Il Parto Cesareo nel Medioevo: Tra Miti, Necessità e Rivoluzioni Chirurgiche

Il parto, evento fondamentale nell'esperienza umana, ha da sempre rappresentato una sfida significativa, con implicazioni profonde per la madre e il nascituro. Le difficoltà insorte durante il travaglio, spesso responsabili della morte della madre e del feto, furono vissute nell'antichità come ineluttabile volere del fato e degli dei, cui era impossibile opporsi. Tuttavia, attraverso i secoli, l'approccio a queste sfide si è evoluto, passando da una rassegnata accettazione a una ricerca sempre più sofisticata di metodi e tecniche per risolverle. Il taglio cesareo, in particolare, rappresenta una delle procedure più discusse e trasformatrici nella storia della medicina, la cui percezione e pratica hanno subito cambiamenti radicali, influenzati da credenze religiose, progressi scientifici e considerazioni etiche.

Storia del parto e della chirurgia ostetrica

Questo intervento, oggi comune e relativamente sicuro, ha una storia affascinante e complessa, che affonda le sue radici nell'antichità, attraversa il Medioevo con connotazioni spesso miracolose, e giunge fino alle rivoluzionarie scoperte dei secoli recenti. È stato considerato prima come un atto omicida, poi come ultima risorsa e infine criticato per il suo abuso. Il gran numero di pubblicazioni identificate e la ricca iconografia, unitamente alla non facile reperibilità e complessità dei diversi aspetti, rivelano l’accuratezza e la difficoltà della ricerca su un tema che ha plasmato non solo la pratica medica, ma anche le visioni sociali e culturali della nascita e della vita.

Le Radici Antiche del "Taglio Cesareo": Tra Leggenda e Legge

Il termine "cesareo" non deriva, come molti ritengono, da Giulio Cesare, bensì dal verbo latino caedere, che significa letteralmente "tagliare". Le origini di questa pratica risalgono a tempi antichissimi, ben prima della figura dell'imperatore romano. La mitologia greca, per esempio, offre un racconto che può essere interpretato come un primissimo accenno a un intervento simile: Apollo si innamorò della ninfa Coronide, la quale dopo averlo tradito con un mortale venne fatta uccidere dalla sorella del Dio, Artemide. Quando Apollo si rese conto che con lei sarebbe morto anche il figlio che portava in grembo, con un violento gesto le tagliò il fianco e tirò fuori il bambino.

Nel mondo romano, invece, l'idea di estrarre il feto dall'addome di una donna incinta, morta prima del parto, nacque con la lex regia di Numa Pompilio. Durante il VII secolo a.C., ai tempi di Numa Pompilio, venne istituita una nuova legge che sanciva l’obbligo di effettuare il taglio cesareo post-mortem, nell'estremo tentativo di salvare il feto. Col nome di "Cesoni" o "Cesari" si chiamavano coloro che erano nati dal taglio cesareo post-mortem, mentre "Agrippi" venivano chiamati quelli che nascevano in posizione podalica. Questa pratica era motivata principalmente dalla necessità di evitare che il bambino venisse sepolto vivo con la madre, garantendo al contempo la possibilità di un battesimo in epoca cristiana, sottraendo così l'anima del neonato al limbo.

La pratica ostetrica getta le sue radici in un passato molto remoto. Sin dall'antichità, infatti, era risaputa la necessità di persone qualificate in grado di assistere le partorienti durante il travaglio. Poco si conosce della ginecologia in epoca greca, in cui l’arte ostetrica veniva praticata sia dalle levatrici sia dai medici, che traevano insegnamenti sia dall’Asia Minore sia dall’Egitto ed esercitavano le loro funzioni nei templi, specialmente quelli dedicati a Ilizia, Venere e Esculapio. Di particolare importanza erano tali divinità, difatti in scene tratte dall'antica mitologia le dee erano presenti durante il parto. Ben presto, però, Ippocrate gettò le basi della medicina scientifica, e anche l’ostetricia acquistò lo statuto di arte medica; molti studi ginecologici vengono infatti discussi negli stessi scritti ippocratici e vi si fa riferimento nel suo Giuramento, che recita “Non darò mai alla donna dei pessari per produrre un aborto”. Un ulteriore contributo alla pratica ginecologica fu dato dalla scuola anatomica di Alessandria d’Egitto, in cui Erofilo ed Erasistrato erano impegnati nell’istruzione medico-scientifica delle ostetriche.

La medicina a Roma faceva inizialmente riferimento alla cultura medica etrusca, sebbene il contributo più grande fu dato dai medici provenienti dalla Grecia e da Alessandria d’Egitto. L’ostetricia e anche parte della ginecologia erano di solito affidate alle ostetriche, le quali acquistarono, come testimonia Plinio, tanta considerazione da essere poi chiamate medicae, e divenire quasi una classe a parte. Inizialmente le ostetriche si formavano da autodidatte sui testi di Celso e Galeno e solo in epoca imperiale cominciarono a frequentare "Scuole per Ostetriche", in cui insegnavano non solo matrone ma anche e soprattutto medici. Ciò è documentato nell’opera Gynaikeia di Sorano di Efeso, considerato il fondatore della ginecologia e dell’ostetricia. Ancora, egli descrive l’azione dei rudimentali ma importanti mezzi abortivi e contraccettivi da usare nel caso in cui la gravidanza mettesse in pericolo la vita della madre. Il testo ebbe uno straordinario impatto sulla letteratura medica del periodo tardo antico, tanto che venne tradotto e rielaborato da diversi autori, tra cui Mustione. La sua opera, Ginaecya, differisce dall’originale perché indirizzata ad un pubblico meno colto e dunque priva di digressioni teoriche e termini medico-scientifici.

Il Parto Cesareo nel Medioevo: Un Atto Miracoloso e un Dovere Religioso

Il Medioevo, spesso tramandato a livello popolare come un periodo buio, soppresso dall’ignoranza e dal predominio di credenze religiose imposte dalla chiesa come dogmi, in realtà presentava una realtà più complessa, anche in ambito medico-ostetrico. Per quanto riguarda il parto cesareo, fino alla fine del XVI secolo era stata unicamente discussa e praticata l'apertura del ventre della madre morta per la salvezza del bambino, con ricadute sul piano giuridico e religioso. In questa epoca, la Chiesa nominò patrona delle partorienti Margherita di Antiochia, vissuta nel III secolo d.C. Secondo la tradizione, dopo essere stata condannata a morte a causa della sua fede cristiana, alla donna apparve il demonio sotto forma di drago, che la inghiottì viva. Ma la ragazza, armata della croce, riuscì a squarciare il ventre del drago e uscire indenne. Proprio a seguito dell’episodio del drago, veniva invocata affinché il parto fosse semplice e rapido.

Rappresentazione storica di un parto cesareo medievale

Solo nel tardo Medioevo il taglio cesareo cominciò ad esser visto come un atto operatorio sul corpo femminile. San Tommaso, nella sua Summa Theologiae, scrive che l'incisione del ventre post-mortem è un dovere religioso del buon cristiano. Nel Medioevo, ci furono diversi pronunciamenti delle attività ecclesiastiche e di eminenti teologi che consigliavano o prescrivevano di intervenire immediatamente dopo la morte della madre, per estrarre il bambino e poterlo battezzare evitandogli il limbo. La pratica fu resa obbligatoria nella sua diocesi da Carlo Borromeo nel 1582 e poi estesa a tutto il mondo cattolico dal papa Paolo V nel 1614. Questa direttiva rifletteva una profonda preoccupazione per la salvezza dell'anima del bambino, indicando il taglio cesareo come un "male necessario" per un "bene superiore". Paolo Mazzarello ricorda che nel 1745, un sacerdote palermitano, Francesco Emanuele Cangiamila, aveva dato alle stampe un volume dal titolo Embriologia sacra. Lo scopo era la salvezza eterna del bambino, ma il lavoro di Cangiamila fu importante per evitare - ad esempio - che con le madri morte venissero sepolti anche i bambini vivi che portavano in grembo.

La sopravvivenza di un bambino a un tale intervento nel Medioevo era recepita alla stregua di un evento miracoloso. In questo periodo vennero redatti diversi tipi di racconti di miracoli riferiti al “cesareo”, che comprendevano anche l’apertura del ventre della madre viva, sebbene la sua fattibilità fosse più un desiderio o un'eccezione che una pratica consolidata. Si trattava in realtà di bambini non comuni, spesso santi o re, la cui nascita "extra-ordinaria" era vista come un segno divino.

Gli studiosi del Medioevo, che si sono occupati del parto, hanno indicato l’ostetrica come il principale riferimento per la partoriente, colei che si differenzia dalle altre figure femminili presenti durante il travaglio. Le levatrici, infatti, vengono inserite anche nella rivisitazione della natività e del parto della Vergine Maria, tramandata dal testo dello Pseudo-Matteo. Nel racconto Maria entra nella grotta accompagnata da due levatrici, Zahel e Salomè; ciò attesta sin dall'antichità l'importanza e la necessità della presenza delle ostetriche durante il parto. La loro rilevanza è testimoniata anche dal fatto che furono onorate da principi e potenti, ma allo stesso tempo condannate da questi quando fallivano, e persino accusate di stregoneria e pratiche abortive.

Il luogo più comune per partorire era casa propria. Le donne nobili, o comunque ricche, avevano la possibilità di avere una stanza dedicata esclusivamente al parto, con tutte le accortezze richieste: i mobili avevano gli angoli smussati, vi era un letto morbido, calde coperte e tende che riparavano dalla luce del sole, un camino che riscaldava l’ambiente e l’acqua per poter lavare bambino e madre. Tutti questi dettagli servivano a ricreare, nella mentalità dell’epoca, lo stesso ambiente del grembo materno, in modo da non traumatizzare in modo irreversibile il neonato.

Nel Medioevo, ma ancora fino a pochi anni fa, era impensabile che degli uomini, soprattutto se estranei alla famiglia, assistessero al parto. Immancabile era naturalmente la figura della levatrice, donna con una certa esperienza sul campo, seguita da un’apprendista che sarebbe diventata una levatrice a sua volta in futuro, e dalle amiche e parenti della partoriente. Il medico, quindi un uomo, veniva chiamato solo in casi estremi di vita o di morte, e a volte neanche in quelli.

Non avendo conoscenze mediche e anatomiche precise, il parto veniva gestito secondo le esperienze personali: si pensava che dovesse avvenire esattamente dopo venti contrazioni, mentre oggi sappiamo che il travaglio può richiedere anche diverse ore; se il periodo di travaglio si fosse prolungato, tutta la famiglia si sarebbe adoperata ad aprire e chiudere finestre, ante degli armadi, armadietti, cassetti e addirittura scagliare frecce. Tutte queste azioni, secondo le credenze dell’epoca, simulavano l’apertura dell’utero e dunque aiutavano il neonato a uscire dall’utero. Per agevolare il parto, la donna doveva stare accovacciata o seduta; se questo non fosse stato abbastanza, l’ostetrica avrebbe spalmato un unguento nella cavità vaginale della partoriente per stimolare il travaglio.

Appena nato, il neonato veniva lavato con acqua, nelle case più povere, o con latte e vino, nelle case più ricche, e immediatamente fasciato dalle spalle fino ai piedi, una pratica in voga fino agli inizi del XX secolo e poi abbandonata perché non adatta ai neonati, in quanto può portare a malformazioni varie. Subito dopo veniva spalmato del miele sul palato del neonato per stimolarne l’appetito, come consigliava Trotula di Salerno, per poi mettere del sale in vista del battesimo. Il battesimo era una parte chiave dell’esistenza delle persone nel Medioevo, epoca in cui la religiosità regolava in modo ferreo la vita quotidiana. Quando il parto si rivelava difficile e letale per il bambino, dunque non c’era il tempo per andare a chiamare un officiante, la levatrice vantava una speciale delega conferita dai vescovi per poter battezzare il bambino prima che morisse, in modo da assicurargli un posto in paradiso.

Le credenze legate al parto, nel Medioevo come in tantissimi altri periodi storici, erano pervasive. Al giorno d’oggi sappiamo che la pulizia e la sterilizzazione degli strumenti durante un momento così delicato come un parto o un’operazione chirurgica sono i fattori principali per la buona riuscita degli stessi. Il cordone ombelicale veniva tagliato immediatamente e bruciato, non tanto per motivi igienici come oggi, quanto perché rappresentava l’atto peccaminoso dietro il parto: il coito. Gli strumenti utilizzati erano spesso forieri di batteri e non era raro che la mamma e il bambino soffrissero di infezioni subito dopo il parto, se non addirittura di malattie letali. Un altro motivo di infezione era la mancata rimozione della placenta dal corpo della madre. La placenta era pericolosa anche per la levatrice: nel caso la mamma o il bambino si fossero ammalati o, peggio, trovassero la morte, la levatrice poteva esser accusata di aver praticato un maleficio utilizzando la placenta.

Medioevo: banchieri, mercanti, viaggiatori - Documentario in italiano sulla Storia - DOC ITA

Nel Medioevo, l’anatomia era ancora una scienza sconosciuta e di conseguenza la conoscenza del corpo umano era approssimativa. Basandosi soltanto sull’estetica, la donna era identica all’uomo tranne negli organi genitali, che all’epoca si pensava fossero gli stessi dell’uomo ma sviluppati all’interno del corpo. La medicina islamica, specialmente tra l’800 e il 1200, sviluppò un'arte ostetrica molto più avanzata rispetto a quella della restante Europa. Tuttavia, mancando nella medicina araba studi anatomici, proibiti per motivi religiosi, si faceva riferimento agli scritti densi di errori di Paolo D’Egina, chirurgo e ostetrico bizantino.

In Occidente, ricordiamo un’opera attribuita ad Alberto Magno, ovvero il De secretis mulierum, che contiene riflessioni sulla fecondazione e considerazioni su gravidanza e parto di chiara matrice greca. In Italia, un personaggio di spicco in questo campo è Michele Savonarola, autore di due trattati di ostetricia, di cui uno per i medici e l’altro rivolto alle stesse donne.

L'Alba della Medicina Ostetrica Moderna: Dal Rinascimento al Diciottesimo Secolo

Il fiorire di arti e di scienze alla fine del Medioevo ebbe ripercussioni anche sulla medicina, tanto da stravolgere tutto quanto si era accumulato nei secoli precedenti. Per quanto riguarda l’ostetricia, il primo e più noto trattato fu Il giardino delle rose delle donne di Eucharius Rösslin. L’opera sintetizzava in modo semplice i punti essenziali dell’ostetricia, basandosi sugli scritti di Ippocrate, Sorano, Galeno, Avicenna, Alberto Magno e Savonarola. Il manualetto ebbe grande successo e fu pubblicato in diverse edizioni, tra cui la più nota è quella inglese di Richard Jones, pubblicata nel 1540 con il titolo The birth of Mankynde or the woman’s booke, che fu il vero manuale delle ostetriche europee per tutto il Rinascimento. Nell'opera sono presenti consigli igienici e di comportamento, si descrive il famoso “sgabello delle ostetriche” e si accenna al cesareo post-mortem. Curiosamente, l’utero veniva descritto come diviso in sette camere: le tre di destra davano vita al maschio, quelle di sinistra alla femmina, mentre da quella centrale si generavano mostri ermafroditi, a testimonianza di quanto la conoscenza anatomica fosse ancora in fase embrionale.

Illustrazione del

Il parto cesareo su donna viva, per salvare entrambi i soggetti del parto, la donna e il bambino, venne preconizzato in ambito medico alla fine del XVI secolo, nel breve trattato in lingua francese del medico e chirurgo François Rousset. Rousset intendeva promuovere la tecnica del taglio cesareo anche sulla donna viva, nel caso in cui il parto per via naturale fosse impedito. Egli riteneva che l'utero, grazie alla sua capacità di contrazione, fosse in grado di bloccare l'emorragia e rimarginarsi da sé. La tecnica chirurgica da lui descritta sarà fonte di ispirazione dei chirurghi ostetrici fino alla seconda metà dell'Ottocento. Dopo l’opera di Rousset, in testi medici e religiosi, per convincere della possibilità di successo del “cesareo” su donna morta, tornarono in auge racconti medievali su bambini sopravvissuti all’intervento, spesso presentati come prova della fattibilità, seppur miracolosa, di tali interventi.

Una portata ancor più innovativa caratterizza le opere del chirurgo francese Ambroise Paré e del suo allievo Guillelmeau, che ebbe il merito di aver diffuso e perfezionato il rivolgimento e l’estrazione podalica con la tecnica usata fino ai giorni nostri. Egli descrisse inoltre la placenta previa e consigliò di perforarla con le mani, fare il rivolgimento ed estrarre il feto per i piedi.

L’Illuminismo fu artefice di un rilevante progresso scientifico e tecnologico, e portò allo sviluppo di una trattatistica medica basata su osservazioni empiriche e riflessioni cliniche. Nel Diciottesimo secolo, infatti, l’introduzione di nuovi strumenti e di tecniche innovative non produsse subito gli effetti desiderati. Nonostante le difficoltà, l’ostetricia di questo secolo trovò la sua massima fioritura in Francia, dove fu coltivata da François Mauriceau e dal suo allievo Paul Portal. Mauriceau, in particolare, è rimasto famoso per una manovra utilizzata durante il parto podalico, che consiste nel girare il bambino e nell’infilare le dita nella sua bocca per tenere in tensione la testa prima di girarlo. In Francia segnò una svolta Angélique du Coudray, famosissima sage-femme che fu incaricata, dal re Luigi XV, di formare tutta una nuova categoria di levatrici per ridurre la mortalità femminile e infantile durante i parti. Du Coudray creò un corso di formazione incentrato sulla pratica che durava circa due mesi. Famoso era il suo manichino che permetteva alle future sage-femme di fare pratica.

Il Settecento segnò anche la nascita di una vera e propria specializzazione medica in ostetricia, sebbene le levatrici si formassero in "scuole" dove dovevano soggiornare per tre mesi e fare pratica sotto la guida di una "maestra". L'invenzione più rilevante di questo secolo, nel campo dell'ostetricia, è stata sicuramente quella del forcipe, strumento introdotto per la prima volta dalla famiglia inglese Chamberlen intorno al 1650. Per molti anni lo strumento fu tenuto segreto dalla stessa famiglia, finché Hugh Chamberlen, nel 1670, decise di svelarlo ufficialmente al governo francese. I forcipi dei Chamberlen erano provvisti di una curva cefalica per avvolgere la testa del bambino ma mancavano della curva pelvica di cui sono forniti i forcipi moderni. Dopo la sua rivelazione, l'utilizzo del forcipe rimase a lungo controverso e destinato soltanto agli ostetrici di sesso maschile, tra cui ricordiamo lo scozzese William Smellie, il quale contribuì a migliorare lo strumento, aggiungendo la curva pelvica e adottando la "chiusura all'inglese", che permetteva di inserire separatamente i bracci nella vagina.

Il XIX Secolo: La Rivoluzione di Porro e la Lotta alle Infezioni

Il diciannovesimo secolo raccolse i fermenti dell’Illuminismo e del Razionalismo e concretizzò le precedenti intuizioni, che avevano fatto della medicina una scienza sperimentale, basata sull’esperienza empirica. Anche la ginecologia assunse una più profonda e riconosciuta base culturale e l’ostetricia divenne una sua inscindibile branca. L’intervento di taglio cesareo su donna viva rimase un intervento eccezionale, ripetuto pochissime volte sino alla fine del Settecento, con esiti pressoché sempre infausti, per la donna. Fu dunque durante l’Ottocento che si concentrò la crescita del ricorso al cesareo con gli alti costi propri di un’epoca in cui non si conoscevano l’asepsi, le suture dell’utero e dell’addome. Muoiono molti bambini, quando ad esempio si pratica l’embriotomia per salvare la vita della madre, e molte madri, sia per le febbri puerperali, sia per i tagli cesarei che non riescono quasi mai nel loro scopo di salvare entrambe le vite.

Rappresentazione di una sala operatoria del XIX secolo

Un drammatico problema era la febbre puerperale, che uccideva le gestanti subito dopo la nascita del bambino. Il medico ungherese Ignaz Philippe Semmelweis, all’inizio del secolo, scoprì la causa principale e la profilassi di questa febbre. Semmelweis notò che, nel reparto di Vienna, il tasso di infezioni puerperali fra le donne curate dalle sole ostetriche era più basso rispetto a quello delle donne frequentate da studenti di medicina. Sulla base di queste osservazioni, egli ritenne che la febbre fosse dovuta a materiali in putrefazione o a lacerazioni e infezioni dell’utero o della cervice trasmesse per mezzo degli studenti. Prescrisse quindi la pulizia delle mani, lavandole con clorina e cloruro di calcio, oltre che dei letti e dei pavimenti. Nonostante l’esattezza della sua intuizione, il medico ungherese fu osteggiato dalla maggior parte dei suoi colleghi, tra cui anche il patologo Virchow, e morirà pazzo in manicomio.

Fu Louis Pasteur, padre della microbiologia, con le sue sette osservazioni, nel 1879, a confermare l’intuizione precedente: sono i medici con le loro mani a trasportare i microbi da una donna all’altra. Analizzando sangue e pus di una gravida morente, identificò il germe dello streptococco, chiarendo così definitivamente la natura batterica dell’agente eziologico della febbre puerperale. Pasteur consigliava di lavare di continuo, oltre alle mani dei medici, i genitali femminili con acido borico, o, in mancanza di esso, con acqua scaldata a 115 gradi, permettendo così di incamminarsi su una strada che salverà la vita di un numero immenso di donne.

In questo scenario di elevatissima mortalità, un uomo in particolare si ribellò all’opinione comune sull’intervento di taglio cesareo: Edoardo Porro, primario ostetrico dell’ospedale San Matteo di Pavia. Il mistero che bisognava risolvere era il paradossale contrasto tra l’elevata mortalità del taglio cesareo e i risultati positivi della ginecologia laparotomica. Porro iniziò a delineare una risposta quando capì che era l’utero lasciato in sede l’origine delle tragiche conseguenze del parto cesareo. Osservava che quando si praticava una chirurgia laparotomica addominale non durante lo stato gravidico (per operare tumori o cisti), se si era veloci e non si infettava troppo l'addome, spessissimo la donna riusciva a sopravvivere. Invece, lo stesso tipo di intervento nella gravidanza invariabilmente portava alla morte. Porro comprese allora che non era, in sé e per sé, l'apertura dell'addome il problema. C'era qualcosa che era legato allo stato gravidico: l'utero che diventava la fonte, in primo luogo, delle emorragie, in secondo luogo, delle sepsi.

Il caso decisivo che permise a Porro di dimostrare pienamente le sue abilità fu quello di Giulia Cavallini, una donna affetta da rachitismo e con bacino deformato, per cui la gravidanza avrebbe sicuramente avuto un esito fatale. Porro aveva solo due possibilità: eseguire il taglio cesareo salvando il bambino e quasi certamente sacrificando la madre, oppure risparmiare la gravidanza eseguendo la fetotomia (uccisione del feto), quasi impossibile nel caso specifico per l'assoluta difficoltà di accesso al feto. Porro decise di provare una strada nuova, pensata e ripensata in precedenza: il taglio cesareo, e in più, per salvare la Cavallini, l'asportazione dell’utero e delle ovaie, eliminando così un terribile focolaio settico e una incontenibile fonte di sanguinamento. L’operazione funzionò: la bimba nacque, la madre, dopo una serie di peripezie, fu salva! L'intervento eseguito per la prima volta il 21 maggio del 1876 da Edoardo Porro cambiò radicalmente lo scenario. Fu una rivoluzione di tipo chirurgico e ostetrico, ma anche umana. Per la prima volta si mise a programma di lavoro - non affidandosi al caso, ma alla scienza - la possibilità non solo di salvare il bambino, ma anche la madre.

Medioevo: banchieri, mercanti, viaggiatori - Documentario in italiano sulla Storia - DOC ITA

Questa innovazione, tuttavia, generò immediatamente un nuovo problema etico: l'accusa di aver realizzato un "intervento immorale" perché sterilizzava la donna, togliendole la capacità generativa. Porro si pose il problema e si rivolse al vescovo di Pavia, Monsignor Parocchi, una figura molto influente e rispettata. Monsignor Parocchi lo ascoltò e si pronunciò affermando che, in fondo, nelle cappelle romane si sono sempre fatti cantare i castrati. A maggior ragione, affermò il monsignore, possiamo farlo con una donna se si tratta non di preservare un diletto musicale, ma di salvare due vite. Con questa argomentazione "comparativa", il problema morale di Porro fu risolto. L'opinione di Monsignor Parocchi fu richiamata a preventivo sostegno quando il metodo si diffuse.

L'operazione "di Porro" divenne un metodo diffusissimo ovunque a livello mondiale, dal 1876 per almeno vent'anni. Poi si diffuse il metodo moderno che consentiva di salvare l'utero. Tuttora, però, il metodo Porro può essere applicato in casi estremi, quando a seguito di un intervento di parto cesareo, in condizioni difficili o per condizioni non prevedibili, si verifica un'emorragia massiva e l'unico modo per fermarla è quello. In queste condizioni, si aprono questioni medico-legali enormi per il chirurgo, ma date certe condizioni, se si vuole salvare la vita della donna e non c'è altra via, non resta che il metodo Porro. La storia di Edoardo Porro è molto importante, poiché permise di salvare moltissime donne e rappresentò la più grossa rivoluzione chirurgica messa in atto nell'Ospedale San Matteo di Pavia, cambiando la chirurgia ostetrica a livello mondiale. In questo periodo ci fu anche un grande sviluppo dell’anestesia: si diffuse l’uso di etere, protossido di azoto e cloroformio, molto più efficaci dell’oppio, usato nei secoli precedenti. Il primo che fece uso di questo tipo di anestesia (in particolare del cloroformio) in ostetricia fu un professore di ginecologia di Edimburgo, James Young Simpson.

Il Taglio Cesareo nell'Era Contemporanea: Progressi, Dibattiti e Disuguaglianze

Nel corso del Novecento ci fu un grande sviluppo della chirurgia ginecologica. La sicurezza data dagli antibiotici permise un impiego sempre più vasto del taglio cesareo, producendo una riduzione della mortalità prenatale. Alcuni metodi innovativi, come l’ecografia, diventarono lo strumento principale per esplorare lo sviluppo fetale e per evidenziare eventuali patologie a suo carico. Nell’epoca "contemporanea" nascono i reparti di patologia neonatale e per prematuri; il ginecologo non è più colui che interviene esclusivamente per risolvere un’imprevista patologia o negli ultimi momenti della gravidanza, ma colui che comincia a seguire la madre fin dai primi momenti della gestazione.

Oggi la nascita, per mezzo del taglio cesareo, avviene con sempre maggiore frequenza e ha originato e continua a stimolare la discussione sulle sue indicazioni, a volte inappropriate, e sulle possibili conseguenze cui possono andare incontro sia la madre sia il feto. Il confronto è vivo non solo in campo strettamente ostetrico, ma si fa pressante nei casi in cui non vi siano motivazioni mediche e ci s’interroga se sia giustificato eseguirlo esclusivamente su richiesta della paziente. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sin dal 1985 iniziò a valutare, con preoccupazione, l’incremento dei parti cesarei e affermò come non ci fosse nessuna giustificazione in nessuna regione geografica per avere più del 10-15% di parti cesarei.

Tuttavia il loro numero è aumentato significativamente negli ultimi decenni, soprattutto nei Paesi più industrializzati, e si osserva come la tendenza sia in ascesa. In Italia, dalla metà del '900 ad oggi, si è verificato un profondo cambiamento dell’assistenza ostetrica: diminuzione dei parti operativi vaginali, al presente meno del 3%, e un aumento di quelli addominali. Si è passati da un tasso del 5% negli anni ‘50, all’11% nel 1980, al 24% nel 1994, al 33% nel 2000 e al 38% nel 2008, con un’elevata variabilità tra le diverse Regioni. In Italia, nel 2017, il 32.8% delle nascite è avvenuto con il taglio cesareo, con differenze significative da regione a regione e una rilevante differenza tra gli ospedali e le case di cura accreditate. I valori sono tendenzialmente più bassi al Nord (Friuli Venezia Giulia 24%) per incrementarsi al Sud, con la Campania che nel 2005 raggiunse quasi il 60%.

Grafico sull'andamento dei tassi di taglio cesareo

In molte nazioni dell’America meridionale il numero delle nascite attraverso la via addominale ha raggiunto il 40%. Negli Stati Uniti la percentuale è aumentata dal 5% nel 1970, al 30% nel 2005; nel 2006 ne sono stati eseguiti 1,4 milioni (31.1%). Nel 2009 l’incidenza è stata del 32.9% e nel 2016 del 31.9%. Stime più recenti hanno mostrato un valore superiore al 30% in Europa e nella Repubblica Popolare Cinese si è giunti al 50% dei parti. Il primo Rapporto sulla Salute Perinatale in Europa (Euro-Peristat 2008), esaminò i dati riguardanti il 2004 e indicò come il ricorso al taglio cesareo fosse inferiore al 20% in Olanda, Finlandia, Norvegia, Svezia e Slovenia. Il secondo rapporto (Euro-Peristat 2013) riportò i risultati del 2010 e condusse un’analisi comparativa tra le nazioni europee. I virtuosi, con un valore inferiore al 20% di tutti i parti, erano gli Stati del nord (Olanda, Finlandia Svezia, Islanda, Norvegia e Slovenia), mentre si ebbe il 36.3% in Portogallo, il 36.9% in Romania, il 38.0% in Italia e il 52.2% a Cipro.

Nel periodo post-moderno, si tende a restituire al parto la sua naturalezza e spontaneità. Negli stessi anni si è diffusa nei Paesi occidentali la teoria del cosiddetto "parto dolce", proposta dal ginecologo francese Fredrick Leboyer, che si basa sul rendere meno traumatica l’esperienza della nascita, specialmente per il bambino. Un'altra teoria novecentesca è quella del parto "attivo" proposta da Janet Balaskas, fondatrice dell'Active Birth Movement, la quale ritiene che sia particolarmente importante cercare di assecondare i desideri della donna, per quanto riguarda l’atteggiamento e il comportamento da seguire durante la nascita del bambino, permettendole di agire liberamente.

Infine, nel periodo della globalizzazione, si assiste a una netta separazione tra i Paesi più poveri, in cui la mortalità prenatale rappresenta un drammatico problema, e i Paesi più ricchi, in cui le donne vengono seguite con tutte le cure e attenzioni necessarie dai propri ginecologi. Questo evidenzia come il percorso del taglio cesareo, da pratica estrema e quasi sempre fatale a intervento salvavita, e ora oggetto di dibattito per le sue indicazioni, rifletta un cammino continuo di ricerca, innovazione e riflessione etica che attraversa millenni di storia umana.

tags: #parto #cesareo #nel #medioevo