La Riorganizzazione del Percorso Nascita in Trentino: Il Caso dell'Ospedale di Arco tra Controversie e Nuove Prospettive

La questione della riorganizzazione dei punti nascita, in particolare nella Provincia autonoma di Trento, è da tempo oggetto di un acceso dibattito, coinvolgendo istituzioni nazionali e locali, operatori sanitari e la cittadinanza. Al centro di questa discussione si trova la decisione di chiudere alcuni presidi, motivata dalla necessità di garantire elevati standard di sicurezza, ma contestata per le ripercussioni sui territori, specialmente quelli montani o difficilmente accessibili. Il caso dell'ospedale di Arco, punto di riferimento per l'Alto Garda e Ledro, la Val di Ledro e diverse comunità confinanti, è emblematico di queste tensioni, evidenziando le complessità nel bilanciare le direttive nazionali con le esigenze locali. La vicenda ha visto susseguirsi pareri ministeriali, proteste cittadine, incidenti e infine l'apertura di nuovi tavoli di confronto, che potrebbero prefigurare un diverso futuro per i servizi di ostetricia nel territorio.

Contesto e Motivazioni della Chiusura: Il Dibattito Iniziale

La ridefinizione del percorso nascita in Italia, e di conseguenza anche nella Provincia autonoma di Trento, affonda le sue radici in accordi significativi volti a migliorare la qualità e la sicurezza delle prestazioni sanitarie per madri e neonati. Un passaggio fondamentale in questo processo è stato l'accordo del 16 dicembre 2010 tra il Governo, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano, intitolato «Linee di indirizzo per la promozione e il miglioramento della qualità del percorso nascita e per la riduzione del taglio cesareo». Questo documento ha impegnato tutte le entità territoriali ad attuare una serie di azioni specifiche, tutte mirate a ridefinire il percorso nascita. L'obiettivo primario di tali azioni era, ed è tuttora, quello di garantire elevati livelli di qualità e sicurezza sia per la madre che per il nascituro.

A partire dal 2010, una serie di atti legislativi e ministeriali ha progressivamente rafforzato e dettagliato queste linee guida. Tra questi, assume particolare rilievo il Decreto Ministeriale (DM) n. 70 del 2015, il quale ha affrontato in modo organico la materia degli standard ospedalieri. Per quanto concerne specificamente il percorso nascita, il DM n. 70 del 2015 ha introdotto una disposizione chiave: nelle strutture classificate come di primo livello potranno esserci punti nascita, anch'essi di primo livello, solo ed esclusivamente se il volume di attività registrato sia pari o superiore a 500 parti all'anno. Questo requisito numerico, come è stato più volte precisato in sedi istituzionali, rappresenta un termine che la Ministra della Salute ha definito "sottostimato" per garantire i livelli minimi di sicurezza indispensabili per la mamma e il bambino.

La Ministra della Salute, Beatrice Lorenzin, ha sottolineato in diverse occasioni che la chiusura dei punti nascita non è mai dettata da motivazioni di natura economica, ma è sempre e solo il risultato di una valutazione attenta e prioritaria della sicurezza. Questa logica, basata su standard scientificamente riconosciuti e finalizzati alla tutela della salute, implica che le regioni o le province autonome, come nel caso di Trento, abbiano il dovere di predisporre dei piani efficaci. Tali piani devono essere in grado di soddisfare le esigenze specifiche del territorio, assicurando al contempo che la qualità e la sicurezza del percorso della nascita siano mantenute e potenziate. Nonostante l'esistenza di questi standard, la normativa prevede anche la possibilità per le regioni di richiedere delle deroghe. Queste deroghe possono essere concesse in situazioni speciali, qualora sussistano particolari condizioni territoriali o logistiche che rendano difficile il rispetto rigoroso dei parametri numerici, ma sempre senza compromettere il principio di sicurezza.

Standard minimi di sicurezza percorso nascita

Nel contesto trentino, la Provincia autonoma ha presentato un'istanza di deroga alla chiusura per diversi punti nascita che, nel biennio 2014 e 2015, avevano registrato volumi di attività inferiori ai 500 parti anno. Questi includevano i punti nascita di Cavalese, di Cles, di Tione e di Arco. Il Comitato percorso nascita nazionale, chiamato a esprimere un parere tecnico su queste richieste, ha valutato attentamente ciascuna situazione. L'analisi del Comitato ha portato alla decisione di esprimersi a favore della chiusura dei punti nascita di Arco e Tione, mentre ha raccomandato il mantenimento in attività dei punti nascita di Cavalese e Cles. La distinzione tra le diverse strutture si è basata su una serie di criteri oggettivi e parametrici, volti a definire il livello di rischio e la fattibilità di un percorso nascita sicuro.

Le Voci del Territorio: Criticità e Disagi Denunciati

La decisione di chiudere il punto nascita dell'ospedale di Arco, in seguito al parere espresso dalla commissione ministeriale, ha generato una profonda perplessità e un'ondata di contestazioni nell'intera comunità locale e nelle aree circostanti. Il deputato Mauro Ottobre, durante un question time alla Camera, ha espresso con forza il malcontento della sua comunità, definendo la scelta "incomprensibile". Per la popolazione, il punto nascita di Arco rappresentava un riferimento essenziale non solo per l'Alto Garda e Ledro, ma anche per la Val di Ledro e per i comuni confinanti, tra cui la Valle del Chiese e Tenno. La percezione locale era che questa struttura fosse un baluardo di servizio sanitario per un'area geografica ampia e con peculiarità specifiche.

Il deputato Ottobre ha evidenziato come dal documento finale del Comitato percorso nascita nazionale sembrerebbe che alcuni dati cruciali non siano stati minimamente presi in considerazione. A titolo di esempio, ha citato la Val di Ledro, dove i 5400 abitanti residenti stabili nelle stagioni turistiche aumentano in modo esponenziale. Questo incremento demografico stagionale, a suo dire, dovrebbe influenzare la valutazione del fabbisogno di servizi, inclusi quelli di ostetricia.

Un altro punto centrale della critica di Ottobre riguarda le condizioni orografiche e le distanze stradali. Sebbene il Comitato nazionale avesse ritenuto le condizioni orografiche dell'area di Arco meno disagevoli rispetto a quelle dei bacini di riferimento di Cavalese e Cles, il deputato ha contestato questa valutazione con dati concreti. Ha informato la Ministra che per raggiungere l'Ospedale di Rovereto, un'alternativa principale dopo la chiusura, si impiegano circa quattro ore partendo dalla Val di Ledro e tre ore da Riva del Garda. Queste tempistiche, ha sottolineato Ottobre, sono il risultato di una viabilità attesa da quarant'anni, che rende i collegamenti lenti e complessi. La frase "credo che sia assurdo far partorire le nostre donne, le nostre mamme in elicottero" riassume la preoccupazione per la sicurezza delle partorienti in un contesto di emergenza. Ha inoltre ricordato come nelle settimane precedenti il question time ci fossero stati due casi molto particolari, nei quali le partorienti erano dovute partire di notte, in momenti in cui l'elicottero non poteva atterrare a causa delle condizioni meteo o di visibilità, aggravando ulteriormente il rischio.

Mappa del Trentino con tempi di percorrenza ospedali

Il deputato ha poi ribadito il concetto di sicurezza, sostenendo che, in questo specifico contesto, la chiusura del punto nascita avrebbe l'effetto contrario rispetto all'obiettivo dichiarato. Le lunghe ore di viaggio per raggiungere un presidio alternativo, unite all'imprevedibilità del momento del parto, generano situazioni di estremo pericolo. Ha citato casi reali in cui mamme hanno partorito in circostanze d'emergenza e il personale medico, assumendosi la responsabilità, ha dovuto aprire la sala parto di notte, anche alle 2, perché "non possiamo pretendere che i bambini crescano ad orologio, a tempo". Questo ha fatto emergere un problema non solo di sicurezza pratica, ma anche di passaggio di documenti istituzionali e di una potenziale inadeguatezza dei dati provinciali trasmessi al Comitato, che Ottobre ha ritenuto non completi. La tensione attorno alla riorganizzazione del reparto di ostetricia arcense non si è mai sopita, mantenendo viva la discussione anche molto tempo dopo la decisione iniziale.

La Controversia Continua: Dalle Polemiche all'Incidente dell'Ambulanza

Le polemiche scaturite dalla chiusura del punto nascite altogardesano, avvenuta ormai un anno e mezzo prima del dibattito parlamentare descritto, non si sono mai placate, rimanendo un tema caldo nel dibattito pubblico e politico locale. La persistenza di queste controversie è stata acuita da un episodio specifico accaduto nel dicembre precedente, che ha riacceso i riflettori sulla situazione dell'ospedale di Arco. Durante la nevicata del 10 dicembre, una partoriente di Arco ha dato alla luce il proprio figlio a bordo di un'ambulanza. Il veicolo stava trasportando la donna verso Trento, ma le avverse condizioni meteorologiche avevano reso impossibile l'intervento dell'elicottero, che in circostanze normali sarebbe stato impiegato per un trasferimento rapido. Questo evento ha drammaticamente illustrato le problematiche logistiche e di sicurezza paventate dalla comunità locale e dai suoi rappresentanti.

L'episodio ha immediatamente sollevato nuove critiche e richieste di chiarimento. Il direttore dell'ospedale di Arco, Luca Fabbri, è intervenuto per commentare l'accaduto. Le sue parole, riportate dalla stampa, sono state: «Non ci sono stati problemi. Succedono parti di questo tipo, in ambulanza, anche in taxi. La donna non era inserita ne percorso nascite». Questa dichiarazione, se da un lato intendeva forse minimizzare l'eccezionalità dell'evento, dall'altro ha alimentato ulteriore indignazione. Il commento di Fabbri è finito al centro di un'interrogazione presentata dal Movimento 5 Stelle all'assessore Zeni. Il deputato Filippo Degasperi, autore dell'interrogazione, ha criticato aspramente il direttore sanitario, attribuendogli il "cinismo proprio dei burocrati".

Degasperi ha poi proseguito la sua argomentazione, evidenziando una presunta contraddizione nel sistema sanitario. Secondo la sua analisi, i direttori sanitari degli ospedali aziendali avrebbero un'influenza "poco o nulla" sulla effettiva organizzazione sanitaria dell'ospedale che dirigono, pur percependo "compensi stellari". Questo suggerisce una disconnessione tra la retribuzione e il potere decisionale reale. La situazione ostetrica dell'ospedale di Arco, ha affermato Degasperi, richiederebbe una profonda riorganizzazione per evitare che le partorienti si trovino in situazioni "drammatiche". Ha sottolineato come le donne siano costrette a presentarsi al Pronto Soccorso sia in fase di imminente parto sia in caso di necessità di visita, per poi essere trasferite a Trento per partorire, spesso "senza assistenza del medico ostetrico", oppure a Rovereto per una semplice consulenza.

Un altro aspetto critico sollevato da Degasperi riguarda la composizione del personale medico dopo la chiusura del punto nascita. Nonostante la chiusura, ha fatto notare che sono rimasti in servizio, oltre al primario, ben quattro medici ostetrici ginecologi, mentre un quinto è stato "relegato" al Consultorio. Secondo il deputato, un numero così elevato di medici per le prestazioni erogate non troverebbe riscontro in tutta Italia. Questi specialisti, a suo dire, non intervengono in caso di parti imminenti, quando la partoriente spera di trovare assistenza al Pronto Soccorso di un ospedale che comunque è dotato di una "Struttura complessa di ginecologia e ostetricia". Né intervengono per le consulenze che il Pronto Soccorso invia prevalentemente all'ospedale di Rovereto. La loro attività principale, ha suggerito Degasperi, sembrerebbe limitarsi alle complicanze della Procreazione Medicalmente Assistita (PMA), un reparto per il quale il deputato ha apertamente chiesto di chiarire "quali siano e quante volte siano occorse" queste complicanze, mettendo in dubbio l'efficacia e l'efficienza dell'impiego di risorse umane qualificate in questo modo. La critica si è spinta fino a paragonare la condizione dei ginecologi di Arco, che vivrebbero "serenamente", con quella dei loro colleghi di Trento, Rovereto e Cles, i quali sarebbero costretti a "passare notti, turni di 12 ore diurne durante i weekend, reperibilità molto impegnative". Questa contrapposizione ha evidenziato la percezione di una disparità di carico di lavoro e di organizzazione all'interno della rete ospedaliera provinciale.

Chiusura punto nascita Borgotaro-Pavullo-Castelnovo è sul tavolo del Ministero della Salute

La Posizione dell'Ospedale di Arco: Specializzazione e Riassetto dei Servizi

In risposta alle accuse e alle critiche sollevate, in particolare quelle mosse dal deputato Degasperi riguardo all'organizzazione del personale medico e alla percezione di un'attività limitata, il primario di ostetricia e ginecologia dell'ospedale di Arco, Arne Luehwink, ha fornito una spiegazione che ha cercato di fare chiarezza sulla situazione. Il dottor Luehwink ha affermato che le accuse mosse sono l'effetto di un "grande fraintendimento". Ha precisato che la realtà operativa dell'ospedale di Arco, in seguito alle decisioni provinciali e nazionali, è mutata significativamente.

Il primario ha infatti chiarito che l'ospedale di Arco è stato specializzato nella Procreazione Medicalmente Assistita (PMA). Questa specializzazione è stata una volontà della Provincia, che ha ridefinito il ruolo di alcune strutture ospedaliere per ottimizzare le risorse e concentrare le competenze. Di conseguenza, l'ospedale di Arco "non ha più una sala parto". Questa affermazione è cruciale per comprendere la logica che sottende l'attuale organizzazione e le responsabilità del personale. Il dottor Luehwink ha sottolineato che "non è giusto accusarci di non fare cose che non possiamo fare", ponendo l'accento sulla ridefinizione delle competenze e delle funzioni assegnate alla struttura. Ha spiegato che, pur essendoci una copertura ambulatoriale diurna per i servizi ginecologici e ostetrici non legati al parto, "non è previsto il servizio notturno" per le emergenze relative al travaglio e al parto, in quanto la struttura non è più equipaggiata per gestirle.

Nonostante la chiusura del punto nascita in senso stretto, l'ospedale di Arco continua a ospitare un'Unità operativa di ostetricia e ginecologia che rimane attiva e strutturata. Questa unità è composta da un team multidisciplinare che include sei medici, tra cui il direttore, cinque biologi, undici infermieri professionali, un'ostetrica e quattro operatori socio-sanitari (OSS). Questo personale altamente qualificato è impiegato in una serie di attività e servizi che rientrano nel "Percorso Nascita", il quale è stato progressivamente implementato e potenziato.

All'interno di questo Percorso Nascita, l'unità operativa accoglie il 100% delle richieste pervenute, dimostrando un notevole aumento del tasso di reclutamento, passato dal 39,4% nel 2016 all'85,9% nel 2019. Questi dati suggeriscono che, pur senza una sala parto attiva, la struttura svolge un ruolo significativo nell'accompagnamento della gravidanza. Tra le attività principali rientra la diagnostica prenatale, con il bi-test garantito al 100% delle richieste direttamente presso l'ospedale di Arco. Inoltre, un aspetto importante dei servizi offerti è la disponibilità notturna e negli orari di chiusura del consultorio di un'ostetrica, la cui presenza è garantita dall'Unità Operativa. Questo assicura un punto di riferimento per le donne in gravidanza per consulenze e assistenza non legate all'emergenza parto, ma essenziali per il monitoraggio e il supporto pre e post-natale.

Il Centro di procreazione medicalmente assistita (PMA) di Arco, fulcro della specializzazione dell'ospedale, ha anche la responsabilità di definire, insieme all'unità operativa cure primarie del 'Distretto Sud', le modalità organizzative per la fornitura di tutti i servizi assistenziali durante la gravidanza e dopo il parto. Questo evidenzia un modello integrato che, pur non gestendo il parto attivo, mira a offrire un supporto completo alle gestanti e alle neo-mamme, concentrandosi sulla prevenzione, la diagnosi e l'assistenza ambulatoriale.

Servizi attivi all'ospedale di Arco

La Richiesta di Deroga e le Decisioni del Comitato Nazionale

Il processo di chiusura dei punti nascita in Trentino non è stato una decisione unilaterale, ma è passato attraverso un iter complesso che ha coinvolto la Provincia autonoma di Trento e il Comitato percorso nascita nazionale. La Provincia, consapevole delle specificità territoriali e delle esigenze della popolazione, aveva presentato un'istanza di deroga alla chiusura per quattro punti nascita: Cavalese, Cles, Tione e Arco. Queste strutture avevano in comune il fatto di aver registrato, nel corso degli anni 2014 e 2015, volumi di attività inferiori alla soglia minima dei 500 parti annui, stabilita dal DM n. 70 del 2015 come standard di sicurezza.

Il Comitato percorso nascita nazionale è stato quindi chiamato a esprimere un parere tecnico su queste richieste di deroga. Per formulare il proprio giudizio, il Comitato ha adottato una metodologia di valutazione rigorosa, che teneva conto di molteplici fattori. Tra i principali elementi presi in considerazione vi erano le situazioni orografiche del territorio, che possono influenzare significativamente i tempi di percorrenza e l'accessibilità dei servizi. È stata valutata anche la distanza media tra il luogo del parto e il comune di residenza della madre, un parametro cruciale per comprendere il potenziale disagio per le partorienti. Per quantificare le difficoltà legate alle condizioni climatiche, in particolare in un territorio montano come quello trentino, sono state considerate le altezze medie sul livello del mare dei comuni che rientravano nel bacino di utenza di ciascun singolo punto nascita. Infine, il Comitato ha esaminato le variazioni delle distanze tra i comuni di residenza e i punti nascita alternativi disponibili, per capire se la chiusura di una struttura avrebbe comportato un aumento significativo dei tempi di accesso ad altri presidi.

Sulla base di questa analisi dettagliata, il Comitato si è espresso per la chiusura dei punti nascita di Arco e Tione. Nel caso di queste due strutture, le valutazioni del Comitato non hanno mostrato variazioni di rilievo nelle distanze rispetto ai punti nascita alternativi, il che ha contribuito a motivare la decisione. Al contrario, il Comitato ha raccomandato il mantenimento in attività dei punti nascita di Cavalese e Cles, riconoscendo probabilmente per queste aree condizioni più critiche o maggiori difficoltà nell'accesso a strutture alternative, tali da giustificare una deroga agli standard numerici.

È importante sottolineare un aspetto chiaramente precisato nel parere del Comitato: la chiusura dei punti nascita che non rispettano gli standard si riferisce esclusivamente alla fase di espletamento del parto. Questo significa che, nonostante la sospensione dell'attività di sala parto, rimangono pienamente operativi nei punti nascita oggetto di chiusura tutti i servizi e le attività assistenziali rese alle donne sia nella fase pre-partum che in quella post-partum. L'obiettivo è quello di continuare a garantire la tutela della salute delle donne e dei neonati in tutte le altre fasi del percorso nascita, dalla gravidanza al puerperio.

Chiusura punto nascita Borgotaro-Pavullo-Castelnovo è sul tavolo del Ministero della Salute

A completamento del parere, il Comitato ha anche formulato una raccomandazione specifica alla Provincia autonoma di Trento. Ha suggerito di potenziare l'assistenza territoriale e l'attività dei consultori. Questa misura è stata pensata per consentire un attento monitoraggio sull'insorgenza, durante la gravidanza, di eventuali fattori di rischio. L'obiettivo è quello di poter indirizzare tempestivamente la donna in gravidanza verso i "centri hub" individuati dalla stessa Provincia autonoma, assicurando così che i casi più complessi o a rischio possano ricevere cure specialistiche adeguate. La Ministra, da parte sua, ha assicurato un monitoraggio personale sulla situazione, per verificare che tutti i parametri siano rispettati e che sia garantita un'oggettiva assistenza alle donne dell'area e del territorio, assicurando loro soprattutto il parto in sicurezza, considerato l'elemento fondamentale per la salute della mamma e del bambino.

Orizzonti di Riapertura: L'Impegno Istituzionale e le Pressioni Locali

La persistente insoddisfazione e le reiterate richieste della comunità locale per la riapertura del punto nascita di Arco non sono rimaste inascolt. La pressione dal basso, concretizzata anche nella raccolta di 12.000 firme, ha incontrato un crescente impegno istituzionale, culminato in recenti visite e incontri volti a rivalutare la situazione. Un segnale forte in questa direzione è stata la visita del viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, e del sottosegretario di Stato alla Presidenza dei Ministri, Riccardo Fraccaro, all'ospedale di Arco. I rappresentanti del Governo sono stati accolti da una delegazione di alto livello, inclusa l'assessora alla salute, politiche sociali, disabilità e famiglia, Stefania Segnana, il dirigente generale del Dipartimento provinciale Salute e Politiche sociali Giancarlo Ruscitti, il direttore generale dell'Azienda sanitaria Paolo Bordon e il direttore medico Luca Fabbri. Erano presenti anche numerosi amministratori locali, tra cui il sindaco di Arco Alessandro Betta, il presidente della Comunità Alto Garda e Ledro Mauro Malfer e i sindaci di Ledro, Dro, Nago Torbole, Tenno, Drena e Riva del Garda, a testimonianza dell'importanza attribuita alla questione dal territorio.

Durante la visita, il viceministro Sileri ha dichiarato che si stava avviando "un percorso, apriamo un dialogo con i diversi attori del territorio, con i sindaci, la Provincia e il Ministero per vedere insieme cosa può essere necessario e quale può essere appunto questo percorso" in merito all'eventuale riapertura del punto nascita. Questa apertura al dialogo rappresenta un passo significativo rispetto alle posizioni precedenti. Il sottosegretario di Stato Fraccaro, che ha svolto un ruolo attivo nel favorire l'incontro, ha rafforzato l'impegno governativo, ribadendo che la riapertura del punto nascita è un tema "che abbiamo a cuore". Ha evidenziato l'impegno del Governo in questo senso, richiamando la riapertura del punto nascita di Cavalese come esempio concreto. Fraccaro ha ricordato la loro opposizione alla chiusura nel 2016 e ha espresso la convinzione che "ora credo che si siano le condizioni per la riapertura, con la massima attenzione e un percorso coerente in grado di garantire la sicurezza", sottolineando che l'obiettivo del Governo è "garantire a tutti i trentini livelli adeguati di assistenza".

Autorità istituzionali in visita all'ospedale di Arco

L'assessora Segnana ha da parte sua evidenziato come "garantire i servizi ai territori periferici è fondamentale", specialmente in un "territorio montano" dove molte comunità "gravitano sugli ospedali delle valli che vanno preservati per evitare lo spopolamento delle zone lontane dal centro". Ha concluso rimarcando che "Qui, nell'Alto Garda […] la richiesta arriva dal basso, dal territorio", a conferma delle 12.000 firme raccolte per la riapertura, che attestano "l'importanza di questo presidio per la comunità".

Il tema del punto nascita è stato sin da subito al centro dell'attenzione dell'amministrazione provinciale. Già nell'estate precedente, l'assessora Stefania Segnana aveva incontrato il ministro Grillo e successivamente il ministro Speranza, i quali avevano appoggiato l'intenzione di chiedere l'apertura di un tavolo per la revisione dei criteri dei Punti Nascita. A questi incontri è seguita l'approvazione, in Commissione Salute, della richiesta di apertura del tavolo tecnico. Più recentemente, si è tenuto un incontro tra l'assessora Segnana, il viceministro Sileri, il presidente del Comitato Punti Nascita Nazionale Iorizzo e il direttore generale della programmazione sanitaria del Ministero della Salute Urbani. Questo confronto ha portato all'approvazione dell'apertura di un tavolo di confronto istituito in seno alla Commissione Salute, segnando un avanzamento concreto verso la revisione delle politiche. Non ultimo, si è svolto anche un confronto tra l'assessora Segnana e gli amministratori locali presso la Comunità Alto Garda e Ledro, specificamente dedicato all'ospedale di Arco, a dimostrazione di una concertazione capillare sul territorio.

Durante queste occasioni, agli esponenti del governo è stata illustrata la struttura ospedaliera arcense e, in particolare, l'attività dell'Unità operativa di ostetricia e ginecologia. Questa presentazione ha fornito una panoramica delle risorse e dei servizi attualmente disponibili, rinforzando la richiesta di una riconsiderazione del punto nascita. La somma di questi sforzi e la riattivazione del dialogo a livello nazionale e locale infondono nuove speranze per una possibile riapertura o, quantomeno, per una ridefinizione più adeguata dei servizi di ostetricia e ginecologia nell'Alto Garda, che tenga conto delle specifiche esigenze di un territorio complesso e popoloso.

Chiusura punto nascita Borgotaro-Pavullo-Castelnovo è sul tavolo del Ministero della Salute

Il Nuovo Modello di Rete Nascita in Trentino

Parallelamente al dibattito specifico sull'ospedale di Arco e sulla sua potenziale riapertura come punto nascita, la Provincia autonoma di Trento ha lavorato alla definizione di un modello più ampio e strutturato per la rete nascita su tutto il territorio. Questo nuovo modello si basa su una configurazione complessiva che mira a garantire la sicurezza e l'assistenza alle donne in gravidanza attraverso una distribuzione mirata dei servizi e una rete di supporto integrata.

La Provincia ha dato mandato all'Azienda sanitaria di presentare entro agosto un piano di adeguamento che garantisca la presenza sulle 24 ore di figure professionali essenziali in ogni punto nascita attivo. Queste figure includono il ginecologo, l'anestesista, il pediatra e l'ostetrica. La presenza costante di questi specialisti è considerata fondamentale per assicurare un'assistenza di alto livello in ogni momento, rispondendo così ai requisiti di sicurezza e qualità imposti dalle normative nazionali.

L'assessora Zeni, nel delineare questa nuova impostazione, ha dichiarato: "Diamo oggi definitiva configurazione dei punti nascita in Trentino, basata su quattro strutture, ma anche sulla rete di operatori che affiancano le donne in stato di gravidanza in quello che abbiamo strutturato come percorso nascita territoriale." Questa affermazione sottolinea un approccio duale: da un lato, la presenza di strutture ospedaliere dedicate al parto con standard elevati; dall'altro, una rete capillare di supporto sul territorio che accompagna la donna durante l'intera gravidanza e nel post-parto.

Nell'ambito di questa riorganizzazione, i punti nascita di Cles e Cavalese vengono mantenuti in attività, con una finalizzazione esclusiva all'attività di ostetricia. L'assistenza in queste strutture sarà garantita dall'ospedale di Rovereto, mantenendo ferma la libertà di scelta della gestante sulla struttura dove partorire. Analogamente, il punto nascita di Tione ha cessato la sua attività con il 23 maggio scorso, e la sua attività è ora garantita dall'ospedale di Trento, assicurando anche qui la libertà di scelta per la gestante. Queste scelte mirano a concentrare le risorse e le competenze, ma senza penalizzare la possibilità per le donne di scegliere la struttura che ritengono più appropriata per il loro parto.

Il nuovo modello introduce dei "punti fermi" per la garanzia delle donne in stato di gravidanza. Tra questi, si prevede un potenziamento del protocollo per il trasferimento degli interventi urgenti, fondamentale per gestire in sicurezza le situazioni critiche. Un altro elemento chiave è l'assicurazione dell'assistenza ostetrica notturna nelle Comunità delle Giudicarie e dell'Alto Garda e Ledro. Questa misura è stata introdotta per rispondere alle criticità sollevate riguardo alle lunghe distanze e alla difficoltà di accesso ai centri ospedalieri in orari notturni o in condizioni meteorologiche avverse. Infine, il modello prevede la garanzia per le donne di un'adeguata accoglienza, tutela e ospitalità negli ospedali di Trento e di Rovereto, con una particolare attenzione alla valutazione di modalità di accoglienza che includano un accompagnatore della gestante. Questa disposizione riconosce l'importanza del supporto familiare e affettivo durante un momento così significativo.

Complessivamente, il percorso nascita territoriale delineato dalla Provincia autonoma di Trento si propone come una soluzione articolata. Se da un lato risponde ai requisiti nazionali di sicurezza attraverso la concentrazione di volumi e competenze in alcune strutture hub, dall'altro cerca di mitigare l'impatto sui territori periferici potenziando l'assistenza locale, la gestione delle urgenze e il supporto pre e post-parto, mantenendo al contempo la centralità della scelta della donna.

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