella vena ombelicale passa il sangue ricco di nutrienti, mentre le due arterie si occupano di riportare verso la placenta il sangue fetale con le sostanze di scarto che saranno poi smaltite dall’organismo materno. Oltre a ciò, il cordone ombelicale funge da filtro tra il sangue della madre e quello del feto, impedendo il passaggio di molte sostanze dannose.

Fin dall'antichità, il cordone ombelicale dei neonati è stato avvolto da credenze popolari e ha assunto significati culturali profondi. Tribù pellerossa lo utilizzavano a fini propiziatori, così come fanno tuttora alcune tribù dell’Africa. Nell’Antica Roma, la dea Intercidona, colei che separava alla nascita il piccolo dalla madre, proteggeva entrambi durante il taglio, evidenziando l'importanza attribuita a questo momento cruciale.

Anatomia e Struttura del Cordone Ombelicale

Alla nascita, il cordone ombelicale si presenta come una struttura cordoniforme allungata della lunghezza di circa 50 centimetri e un diametro di circa 15-20 millimetri. Al suo interno, i vasi del cordone ombelicale - le due arterie e la vena - sono protetti e distanziati da una sostanza gelatinosa chiamata “gelatina di Wharton”. Questa gelatina attutisce i traumi che fisiologicamente si possono verificare durante la gravidanza, il travaglio e il parto, garantendo l'integrità del flusso sanguigno. Il suo aspetto nodulare è determinato dal decorso spiroidale delle arterie ombelicali attorno alla vena ombelicale.

Struttura anatomica del cordone ombelicale

Il Clampaggio del Cordone Ombelicale: Un Momento Decisivo

Quando si parla di “clampaggio del cordone ombelicale” si intende quella procedura per cui, a seguito della nascita del bambino, con l’ausilio di due piccole mollette chiamate cord clamp o una pinza sterile di plastica, si va ad isolare una zona del cordone ombelicare per poter eseguire il taglio che separerà il bimbo dalla placenta. Assolto il suo compito di trasportare il sangue dalla placenta al nascituro e viceversa, dopo il parto il cordone ombelicale viene chiuso con una pinza e reciso per evitare la fuoriuscita di sangue. L’intera operazione è completamente indolore per il bambino, poiché il moncone è privo di terminazioni nervose. A seconda della tempistica con cui viene eseguito, il clampaggio potrà andare a interrompere il circolo sanguigno oppure accompagnare la sua fisiologica conclusione.

Pinza cordone ombelicale sterile in plastica

Tempistiche di Clampaggio: Un Dibattito Aperto

La tempistica ottimale del taglio e del clampaggio del cordone ombelicale è ancora oggi discussa da medici e scienziati di tutto il mondo. Esistono, infatti, diverse tempistiche per il clampaggio, che possono dipendere dai bisogni e desideri della coppia e/o da decisioni del personale sanitario in base alla situazione clinica.

Si distinguono principalmente tre modalità:

  • Clampaggio “precoce”: Generalmente eseguito entro 30 secondi dopo la nascita.
  • Clampaggio “tardivo” (DCC - Delayed Cord Clamping): Eseguito a 1 minuto o oltre, dopo la nascita o addirittura quando la pulsazione del cordone è cessata. Questo è il cosiddetto clampaggio ritardato, considerato tale fino ai 3 minuti dopo la nascita o fino a quando il cordone smette di pulsare.
  • Clampaggio “fisiologico”: Si effettua una volta avvenuto il secondamento, ovvero la nascita della placenta.
  • Lotus Birth: Una pratica che prevede che la placenta rimanga attaccata al bambino tramite il cordone ombelicale fino a quando quest’ultimo si staccherà spontaneamente, solitamente nell’arco di 7-10 giorni. Questa procedura è eseguita solamente in alcuni ospedali e risulta vietata negli ospedali italiani, ed è generalmente sconsigliata.

In Italia, in linea con le raccomandazioni internazionali basate su evidenze scientifiche, come quelle dell’American College of Obstetricians and Gynecologists (ACOG), del National Institute for Health and Care Excellence (NICE) e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), viene raccomandato il clampaggio ritardato del cordone. Anche l'American Academy of Pediatrics e l'American College of Nurse-Midwives approvano questo documento. Le principali linee guida, inclusa quella dell'Associazione ostetrici e ginecologi ospedalieri italiani (Aogoi), indicano come tempo ideale tra uno e tre minuti dopo la nascita per una serie di ragioni che aumenterebbero il benessere del neonato. Il clampaggio, ovvero l’otturazione temporanea con l’ausilio della pinza chirurgica, dovrebbe essere eseguito, secondo quanto rilevato dalle linee guida internazionali, per lo meno un minuto dopo la nascita.

Cellule staminali del cordone ombelicale: donazione o conservazione?

I Vantaggi del Clampaggio Ritardato del Cordone Ombelicale

Ritardare il taglio del cordone ombelicale è una pratica clinica che prevede di ‘prolungare’ il tempo di separazione del neonato dalla madre dopo il parto per favorire il passaggio di sangue dalla placenta al bambino, garantendo così una fase di transizione feto-neonatale più fisiologica. Diversi studi hanno dimostrato e riportato i numerosi benefici riguardo gli outcomes materno-neonatali legati a questa scelta di tempistica.

Si è visto, infatti, come nel mantenere il cordone ancora ancorato alla placenta fluiscano numerose quantità di sangue all’organismo del bambino, determinando:

  • Fisiologica transizione cardio-polmonare: L’interruzione improvvisa del flusso ombelicale, come avviene nel clampaggio immediato, determina nel neonato ampie variazioni della pressione arteriosa sistemica e del flusso cerebrale, legate al fatto che prima della nascita il flusso ematico al polmone è ridotto. Il clampaggio immediato riduce di circa il trenta per cento il ritorno venoso e, di conseguenza, il precarico del cuore sinistro e la gittata cardiaca. Il clampaggio ritardato, invece, aiuta a regolare la variazione di pressione arteriosa improvvisa per il neonato, che fino al momento della nascita ha respirato attraverso il cordone ombelicale stesso.
  • Diminuzione del rischio di anemia nel neonato: Diversi studi hanno dimostrato che nei neonati a termine il trasferimento dalla placenta di 80 ml di sangue avviene in 1 minuto dopo il parto. Il sangue fornisce così un’aggiunta fisiologica della quantità di ferro. Si stima che vengano trasferiti 80-100 millilitri in più di sangue e 20-30 milligrammi di ferro. Questo è un vantaggio particolarmente rilevante per i neonati che vivono in contesti a basso contenuto di risorse con accessi inferiori agli alimenti ricchi di ferro e a maggiore rischio di anemia (come evidenziato da United Nations Children’s Fund, United Nations University, World Health Organization).
  • Passaggio di maggiore quantità di immunoglobuline e cellule staminali: Questo può contribuire a migliorare la salute generale e la capacità di combattere le infezioni del neonato.
  • Sviluppo neurologico migliorato: Uno studio pubblicato su Pediatrics ha evidenziato che il clampaggio ritardato ridurrebbe lo stress della nascita e favorirebbe un migliore adattamento del neonato, contribuendo a un migliore sviluppo neurologico.
  • Incremento del volume di sangue: Un maggiore volume di sangue circolante contribuisce alla stabilità emodinamica del neonato.
  • Migliori outcome neonatali nei bambini nati pretermine: Per i prematuri che non hanno bisogno di rianimazione, bastano trenta secondi. Il ritardato clampaggio del cordone è utile e benefico anche nei neonati pretermine. Infatti, è dimostrato che questa pratica riduce la mortalità ospedaliera e migliora gli esiti neonatali di questi piccoli, mantenendo stabile la pressione arteriosa e prevenendo il rischio di sovraccarico al cuore e al cervello, esponendo quindi a una inferiore possibilità che si verifichino emorragie cerebrali.
  • Nessun aumento di perdita ematica materna: Contrariamente a quanto a volte temuto, il clampaggio ritardato non è associato a un aumento delle perdite ematiche per la madre, come indicato dall'ACOG Committee Opinion No.543.

La pratica del clampaggio ritardato del cordone, supportata dalle evidenze scientifiche moderne, dovrebbe essere sempre applicata quando le condizioni neonatali lo permettono, a prescindere dal tipo di parto. Questo vale sia per i bambini nati a termine sia nei prematuri, a patto che non richiedano manovre di rianimazione o che non debbano essere trasferiti in terapia intensiva.

Eppure, non sempre queste indicazioni vengono seguite alla regola negli ospedali italiani. Come riportato dalla Dottoressa Paola Saracco sulla rivista ufficiale della Società Italiana di Neonatologia (Sin), «le barriere sono molteplici: difficoltà pratiche e organizzative, scarsa conoscenza della procedura e dei benefici, timore per la sicurezza della madre e del neonato».

Ogni modalità di clampaggio riporta benefici e ognuna di queste, a seconda dei vostri bisogni e desideri, può essere quella più adeguata a voi e alle vostre esigenze. L’informazione e il confronto con i sanitari che accompagnano il vostro percorso di gravidanza e genitorialità potranno essere per voi un grande supporto per individuare la scelta consapevole migliore.

Quando è Necessario il Clampaggio Immediato?

Esistono alcune condizioni che obbligano a effettuare il clampaggio e il taglio del cordone ombelicale subito dopo il parto. La necessità di rianimazione immediata del neonato, soprattutto se molto prematuro, è la ragione principale. In sala parto, il personale ostetrico è in grado di gestire in modo adeguato le situazioni caso per caso, richiedendo se necessario l’intervento del ginecologo.

Nel caso in cui il neonato abbia bisogno di rianimazione e non sia possibile attendere il clampaggio ritardato, si può ricorrere alla tecnica del milking, ossia della spremitura del cordone ombelicale. Questa tecnica permette di far giungere all’organismo del bambino il sangue ricco di ferro e ossigeno in quantità adeguata ma in un tempo minore, fornendo un compromesso tra l'urgenza e i benefici del sangue placentare.

Il Moncone Ombelicale: Post-Nascita e Cura

Subito dopo la recisione del cordone, al bambino rimane un moncone (moncone ombelicale) lungo circa 3-5 centimetri. Questo moncone, formato da tre vasi sanguigni (due arterie e una vena) avvolti da una sottile membrana di tessuto connettivo, inizialmente si presenta di varie colorazioni che vanno dal verde giallastro, al marrone, al grigio/nero. Col passare dei giorni, si scurisce e si secca progressivamente.

Il moncone ombelicale residuo va incontro a un processo fisiologico di mummificazione che dura circa 7-14 giorni, o solitamente nell'arco di 7-10 giorni, e la sua caduta dà origine alla “cicatrice ombelicale”, ossia l’ombelico. La caduta del cordone ombelicale è un processo spontaneo che avviene senza la necessità di intervento esterno. La maggior parte delle volte, quando ciò accade, i genitori ritrovano il moncone nel pannolino del bambino e la cicatrice ombelicale in buone condizioni. È fondamentale sottolineare che il moncone non va manipolato né tanto meno tirato per la separazione, poiché questo processo deve avvenire naturalmente. Solo se tarda a staccarsi più di tre settimane è opportuno rivolgersi al pediatra per un controllo. Una volta che il moncone si sarà seccato, potrà essere rimossa la pinza in plastica che lo chiude.

Moncone ombelicale di un neonato

Cura e Igiene del Moncone Ombelicale

Il tessuto organico in via di essiccamento del moncone è un buon terreno di coltura per i batteri che inevitabilmente lo colonizzano. Fino a pochi decenni fa, si riteneva che per prevenire pericolose infezioni fosse necessario disinfettarlo con alcol o altri prodotti antisettici a ogni cambio di pannolino o applicare pomate antibiotiche. La ragione per cui nei punti nascita talvolta vige ancora la pratica di disinfettare più volte al giorno il moncone è la possibile presenza, nella struttura, di batteri patogeni più aggressivi di quelli che si trovano nell’ambiente domestico.

Tuttavia, le raccomandazioni attuali, basate su evidenze scientifiche, sono cambiate. La letteratura riguardante le tecniche di medicazione del moncone ombelicale risulta particolarmente ampia e le evidenze che ne emergono risultano essere notevolmente influenzate dalle differenze geografiche e dal grado di sviluppo dei Paesi in cui si svolgono gli studi. Dall’analisi della letteratura emerge che in ambienti dove vengono rispettati i criteri protettivi per le infezioni neonatali (rooming-in, vicinanza costante tra mamma e bambino e allattamento al seno esclusivo), il trattamento che permette al moncone ombelicale di distaccarsi nel minor tempo e con minor incidenza di infezioni consiste semplicemente nel tenere la parte in questione asciutta e pulita.

La ricerca ha dimostrato che nelle situazioni in cui l'igiene è normalmente garantita, è sufficiente la pulizia dell'area intorno al moncone con la semplice acqua e non è necessario utilizzare disinfettanti, come ad esempio l'alcool che veniva suggerito in passato.

Per una corretta medicazione ombelicale del neonato, è consigliabile seguire questi passaggi:

  1. Igiene delle mani: Lavare accuratamente le mani con acqua e sapone per almeno 40 secondi prima di ogni manipolazione.
  2. Pulizia del moncone: Detergere la base del moncone ombelicale con acqua e sapone neutro, prestando attenzione all’eventuale presenza di secrezioni sierose o tracce di sangue. Nel caso in cui il moncone ombelicale si sporchi con le urine o le feci del neonato, occorre semplicemente pulire la zona con acqua e sapone.
  3. Asciugatura: Asciugare bene la zona. Lasciare il più possibile (e se la temperatura lo permette) il moncone ombelicale scoperto, così da favorirne la mummificazione.
  4. Copertura (se necessaria): Applicare una garza sterile asciutta attorno al moncone ricoprendolo completamente. Non lasciare il moncone a diretto contatto con il pannolino, di modo da prevenire la contaminazione dell’area con tracce di feci o urine. Quindi la regola è pulire, se necessario, l’ombelico alla base con una garza asciutta e coprirlo con una nuova garza asciutta e pulita a ogni cambio di pannolino.

Non a caso è dimostrato che lasciare il neonato notte e giorno in camera con la mamma durante il ricovero e favorire il contatto pelle a pelle con lei facilita la colonizzazione del moncone da parte della flora batterica materna e riduce il rischio di infezioni. La cute del neonato, subito dopo il parto, è generalmente colonizzata da batteri non patogeni, ovvero non in grado di generare un’infezione; è tuttavia possibile che, in caso di scarse condizioni igieniche e inadeguata cura del moncone, sulla cute siano presenti anche germi patogeni in grado di determinare l’insorgenza di un’infezione.

I segni di una probabile infezione locale del moncone ombelicale sono caratterizzati da arrossamento alla base dell’ombelico e la presenza di cattivo odore e secrezioni maleodoranti. Non deve invece destare preoccupazione la presenza di crosticine che possono essere delicatamente rimosse durante l’igiene dell’ombelico al cambio del pannolino. A livello sistemico, un’infezione può manifestarsi anche con febbre e sonnolenza. Le condizioni che possono aumentare il rischio di infezioni sono la scarsa igiene e la separazione della diade mamma-bambino.

Dall’analisi della letteratura emergono anche studi che supportano l’utilizzo di alcuni prodotti naturali in grado di favorire il processo di guarigione del moncone ombelicale, tra cui per esempio un’associazione di Arnica ed Echinacea in polvere che non solo risulta efficace, ma anche sicura e priva di effetti collaterali sia durante l’ospedalizzazione che a casa; il suo utilizzo, inoltre, riduce i tempi di mummificazione permettendo così il distacco del moncone in tempi ridotti.

Cellule staminali del cordone ombelicale: donazione o conservazione?

L'Importanza delle Cellule Staminali Cordonali

Il sangue del cordone ombelicale costituisce una ricca fonte di cellule staminali ematopoietiche. Le cellule staminali sono progenitori cellulari ad alto potenziale proliferativo in grado di auto-rinnovarsi (sono cioè capaci di riprodurre cellule figlie uguali a sé stesse) e di dare origine a tutte le cellule specializzate che costituiscono vari tessuti e organi. Tra queste, le cellule staminali embrionali (ECSs) sono presenti nel cordone ombelicale e facilmente recuperabili una volta tagliato l’organo dopo la nascita del bambino. Esistono anche le cellule staminali adulte/somatiche (ASCs).

Studi e sperimentazioni hanno confermato la possibilità di utilizzare il sangue prelevato dal cordone ombelicale come fonte alternativa di staminali emopoietiche a scopo trapiantologico, in sostituzione delle cellule staminali del midollo osseo e del sangue periferico. Per raccogliere una quantità idonea di cellule staminali dal cordone ombelicale è necessario evitare il taglio precoce del cordone ed è sufficiente non aspettare più di 120 secondi, come raccomandato anche dalla Società Italiana di Neonatologia. I genitori che sono interessati alla conservazione delle cellule staminali del sangue cordonale ma anche al clampaggio tardivo del cordone ombelicale non devono preoccuparsi, perché le due pratiche possono essere eseguite insieme (escludendo la pratica che prevede la fine naturale della pulsazione). Subito dopo il taglio del cordone, è possibile raccogliere il sangue ancora fresco con un ago, riporlo in un apposito contenitore sterile e donarlo a una banca del sangue cordonale.

Illustrazione delle cellule staminali del sangue cordonale

Opzioni di Conservazione e Donazione del Sangue Cordonale

La conservazione e l'utilizzo delle cellule staminali cordonali sono regolamentati e offrono diverse possibilità, ciascuna con le proprie implicazioni etiche, legali e scientifiche.

Donazione Allogenica (Non Familiare)

L’unità di sangue cordonale viene donata a una banca pubblica volontariamente, gratuitamente e anonimamente per essere impiegata in un paziente che risulti compatibile, per eseguire un trapianto emopoietico. Si parla in questo caso di donazione vera e propria.

Donazione Dedicata

In casi particolari, l’unità di sangue cordonale è raccolta alla nascita per essere conservata gratuitamente presso una banca pubblica e successivamente utilizzata per un consanguineo o per il bambino stesso. In Italia, l’ordinanza ministeriale del 26 febbraio 2009 e il decreto ministeriale (DM) del 18 novembre 2009 stabiliscono la conservazione gratuita del sangue cordonale per uso autologo dedicato, sulla base di una richiesta degli interessati e di una relazione del medico specialista, da presentare alla Direzione Sanitaria dell’ospedale dove avverrà il parto. Esiste un elenco dettagliato delle patologie in cui è indicato il trapianto di cellule staminali emopoietiche, allegato al DM 18 novembre 2009, che viene periodicamente aggiornato in relazione allo sviluppo di nuove conoscenze.

La donazione dedicata può avvenire quando nell’ambito familiare sono presenti fratelli affetti da patologie maligne, genetiche, da disordini immunologici, o qualora il neonato sia affetto da una patologia congenita, o evidenziata in epoca prenatale, per la quale risulti scientificamente fondato e clinicamente appropriato il trapianto di cellule staminali emopoietiche da cordone ombelicale, previa presentazione di motivata documentazione clinico-sanitaria. In entrambi i casi è necessaria la certificazione rilasciata da un medico specialista e/o da un genetista.

Conservazione per Uso Autologo (Personale)

Vi è poi la possibilità di conservare il cordone ombelicale a uso autologo, cioè personale. Questa pratica non è supportata da alcuna evidenza scientifica per un uso generalizzato, sebbene sia possibile solo all’estero dopo adeguato counselling e autorizzazione all’esportazione rilasciata dall’ente regionale preposto. Le eccezioni sono le specifiche patologie per le quali la più recente normativa nazionale prevede la possibilità di effettuare la procedura come donazione dedicata, come descritto sopra.

Principi Fondamentali della Donazione

  • Volontarietà: Il sangue cordonale non può essere donato senza il consenso informato della madre, poiché il tessuto placentare va considerato di appartenenza materna e neonatale. La raccolta è effettuata prevalentemente quando la placenta è ancorata in utero. Il rischio infettivo e genetico della donazione di sangue placentare può essere valutato solo grazie alla partecipazione attiva e responsabile della madre.
  • Anonimato: È garantito il principio dell’anonimato. Tuttavia, in caso di insorgenza di una patologia onco-ematologica con indicazione al trapianto, con rigorose chiavi di accesso è consentito al personale sanitario di risalire al donatore, per mettere a disposizione della famiglia il sangue placentare precedentemente donato. Viceversa, nel caso in cui si venga a conoscenza di una malattia a possibile trasmissione genetica insorta nel neonato dopo l’avvenuta validazione del sangue placentare, deve essere possibile accedere all’identificazione dell’unità per la necessaria eliminazione dal registro.
  • Sicurezza infettiva e genetica: Viene confermata dopo un periodo di osservazione (quarantena della donazione) variabile da 6 a 12 mesi dopo la raccolta.
  • Tutela della donna gravida e del personale: La raccolta deve essere eseguita in sala parto in un clima di sicurezza assoluta sia per la donna sia per i professionisti.
  • Assenza di interessi economici o commerciali: Nessun interesse economico deve interferire con l’attività di raccolta, né per la donatrice né per chi la esegue.

Se si è interessati alla donazione del sangue cordonale, è sempre bene informarsi presso il punto nascita prescelto per conoscere i protocolli di accesso al percorso che possono variare da ospedale a ospedale. Solitamente si preferisce prendere in carico la richiesta prima del parto, per poter avere un colloquio dedicato dove poter acquisire il consenso informato dopo adeguato counselling e una anamnesi accurata.

Le informazioni contenute in questo sito non intendono e non devono in alcun modo sostituire il rapporto diretto fra professionisti della salute e l’utente. È pertanto opportuno consultare sempre il proprio medico curante e/o specialisti per individuare la scelta consapevole migliore per voi.

Cellule staminali del cordone ombelicale: donazione o conservazione?

Prospettive Future della Ricerca sulle Cellule Staminali

La ricerca sulle cellule staminali del cordone ombelicale è in continua evoluzione, aprendo nuove speranze per il trattamento di diverse patologie. Le terapie cellulari a base di cellule staminali rappresentano un approccio promettente per il trattamento di malattie come il Parkinson, con l’idea di sostituire i neuroni dopaminergici degenerati, affrontando così la causa primaria dei sintomi motori. Anche per il diabete di tipo 1, il trapianto autologo, quello con le proprie stesse cellule, ha mostrato risultati incoraggianti, come nel caso di una donna guarita dalla malattia. Queste aree di ricerca sottolineano il potenziale ancora inesplorato e l'importanza della conservazione e della ricerca sulle cellule staminali cordonali.

Inoltre, la scienza esplora anche soluzioni innovative per la salute dei neonati prematuri. In Italia, 1 neonato su 10 nasce prematuro, e il sogno di un utero artificiale, che mimi l’utero materno per portare a termine lo sviluppo dei polmoni, rappresenta una frontiera affascinante per migliorare gli esiti di questi piccoli. Questi sviluppi evidenziano come la comprensione e l'applicazione delle conoscenze sul cordone ombelicale e le sue risorse continuino a evolvere, offrendo nuove possibilità per la medicina e la salute umana.

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