Il Parto Nelle Ere Antiche: Un Viaggio Tra Sfide, Tradizioni e Le Prime Luci della Conoscenza

Il momento della nascita è da sempre un evento cardine dell'esperienza umana, un passaggio intriso di speranza e pericoli, che ha plasmato le culture e le società fin dagli albori dell'umanità. Sebbene oggi il parto sia oggetto di studi medici avanzati e di protocolli ospedalieri consolidati, per la maggior parte della storia umana è stato un processo gestito in modi molto diversi, spesso basati su conoscenze empiriche, credenze popolari e una profonda consapevolezza dei rischi. La storia del parto, in particolare nelle epoche che precedono l'era moderna, è un affascinante mosaico di pratiche che vanno dalle intuizioni più primordiali fino ai primi tentativi di sistematizzazione medica. Questo viaggio attraverso le ere antiche e medievali ci rivela non solo l'evoluzione delle tecniche, ma anche il profondo impatto delle condizioni sociali, religiose e culturali sull'esperienza della maternità.

Donna neanderthal in fase di parto

Le Radici Profonde del Parto: Indagini sul Genere Homo e l'Età del Bronzo e del Ferro

Comprendere come avvenisse il parto nelle fasi più remote della storia umana, come il Paleolitico o il Neolitico, è un compito arduo. Le ossa del bacino, fondamentali per tali studi, sono molto fragili e non resistono facilmente allo scorrere del tempo, rendendo i reperti esigui e frammentati. Tuttavia, i ricercatori hanno affrontato questa sfida simulando al computer i pezzi mancanti e confrontando le loro ricostruzioni con reperti di genere Homo più recenti e con un campione di oltre cento donne viventi, permettendo di ottenere preziosi spunti sulle modalità di nascita di specie estinte. A quanto pare, partorire con difficoltà e dolore è una prerogativa delle femmine del genere Homo.

Studi approfonditi hanno rivelato che l'ampiezza del canale del parto dei Neanderthal, per esempio, era simile a quella tipica dei Sapiens Sapiens, cioè delle donne contemporanee. Tuttavia, i ricercatori statunitensi hanno osservato che tra i neandertaliani non vi erano differenze di genere nelle ossa del bacino - come ci sono invece tra uomini e donne moderni - e che in generale le dimensioni del bacino erano più ridotte allora rispetto a oggi. Un'altra differenza significativa risiede nella forma del canale del parto: mentre in una donna moderna l'apertura anteroposteriore è maggiore di quella trasversale, il che richiede che il bambino nasca di fianco, nelle femmine di Neanderthal l'apertura trasversale era quella più ampia. Il motivo di questa differenza non è ancora del tutto chiaro, ma una possibile spiegazione è che quando il bisogno di dissipare calore nelle popolazioni che vivevano in Africa centrale ha favorito un bacino più stretto e quando la grandezza del cervello è aumentata nel Pleistocene medio, la selezione naturale ha premiato una soluzione che permettesse di partorire senza necessità di allargare il bacino: un canale del parto con un'apertura di uscita ampia in senso anteroposteriore. Queste scoperte suggeriscono che la posizione eretta, distintiva del genere Homo, abbia profondamente influenzato la meccanica del parto, rendendolo più complesso rispetto agli altri primati, dove il canale del parto è generalmente più grande del feto.

Per quanto riguarda epoche più recenti ma ancora scarsamente documentate, come le Età del Bronzo e del Ferro in Europa, la conoscenza sulla maternità e sulle pratiche di cura dei bambini è stata a lungo basata su supposizioni. In Europa, vi è una quantità considerevole di discussioni politiche in corso sul modo migliore per supportare le carriere delle madri che lavorano, fornendo nel frattempo la cura sostitutiva ottimale per neonati e bambini. In tali dibattiti, discorsi naïve sul parto «preistorico» e «naturale» sono spesso usati in modo improprio come argomentazioni politiche. Il progetto VAMOS (The value of mothers to society: responses to motherhood and child rearing practices in prehistoric Europe), finanziato da una sovvenzione del Consiglio europeo della ricerca e guidato dalla ricercatrice principale Rebay-Salisbury, sta fornendo risposte basate sull'evidenza a molte domande aperte.

Con il suo team e il supporto di una vasta rete di ricercatori in tutta Europa, Rebay-Salisbury si è avvalsa di metodi analitici d’avanguardia. Ad esempio, il team ha applicato l’analisi dei residui organici a biberon preistorici rinvenuti nelle tombe dei bambini, producendo la prima evidenza in assoluto dell’uso del latte animale dei ruminanti come latte sostitutivo per l’allattamento. I ricercatori hanno analizzato i peptidi nello smalto dentale dei bambini per stabilire il sesso di neonati e bambini sepolti, stabilendo se esisteva una preferenza della società nei confronti di maschi e femmine. In un altro caso, il team ha applicato l’analisi del DNA mitocondriale per verificare se madri e bambini sepolti insieme erano biologicamente imparentati, ed è emerso che non tutti lo erano. Inoltre, hanno applicato l’analisi isotopica dello stronzio per sapere se le donne avevano cambiato residenza dopo il matrimonio. Da un punto di vista metodologico, VAMOS fornisce evidenza che gli eventi della gravidanza e del parto possono lasciare tracce nello scheletro femminile. L’interpretazione delle caratteristiche pelviche è stata molto più complessa di quanto inizialmente previsto, ma alla fine il team l’ha condotta con successo. Una parte del team ha continuato a registrare i cambiamenti pelvici nelle collezioni archeologiche, ma anche nelle collezioni anatomiche storiche per cui è noto il numero di nascite per donna. Ora stanno studiando i cambiamenti pelvici nelle scansioni TC del bacino delle donne moderne per modellare e spiegare i fattori di fondo, un approccio che non era stato assolutamente immaginato all’inizio del progetto e che si è rivelato invece fondamentale per la ricerca. Siamo adesso in grado di collegare fattori quali l’età, il peso corporeo e il numero di bambini con l’espressione di specifiche caratteristiche pelviche.

Cosa Facevano i MEDICI alle REGINE durante il Parto nel Medioevo? Pratiche che le UCCIDEVANO

Il Parto nell'Antica Roma: Tra Pratiche Consolidate e L'Inizio della Scrittura Medica

Spostandoci in un'epoca in cui le fonti scritte diventano più abbondanti, sebbene ancora frammentarie, possiamo attingere a una conoscenza più dettagliata delle pratiche di parto. La nascita di Gesù, evento celebrato ogni anno dai cristiani di tutto il mondo con rappresentazioni della Natività e festeggiamenti natalizi, è descritta nel Vangelo secondo Luca, dove si legge che Maria "diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nella locanda". Questo racconto biblico, che gli studiosi collocano tra il 6 e il 4 a.C. quando la Giudea e Betlemme facevano parte dell'Impero Romano, manca di dettagli specifici sul parto di Maria, spingendo gli studiosi a cercarli altrove.

L'Impero romano era molto vasto e, sebbene ogni provincia fosse tenuta a rispettare la legge romana, non venivano imposte alle comunità specifiche pratiche culturali o religiose. Di conseguenza, le pratiche del parto e le usanze prenatali potevano differire notevolmente. Prima della nascita, i genitori in attesa potevano adorare divinità diverse od offrire sacrifici differenti a seconda della loro religione.

In questo contesto, le levatrici svolgevano un ruolo centrale nelle nascite in tutto l'Impero romano. Erano persino considerate esperte nel sistema legale romano, sebbene non esistesse una certificazione formale o una supervisione dei medici o delle ostetriche, come spiega Tara Mulder, storica dell’Università della British Columbia. Le levatrici testimoniavano anche nelle dispute pubbliche sulla gravidanza o sulla verginità. Muldelr spiega che le partorienti ebree, come Maria, a causa dell'antisemitismo dell'epoca e delle relative preoccupazioni per la sicurezza della madre e del bambino, avrebbero cercato una levatrice ebrea se la famiglia avesse avuto i soldi sufficienti.

Gran parte di ciò che sanno gli storici di questo periodo proviene dall'arte funeraria e dalle epigrafi, oltre che dalla corrispondenza e dai testi medici dell'epoca. Il Gynaecia, il più completo compendio sul parto dell'epoca, fu scritto dal medico Sorano di Efeso, che raccolse le conoscenze ostetriche esistenti e aggiunse le proprie intuizioni. Queste linee guida descrivono alcune cure prenatali caratterizzate da pratiche igieniche, ma ve ne sono altre che mettevano a rischio sia la madre che il feto. Le indicazioni di Sorano, ad esempio, affermavano che all'ottavo mese di gravidanza le levatrici dovevano aiutare a "rilassare le parti" delle partorienti con "supposte vaginali di grasso d'oca e midollo" e praticare iniezioni di olio d'oliva dolce. Tutte le levatrici svolgevano compiti che includevano l’indirizzare la respirazione e il mantenimento del massimo comfort possibile. Gli scritti di Sorano consigliano che per un "travaglio normale" una levatrice debba avere a portata di mano oggetti come: olio d'oliva, acqua calda, bende e sostanze odorose per rianimare la donna in travaglio. Tuttavia, se qualcosa andava storto durante il travaglio, veniva chiamato un medico, solitamente di sesso maschile. Secondo Mulder, nel momento in cui il medico veniva chiamato, era però probabile che il feto non potesse essere più salvato e il compito del medico fosse solo quello di cercare di preservare la vita della madre.

Sorano di Efeso descriveva anche come esaminare e curare i neonati dopo la nascita, con pratiche che presentano somiglianze con quelle moderne. Per prima cosa si determinava il sesso del bambino, poi si valutava il suo "vigore" in base alla forza dei suoi primi vagiti, quindi si esaminavano gli arti, le articolazioni e l’aspetto generale. Poi il bambino veniva pulito cospargendolo di sale fino (facendo attenzione a evitare gli occhi e la bocca) e sciacquato con acqua tiepida. Morbidi panni di lana avvolgevano il neonato che Sorano raccomandava di adagiare su un materasso incavato ("come un canale"), per evitare che il bambino si rovesciasse, con un cuscino di fieno solido infilato sotto la testa.

Levatrice romana e strumenti da parto

Nonostante queste pratiche e le conoscenze mediche incipienti, il parto nell'antica Roma era estremamente rischioso. La mortalità infantile era elevata in tutto l'antico Impero romano e i bambini ritenuti non sani dalle levatrici e dalle famiglie venivano talvolta abbandonati alla morte o adottati. Si stima che la mortalità materna fosse forse più di 20 volte superiore agli attuali tassi, con picchi che vanno da 500 a 2.000 decessi ogni 100.000 nati vivi. Le carenze di vitamine e minerali erano un problema particolarmente preoccupante e letale per l'epoca. Inoltre, le donne rimanevano incinte e partorivano troppo giovani e troppo frequentemente. Il problema era esacerbato dalla pratica diffusa di utilizzare una balia piuttosto che le madri che allattano al seno i propri figli; anche se è possibile rimanere incinta durante l'allattamento, quando una mamma allatta esclusivamente al seno riduce le possibilità di rimanere incinta perché il corpo può smettere di ovulare durante quel periodo.

Sebbene gli storici abbiano come riferimento il testo di Sorano da Efeso, rimane difficile capire fino a che punto le istruzioni per le migliori pratiche dell'epoca fossero conosciute e ciò che realmente accadeva in molte famiglie dell'Impero romano. La scarsa quantità di corrispondenza dell'epoca, conservatesi a dispetto degli eventi atmosferici, e gli epitaffi antichi dipingono un quadro desolante di quanto fosse rischioso il parto, sia per le madri che per i neonati. Lo descrive anche il libro di Freidin, che sarà pubblicato nella primavera del 2024, il quale si sofferma su una donna data in sposa all'età di 11 anni e morta all'età di 27. Aveva partorito sei figli, ma quando morì ne rimase in vita solo uno.

I Romani avevano apposite sedie da parto, forate sotto per far colare i liquidi (non per far uscire il bambino come si è supposto) e con maniglie per attaccarsi nella spinta. Durante il travaglio, lungo ognuno dei fianchi della partoriente si poggiava una vescica piena di olio caldo. Plinio avverte che nascere con i piedi in avanti è contro natura e generalmente quanti nascono così sono chiamati "Agrippa" (partorito con difficoltà). Un parto cesareo era raro e veniva praticato con un gancio acuminato che estraeva il feto privilegiando la vita della donna su quella del nascituro. Ma c'erano neonati che venivano felicemente alla luce anche col parto cesareo; sembra che la dinastia di Cesare provenisse da un capostipite nato col cesareo, vero o meno che fosse, dimostra che i nati col cesareo potevano campare. Secondo le prescrizioni mediche, l'ostetrica non doveva tenere a lungo lo sguardo sui genitali della donna, ad evitare che per pudore la partoriente si contraesse. La puerpera alle prime contrazioni si lavava le mani e si copriva il capo.

Le teorie sulla concezione nell'antica Roma erano variegate. Secondo Aristotele, l'embrione era il risultato dell'azione dello sperma, o meglio della sua parte dinamica e incorporea, sul sangue mestruale femminile. Lo sperma rappresentava il principio del movimento e della vita: esso infondeva l'anima nella materia inerte del sangue, alla quale era riservato unicamente il compito di nutrire l'embrione. Per Galeno, invece, l'embrione si formava attraverso la fusione del seme maschile e di quello femminile, che erano prodotti dai rispettivi testicoli. Si pensava infatti che le ovaie delle femmine fossero dei 'testicoli' che secernevano un liquido simile allo sperma.

I romani ritenevano possibile la gestazione di sette mesi, mai otto, più frequentemente nove e anche 10 mesi. Sull'impossibilità della nascita all'ottavo mese dissentiva Varrone, e aveva ragione, anche se effettivamente la nascita all'ottavo mese è molto più rara di quella al settimo mese, forse è questa la causa di questa falsa credenza. L'imperatore Adriano aveva giudicato un processo contro una donna che aveva partorito all'undicesimo mese, essendo il marito morto all'inizio della sua gestazione.

Per limitare le nascite, specie nelle classi più elevate, le donne romane usavano pozioni contraccettive ed abortive, con ruta, elleboro e artemisia. Ma dovevano farlo spesso di nascosto, perché anche la decisione sull'aborto spettava al futuro padre che poteva ripudiarle se non era d'accordo. L'imperatore Augusto introdusse leggi che concedevano alle donne che avessero compiuto tre gravidanze, andate o meno a buon fine, di poter scegliere se restare sotto l'autorità maritale o liberarsene. Fu una vera rivoluzione e parecchie donne fecero figli solo per questo, poi il cattolicesimo, non molto favorevole al sesso femminile, tolse questa libertà. Anche la mitologia romana rifletteva le difficoltà del parto: un mito narra di Era che, per impedire la nascita di Eracle, ordinò a Lucina, la Dea del parto, di appollaiarsi a gambe incrociate sull'architrave della porta della stanza di Alcmena. Solo l'astuzia della serva Galati riuscì a liberare la partoriente esclamando la nascita, rompendo l'incantesimo.

Il Parto nel Medioevo: Tra Amore Filiale, Fede e Superstizione

Il Medioevo viene, a livello popolare, tramandato come un periodo buio, soppresso dall’ignoranza e dal predominio di credenze religiose imposte dalla chiesa come dogmi. Una di quelle più diffuse, e che si pensa sia stata tramandata fino al XVIII secolo e poi sradicata dall’Illuminismo, è quella che vede i bambini trattati come degli adulti in miniatura, visti dai genitori solo come una bocca in più da sfamare e braccia utili al lavoro manuale. In realtà, l’arrivo di un figlio in una famiglia medievale era motivo di grande felicità, sia per i nobili, perché significava dare prospettiva alla dinastia, sia per i poveri, perché i figli rappresentavano un aiuto per il sostentamento della famiglia. Nonostante i bambini venissero amati e accuditi anche nel Medioevo, non tutti avevano la fortuna di poter conoscere l’affetto familiare subito dopo la nascita: per estrema povertà o, peggio, perché nati da una relazione adulterina, molti neonati venivano “esposti” sulle ruote dei conventi, gli unici luoghi, ben prima degli orfanotrofi, che accoglievano e curavano i neonati senza fare troppe domande su chi fossero i genitori e perché li avessero abbandonati.

Com’è facile intuire, durante il Medioevo non esistevano i reparti di ginecologia e ostetricia e il luogo più comune per partorire era casa propria. Le donne nobili, o comunque ricche, avevano la possibilità di avere una stanza dedicata esclusivamente al parto, con tutte le accortezze richieste: i mobili avevano gli angoli smussati, vi era un letto morbido, calde coperte e tende che riparavano dalla luce del sole, un camino che riscaldava l’ambiente e l’acqua per poter lavare bambino e madre. Tutti questi dettagli servivano a ricreare, nella mentalità dell’epoca, lo stesso ambiente del grembo materno, in modo da non traumatizzare in modo irreversibile il neonato.

Chi assisteva al parto era principalmente la levatrice, una donna con una certa esperienza sul campo. Fino ad almeno gli anni Sessanta del Novecento le levatrici erano delle dipendenti dello Stato Italiano. Spesso era seguita da un’apprendista che sarebbe diventata una levatrice a sua volta in futuro, e dalle amiche e parenti della partoriente. Nel Medioevo, ma ancora fino a pochi anni fa (basti ricordare l’iconica sequenza di Pane, Amore e Fantasia in cui Marisa Merlini, nelle vesti della levatrice, veniva accompagnata da due partorienti da Vittorio de Sica, l’inimitabile maresciallo Carotenuto), era impensabile che degli uomini, soprattutto se estranei alla famiglia, assistessero al parto. Il medico, quindi un uomo, veniva chiamato solo in casi estremi di vita o di morte, e a volte neanche in quelli, e i casi documentati sono innumerevoli.

Non avendo conoscenze mediche e anatomiche precise, il parto veniva gestito secondo le esperienze personali. Si pensava che dovesse avvenire esattamente dopo venti contrazioni, mentre oggi sappiamo che il travaglio può richiedere anche diverse ore. Se il periodo di travaglio si fosse prolungato, tutta la famiglia si sarebbe adoperata ad aprire e chiudere finestre, ante degli armadi, armadietti, cassetti e addirittura scagliare frecce. Tutte queste azioni, secondo le credenze dell’epoca, simulavano l’apertura dell’utero e dunque aiutavano il neonato a uscire. Per agevolare il parto, la donna doveva stare accovacciata o seduta. Se questo non fosse stato abbastanza, l’ostetrica avrebbe spalmato un unguento nella cavità vaginale della partoriente per stimolare il travaglio. Nel caso il parto fosse particolarmente complicato o addirittura letale per la madre ma non per il bambino, veniva chiamato il medico per effettuare un cesareo e salvare il neonato. Il cesareo, infatti, veniva fatto soltanto quando non era possibile in nessun modo effettuare il parto naturale, in modo da far nascere il bambino e battezzarlo immediatamente dopo.

Scena di parto medievale con levatrici e donna seduta

Appena nato, il neonato veniva lavato con acqua, nelle case più povere, o con latte e vino, nelle case più ricche, e immediatamente fasciato dalle spalle fino ai piedi, una pratica in voga fino agli inizi del XX secolo e poi abbandonata perché non adatta ai neonati, in quanto può portare a malformazioni varie. Subito dopo veniva spalmato del miele sul palato del neonato per stimolarne l’appetito, come consigliava Trotula di Salerno, per poi mettere del sale in vista del battesimo.

Il battesimo era una parte chiave dell’esistenza delle persone nel medioevo, epoca in cui la religiosità regolava in modo ferreo la vita quotidiana. Quando il parto si rivelava difficile e letale per il bambino, dunque non c’era il tempo per andare a chiamare un officiante, la levatrice vantava una speciale delega conferita dai vescovi per poter battezzare il bambino prima che morisse, in modo da assicurargli un posto in paradiso, lontano dalle sofferenze dell’inferno. Per essere sicuri che tutto fosse eseguito al meglio, erano i chierici a insegnare alle levatrici le formule corrette. Se invece il parto andava per il meglio, la madre restava a letto per due o anche tre settimane, per riprendersi dalla fatica. Questo valeva per le donne nobili e ricche; difficilmente una popolana poteva contare sull’aiuto di qualcuno per mantenere la famiglia. Il bambino veniva portato in chiesa dalla famiglia, dove veniva battezzato e così accolto nella comunità e strettamente legato ai padrini. I padrini erano una figura cardine nella socialità dell’epoca. Si tentava di legarsi a famiglie di ceto più elevato del figlioccio, potevano essere in tre, di sesso misto, e dovevano essere degli estranei della famiglia più stretta, in modo da legare più famiglie insieme. Il compito principale dei padrini era quello di insegnare le preghiere ai propri figliocci: la cerimonia del battesimo non poteva avere luogo se prima i padrini non avessero recitato al prete le preghiere che avrebbero insegnato al bambino. La pratica in sé del battesimo rappresentava un trauma per il neonato, strappato dal seno materno per essere portato in un luogo freddo ed essere immerso in una vasca d’acqua, che in inverno era inevitabilmente ghiacciata.

In epoca medievale si iniziò a legare ogni aspetto della vita quotidiana ad un santo, come sarà poi in epoca successiva, la cui vita si era distinta per la fede in Dio fino alla morte e associata a un particolare aspetto della vita. Anche il parto aveva le sue protettrici: Sant’Anna, la madre di Maria, i santi Giulitta e Quirico e santa Margherita d’Antiochia. Secondo l’agiografia ufficiale, Giulitta era una nobile vedova di Iconio, in Turchia, e si stava dirigendo a Tarso in fuga dalle persecuzioni di Diocleziano. Quirico era il figlioletto di tre anni. Nel 304 furono arrestati e condannati durante le persecuzioni contro i cristiani; la punizione di Giulitta fu quella di essere torturata per ammettere la propria fede. La conseguenza fu di vedere il figlio gettato dagli scalini del tribunale, dopo aver dichiarato la propria fede, e in seguito la madre venne giustiziata. Julitta e Quiricus rappresentavano dunque la santità del rapporto madre-figlio, e le loro figure erano ricamate sui corsetti utilizzati appositamente durante la gravidanza, augurando alla madre un rapporto sano e consacrato come quello dei due santi.

Un’altra martire venerata era Margherita d’Antiochia, patrona delle partorienti, vissuta nel III secolo. Dopo la morte della madre venne cresciuta da una balia, che la educò con i valori della religione cristiana. Alcuni anni più tardi, tornò a casa del padre, sacerdote pagano, che la cacciò via quando scoprì la sua fede religiosa. Tornò dalla balia, per la quale faceva pascolare il gregge. Un giorno, fu notata dal prefetto Ollario, che tentò di sedurla. Margherita però aveva deciso di consacrare la propria verginità a Dio, e respinse il prefetto, dichiarando la propria fede. Il seduttore offeso la denunciò come cristiana e la fece imprigionare. In cella Margherita ricevette una visita dal demonio, il quale si trasformò in un drago e la inghiottì. Ma la ragazza, armata della croce, riuscì a squarciare il ventre del drago e uscire indenne. Venne comunque condannata a morte per decapitazione pochi giorni dopo, all’età di quindici anni. Proprio a seguito dell’episodio del drago, veniva invocata affinché il parto fosse semplice e rapido.

Cosa Facevano i MEDICI alle REGINE durante il Parto nel Medioevo? Pratiche che le UCCIDEVANO

Credenze, Contraccezione e la Nascita in un Mondo Pre-Scientifico

Il parto, nel Medioevo ma come in tantissimi altri periodi storici, era legato a credenze e superstizioni. Al giorno d’oggi sappiamo che la pulizia e la sterilizzazione degli strumenti durante un momento così delicato come un parto o un’operazione chirurgica sono i fattori principali per la buona riuscita degli stessi. Tuttavia, a quei tempi, l’igiene era una nozione primitiva. Il cordone ombelicale veniva tagliato immediatamente e bruciato, non tanto per motivi igienici come oggi, quanto perché rappresentava l’atto peccaminoso dietro il parto: il coito. Gli strumenti utilizzati erano spesso forieri di batteri e non era raro che la mamma e il bambino soffrissero di infezioni subito dopo il parto, se non addirittura di malattie letali. Un altro motivo di infezione era la mancata rimozione della placenta dal corpo della madre. La placenta era pericolosa anche per la levatrice: no, non infettava direttamente la donna che aiutava la partoriente, ma nel caso la mamma o il bambino si fossero ammalati o, peggio, trovassero la morte, la levatrice poteva esser accusata di aver praticato un maleficio utilizzando la placenta. Dopo il parto la donna non poteva recarsi in chiesa per diverso tempo; quest’usanza deriva direttamente dalla tradizione ebraica, secondo la quale le donne impure, come le partorienti, non potevano frequentare i luoghi sacri.

Oggi la prima avvisaglia di una possibile gravidanza è un ritardo nel ciclo mestruale delle donne. Nel Medioevo, però, le donne soprattutto delle classi più basse non avevano un ciclo regolare, essendo normale a causa di malnutrizione e malattie veder saltare il ciclo per diversi mesi, e dunque scoprivano di essere incinte non prima del quinto mese, quando l’addome comincia a gonfiare. Inoltre, l’anatomia era ancora una scienza sconosciuta - si dovrà aspettare Leonardo da Vinci e i suoi controversi studi sui cadaveri - e di conseguenza la conoscenza del corpo umano era approssimativa. Basandosi soltanto sull’estetica, la donna era identica all’uomo tranne negli organi genitali, che all’epoca si pensava fossero gli stessi dell’uomo ma sviluppati all’interno del corpo.

Ora come allora, la Chiesa vietava qualsiasi forma di aborto, nonostante ci fossero pratiche già ben consolidate sin dall’antichità, in quanto si pensava che si trattasse a tutti gli effetti di infanticidio. Tempi diversi, stessi dubbi morali, ma ciò non significa che non venisse praticato. Chi ricorreva più spesso all’aborto erano le prostitute, in quanto per loro avere un figlio significava smettere di lavorare e rischiare di morire di fame. Ma non erano le sole. Anche le donne ricche e nobili spesso ricorrevano all’aborto, perché, banalmente, erano le uniche che potevano permetterselo economicamente. Le donne, per ragioni più che note, dovevano arrivare vergini al matrimonio e, in caso di relazione adulterina, era meglio far sparire tutto piuttosto che farsi ripudiare dal marito.

Nonostante il coito fosse accettato dalla società solo per la necessaria procreazione dei figli, ciò non toglie che la gente avesse costumi più libertini e spregiudicati. Esistevano già dei metodi contraccettivi primordiali. Paradossalmente, conosciamo queste pratiche dagli scritti dei chierici perché erano le uniche persone in grado di saper leggere e scrivere. Basta leggere i testi di Avicenna o, in modo ludico, le Canterbury Tales di Geoffrey Chauser.

Andando nel dettaglio della contraccezione, uno dei metodi più diffusi era la spugna contraccettiva, che veniva inserita nella vagina con lo scopo di assorbire lo sperma e ucciderlo con un miscuglio di burro e miele. Si usavano molto le erbe, come l’artemisia, il pepe, il lupino, la peonia, la liquirizia, il melograno e il cipresso. Grazie alla loro diffusione capillare sul territorio erano le preferite dalle donne, senza sapere che in grande quantità alcune di queste piante sono letali. Il metodo preferito, per la facilità d’impiego e per la presunta efficacia, era il coitus interruptus, ovvero l’interruzione del rapporto prima dell’eiaculazione maschile. Oltre a questa pratica, scelta per l’immediatezza e presunta efficacia, c’erano anche varie indicazioni da seguire durante il rapporto per evitare una gravidanza indesiderata: bastava per esempio farlo solo in alcune posizioni, oppure, se il rapporto fosse stato tradizionale, la donna avrebbe dovuto saltare o urinare subito dopo per espellere lo sperma dal proprio corpo, oppure lavare accuratamente la cavità vaginale, fatti poi nell’Ottocento con il mercurio.

Non potevano certo mancare rimedi magici e superstiziosi: si pensava infatti che la pelle di mulo appesa sopra il giaciglio dei due amanti fosse più che sufficiente per evitare una gravidanza, così come si usava portare i testicoli di donnola attaccati alle cosce, o anche usare il ditale da cucito. In Germania gli anticoncezionali erano ancora più variegati: bastava sdraiarsi su tante dita quanti erano gli anni desiderati senza gravidanze, per le meno schizzinose bastava sputare tre volte nella bocca di una rana, oppure andare sulla tomba di una sorella deceduta, ammesso di averne una, e urlare per tre volte di non avere figli.

Le Posizioni del Parto: Un Ritorno alle Origini

Le donne partoriscono dalla notte dei tempi e solo negli ultimi 4 secoli il parto è diventato oggetto di studi medici ed ospedalizzato. Nelle culture primitive le donne partorivano in piedi, appoggiate a una persona o a un bastone. Questa posizione si fonda sulla convinzione che il peso del feto fa la sua discesa con il favore della gravità. La posizione accovacciata era diffusa in molte culture, dai Maya, alle culture africane e asiatiche. Questo ci fa supporre che, un tempo, le donne partorissero quasi sempre in posizione verticale. La posizione distesa nasce verso la fine del Medioevo quando, le donne ricche rifiutavano di partorire allo stesso modo di quelle delle classi povere e decisero di farlo comodamente sdraiate nei loro letti. Nel 1600 venne così inventato il forcipe che divenne presto un’abitudine in ogni parto e non, come si usa oggi, uno strumento da adottare solo in casi eccezionali. Solo negli ultimi anni si sta tornando all’antica posizione accovacciata, tutti i vecchi letti ospedalieri sono stati sostituiti dai moderni letti da parto che permettono di mantenere una posizione quasi verticale. Gli studi hanno dimostrato che partorire in posizione verticale aumenta la velocità del travaglio favorendo l’ingresso del bambino nel canale del parto, riaffermando una saggezza antica che la modernità sta riscoprendo.

Evoluzione delle posizioni del parto

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