Spesso si parla degli effetti negativi del patriarcato sulle donne, soffermandosi su come la società in cui viviamo abbia creato stereotipi e pregiudizi per loro dannosi. In occasione del mese della salute maschile, vogliamo introdurre un approfondimento che faccia luce anche sulle conseguenze negative che stereotipi e ruoli di genere hanno sulle vite degli stessi uomini. Ad esempio, è ancora diffusa un’ideologia tradizionale che associa virilità e mascolinità con l’idea che gli uomini non possano mostrare le proprie emozioni per non rovinare la loro immagine “da duro”. Questa visione “dell'uomo vero” porta a una concezione di mascolinità, che a lungo andare può risultare dannosa sia per la salute mentale degli uomini che per la società in cui vivono, per l’appunto una mascolinità tossica.

Che cos'è la mascolinità tossica?
La definizione di mascolinità tossica si è evoluta nel tempo. Il termine fu utilizzato per la prima volta dallo psicologo Shepherd Bliss negli anni ’80. Uno studio pubblicato sul Journal of School of Psychology spiega così il significato di mascolinità tossica: «L’insieme di tratti [maschili] socialmente regressivi che servono a favorire il dominio, la svalutazione delle donne, l'omofobia e la violenza insensata». Negli ultimi anni, la ricerca scientifica ha portato allo sviluppo e alla validazione di una scala specifica per misurare la mascolinità tossica, nota come Toxic Masculinity Scale (TMS), che inizialmente comprendeva cinque fattori ma è stata ottimizzata in una versione finale composta da 28 item suddivisi su quattro fattori distinti (Sanders et al., 2024).
Alcuni ricercatori concordano sul fatto che la mascolinità tossica abbia tre caratteristiche principali: durezza, ovvero la convinzione che gli uomini dovrebbero essere fisicamente forti, emotivamente insensibili e aggressivi nel comportamento; anti femminilità, cioè il rifiuto di tutto ciò che è considerato femminile, come mostrare emozione o chiedere/accettare aiuto; potere, ossia la pressione a ottenere potere e status sociale e finanziario per guadagnare il rispetto degli altri. Secondo i tradizionali valori maschili tossici, un uomo che non fa suoi questi tratti non è considerato un "vero uomo".
Mascolinità egemone e strutture di potere
Il concetto di mascolinità egemone è stato introdotto dalla sociologa Raewyn Connell, docente e ricercatrice, riconosciuta a livello internazionale per descrivere il modello dominante di mascolinità che viene promosso e valorizzato nella società. Secondo Connell, la mascolinità egemone rappresenta l'ideale a cui gli uomini dovrebbero aspirare: forza, controllo delle loro emozioni, successo economico e predominio sulle donne e su altri uomini percepiti come "meno virili".
Questa forma di mascolinità non è solo un insieme di caratteristiche personali, ma è sostenuta da strutture di potere che si riflettono nelle istituzioni, nei media e nelle relazioni sociali. Tali strutture contribuiscono a rendere la mascolinità tossica un modello di riferimento, esercitando pressioni su chiunque si discosti da questi standard. Come sottolinea Connell nel suo libro "Masculinities" (1995), la mascolinità egemone non è la più diffusa tra gli uomini, ma è quella che viene maggiormente premiata e riconosciuta, rafforzando così le disuguaglianze di genere e la marginalizzazione di chi non si conforma.
Da dove viene la mascolinità tossica?
Nella tradizionale costruzione della mascolinità ci sono molti stereotipi che possono portare gli uomini a sviluppare comportamenti tossici. Il significato di mascolinità è strettamente legato alla forza, definita come la "capacità di sopportare problemi e avversità". Bambini e adolescenti crescono sentendosi obbligati a essere forti di fronte ai problemi e alle avversità, contenendo le proprie emozioni. Gli vengono insegnati “giochi da maschio”, e vengono abituati ad essere piccoli ometti che devono fare gli “uomini di casa” o proteggere le sorelle. Chi assume atteggiamenti contrari a questi stereotipi di genere, inevitabilmente diventa la pecora nera della famiglia.
Frasi come "i veri uomini non piangono" o “non fare la femminuccia” possono influire seriamente sulla salute mentale di bambini, ragazzi e uomini e, senza dubbio, anche su coloro che li circondano. Così, gli uomini cresciuti nella società patriarcale si identificano con la capacità di dominio e possono credere che esercitare il proprio potere sulle donne non sia solo una libertà ma un diritto. Queste convinzioni potrebbero a lungo andare portare alla spirale della violenza nella coppia che in alcuni casi, come ci insegna la cronaca odierna, sfocia in femminicidio. Il rifiuto per tutto ciò che viene considerato femminile, e quindi ritenuto debole, può essere anche la causa di comportamenti e ideali misogini e omofobi. La mascolinità tossica non solo vede le donne come inferiori, ma ripudia anche tutti quegli uomini che non rientrano nei cliché della mascolinità e che spesso fanno fatica ad accettare la propria omosessualità. Inoltre, le comunità online legate alla mascolinità tossica presentano parallelismi con gruppi estremisti, suggerendo che possono rappresentare un rischio di radicalizzazione per gli adolescenti maschi (Gilmour, 2025).
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Pressioni sociali e culturali: perché si può aderire ai modelli tossici
Molti uomini possono sentirsi spinti ad aderire a modelli di mascolinità tossica a causa delle forti pressioni sociali e culturali che iniziano fin dall'infanzia. Secondo Michael Kimmel, sociologo e tra i massimi esperti di studi sulla mascolinità, la società trasmette costantemente messaggi su cosa significhi essere un "vero uomo", spesso attraverso la famiglia, la scuola, i media e i gruppi di pari. Queste pressioni possono manifestarsi in vari modi: il conformismo di gruppo, per esempio, porta molti uomini a temere l’esclusione o il ridicolo se non si adeguano alle aspettative del gruppo, come mostrare durezza o evitare di esprimere vulnerabilità; le sanzioni sociali, dove chi si discosta dai modelli tradizionali rischia di essere etichettato come debole, poco virile o addirittura escluso socialmente; i modelli mediatici, attraverso film, pubblicità e sport, che rafforzano l’idea che la forza fisica, il successo e il controllo siano tratti indispensabili per essere rispettati.
È importante sottolineare che le caratteristiche della mascolinità tossica sono associate a una minore disponibilità a intervenire in favore della vittima, quando testimoni di una prevaricazione, suggerendo la necessità di tenerne conto nella progettazione di interventi contro il bullismo (Ingram et al., 2019). Queste dinamiche possono contribuire a interiorizzare comportamenti e convinzioni che, pur essendo dannosi, vengono percepiti come necessari per ottenere approvazione e appartenenza.
L’uomo che non deve chiedere mai: storia di un falso mito
Molti ricordano lo spot degli anni ’90 di un famoso profumo per uomo in cui si vedeva una donna lanciarsi con una certa veemenza sul maschio di turno. La voce narrante affermava: “Per l’uomo che non deve chiedere mai”. Un po’ come il narcisista che ha un’idea grandiosa di sé e si nutre della costante necessità di essere ammirato, così l’uomo che abbraccia la cultura della mascolinità tossica si alimenta della sua “forza” e “sicurezza”.
Un altro spot di una nota marca di rasoi nel 2019 cambiava la trama classica delle pubblicità di questo tipo, dando una versione inedita della tematica "il meglio di un uomo", combattendo gli stereotipi sessisti e mostrando altri comportamenti maschili come un padre che incoraggia la propria figlia ad assumere sicurezza e forza, oppure un uomo che impedisce all’altro di molestare sessualmente una donna. Nel caso dello spot Gillette, è interessante parlare della reazione alla pubblicità. Molti spettatori hanno sostenuto che l’azienda stesse accusando tutti gli uomini di essere aggressivi, violenti o poco rispettosi delle donne, benché l’intento dello spot fosse esattamente l’opposto, ovvero invitare coloro che sono sicuri della propria mascolinità positiva a incoraggiare gli altri a comportamenti migliori. Perché lo spot è stato recepito come un’accusa? Forse perché mostrava sotto una luce negativa un modo di essere uomo che noi siamo abituati a vedere come l’unico possibile.
La psicologia dietro i comportamenti tossici
In psicologia si parla di mascolinità tossica riferendosi all’insieme di comportamenti e atteggiamenti nocivi associati agli uomini, che vengono comunemente visti come segni di virilità o dell’essere un vero uomo e che nei rapporti famigliari possono avere come conseguenza i daddy issues. Come deve essere un vero uomo? Un vero uomo non piange, non ha bisogno di aiuto, sa farsi rispettare dagli amici e dalla propria compagna. Non seguire un certo codice di comportamento mette in dubbio la virilità maschile e l'immagine che l’uomo dà di sé agli altri.
Gli effetti sulla salute mentale
L’imperativo “devi essere forte”, a cui sono stati educati, spinge molti uomini a chiudersi in se stessi e a non condividere mai le proprie emozioni. Essere “sensibili”, tuttavia, non è solo tipicamente femminile: provare emozioni è umano, e nascondere i propri sentimenti non basta certo a farli scomparire. Inoltre, poiché non è considerato “da uomo forte” chiedere aiuto, molti uomini vivono in silenzio e in solitudine sintomi di disagio psicologico, che possono portare alla depressione e al suicidio, una delle principali cause di morte tra gli uomini in tutto il mondo. Recenti studi hanno inoltre evidenziato che l’uso dei social media, combinato con la pressione della mascolinità tossica, è associato a livelli più elevati di depressione negli uomini (Parent et al., 2019).
Gli effetti sui rapporti con gli altri
Il muro che alcuni uomini costruiscono attorno ai propri sentimenti avvelena il rapporto con gli altri e le relazioni romantiche. In assenza di reciprocità riguardo alle manifestazioni di affetto, molte relazioni sfociano in una relazione tossica oppure finiscono per raffreddarsi, con uno dei partner che crede che l'altra persona non provi lo stesso. Qualcosa di simile accade con le relazioni familiari e le amicizie. Da genitori che non hanno mai saputo esprimere l’amore che provavano per i propri figli, perché nessuno aveva dato loro le chiavi per manifestare le proprie emozioni, ad amici che perdono il contatto perché non sono in grado di mostrare cosa significasse per loro quell’amicizia, la mascolinità tossica può portare alla solitudine di molti.

Problemi sessuali e impatto sistemico
La mascolinità tossica è strettamente correlata al culto del fallo e rappresenta una delle forme dannose di mascolinità, le quali sono associate a esiti negativi per la salute sessuale e riproduttiva sia degli uomini che delle donne. È una credenza diffusa che il potere dell’uomo si manifesti esclusivamente nella sua capacità riproduttiva e, di conseguenza, gli uomini non dovrebbero frenare i loro impulsi sessuali. Questo problema si articola in due aspetti distinti: gli uomini sono spinti a mantenere una vita sessuale attiva in ogni momento, a vivere intorno alla loro sessualità e ad esprimerla apertamente.
Le principali conseguenze sistemiche includono:
- Aumento della violenza: la pressione a dimostrare forza e dominio può contribuire a comportamenti aggressivi, sia nelle relazioni personali che nella società, ed è spesso associata a tassi più elevati di violenza domestica e di genere.
- Ostacoli all'uguaglianza di genere: la mascolinità tossica rafforza ruoli di genere rigidi, rendendo più difficile il raggiungimento di una reale parità tra uomini e donne.
- Costi economici e sanitari: secondo uno studio dell'Organizzazione Mondiale della Sanità del 2021, la promozione di modelli maschili tossici è associata a un maggiore rischio di incidenti, abuso di sostanze e minore propensione a cercare aiuto medico, fattori che possono avere conseguenze negative per la salute pubblica e i sistemi sanitari.
Questi effetti dimostrano come la mascolinità tossica non sia solo un problema individuale, ma una questione che riguarda l'intera collettività e richiede un cambiamento culturale profondo.
Prevenire la mascolinità tossica
È possibile sbarazzarsi del concetto di mascolinità tossica? La mascolinità non è per natura tossica. Ciò che è tossico è la cultura dominante della mascolinità: il rigido insieme di aspettative, percezioni e definizioni di comportamento "virile”. Fortunatamente negli ultimi vent’anni sono stati fatti passi enormi in questo senso. Dall’uomo incarnato da Brad Pitt in “Fight Club” ad Harry Styles, da Achille Lauro fino ai Maneskin: i modelli maschili di riferimento stanno cambiando. Si stanno decostruendo le caratteristiche dell’uomo virile, l’uomo che in Fight Club si mostrava duro e privo di sentimenti cede il posto a un nuovo modello.
Non più l’uomo che non deve chiedere mai, ma un uomo che si veste come gli pare e che si lascia andare alle emozioni verso una nuova mascolinità: amorevole, aperta, empatica, egualitaria e non violenta. Cercare di replicare modelli culturali che propongono divisioni rigide di specifiche categorie umane, e da cui derivano omofobia e misoginia, è un errore, perché la realizzazione di noi stessi avviene sempre tramite un processo di mediazione, di interpretazione. In questo processo non c’è più spazio per il pregiudizio. Lasciarsi alle spalle la mascolinità tossica inizia con la ridefinizione di cosa significa essere un uomo. Ogni persona dovrebbe aspirare a trovare una sana definizione della propria individualità e lavorare per raggiungerla.
Riconoscere i comportamenti tossici nelle relazioni
Sempre di più, nella società come tra gli esperti, hanno preso piede termini quali "tossico" o "narcisista", in riferimento ad una relazione in cui ci si trova insieme al/la proprio/a partner. Un tipo di relazione che può trasformarsi in malsano e abusivo, nella quale vengono a mancare quelli che sono considerati i pilastri di una relazione: fiducia e rispetto delle libertà altrui. Dunque, come capiamo se ci troviamo in un rapporto tossico e a quali aspetti poniamo la nostra attenzione?
- Comunicazione. Il tipo di comunicazione può rappresentare un primo segnale d’allarme.
- Controllo. La tendenza di uno, o entrambi i partner, al controllo dell’altro, spesso è ciò che definisce la relazione come tossica. Controllare i messaggi, gli spostamenti, i like ai post, il numero di followers - magari conteggiati prima o dopo un litigio dovuto a dubbi di tradimento -, sono azioni volte a controllare l’altra persona e ad assicurarsi che si conformi all’idea di amore di uno dei due individui.
- Svalutazione. Su questa scia, il fatto che i propri bisogni non vengano ascoltati ma anzi ridicolizzati, negati e sminuiti è un altro indizio che depone per un tipo di relazione abusante da un punto di vista psicologico.
- Manipolazione. Un altro aspetto rilevante è la manipolazione e la più nota negli ultimi anni è proprio il gaslighting. Si tratta di una serie di espedienti sottili, volti a svalutare l’altra persona, invalidarne le emozioni, manipolarne persino i ricordi fino a farle credere che si sia inventata tutto o abbia esagerato.
- Abuso. Il controllo può assumere forme di vero e proprio abuso. Al di là della più evidente violenza fisica, sono ormai tristemente noti degli schemi di comportamento psicologicamente abusanti, che si mettono in atto per assoggettare l’altra persona al proprio volere e renderla conforme alle aspettative.
- Isolamento e rinuncia. Spesso, per non indisporre il partner, si finisce per accettare condizioni o capricci dettati in realtà da comportamenti manipolatori e di controllo, che man mano portano la vittima a isolarsi dalle amicizie, a rinunciare alla propria privacy o addirittura alle proprie passioni o sogni.
- Disturbi psicologici. A complicare la situazione, c’è la possibilità che a incastrarsi con questi comportamenti siano persone con tratti di personalità borderline. A livello statistico e diagnostico, non ci sono differenze sostanziali tra uomini e donne, ma a livello clinico si tende ad assistere a una prevalenza di donne con tratti borderline che arrivano in terapia, coinvolte in relazioni tossiche con uomini dai tratti narcisistici. È molto raro vedere questi ultimi in terapia: può accadere laddove, a una certa età, le conseguenze negative dei loro comportamenti li hanno nel tempo portati a perdere persone significative, o a incorrere in guai legali, e per questo a cercare aiuto.
La natura dei comportamenti tossici
Manipolatrici, aggressive, verbamente violente… molte persone vengono definite "tossiche" quando hanno un impatto negativo sulla vita degli altri. Ovviamente, quando si utilizza questa espressione non si vuole mettere un'etichetta direttamente a quella persona ma piuttosto ai suoi comportamenti. Non esistono, infatti, persone buone o cattive. Ognuno ha caratteristiche, pregi e difetti diversi e quindi sarebbe impossibile ridurre una persona a un solo aggettivo. Di conseguenza, la parola "tossico" si riferisce a quei comportamenti che mette in atto una persona, in determinati periodi della sua vita, che scaturiscono da disturbi o da problemi concreti. Ciò vuol dire che è possibile fare un percorso di rieducazione e imparare a vivere le proprie relazioni sociali in maniera diversa. Non esistono "persone tossiche" in quanto ognuno di noi ha l'opportunità di cambiare il proprio modo di rapportarsi agli altri.
Solitamente, chi mette in atto comportamenti tossici non ha fiducia in se stesso e ha una bassa autostima. Per questo, tende a colpire gli altri con azioni o parole che possono danneggiare le persone che gli sono vicine. Si tratta, dunque, di una sorta di compensazione per evitare di apparire debole o insicuro. Per riconoscere i comportamenti tossici, è necessario osservare dinamiche come la manipolazione e il controllo, usati per non sentirsi inferiori; l'invidia, che trasforma le vittorie altrui in motivi di disprezzo per colmare il proprio senso di vuoto; e il disprezzo diretto, un modo per evitare di sentirsi in colpa per le proprie mancanze.

Definizione e tipologie di relazioni tossiche
La relazione tossica è un legame interpersonale totalizzante, spesso in senso unidirezionale, con dinamiche psicologiche e comportamentali distruttive e che produce danni emotivi e psicologici nei soggetti coinvolti. Queste relazioni sono contraddistinte da un legame dicotomico dato dai comportamenti di attacco e gratificazione attuati dal soggetto dominante verso la vittima e mirati al completo soggiogamento di quest’ultima.
Si possono distinguere in:
- Relazioni tossiche affettive: quelle relazioni disfunzionali che si sviluppano all’interno di relazioni affettive importanti (sentimentali, famigliari, amicali). Questo tipo di relazione si può trovare sia nel caso di due individui sia in un rapporto fra più individui: per esempio, un soggetto tossico che domina su due vittime.
- Relazioni tossiche lavorative: relazioni distruttive che producono un malessere elevato a livello psicologico e sociale sia del soggetto nello specifico che nell’intero gruppo di lavoro. Quando si sviluppa una relazione tossica all’interno dell’ambiente lavorativo si minano aspetti fondamentali come la motivazione, la collaborazione e la produttività.
Il soggetto tossico e le sue manipolazioni
Il soggetto tossico tende a manipolare la relazione sin dall’inizio, anche se spesso non ce ne rendiamo conto. Dal periodo dell’idillio, in cui ci sentiamo trattate/i come regine o re, pian piano il partner/amico/famigliare perfetto diventa sempre più aggressivo in modo diretto o passivo. In campo lavorativo, il soggetto tossico (manager, collega, responsabile, ecc.) spesso non ha bisogno di circuire la vittima e quindi spesso tende ad imporsi direttamente. Il suo obiettivo è quello di annullare la nostra personalità per ottenerne il pieno dominio, perché è l’unica cosa che lo fa sentire valido e importante. Il soggetto tossico, uomo o donna che sia, non si innamora o non si interessa veramente dell’altro. Ama soltanto se stesso e tende ad imporsi sulla vittima per nascondere, anche ai suoi occhi, le proprie insicurezze.
Ostacoli alla liberazione dalla relazione tossica
Esistono vari ostacoli che rendono complicato l’atto di liberarsi dal soggetto tossico:
- Ostacoli ambientali: si vive insieme, si abita in prossimità, si lavora nello stesso posto, ecc.
- Ostacoli psicologici: sono ostacoli dovuti al livello di plagio o di aggressività che l’altro esercita direttamente o indirettamente su di noi. La vittima può aver subito una distruzione dell'autostima e temere di non poter vivere senza l'altro, oppure aver paura di conseguenze negative (licenziamento, violenza fisica, rottura di legami familiari).
- Ostacoli economici: La vittima può non avere una indipendenza economica. Spesso a causa delle manipolazioni del soggetto tossico che la convincono a limitare le ore lavorative, a non mirare a posizioni più remunerative oppure a smettere di lavorare.
Cause dei comportamenti tossici
Perché si diventa persone tossiche? Conoscere le ragioni alla base dei comportamenti messi in atto e identificare i segnali a cui prestare attenzione può aiutare a comprendere meglio questo fenomeno. Uno studio pubblicato su Scientific Reports suggerisce che alcuni tratti negativi della personalità sono almeno in parte fattori genetici e vengono trasmessi da genitore a figlio. Tuttavia, la formazione della personalità non dipende solo dai geni ma anche dai fattori ambientali e dalle esperienze.
Nelle persone tossiche sono spesso presenti i sintomi della cosiddetta triade oscura della personalità:
- Narcisismo: comportamento centrato sull'attenzione su di sé, accompagnato da ipervigilanza e controllo, spesso derivante da un mito di grandiosità mai scalfito.
- Machiavellismo: include il bluff, la manipolazione, la rincorsa del proprio interesse personale e la mancanza di empatia e moralità.
- Psicopatia: condivide la mancanza di empatia e di rimorso, un comportamento antisociale, la manipolazione emotiva e la manipolazione mentale.
Oltre alla triade oscura, altre cause sottostanti al comportamento tossico potrebbero risiedere in alcuni tipi di disturbi mentali come i disturbi della personalità, il disturbo bipolare o il disturbo da stress post-traumatico (PTSD). Anche l'educazione ricevuta gioca un ruolo cruciale: essere iperprotetti, coccolati o elogiati eccessivamente durante l'infanzia può essere associato a tratti di personalità più narcisistici. In questi casi, il bambino si convince di essere onnipotente e, crescendo, potrebbe tendere a pretendere il soddisfacimento immediato dei propri desideri.

Strategie per proteggersi e liberarsi
Liberarsi da una relazione tossica è un percorso più che un atto unico. È fondamentale aumentare la nostra consapevolezza riguardo alle caratteristiche della relazione che stiamo vivendo e del soggetto tossico con cui la condividiamo. Allo stesso tempo, è essenziale ricostruire la propria autostima e l’amor proprio, comprendendo che il modo col quale oggi ci vediamo è frutto delle manipolazioni e degli abusi emotivi subiti.
Non bisogna mai essere soli in questo percorso, ma mantenere una rete di riferimenti affettivi reali, anche se il soggetto tossico farà di tutto per allontanarci dalle persone a noi funzionali. Sarà anche importante affidarsi a professionisti competenti (psicologi, avvocati, forze dell’ordine o associazioni di volontariato) in base al tipo di situazione. Per quanto riguarda un intervento a livello personale, nei casi in cui si senta una certa fatica e sofferenza nel connettersi con le proprie fragilità, intraprendere un percorso di psicoterapia è vivamente consigliato. Riconoscere di avere per se stessi o verso qualcun altro qualche atteggiamento tossico non significa essere una brutta persona, ma apre la strada alla possibilità di lavorare sulle proprie insicurezze e cambiare rotta.
Infine, ricordiamo che per chi volesse approfondire il tema, esistono numerose risorse:
- "Uomini duri. Il lato oscuro della mascolinità" di Maria Giuseppina Pacilli.
- "The Myth of Masculinity" di Joseph Pleck.
- "Psicosociologia del maschilismo" di Chiara Volpato.
- "La genesi del maschile. Modelli culturali di virilità" di David Gilmore.
- Documentario "The mask you live in" (disponibile su Netflix), che offre testimonianze dirette sulla pressione sociale che plasma i ragazzi e gli uomini.