Il dialetto veneto, con la sua storia millenaria e la sua vasta diffusione, dovuta in gran parte alla potenza commerciale della Repubblica di Venezia, si rivela un tesoro linguistico di inestimabile valore. Nonostante le alterne fortune, continua a tramandarsi di generazione in generazione, arricchendo la cultura locale con espressioni, modi di dire e vocaboli che spesso celano significati profondi e stratificazioni culturali inattese. Tra questi, spiccano i termini e le locuzioni utilizzati per descrivere eventi naturali e universali come la nascita, i quali, a volte, si discostano notevolmente dal lessico dell'italiano standard, assumendo connotazioni peculiari e affascinanti.
Prima di addentrarci nelle specificità del lessico del parto, è utile richiamare alcune caratteristiche fonetiche e grafiche proprie del dialetto veneto, che ne rendono la comprensione e la trascrizione un'impresa talvolta ardua. È quasi impossibile rendere con i segni dell’alfabeto italiano alcuni suoni distintivi e frequenti, come quello della 'l' intervocalica di parole quali "góndoļa", "paļo" o "buļo". Questo suono, affine a una 'e' chiusa e breve, si fonde talvolta con una 'e' vicina, pur mantenendo la sua identità, distinguendo ad esempio "capèlo" da "capèo" o "tòle" da "tòe'. Per convenzione, si è preferito indicarlo - "capèlo" e "tòle" - lasciando al lettore il compito di coglierne la giusta sfumatura. Allo stesso modo, il segno 's' denota la 's' sorda, o aspra, come in "soldá", mentre 'ș' indica la 's' sonora, o dolce, di "casa". Questo medesimo suono è talvolta rappresentato dalla 'z', come in "zóvene" e "zenòcio", in ossequio a una tradizione di scrittura. La 'x' di "xe" è un altro esempio di conservazione di grafie tradizionali. Infine, gli accenti acuto (’) e grave (‘) non solo distinguono il suono chiuso e aperto delle vocali 'e' e 'o', ma marcano anche l’accento tonico della parola, elementi fondamentali per la corretta pronuncia e interpretazione del dialetto.

Il Lessico del Parto nel Dialetto Veneto: "Comprare un Bambino"
Una delle particolarità più sorprendenti e curiose del dialetto veneto, quando si affronta il tema della nascita, è l'uso del verbo "comprare" per indicare l'atto di partorire. Questa espressione, apparentemente disarmante nella sua semplicità, rivela un universo di sfumature culturali e eufemistiche. Un esempio illuminante ci viene fornito direttamente dalla lingua parlata: "Me fioea ea ga comprà un puteo" significa, in italiano corrente, "mia figlia ha partorito un bambino". Non si tratta di un'allitterazione o di un errore, ma di una metatesi, come quella che trasforma "dentro" in "drento" o "comprare" in "crompà", sebbene in questo contesto il significato sia profondamente alterato rispetto alla sua radice commerciale.
Questa insolita associazione semantica tra l'acquisto e la nascita non è esclusiva del Veneto. Altri dialetti italiani mostrano fenomeni linguistici analoghi, suggerendo una radice culturale comune o una convergenza indipendente di strategie comunicative per affrontare un evento così intimo e significativo.
Radici e Implicazioni di un Linguaggio Eufemistico
La ragione principale dietro l'adozione di un termine come "comprare" per indicare il parto risiede, con ogni probabilità, nella tendenza a evitare un riferimento esplicito alla fisicità dell'atto e al sesso. Molti linguisti e antropologi concordano sul fatto che le culture, di fronte a eventi complessi o ritenuti delicati, sviluppino eufemismi per mitigarne l'impatto o per proteggere l'innocenza, soprattutto dei bambini. È un meccanismo simile a quello che in italiano standard porta a domandare ai più piccoli: "La tua mamma non ti compra un fratellino?", suggerendo che i bambini provengano da un negozio o un grande magazzino, piuttosto che da un processo biologico. Si tratta della versione consumistica della favola della cicogna o del cavolo, un modo per spiegare l'inspiegabile o, meglio, per glissare su ciò che si ritiene inopportuno trattare apertamente.
Questo uso eufemistico non si estende agli animali. Se si usasse l'espressione "comprare" per la nascita di cuccioli, un bambino un po' sveglio ne coglierebbe subito l'inganno, minando la credibilità della finzione. Ciò rafforza l'idea che l'eufemismo sia specificamente calibrato per il contesto umano e la sua sensibilità culturale.

Paralleli Dialettali in Italia
La particolarità linguistica veneta di usare un verbo legato all'acquisto per indicare la nascita trova riscontro in altre regioni d'Italia, a testimonianza di una diffusione più ampia di tale prassi eufemistica. Ad esempio, nel dialetto piemontese si trova l'espressione "a l'ha catà 'n cit", che significa anch'essa "ha partorito un bambino", utilizzando una forma derivata da "comprare" (catà).
Anche nell'Italia meridionale si riscontrano similitudini. In Sicilia e Sardegna, si narra che "i bimbi si compra(va)no". In Lucania, specialmente nella zona Nord-Est, si diceva di una donna incinta che "deve andare a comprare un bambino/bambina", e dopo il lieto evento, si affermava "è andata a comprare…", sottintendendo l'atto del parto. Questi esempi confermano che l'idea di "acquistare" un bambino era un modo diffuso e accettato, nelle tradizioni popolari, per rappresentare la nascita. Questo tipo di espressioni dialettali, pur variando foneticamente e lessicalmente, condividono la stessa logica eufemistica, illustrando la ricchezza e la complessità dei linguaggi regionali italiani.
Contesti d'Uso e Percezioni Sociali
L'uso di "comprare" per "partorire" si inserisce in un contesto sociale in cui la delicatezza e la pudicizia erano valori spesso preminenti. Sebbene oggi la società sia più aperta nel discutere la sessualità e la riproduzione, queste espressioni dialettali persistono come retaggi di un passato in cui l'allusione indiretta era preferita alla descrizione esplicita.
Un aneddoto illuminante proviene dalla comunità italiana in Venezuela, dove si rispecchiava una simile mentalità. Una madre in attesa del secondo figlio si trovò a dover gestire la curiosità del primogenito. Quando una signora le suggerì di dire al bambino che la mamma avrebbe "comprato" un fratellino, la madre scelse invece di spiegare che il fratellino era già nella sua pancia. La "stupíta disapprovazione" nello sguardo della signora evidenziava una formazione culturale ancora molto arretrata, dove il riferimento diretto alla "fisicità del parto e al sesso" era visto come "screanzato", una "colpa" che attentava all'innocenza del figlioletto. Questo episodio dimostra come queste espressioni non fossero solo questioni linguistiche, ma riflettessero un'ipocrita pruderie che modellava la comunicazione tra adulti e bambini riguardo al tema della nascita. Il verbo "embarazada" (incinta in spagnolo) e il sentimento di "imbarazzo" di fronte a tali temi sono in questo senso profondamente collegati.

Confronti con Altre Lingue Romanze e Oltre
Il fenomeno di utilizzare termini con connotazioni diverse per indicare il parto non è esclusivo dei dialetti italiani. Anche altre lingue, pur con sfumature differenti, mostrano meccanismi linguistici interessanti.
Ad esempio, nella lingua francese, il termine "délivrance" è usato per il parto. Tuttavia, come si è notato, la sua origine non è legata all'acquisto, ma piuttosto all'idea di "liberazione" e "sollievo". "Délivrer" significa primariamente liberare, e "le délivre" era il termine per la placenta. Questo suggerisce un'enfasi sul sollievo della madre dopo lo sforzo del parto, piuttosto che su un'idea di acquisizione. Similmente, in friulano si usava "diliberâsi" (liberarsi) con lo stesso significato, accanto al verbo proprio "parturî".
L'inglese, d'altra parte, si serve di un prestito dal linguaggio commerciale, utilizzando "to deliver" ("fornire") per dire "partorire" e "delivery" per "parto". Sebbene "to deliver" abbia un'accezione di "consegnare" o "fornire", che può richiamare il mondo commerciale, non porta con sé la stessa connotazione di "acquisto" presente nel dialetto veneto o piemontese. In inglese, l'azione è più quella di "portare a termine" o "consegnare" un risultato, un prodotto (il bambino), piuttosto che "comprarlo". Questo confronto evidenzia come le diverse culture e lingue attingano a metafore e contesti differenti per descrivere l'evento della nascita, riflettendo le proprie sensibilità e priorità.
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La Saggezza Popolare Veneta tra Gravidanza e Nascita: Uno Sguardo Approfondito
Oltre ai termini specifici per "partorire", il dialetto e la tradizione popolare veneta sono ricchi di credenze, detti e proverbi che circondano la gravidanza, il parto e la cura dei neonati, offrendo uno spaccato affascinante di un sapere antico, basato sull'esperienza e tramandato oralmente. Queste pratiche, spesso prive di fondamento scientifico, riflettevano la necessità di regolarsi e trovare risposte in assenza delle conoscenze mediche odierne. Tutto è tratto da un libretto del 1878 di G.B. Bernoni della Filippi editore di Venezia, tradotto e sintetizzato in italiano.
I Segni della Gravidanza e le Credenze sulla Gestazione (La "Graviansa")
La gravidanza, o "graviansa", era un periodo denso di osservazioni e precauzioni, spesso legate ai cicli lunari. Si credeva che le donne concepissero nei periodi di luna crescente, calante o piena. I segni tradizionali includevano "afano de stomago" (voglia di vomitare), "giramenti de testa" (capogiri), mancanza di appetito e "acqua morta in bocca" (salivazione eccessiva). Si riconosceva, tuttavia, che non tutte le gravidanze erano uguali, e i disturbi potevano variare.
Una credenza diffusa riguardava le "voglie" della gestante: se una donna incinta desiderava ardentemente qualcosa da mangiare, bisognava almeno fargliela assaggiare. Si riteneva che nei primi quattro mesi il rischio di aborto fosse legato a una "voglia" non soddisfatta, e dopo i quattro mesi, la "voglia" non appagata si sarebbe trasferita alla creatura. Era sconsigliato che la gestante si mettesse la mano in viso, per non lasciare alla creatura un "segno della voglia". Un altro divieto era indossare un "asse al colo" (catenella o pendaglio attorno al collo), per evitare il rischio che il cordone ombelicale potesse strozzare il bambino alla nascita.

Alimentazione e Impatto sul Nasituro
L'alimentazione della madre aveva un ruolo cruciale nella credenza popolare. Si diceva che il cibo della sera fosse per la creatura, e quello del giorno per la madre. Di conseguenza, alla sera la madre doveva mangiare poco, altrimenti il bambino sarebbe nato "massa grando" (molto grosso). Un'altra precauzione riguardava la presenza della gestante ad altri parti: non poteva assistere alla nascita di un'altra donna, altrimenti sarebbe stata "spinta" a partorire anche lei.
Quando dormiva, la gestante doveva stare dalla parte dove la sua creatura "fa el sò letesin" (si trovava il bambino) e non doveva accavallare le gambe stando seduta, per evitare il rischio che il bambino "pol mancar el respiro" (potesse soffocarsi). Per favorire la nascita di un "bel bambino", era usanza tenere sempre sotto gli occhi una bella immagine di un altro bel bambino.
Determinare il Sesso del Nasituro: Vecchi Segnali e Tradizioni
La curiosità sul sesso del nascituro era appagata da una serie di osservazioni. Si credeva che il bambino si facesse sentire dopo 40 giorni, mentre la bambina dopo 4 o 5 mesi. Un maschio avrebbe causato più "afano de stomago" (sforzi di vomito). Se la gestante desiderava "robe garbe" (cibi aspri come i limoni), si aspettava un maschio; se invece preferiva radicchio, erbe, frutti e "robe strambe", si prevedeva una femmina.
Dopo i primi mesi, un maschio avrebbe infuso alla madre voglia di lavorare ed essere sempre attiva, mentre una femmina avrebbe portato fiacca e gran sfinimento. Un bambino maschio sarebbe rimasto quasi sempre fermo, mentre una bambina si sarebbe mossa quasi ininterrottamente. La pancia, se era un maschio, avrebbe avuto "el corpo tondo"; se una femmina, "lo fa impontìo" (a punta). Per i maschi, il seno della madre rimaneva normale, per le femmine aumentava di una o due misure. Infine, si credeva che la "femena fa orinar spesso", mentre "el mas-cio fa vegnir sangue da naso". Si diceva che un maschio "risana la madre", mentre una femmina non favoriva il miglioramento della donna in caso di malanni.
Dalla Gestazione al Parto: Credenze e Rituali Antichi
I primi due mesi di gravidanza erano indicati da più voglia di vomitare, più gonfiore del corpo, più aumento di peso; "e più tuto" significava una maggiore possibilità di gemelli. La gestazione era suddivisa in tre stadi: nei primi tre mesi "se unisse el sangue", nei successivi tre "se unisse i ossettini" e per ultimo "ea carne". La creatura riposava nella parte bassa della pancia nei primi tre mesi, "andava in alto" nei successivi tre, e si abbassava di nuovo negli ultimi tre.
Tra i detti e proverbi più significativi vi erano: "Sangue da naso fio mas-cio" (sangue dal naso indica un figlio maschio) e "Co’ dol ‘na gamba, la puta no manca" (quando fa male una gamba, la femmina non manca). Si credeva anche che se una gestante accusava spesso bruciori di stomaco, la creatura sarebbe nata con tanti capelli.
Il parto, in generale, non avveniva "quando c’é assenza di luna". Per prevedere se sarebbe stato doloroso o meno, si utilizzava la "rosa della Madonna" (un fiore simile a una pigna con un lungo gambo): la si metteva in un bicchiere di acqua santa davanti a un'immagine della Madonna. Se la rosa "se verse ben" (si apriva bene), il parto non sarebbe stato doloroso; altrimenti, "ghe vol i feri" (ci volevano gli strumenti, implicando un parto difficile o con intervento medico). In caso di ritardo nel parto, si somministrava acqua di semi di cedro e olio di semi, o camomilla sempre con l'olio, il tutto servito "molto calda".

Il Post-Parto e la Cura della Puerpera e del Neonato
Dopo il parto, la nuova madre veniva messa a letto con un regime alimentare molto leggero, consistente in pangrattato, olio d'oliva e cannella. La mattina seguente, la colazione prevedeva olio di ricino, mentre il pranzo era un po' di pane in brodo. Solo dopo tre giorni si potevano introdurre risi ben cotti, ma senza formaggio, o pane e brodo con il tuorlo d'uovo. Per bere, si raccomandava "acqua brusada" (acqua bollita con pane bruciato dentro la caraffa). Dopo otto giorni, la mamma poteva mangiare di tutto, eccetto polenta, anguilla, maiale, fagioli e soffritto di cipolla. Si avvertiva di non dare ascolto a chi consigliava: "fora un puteo dentro un vedeo" (fuori un bambino, dentro un altro).
Per scacciare il demone della "Pagana", che si credeva potesse soffocare il bambino nel suo lettino, si usava mettere due coltelli in croce e un lumino nella stanza della puerpera. La mamma poteva alzarsi dal letto dopo quattro o otto giorni, e altrettanto tempo era necessario prima di potersi lavare il viso e le mani come di solito. Per i primi 40 giorni, era fondamentale evitare colpi d'aria e non "ciapa nissuna bile" (non arrabbiarsi).

Un capitolo a parte meritavano gli odori: erano vietati aglio, soffritto di cipolla, candela appena spenta, odore di pipa o sigaro, e odore di pezze bruciate. Si credeva che se la puerpera sentiva brutti odori, le prendeva un groppo in gola e un forte mal di testa. L'unico rimedio contro questa "malattia" era l'odore dei piedi di un uomo: si prendeva la calza appena tolta dai piedi, magari "cò tanta spussa", e la si metteva nel seno della donna o nella gola, poiché "La spussa dei pie impedisse che l’odor cativo ghe fassa mal". Anche l'aceto era considerato benefico contro i cattivi odori. Come cibo, si offriva pane grattugiato con olio di semi, pane con cumino e camomilla. Da questi cattivi odori poteva derivare anche il mal di petto; per evitarlo, si metteva una fetta di pane cotto a legna inzuppata d'acqua sul petto. Se dopo il parto la donna si ritrovava "gonfia", si strofinava strutto su tutto il corpo.
La "Fossa Verta" e il Destino
Per quaranta giorni, la puerpera era considerata con "la fossa verta" (la fossa aperta), a significare la sua vulnerabilità. Si credeva che se moriva entro la quarantena, era protetta dalla Madonna, ma dopo era "destino". Proverbi come "Ano bisestil more ea mare o ‘l fantolin" riflettevano le paure legate a periodi specifici. Quando la puerpera andava a far visite in un'altra casa, doveva prima passare in chiesa, altrimenti avrebbe "portato jella". Un detto crudele affermava: "La dona che no fa i fioi sé un albero mato e Dio dise che l’albero che no fa fruta se deve tagiar e butar in fogo" (la donna che non fa figli è un albero matto e Dio dice che l'albero che non fa frutto si deve tagliare e buttare nel fuoco).
Il numero di figli era un'altra preoccupazione. La comare diceva che "se il cordone ombelicale ha tanti nodi tanti saranno i figli". Inoltre, se il primo figlio aveva "el coìn" (un significato non specificato ma presumibilmente un segno distintivo), ne sarebbero nati sicuramente altri, secondo il detto: "coìn ciama fradeìn". Il genere del bambino, infine, era legato al matrimonio del padre: se il padre era più propenso al matrimonio, sarebbe nata una femmina, altrimenti il contrario.
L'Allattamento: Pratiche e Superstizioni per il Nutrimento del Bambino
L'allattamento era un momento cruciale e anch'esso circondato da credenze. "Co’ a boca no bate i peti no fa late" (se non mangi, non puoi produrre molto latte per il tuo bambino) era un proverbio che sottolineava l'importanza dell'alimentazione materna. Per avere un buon flusso di latte ("perché el peto gabia da venarse"), la madre doveva mangiare di tutto e, all'occorrenza, spalmare dello strutto sul seno e mettervi un rametto di menta. Se il latte stentava a venire ("el peto se musso"), si dovevano mettere i seni sotto il vapore di un catino d'acqua bollente. Quando il latte era abbondante, non bisognava mai gettarlo per terra, ma nel fuoco o in "un condoto", per non perderne l'abbondanza in futuro.
Si credeva che quando una mamma era lontana dal suo bambino e sentiva il latte sgorgare dal seno, in quel momento la sua creatura "ea se drìo sbregarse dal pianser" (stava piangendo). Per aiutare la mamma che faticava ad allattare, la si invitava a fare pipì, affinché "el riscaldo va via e no va al bambin".
Per far andare via il latte, si usavano metodi curiosi: mettere un cavalluccio marino "a muso in soso" (a testa in giù) in mezzo ai seni, o prezzemolo in entrambi i seni, o foglie di verza. Un altro sistema prevedeva di bere a digiuno un po' d'acqua e menta.
I Primi Giorni di Vita del Bambino: Tradizioni e Presagi
I bambini appena nati venivano lavati con acqua tiepida e un po' d'aceto usando una spugnetta. Per far sì che "abbia da parlar ben", si tagliava "el fileto". Un tempo "se stava anca oto giorni prima de saver che oci i gavesse" (si aspettavano anche otto giorni prima di sapere che occhi avessero), ma oggi i bambini nascono con gli occhi aperti, e si dice che "nascono con giudizio". Se nascevano con la "camiseta" (un velo sottile che ricopre la creatura), erano considerati bambini fortunati; si usava prenderla, ripiegarla e metterla sul petto come portafortuna. Se il bambino era sano, "el bonigolo ghe casca dopo 3 o 4 giorni, se nol se san anca dopo 8 o più" (l'ombelico cade dopo 3 o 4 giorni, se non è sano anche dopo 8 o più).

I proverbi e detti sui neonati includevano "Venere curto termine" (i bambini che nascono di venerdì muoiono presto, e se non muoiono non si maritano e se si maritano non avranno figli). Nascere il 13 del mese, "punto de Giuda", era un brutto augurio. Il giorno più fortunato per nascere era il sabato, giorno della Madonna. Si diceva che "quei che stenta da nasser i stenta anca da morir" (quelli che stentano a nascere stentano anche a morire). I bambini nati senza la presenza della comare nascevano "per dispeto" e "i vien su cativi" (crescono cattivi).
Il Battesimo e le "Strighe"
Dopo i primi tre o quattro giorni dalla nascita, si mettevano ai piedi del letto del bambino delle medaglie d'argento o qualcosa di sacro per tenere lontane le "strighe" (streghe). Si lasciavano i bambini almeno due o tre ore senza assaggiare latte altrimenti "i nasse compiegassi" (nascevano con pieghe). Dopo i quaranta giorni, se dopo aver poppato avevano ancora fame, si poteva dare loro del pane bollito con l'aggiunta di burro (o olio), per continuare per molti altri mesi. Si ribadiva che "il latte fa sempre bene" e si poteva continuare a darlo finché i bambini lo volevano, smentendo chi diceva: "Più late i magna e più suconi i diventa" (più latte mangiano e più diventano 'suconi' - intontiti).
Educazione e Cura dei Bambini: Consigli e Divieti
Era usanza tenere fasciati i bambini anche per due o tre mesi. Il "pisso se san par i fioi e el li fortifica ma no bisogna assarli bagnai sinò i se rosega" (la pipì fa bene ai figli e li fortifica, ma non bisogna lasciarli bagnati altrimenti si irritano). Si consigliava: "Penini caldi e peto coverto ma culo al fresco", intendendo che non bisognava trattare con troppa delicatezza i bambini, altrimenti non sarebbero cresciuti forti.
Si credeva che quando i bambini dormivano, bisognava lasciarli dormire anche "in boca a un can", perché il sonno "li nutrisse". Il movimento faceva bene ai bambini: "quando li strapazzi loro si arrabbiano ma se smetti fanno a vedere che a loro piace quindi continuate a strapazzarli". Lavare i bambini con l'acqua salata li faceva bene e li rendeva forti.
C'erano anche molti divieti: non bisognava mai mettere i bambini davanti allo specchio, altrimenti "prendono paura". Non bisognava mai dire ai propri bambini che avevano i vermi e non gli si faceva il solletico, altrimenti "i pol restarghe" (potrebbero rimanere affetti). Ai bambini entro un anno non si tagliavano le unghie (perché non diventassero ladri); questo si poteva fare solo con i denti dopo il primo anno di vita, tenendo in mano una moneta. Il singhiozzo "fa cresser el coresin" (fa crescere il cuoricino) e piangere "fa bei oci e bee spae, purga el serveo e fa bona digestion".
Non bisognava baciare i bambini, altrimenti "i ghe se supega el sangue" (gli succhiano il sangue). Non baciarli mai sulla fronte, perché era "il bacio di Giuda", e mai sulla nuca, altrimenti per quel giorno non avrebbero dormito. Perché non diventassero strabici, bisognava sempre guardarli "per el so drito" (dritto negli occhi). Mai metterli davanti a uno specchio, altrimenti potevano prendere paura e "rimanere strabici di colpo". I bambini con polsi, ginocchia, caviglie e testa grandi erano considerati rachitici.
Segnali di Rischio e Predizioni sul Futuro dei Bambini
Alcune credenze riguardavano la sopravvivenza e il destino dei bambini. "In sete e in nove lune i bambini vive e in oto gnente" (a sette e nove mesi i bambini vivono, a otto niente), indicando la vulnerabilità dei nati all'ottavo mese. I bambini che facevano presto i denti, si credeva, morivano presto; e se facevano prima i denti "sora" (superiori), non avrebbero avuto una vita semplice. Quando la fontanella alla testa si chiudeva presto, avevano poche possibilità di vivere, come anche i bambini "troppo buoni", perché "co’ i se boni Dio li tol" (quando sono buoni Dio li prende).
I bambini rossi in viso non erano considerati sani ("pomo rosso no se bon"), e quelli troppo grassi non stavano bene. Quando guardavano troppo verso l'alto, significava che "guardavano gli angeli" e sarebbero morti presto; e quando avevano il desiderio di andare sempre in terra, era segno che "amavano la terra" e sarebbero morti. I bambini nati "sul crescere della luna" "vien su bei" e alti, mentre quelli nati "al calare della luna" stentavano a crescere e "i vien su scarseti" (crescevano piccoli). Quando un bambino cominciava a riconoscere sua madre, alla madre sarebbero caduti tanti capelli: questo era il segno.
Consigli e Credenze Varie per la Salute del Bambino
Per i pidocchi, si credeva che quando si vedeva il primo sul bambino, bisognava ucciderlo con l'unghia del pollice dentro un secchio di rame, affinché il bambino diventasse un buon cantante. I bambini, si diceva, assomigliavano più alla madre, le bambine al padre. Gli anni funesti per i bambini erano quelli bisestili.

La Diagnosi e la Prevenzione delle Malattie Secondo la Tradizione
La saggezza popolare veneta includeva anche metodi rudimentali per diagnosticare e prevenire le malattie. Quando i capelli "stanno ritti per aria", gli occhi "i se turbi e sbatùi" e le unghie si facevano più rosee del solito, questi erano i primi sintomi di uno che stava poco bene. Anche la "vera d’oro" (vena d'oro, forse un anello o gioiello) "lassa el nero" (lascia il nero), e i ferri che portavano ai piedi i condannati, se non stavano bene, restavano scuri e opachi. Se un tisico o un malato di fegato toccava un fiore o un'erba, "la pianta mor de ongo" (la pianta moriva subito). Quando un oleandro smetteva di fare i fiori, significava che qualcuno in famiglia stava male. Per sapere se un ammalato sarebbe guarito o morto, bisognava farlo orinare su una pianta d'ortica: se l'ortica moriva, moriva anche l'ammalato.
Si raccomandava di non guardare fisso negli occhi un ammalato agli occhi, per non assorbirne il male. Mai pestare a piedi nudi dove aveva sputato uno ammalato di scorbuto. Mai avere contatti con un tisico, poiché "il male passa sette muri!" Peggio ancora se c'era il plenilunio, che poteva causare reumatismi. Non bisognava mai dormire sotto un albero di noci, perché "se ghe stagna el sangue in testa". Mai indicare col dito dove uno aveva un tumore, per non pentirsene.
I finocchi dovevano essere mangiati con attenzione per evitare il "verme del finocchio", e un proverbio ammoniva: "Se megio cavarse un ocio che magnar el vermo del fenocio" (è meglio cavarsi un occhio che mangiare il verme del finocchio). Il fuoco era considerato sano, e una vampata faceva "stare sani" per tutta la giornata; chi soffriva d'insonnia poteva trovare rimedio con una buona vampata e un po' di fumo. Lo specchio faceva bene a chi era sano, ma mai un ammalato doveva guardarcisi. L'odore di catrame "purga l’aria", e i sani dovevano approfittarne. Mangiare cose aspre faceva bene a chi soffriva di stress. Le cose dolci rovinavano i denti, mentre i liquori facevano bene. Chi perdeva un dente perdeva due anni di forza. Per chi voleva correre, si consigliava un sassolino in bocca per conservare la saliva e "no se ghe suga i polmoni".
L'urina era considerata una medicina: faceva bene per la febbre, il mal d'occhi e il prurito al corpo. Era preferibile bere l'urina della mattina, perché quella della sera era "tropo riscaldada". Infine, si credeva che chi cambiava abitudini all'improvviso stesse "covando una malat…", lasciando intendere una malattia in arrivo.
Questi frammenti di saggezza popolare, pur nella loro diversità, dipingono un quadro vivido delle preoccupazioni, delle speranze e dei tentativi dell'uomo di dare un senso e di esercitare un controllo sugli eventi della vita, dalla nascita alla malattia, attraverso il prisma unico del dialetto veneto.