La pertosse, comunemente nota come "tosse dei cento giorni" o "tosse convulsa", è una malattia infettiva altamente contagiosa causata dal batterio Gram-negativo Bordetella pertussis. Sebbene la copertura vaccinale sia elevata, questa patologia rappresenta ancora un problema di salute pubblica di primaria importanza, con una riemersione globale che colpisce non solo i lattanti, ma anche adolescenti e adulti, spesso asintomatici o paucisintomatici.

Natura e trasmissione del patogeno
La Bordetella pertussis è un patogeno esclusivamente umano; non esistono serbatoi animali, sebbene specie affini come B. parapertussis e B. holmesii possano causare quadri clinici simili, seppur generalmente più lievi. Il batterio è altamente contagioso e la trasmissione avviene principalmente per via inalatoria tramite le goccioline di secrezioni respiratorie (droplets) disperse nell'aria durante colpi di tosse, starnuti o anche solo parlando. La fase di massima infettività coincide con lo stadio catarrale e l'inizio della fase parossistica. Gli adolescenti e gli adulti, spesso protetti solo parzialmente da una memoria immunitaria in declino, fungono da serbatoi silenti, trasmettendo l'infezione ai soggetti più fragili, come i neonati non ancora vaccinati, per i quali la malattia può rivelarsi letale.
Fasi cliniche della malattia
Il periodo di incubazione varia solitamente tra i 7 e i 14 giorni, con un limite massimo di circa 21 giorni. La progressione della pertosse è tipicamente suddivisa in tre fasi distinte:
- Fase catarrale: Dura circa due settimane ed è caratterizzata da sintomi insidiosi, simili a un comune raffreddore: lacrimazione, febbricola, starnuti e una tosse prevalente durante le ore notturne.
- Fase parossistica: Rappresenta il culmine della patologia, con una durata variabile da 2 a 8 settimane. È caratterizzata da violenti e incontrollabili attacchi di tosse, spesso seguiti dal tipico "grido" inspiratorio (tosse asinina) e frequenti episodi di vomito post-tussivo. Nei lattanti, la sintomatologia è spesso atipica e dominata da crisi di apnea e cianosi, richiedendo frequentemente l'ospedalizzazione.
- Fase di convalescenza: In questa fase, la frequenza e l'intensità degli accessi di tosse diminuiscono gradualmente, sebbene la sensibilità delle vie aeree possa persistere per mesi.
L'importanza della diagnosi precoce
La tempestività diagnostica è fondamentale, non solo per il trattamento clinico, ma per l'attuazione di misure di sanità pubblica atte a contenere i focolai. Sebbene il sospetto clinico sia spesso sufficiente per avviare il trattamento antibiotico, la conferma laboratoristica riveste un ruolo cruciale, specialmente in contesti di sorveglianza epidemiologica.
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Approcci diagnostici: il ruolo del tampone
La scelta della metodologia diagnostica dipende strettamente dalla fase in cui si trova il paziente rispetto all'esordio della tosse. Le tecniche si dividono principalmente in dirette (ricerca del batterio) e indirette (ricerca della risposta anticorpale).
- Tampone nasofaringeo o aspirato: È il campione biologico di riferimento. L'aspirato nasofaringeo è talvolta preferibile nei bambini sotto l'anno di età poiché presenta una sensibilità superiore rispetto al tampone. La procedura prevede l'inserimento del tampone per 7-9 cm nelle narici, fino a raggiungere la parete posteriore del rinofaringe, dove viene mantenuto per alcuni secondi e ruotato per raccogliere una quantità sufficiente di secrezioni.
- Esame colturale: Considerato il "gold standard" storico, richiede terreni di coltura selettivi specifici e lunghi tempi di incubazione (7-15 giorni). La sensibilità è ottimale nelle prime due settimane di malattia, ma diminuisce drasticamente se il paziente ha già iniziato una terapia antibiotica, che può portare a falsi negativi.
- Diagnosi molecolare (PCR): La Reazione a Catena della Polimerasi (PCR), e in particolare la Real-time PCR, rappresenta oggi il metodo d'elezione per rapidità e sensibilità. È in grado di rilevare il DNA batterico in poche ore. La sua efficacia è massima entro le prime 3-4 settimane dall'insorgenza dei sintomi. Una positività per il target IS481, confermata da altri specifici marcatori, è diagnostica per B. pertussis. È importante notare che, sebbene sia molto sensibile, un risultato negativo non esclude con certezza assoluta l'infezione, specialmente nelle fasi avanzate della malattia.
Test sierologici: un approccio complementare
I test sierologici, volti a misurare le concentrazioni di anticorpi (IgA, IgG, IgM) contro la tossina pertussica, non sono indicati per la diagnosi dell'infezione in fase acuta. La risposta anticorpale è infatti tardiva. Questi test risultano utili solo dopo le 3-4 settimane dall'esordio della sintomatologia o per indagini retrospettive in casi clinicamente dubbi. La ricerca delle IgM è considerata poco sensibile e pertanto clinicamente inutile, mentre le IgA vengono utilizzate principalmente come conferma in presenza di risultati incerti delle IgG.
Terapia e gestione del paziente
Il trattamento della pertosse si basa sulla somministrazione di antibiotici appartenenti alla classe dei macrolidi (eritromicina, azitromicina, claritromicina). L'efficacia della terapia è direttamente proporzionale alla precocità del suo inizio: somministrata durante la fase catarrale, può ridurre la severità dei sintomi e la durata della contagiosità.
Tuttavia, una volta instaurata la fase parossistica, l'effetto clinico degli antibiotici sui sintomi è limitato; il loro utilizzo rimane comunque fondamentale per eradicare il patogeno dal rinofaringe e prevenire la diffusione dell'infezione ai contatti stretti. Per i lattanti, in caso di complicanze gravi come insufficienza respiratoria o crisi apneiche, può rendersi necessaria la terapia di supporto in regime di ricovero ospedaliero, che include l'aspirazione delle secrezioni e, nei casi più critici, l'assistenza ventilatoria.
Strategie di prevenzione
La prevenzione rimane l'arma più efficace contro la pertosse. Il Piano Nazionale Vaccini prevede l'uso del vaccino esavalente (contenente il componente pertossico acellulare) nel primo anno di vita, con successivi richiami nell'infanzia e nell'adolescenza.

Un punto critico per la protezione dei neonati è la vaccinazione in gravidanza. La somministrazione del vaccino nel terzo trimestre (ideale tra la 27° e la 36° settimana) permette il passaggio transplacentare di anticorpi protettivi, garantendo una protezione passiva al bambino nei primi mesi di vita, prima che possa completare il ciclo vaccinale. Accanto a ciò, la strategia "Cocoon" ("bozzolo") mira a vaccinare tutti i contatti stretti dei neonati (genitori, nonni, caregiver) per creare una barriera immunitaria attorno ai soggetti più vulnerabili. Nonostante l'alta copertura vaccinale, il rischio di infezione persiste a causa della diminuzione dell'immunità nel tempo, rendendo essenziali i richiami periodici anche negli adulti, per evitare che diventino portatori asintomatici in ambienti in cui convivono bambini piccoli o soggetti fragili.