La pertosse, comunemente nota come “tosse dei cento giorni”, rappresenta una patologia infettiva di rilevanza globale, sostenuta dal batterio Gram-negativo Bordetella pertussis. Sebbene la diffusione globale dei programmi di vaccinazione abbia ridotto drasticamente l'incidenza della malattia rispetto al passato, questa infezione continua a destare preoccupazione, specialmente per le complicanze potenzialmente letali che può provocare nei soggetti più fragili. La pertosse si trasmette esclusivamente tra esseri umani per via inalatoria, attraverso le goccioline respiratorie (droplets) disperse nell'aria tramite starnuti, tosse o anche semplicemente parlando.

Il quadro clinico: le fasi della malattia
La pertosse segue una progressione caratteristica che può durare dai 6 ai 10 settimane in assenza di complicanze, sebbene in alcuni casi la tosse possa persistere per mesi. La malattia si articola tipicamente in tre stadi clinici ben distinti.
La fase catarrale
L’esordio avviene solitamente circa 7-10 giorni dopo l’esposizione al batterio, con un intervallo che può variare da 4 a 21 giorni. In questa fase, i sintomi sono aspecifici e facilmente confondibili con un comune raffreddore: rinite, secrezioni nasali frequenti, starnuti, tosse secca lieve e talvolta febbricola. È questo il periodo di massima contagiosità, durante il quale il carico batterico è elevato e la diagnosi è particolarmente complessa, poiché i sintomi non permettono di distinguere la patologia da una banale virosi delle alte vie respiratorie.
La fase parossistica
Dopo una o due settimane, il quadro clinico evolve. La tosse si fa più severa, trasformandosi in accessi parossistici violenti e ininterrotti, che possono persistere per minuti. Questi attacchi, in media circa 15 al giorno, sono spesso seguiti da una profonda inspirazione forzata che produce un suono acuto caratteristico, noto come "urlo inspiratorio". Tuttavia, è importante sottolineare che questo suono è assente in circa la metà dei pazienti, in particolare nei soggetti vaccinati. Durante gli episodi di tosse, il paziente può presentare cianosi (colorito bluastro), vomito, aumentata produzione di muco e saliva, e affaticamento estremo.
La fase di convalescenza
Dopo circa 2-4 settimane, la frequenza e l'intensità degli accessi di tosse iniziano a ridursi gradualmente. Il miglioramento delle condizioni cliniche è lento e progressivo, ma la tosse può persistere per 2 o 3 mesi dall’esordio, rappresentando una fonte di grande stress per il paziente.
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Particolarità nei neonati e nei lattanti: i "polmoni puliti" e l'apnea
Nei neonati e nei lattanti di età inferiore ai 6 mesi, la manifestazione clinica della pertosse si discosta significativamente dal pattern classico. Spesso, questi pazienti non presentano la tipica tosse parossistica o il caratteristico "urlo". Al contrario, il segno predominante può essere costituito da episodi di apnea (pause nel respiro) e bradicardia.
Un aspetto diagnostico critico che può trarre in inganno è quello dei cosiddetti "polmoni puliti": all'auscultazione toracica, il medico potrebbe non riscontrare rumori patologici, nonostante il bambino sia infetto. Questa apparente normalità dei reperti clinici auscultatori (polmoni limpidi) non esclude affatto la presenza dell'infezione da B. pertussis. Nei lattanti, le complicanze includono polmoniti, convulsioni, encefalopatie da pertosse, grave iperleucocitosi con rischio di ipertensione polmonare e, purtroppo, una letalità non trascurabile. L'impossibilità di alimentarsi correttamente, a causa degli attacchi di tosse che causano vomito, espone inoltre il neonato al rischio immediato di disidratazione grave.
Diagnosi: sfide e metodologie di laboratorio
La diagnosi precoce è fondamentale per limitare la diffusione dell'infezione, dato che la pertosse è tra le malattie più contagiose esistenti. Il sospetto clinico basato sull'anamnesi (inclusa la valutazione dello stato vaccinale) e sull'osservazione del paziente è sufficiente per avviare le terapie senza attendere gli esiti di laboratorio.
- Tampone naso-faringeo: È il campione di elezione per l'analisi. La reazione a catena della polimerasi (PCR) è il test più sensibile, specialmente entro le prime tre settimane dall'esordio dei sintomi, poiché permette di identificare il DNA del batterio.
- Coltura batterica: Rappresenta il "gold-standard" diagnostico, ma presenta limiti operativi significativi. Richiede terreni di coltura specifici e tempi lunghi, dai 7 ai 15 giorni per la formazione di colonie visibili. Inoltre, se il paziente ha già iniziato una terapia antibiotica, la coltura può risultare falsamente negativa.
- Sierologia: L'analisi del sangue periferico può essere utilizzata, ma il suo valore clinico nel singolo caso acuto è limitato rispetto ai metodi molecolari.

Strategie terapeutiche e gestione del paziente
La terapia della pertosse mira principalmente a ridurre la carica batterica, limitando così la durata della fase contagiosa e prevenendo la trasmissione ai contatti stretti.
Trattamento farmacologico
L'impiego tempestivo degli antibiotici, in particolare i macrolidi come azitromicina, claritromicina ed eritromicina, è lo standard terapeutico. Se somministrati nella fase catarrale, possono attenuare il decorso della malattia. Nelle fasi successive, l'antibiotico serve a eliminare la contagiosità, ma ha uno scarso impatto sulla tosse già instaurata. È importante sottolineare che l'uso di sedativi della tosse, broncodilatatori, corticosteroidi o antistaminici non è raccomandato, poiché la loro efficacia nel trattamento della pertosse non è mai stata dimostrata scientificamente.
Ospedalizzazione
Il ricovero ospedaliero è indicato per i lattanti di età inferiore ai 4 mesi o per i pazienti che manifestano complicanze gravi come:
- Disturbi respiratori importanti (tachipnea, uso di muscoli accessori, cianosi).
- Apnee ripetute.
- Segni di disidratazione da vomito incoercibile.
- Complicanze neurologiche, come le convulsioni.
In ambiente ospedaliero, il paziente viene sottoposto a monitoraggio cardiorespiratorio continuo, ossigenoterapia e idratazione endovenosa. Il rispetto rigoroso dell'isolamento respiratorio è necessario per proteggere l'ambiente ospedaliero e gli altri pazienti suscettibili.
Prevenzione: il ruolo cruciale della vaccinazione
La prevenzione rimane l'arma più efficace contro la pertosse. La malattia non conferisce un'immunità permanente, motivo per cui i richiami vaccinali sono essenziali in tutte le fasce d'età.
Calendario vaccinale
Il Piano Nazionale Vaccini prevede la somministrazione del vaccino antipertossico pediatrico (DTpa), contenuto nell'esavalente, durante il primo anno di vita (ai 3, 5 e 11 mesi), con successivi richiami programmati. È fondamentale che il ciclo vaccinale venga iniziato tempestivamente per proteggere i soggetti più vulnerabili.
Protezione in gravidanza
Una strategia di fondamentale importanza è la vaccinazione della donna in gravidanza, raccomandata preferibilmente tra la 27° e la 36° settimana di gestazione. Poiché gli anticorpi attraversano la placenta, la vaccinazione materna fornisce una protezione passiva al neonato durante i primi mesi di vita, ovvero nel periodo in cui è troppo piccolo per completare il proprio ciclo vaccinale e quindi più esposto al rischio di forme gravi di pertosse.
Profilassi post-esposizione
In presenza di un caso indice, la profilassi antibiotica per i contatti stretti è mandatoria, indipendentemente dallo stato vaccinale del contatto. Questa misura è cruciale per prevenire l'infezione in soggetti vulnerabili che vivono nello stesso nucleo familiare o in contesti ad alto rischio (asili nido, unità di terapia intensiva neonatale). Misure igieniche rigorose, come il lavaggio frequente delle mani e l'isolamento dei casi confermati, completano il quadro delle strategie necessarie per contrastare la diffusione di questo patogeno.