Le percentuali di successo nell'ovodonazione con blastocisti congelata

La procreazione medicalmente assistita (PMA) ha compiuto passi da gigante negli ultimi decenni, trasformando radicalmente le possibilità per le coppie che affrontano sfide nel concepimento. Tra le tecniche più studiate e perfezionate vi è la crioconservazione degli embrioni, una procedura che oggi si rivela sicura ed efficace tanto quanto il trasferimento di embrioni "a fresco". In particolare, quando si parla di ovodonazione e utilizzo di blastocisti congelate, il panorama scientifico offre prospettive incoraggianti, sebbene il percorso sia complesso e influenzato da variabili multiple.

La crioconservazione e l’evoluzione della tecnica

A partire dalla prima procedura conclusasi con una gravidanza, nel 1983, il congelamento degli embrioni è diventato una delle tecniche di procreazione medicalmente assistita più utilizzate. I cicli di fecondazione in vitro e di donazione di ovociti spesso comportano più embrioni di quelli effettivamente necessari per il trasferimento. Con questa metodica, è possibile conservare embrioni non utilizzati per un periodo di tempo indefinito. Quelli ritenuti adatti al congelamento vengono stoccati a temperature prossime ai -200 gradi e immersi nell’azoto liquido.

rappresentazione schematica dell'azoto liquido e stoccaggio criogenico

Oggi il congelamento degli embrioni, ottenuti al termine di una fecondazione in vitro (Ivf) o di un’iniezione intracitoplasmatica degli spermatozoi (Icsi), è diventato una parte fondamentale dei programmi di procreazione medicalmente assistita. Se in passato si riteneva che fosse preferibile l’impianto dell’embrione fresco, i dati oggi disponibili permettono di affermare che non vi sono differenze rilevanti tra le due diverse tecniche. Inoltre, il congelamento degli embrioni non è associato a un incremento del rischio di malformazioni o di complicazioni durante la gravidanza.

La vitrificazione: lo standard d'oro

Esistono due modalità principali per la conservazione: lo slow freezing (congelamento lento) e la vitrificazione. Quest'ultima permette di raggiungere la temperatura di -196 gradi in pochi secondi. Secondo una metanalisi pubblicata nel 2017 sulla rivista Human Reproduction Update, la vitrificazione è la più efficace, in virtù del ridotto numero di cristalli di ghiaccio, potenzialmente in grado di danneggiare l'embrione, che si formano durante il processo.

La blastocisti è lo stadio embrionale iniziale raggiunto intorno ai 5-6 giorni dal concepimento. È caratterizzata da un altissimo numero di cellule e da una maggiore predisposizione all’impianto in utero. Non tutti gli embrioni che vengono formati riescono a superare le prime fasi di sviluppo e a raggiungere lo stadio di blastocisti (solo il 35%), per cui lungo questo percorso avviene una selezione naturale in favore degli embrioni più forti. Tutti questi motivi permettono un aumento delle percentuali di successo di gravidanza, che salgono al 56% rispetto al 30-35% degli embrioni di 2 o 3 giorni.

confronto visivo tra embrione al 3° giorno e blastocisti al 5° giorno

Fattori che influenzano le probabilità di successo

Il successo in un trattamento di PMA non è mai garantito al primo colpo, poiché la specie umana ha una bassa efficienza riproduttiva. Tuttavia, per comprendere le percentuali di successo nelle blastocisti congelate, bisogna considerare diversi parametri:

  1. Qualità del laboratorio: Un bravo embriologo, con esperienza specifica nelle blastocisti, è fondamentale per garantire la sopravvivenza al momento dello scongelamento.
  2. Età della donna: Dopo i 35 anni, la fertilità femminile subisce un calo significativo e fisiologico, legato alla riduzione del numero e della qualità degli ovociti.
  3. Tecniche avanzate: Se si esegue un’indagine genetica preimpianto e si selezionano solo le blastocisti cromosomicamente sane, il tasso di successo può salire anche fino al 70% con un unico impianto.

L’impatto del tempo di stoccaggio

Un aspetto spesso dibattuto è se il tempo di conservazione influenzi l'esito. Analizzando il tasso di successo delle procedure di reimpianto realizzate su 24.700 donne, i ricercatori dello Shanghai Ninth People's Hospital hanno osservato che maggiore era l'intervallo tra la vitrificazione e il trasferimento in utero, minori erano le chance di successo. Le procedure completate entro tre mesi hanno fatto registrare una gravidanza nel 56% dei casi, mentre tra i 12 e i 24 mesi il dato si attestava intorno al 26%. Ciò suggerisce che, pur rimanendo la tecnica sicura, il tempo di stoccaggio dovrebbe essere integrato tra le variabili da considerare per stimare i tassi di successo.

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Considerazioni cliniche e psicologiche

Il percorso di procreazione medicalmente assistita richiede una personalizzazione della stimolazione ovarica, al fine di massimizzare il recupero ovocitario e ottimizzare la preparazione dell’endometrio. Crioconservare gli embrioni e posticipare il trasferimento in un ciclo preparato "ad hoc" può aumentare il tasso di successo, poiché la stimolazione per il recupero degli ovociti può talvolta disturbare la recettività endometriale.

È importante ricordare che la probabilità di successo aumenta effettuando più tentativi, ovvero più trasferimenti embrionari. La fecondazione in vitro ha una percentuale di successo al primo tentativo mediamente del 38,2%, che aumenta fino a quasi l’80% al terzo tentativo.

Verso una consapevolezza informata

Nella scelta di intraprendere questo percorso, è necessario affidarsi a centri per la fertilità qualificati che utilizzino tecnologie all'avanguardia. Sebbene l'ansia sia una compagna frequente per le coppie che attendono il trasferimento di blastocisti congelate, la scienza offre rassicurazioni importanti sulla salute del nascituro e sull'equivalenza delle probabilità di attecchimento rispetto agli embrioni freschi, una volta superato il "gradino" tecnico dello scongelamento. La dedizione dei centri nella selezione delle blastocisti e nel monitoraggio continuo della qualità embrionale rappresenta il pilastro su cui poggiano le speranze di molte famiglie.

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