Politiche di Sostegno alla Famiglia e Bonus Bebè: Un Confronto tra Italia ed Europa

L'Italia si trova di fronte a una sfida demografica significativa, con il numero medio di figli per donna che ha raggiunto un minimo storico di 1,18. Questo contesto, unito alle difficoltà di conciliare lavoro remunerato e cura familiare, nonché all'elevato costo di crescita dei figli, rende le politiche di sostegno alla natalità e alla famiglia un tema di cruciale importanza. Molto è stato fatto, ma l'efficacia di tali misure è spesso messa in discussione.

Andamento demografico natalità Italia

Le Nuove Proposte del Governo Italiano e le Prime Criticità

Il governo italiano sta valutando due interventi principali nelle politiche per le famiglie: un assegno per i figli e la detraibilità della spesa per pannolini e latte in polvere. La prima proposta, formulata "nelle more di un riordino delle politiche a favore della natalità e per il sostegno alle famiglie con figli finalizzato alla semplificazione e unificazione degli strumenti esistenti", mira alla costituzione di un Fondo per le politiche della natalità. Questo fondo dovrebbe essere alimentato con le risorse che avanzano, quest'anno e in quelli futuri, dal reddito di cittadinanza, come indicato dall'articolo 1, comma 2 della bozza di decreto.

Interventi proposti: Assegno unico e detraibilità per le spese essenziali

Specificamente, gli emendamenti del ministro Fontana intendono aumentare il valore dell’Isee (Indicatore della situazione economica equivalente) fino a 35 mila euro - dagli attuali 25 mila - per accedere al bonus bebè e incrementare l’importo di quest’ultimo per i redditi Isee superiori a 7 mila euro. Il costo di questa misura è stimato in 51 milioni per l'anno in corso, 315 per l'anno prossimo e a seguire. Una seconda proposta del ministro Fontana prevede di introdurre la detraibilità a fini fiscali della spesa per pannolini e latte in polvere. Anche in questo caso, il costo di queste due misure dovrebbe essere coperto con "l’avanzo" del Reddito di Cittadinanza.

Grafico ISEE bonus bebè

Le incertezze sulla copertura finanziaria e la questione del Reddito di Cittadinanza

Tuttavia, queste proposte hanno incontrato le prime criticità. La commissione bilancio della Camera ha già dichiarato inammissibile il primo emendamento, soprattutto a causa della copertura finanziaria. Questa è affidata al miliardo che si ipotizza di risparmiare quest’anno sul reddito di cittadinanza e a quelli futuri. Le obiezioni tecniche della Ragioneria sottolineano che spostare fondi da un settore all’altro non è un’operazione automatica. Inoltre, sorge la domanda di come si possa parlare di "avanzo" a soli due mesi dall’avvio del provvedimento e a sei mesi dalla fine dell’anno, considerando che l’esperienza insegna che le domande aumentano man mano che la conoscenza di una misura si diffonde.

In questo contesto, sarebbe opportuno - anzi equo - rivedere subito la scala di equivalenza del reddito di cittadinanza, che è particolarmente punitiva proprio per le famiglie numerose con figli minorenni, quelle in cui più si concentra la povertà. Il "risparmio" su cui si basa la copertura deriva anche dall’esclusione di una buona parte degli stranieri regolarmente residenti, che pure hanno alte concentrazioni di povertà assoluta, e da quella di italiani e stranieri senza dimora.

La sovrapposizione degli strumenti e le problematiche amministrative

La finalità più interessante della proposta di Di Maio, che mirava a riformare i diversi e frammentati trasferimenti legati alla presenza dei figli per arrivare a una misura unica, non è indebolita solo da una copertura finanziaria incerta, ma anche dall’intenzione, come si legge al comma 4, di aggiungere, nel frattempo, un “assegno” unico in realtà sovrapposto alle misure esistenti. Questa sovrapposizione rappresenta una seconda criticità, anche in considerazione di studi e proposte di legge già esistenti che si sono esercitate nella materia, come quella a firma del senatore Stefano Lepri nella passata legislatura.

Quanto alla detrazione delle spese per pannolini e latte in polvere, il cui costo è stimato in 288,8 milioni di euro per il 2020, e poi a crescere, sempre a valere sull’“avanzo” del reddito di cittadinanza, sorgono interrogativi sulla sua implementazione. Non è chiaro come potrà avvenire: occorrerà tenere centinaia di scontrini del supermercato, dove vengono normalmente acquistati? Si dovrà mostrare il tesserino sanitario alla cassa ogni volta che li si acquista? Questo solleva significative preoccupazioni riguardo alla complessità amministrativa per le famiglie.

L'Efficacia delle Misure Esistenti: Un'Analisi Profonda

Le politiche di sostegno alla famiglia in Italia non sempre funzionano al meglio. Le misure esistenti, pur con i loro pregi, spesso presentano delle inefficienze nell'erogazione che ne minano l'efficacia.

Il costo di crescere un figlio e la volatilità dei redditi familiari

Mantenere un bambino nel primo anno di vita comporta un costo complessivo che, secondo l’Osservatorio Nazionale Federconsumatori nel 2024, varia da un minimo di 7.431,58 euro fino a un massimo di 17.585,78 euro. Attribuendo a ogni mese quote costanti, si parla di una cifra mensile tra i 619 e i 1.465 euro. La nascita di un figlio rappresenta quindi uno shock finanziario immediato, comportando un aumento repentino delle spese (sanitarie, per beni essenziali, per la cura del neonato) e spesso coincidendo con una riduzione temporanea del reddito disponibile.

La letteratura recente mette in luce che i redditi delle famiglie non sono stabili nel tempo, ma soggetti a variazioni frequenti anche su base infra-annuale. Questa volatilità è particolarmente elevata tra i lavoratori a basso reddito e con occupazioni instabili, cioè tra i gruppi che rappresentano una quota rilevante dei potenziali beneficiari delle politiche familiari. I dati OCSE per l’UE mostrano che l’instabilità del reddito tende infatti a concentrarsi tra le famiglie già esposte a rischio di povertà, inclusi i nuclei con figli. Una quota significativa di famiglie non dispone di risparmi sufficienti per far fronte a shock di reddito anche di breve durata, configurando una condizione di vera e propria insicurezza economica.

Il caso delle indennità di maternità per le lavoratrici parasubordinate

Un esempio concreto di come i meccanismi attuali possano penalizzare le famiglie è l'erogazione dell'indennità di maternità. Questo beneficio spetta alle madri che versano contributi all’INPS (con alcuni requisiti di accesso) per un minimo di 5 mesi, indennizzati all’80% dall’INPS e, solitamente, con integrazione del resto da parte del datore di lavoro. Tuttavia, il caso di una madre inquadrata come parasubordinata, che versa i propri contributi alla Gestione Separata dell’INPS, evidenzia diverse problematiche.

Questa tipologia di lavoratrice non beneficia della possibilità, offerta ai soli lavoratori dipendenti, di ricevere l’indennità di maternità direttamente in busta paga. Riceve l’indennità all’80% direttamente dall’INPS, con tre importanti conseguenze. In primo luogo, una decurtazione dello stipendio nel breve periodo, dovuto al fatto che il "datore di lavoro" della madre, pur integrando il restante 20% senza esservi legalmente tenuto, lo fa solo dopo la ripresa del servizio, per timore di erogare importi non dovuti.

In secondo luogo, i tempi di lavorazione delle pratiche da parte degli uffici dell’INPS e il naturale disallineamento del giorno di paga rispetto ai giorni di liquidazione dell’INPS hanno comportato ritardi significativi, fino a 15 giorni di scarto tra la consueta data dello stipendio e il pagamento della prima indennità, spesso di importo inferiore al normale. Ulteriori decurtazioni possono verificarsi a causa di circostanze casuali, come un ritardo nella nascita rispetto alla data presunta del parto, che può "spiazzare" gli uffici INPS nella corretta applicazione delle regole. Questo crea una vera e propria “lotteria” sulla corretta e tempestiva applicazione delle regole a seconda del periodo dell’anno e di chi si occupa della pratica.

Infine, l'interfacciarsi direttamente con l’INPS comporta un notevole carico amministrativo per la madre, che potrebbe non avere le competenze necessarie per gestirlo. Mancare alcune scadenze delle pratiche amministrative richieste comporta la totale perdita del diritto all’indennità. Il trattamento economico ricevuto dalla madre, in questi casi, si configura come una linea spezzata che riprende un livello paragonabile con lo stipendio di partenza a circa due mesi dalla nascita, ovvero quando la gran parte delle spese di investimento e sanitarie erano già state sostenute.

Assegno Unico Universale e Bonus Nuovi Nati: tra universalità e ritardi nell'erogazione

L'Italia ha introdotto misure come l'Assegno Unico e Universale per i figli a carico (AUU), in vigore dal 1° marzo 2022. L'AUU è una misura economica concepita per semplificare e unificare i precedenti strumenti di sostegno alla genitorialità, come il bonus bebè, l’assegno familiare per figli e le detrazioni per figli a carico. È "unico" perché sostituisce numerosi bonus e detrazioni semplificando le procedure, ed è "universale" in quanto destinato a tutte le famiglie con figli a carico, indipendentemente dalla categoria lavorativa dei genitori. La prestazione è corrisposta mensilmente dall’INPS a partire dal settimo mese di gravidanza, e l’importo varia a seconda dell’ISEE, dell’età dei figli e della presenza di eventuali disabilità, con un importo minimo garantito anche in caso di mancata dichiarazione dell’ISEE.

Tuttavia, il bonus nuovi nati, un contributo economico introdotto dalla legge di bilancio 2025, si pone in netta contraddizione proprio con l’“unicità” dell’AUU, concepito anche per evitare ai genitori la proliferazione delle pratiche amministrative. Consiste in un aiuto una tantum per ogni figlio nato, adottato o in affido preadottivo dal 1° gennaio 2025, destinato ai genitori con un ISEE non superiore a 40.000 euro, erogato in un’unica soluzione.

L'impatto dei ritardi sulla liquidità familiare e il ruolo della tempestività

Nel caso specifico, i genitori hanno ricevuto il bonus nuovi nati dopo 70 giorni dalla nascita del figlio e il primo assegno unico (con tutti gli arretrati) dopo 95 giorni dalla nascita. Tutte le spese di “investimento” necessarie per la nascita erano già state sostenute, non essendo rimandabili a più di due mesi dall’arrivo del figlio. La legge ha ragionevolmente previsto un aumento della liquidità disponibile già prima della nascita con l'AUU dal settimo mese di gravidanza, per sostenere le spese sanitarie e i primi investimenti, e ha disposto un aumento della liquidità mensile con la prosecuzione automatica dell’assegno unico. Ha persino pensato a un ulteriore aumento di liquidità una tantum, non progressivo, proprio in corrispondenza della nascita per garantire un aiuto sostanziale (il bonus nuovi nati).

Il confronto tra la liquidità effettivamente ricevuta e quella spettante evidenzia una realtà impietosa: viene a mancare il sostegno proprio nel momento di massima necessità, e i bonus stessi generano una volatilità finanziaria sicuramente non auspicabile per i bilanci familiari. I ritardi nell'erogazione non sono fluttuazioni attese e prevedibili, perché la data di erogazione dei bonus rimane imprevedibile. E, anche se fossero prevedibili, nulla assicura che proprio le famiglie più in difficoltà, cui spettano importi di AUU più elevati, siano nelle condizioni finanziarie di anticipare le spese con risparmi o prestiti.

Confronto liquidità familiare effettiva e spettante

Quando eventi come la nascita di un figlio si verificano in presenza di redditi instabili e scarse risorse liquide, la capacità delle famiglie di sostenere le spese nel breve periodo risulta fortemente limitata. È proprio su questo punto che la tempestività dei trasferimenti pubblici diventa determinante. L’analisi dell’OCSE sottolinea come i sistemi di protezione sociale possano contribuire a ridurre l’instabilità economica, ma solo a condizione che i benefici siano erogati in modo tempestivo e coerente con i bisogni delle famiglie. Ritardi nei pagamenti o una bassa frequenza delle erogazioni possono tradursi in difficoltà nel far fronte alle spese correnti, con conseguente aumento dello stress finanziario e maggiore rischio di scivolare in condizioni di povertà.

Politiche Familiari in Europa: Un Confronto Rivelatore

Gli assegni familiari svolgono un ruolo fondamentale nella lotta alla povertà e nella promozione dell'inclusione sociale. In Europa, i sistemi di sicurezza sociale e gli aiuti familiari variano notevolmente, offrendo un panorama diversificato di approcci e risultati. L'Italia, con 8,5 bambini ogni mille abitanti, continua a rimanere in fondo alla classifica della natalità in Europa, contro numeri a due cifre di paesi come Irlanda (15 per mille), Francia (12,3 per mille), Regno Unito (12,2), Svezia (11,8) e Lussemburgo (11,3).

FAMILY ACT: LA PRIMA VERA RIFORMA PER LE POLITICHE FAMILIARI NEL NOSTRO PAESE

La spesa per gli assegni familiari nell'UE: differenze e tendenze

Secondo Eurostat, nel 2022, i Paesi dell'Ue hanno speso in media 830 euro a persona per gli assegni familiari. La spesa variava da 211 euro in Bulgaria a 3.789 euro in Lussemburgo. Anche Germania (1.616 euro), Svizzera (1.375 euro), Austria (1.340 euro) e Irlanda (1.026 euro) spendono più di 1.000 euro a persona. I Paesi Bassi offrono 670 euro a persona, circa 160 euro in meno rispetto alla media Ue. I Paesi candidati all'Ue offrono gli assegni familiari più bassi.

Negli ultimi 10 anni, tra i 32 Paesi esaminati, gli assegni familiari sono diminuiti solo in due nazioni (Norvegia e Cipro), mentre gli aumenti sono variati in modo significativo. Nell'Ue la media è passata da 566 euro nel 2012 a 830 euro nel 2022. Gli aumenti più evidenti si registrano in Europa centrale e orientale (PECO), in particolare in Ungheria e Polonia, dove la crescita è in gran parte guidata da politiche per la natalità che mirano ad aumentare i tassi di fertilità e a sostenere i modelli familiari tradizionali. Anche la Lituania ha registrato aumenti significativi grazie all'introduzione di un assegno familiare universale nel 2018.

Mappa spese assegni familiari UE

Modelli di successo: Francia, Finlandia e Germania

La ricetta con cui si aiutano le donne a fare figli in Europa è chiara: soldi in tasca subito (assegni legati alla maternità), aiuti nella cura dei bambini (dagli asili nido alle babysitter di famiglia), congedi parentali più flessibili e benefit vari (spesso a sostegno dei redditi più bassi).

  • Francia: Dal 1973 il tasso di fecondità Oltralpe è costante sui 2 figli a donna. Il premio alla nascita vale 927,71 euro e viene erogato all’inizio del quarto mese di gravidanza. Le prestazioni di mantenimento e di accoglienza legate alla prima infanzia sono raggruppate nel pacchetto Paje, che comprende un assegno di base mensile fino ai tre anni del bambino. Esistono anche misure come la prestazione condivisa di educazione del bambino (PreParE) e l’integrazione di libera scelta d’attività (CLCA) per permettere ai genitori di sospendere o ridurre la propria attività lavorativa.
  • Finlandia: Considerate le mamme più felici del mondo, beneficiano di politiche sociali che destinano il 32% del PIL. A partire dal 1949, tutte le future madri ricevono una baby box, una scatola di cartone con beni di prima necessità che funge anche da culla. Inoltre, sono previsti fino a dieci mesi di permesso di maternità retribuito per le donne e incentivi per i padri. Un sussidio mensile viene versato per ogni figlio a carico fino a 17 anni, con importi crescenti per i figli successivi.
  • Germania: I sussidi per la nascita di un bambino sono consistenti: 184 euro al mese per ognuno dei primi due figli (Kindergeld), che sale a 190 euro per tre pargoli e a 215 euro per i successivi. Il sistema prevede un posto all’asilo nido di diritto per ogni famiglia, e chi preferisce accudire a casa i bambini riceve un assegno da 150 euro al mese. Il nuovo sussidio ElterngeldPlus offre congedi parentali più flessibili, permettendo di assentarsi dal lavoro per un totale di 24 mesi fino all’ottavo anno di età del bambino o di lavorare part-time con benefit. È prevista anche un’agevolazione per le famiglie che acquistano la prima casa (Baukindergeld).

Altri approcci europei: Regno Unito, Paesi Bassi e Spagna

  • Regno Unito: Il Child benefit è universale, ma con un limite reddituale: se si superano 50mila sterline all’anno, una parte deve essere restituita. Gli importi sono di circa 20,70 sterline a settimana per il primo figlio e 13,70 per i successivi, erogati fino a 16 anni o 20 in caso di studi. Il Child Tax Credit offre crediti d’imposta aggiuntivi per spese come la baby-sitter. Le future mamme possono richiedere la Maternity Allowance per 39 settimane, con pagamenti che possono iniziare già 11 settimane prima del parto.
  • Paesi Bassi: Lo Stato aiuta tutti i genitori fino a 18 anni attraverso il Kinderbijslag, l’assegno familiare versato ogni tre mesi, il cui importo aumenta con l’età del bambino e raddoppia per figli con disabilità. È previsto anche un bonus a seconda del reddito e del tipo di famiglia, più un’ulteriore somma per l’assistenza ai bambini basata sulle ore lavorate dai genitori. Il congedo di maternità è di 16 settimane, con un incentivo al ritorno al lavoro con orari flessibili.
  • Spagna: La crisi ha lasciato il segno sulle politiche di sostegno. L'unico incentivo universale è la deduzione di 1.200 euro dall’Irpef per ogni figlio nato fino a 3 anni. Esistono bonus specifici per famiglie numerose, madri single o genitori con disabilità, e in caso di parto multiplo. Le comunità autonome possono offrire aiuti tra 1.200 e 8.700 euro all’anno per beni di prima necessità. Per le madri libere professioniste sono previste 16 settimane di maternità retribuite.

Questi esempi mostrano un mix di interventi che fanno la differenza nell'incentivare la natalità e il lavoro femminile, spesso con un approccio più incisivo e tempestivo rispetto a quanto osservato in Italia.

Diritti Fondamentali e Inclusione: Il Ruolo della Giustizia Europea e Nazionale

Il tema delle politiche familiari si intreccia strettamente con i diritti fondamentali e l'inclusione sociale, in particolare per quanto riguarda i cittadini di Paesi non appartenenti all'Unione europea. Le decisioni giudiziarie hanno avuto un impatto significativo sulla definizione e l'accesso a tali benefici.

Logo Corte Costituzionale e Corte di Giustizia UE

La Sentenza della Corte Costituzionale sul bonus bebè per i cittadini extracomunitari

Con la sentenza del 4 marzo 2022, n. 54, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della disciplina del cosiddetto bonus bebè e dell’assegno di maternità nella parte in cui subordinava la concessione dei due assegni agli stranieri extracomunitari alla condizione che fossero titolari del permesso per soggiornanti di lungo periodo. Questa decisione ha confermato che, in tema di diritti fondamentali, esistono continue connessioni e interferenze tra la Costituzione italiana e la Carta dei diritti fondamentali dell’UE.

La questione affrontata si inserisce nel più ampio contesto delle condizioni di accesso alle prestazioni di assistenza sociale da parte di cittadini di Paesi non appartenenti all’Unione europea, un tema complesso per le implicazioni sul bilancio dello Stato. La risposta della Corte costituzionale ha dimostrato non solo un apprezzabile avanzamento del livello di integrazione europea dal punto di vista sociale, ma anche come la sinergia tra le due Corti Supreme sia in grado di produrre importanti risultati in termini di tutela dei soggetti più deboli.

Il dialogo tra le Corti e l'evoluzione dei diritti per i cittadini di Paesi terzi

Sebbene lo status dei cittadini extracomunitari non sia equiparabile a quello dei cittadini europei, nell’Unione europea è stato avviato un passaggio da una fase improntata alla salvaguardia dei diritti dei cittadini europei ad una nuova fase, più solidale e inclusiva. Questa nuova fase è caratterizzata dall’estensione di taluni di questi diritti alla persona in quanto tale, a prescindere dalla sua nazionalità e dal suo status particolare di migrante. Un contributo determinante in questa direzione è stato fornito dalla Carta dei diritti fondamentali, dall’adozione di diversi atti di diritto dell’Unione e da una giurisprudenza evolutiva della Corte di Giustizia e dal suo dialogo con i giudici nazionali.

La sentenza della Corte Costituzionale è un esempio di questo dialogo, in quanto ha riconosciuto diritti a cittadini di paesi terzi che si erano visti negare dalle autorità italiane il beneficio dell'assegno di natalità e di maternità. La Corte Costituzionale ha modificato il suo orientamento restrittivo, promuovendo il confronto con la Corte di Giustizia e, nel caso in oggetto, ha essenzialmente seguito lo stesso percorso utilizzato in occasioni precedenti, coinvolgendo il giudice dell’Unione tramite quesiti pregiudiziali. Questo approccio ha permesso di giungere a conclusioni concordanti con l'interpretazione del diritto dell'Unione fornita dalla Corte di Giustizia.

La cooperazione tra le due Corti è stata rafforzata anche dalla pendenza di una procedura di infrazione avviata dalla Commissione europea contro lo Stato italiano a causa del non corretto recepimento della Direttiva 2011/98/UE. La Corte di Giustizia ha ricondotto gli assegni di maternità e di natalità nell’ambito dei settori della sicurezza sociale definiti nel Regolamento n. 883/2004, consentendo così ai cittadini extracomunitari di beneficiare della parità di trattamento prevista dalla Direttiva. Questa interpretazione, che ha valorizzato la sostanza sulla forma e si è collocata nel solco del diritto dell'Unione, ha chiarito che la concessione delle prestazioni non dipende da una valutazione individuale, ma da criteri oggettivi e legalmente definiti.

Il Reddito di Cittadinanza e la questione dell'esclusione

Non sempre, però, la Corte Costituzionale si è rivolta alla Corte di Giustizia per l’interpretazione della Carta dei diritti fondamentali. Un esempio è la controversia inerente all’esclusione dal reddito di cittadinanza dei migranti non appartenenti all’Unione europea, ma presenti in Italia a titolo diverso dai soggiornanti di lungo periodo. In relazione a questa delicata questione, la Corte ha affermato che “il reddito di cittadinanza […] non si risolve in una provvidenza assistenziale diretta a soddisfare un bisogno primario dell’individuo, ma persegue diversi e più articolati obiettivi di politica attiva del lavoro e di integrazione sociale”. In tal caso, l’omesso rinvio pregiudiziale deriva dal fatto che l’art. 51 della Carta non consente di attribuire a questa fonte del diritto dell’Unione una portata universale e omnicomprensiva tale da attrarre nella sua sfera applicativa tutte le situazioni che attengono ai diritti fondamentali.

Verso un Futuro di Sostegno Efficace: Soluzioni e Innovazioni

In un contesto di bassa natalità, redditi instabili e limitata disponibilità di risparmio, soprattutto per i più giovani, la tempestività dei trasferimenti è essenziale. Le criticità riscontrate nell'efficacia delle misure esistenti non dipendono tanto dal loro ammontare, quanto dai ritardi nella loro erogazione, le cui cause possono essere rimosse senza ricorrere a modifiche legislative sostanziali, ma con interventi a livello amministrativo.

Superare gli ostacoli amministrativi: codice fiscale e tempi di lavorazione

Una prima criticità riguarda l’erogazione dell’assegno unico subordinata alla ricezione del codice fiscale del bambino, che viene rilasciato dall’Agenzia delle Entrate solo dopo la nascita. Poiché l’AUU è pensato per contribuire al bilancio familiare fin dal settimo mese di gravidanza, c’è un evidente cortocircuito nel fatto che la domanda sia subordinata a un dato che non esiste fino alla nascita del bambino. Sarebbe sufficiente e a costo zero modificare le regole con cui l’INPS può ricevere la domanda ed erogare il bonus, subordinando la prosecuzione dell’erogazione dopo la nascita all’acquisizione ex post del codice fiscale. La percentuale di natimortalità è talmente bassa (0,27% nel 2019) da non giustificare un tale blocco iniziale.

Una seconda criticità è legata all’idiosincrasia dei tempi di lavorazione e liquidazione delle richieste dei genitori. La tempestività richiede che i bonus siano erogati al verificarsi dell’evento e non mesi dopo, il che implica meccanismi di gestione delle pratiche diversi da quelli tradizionali. Un esempio virtuoso è quello del bonus energia, erogato direttamente senza previa domanda per assicurarsi che arrivasse immediatamente alle famiglie in difficoltà.

Il potenziale dell'Intelligenza Artificiale per l'erogazione delle prestazioni sociali

Guardando al futuro, un recente report dell’OCSE sull’uso dell’Intelligenza Artificiale in ambito di sicurezza sociale evidenzia come l’AI possa contribuire a rendere più tempestiva l’erogazione delle prestazioni sociali. In particolare, può accelerare le fasi di analisi delle domande e verifica dei requisiti, come già accade per alcuni servizi in Finlandia, Germania e Spagna. L'effetto è quello di velocizzare l’accesso ai benefici e migliorare l’efficienza complessiva dei servizi, aiutando a far arrivare “the right benefits to the right people at the right time”.

Intelligenza Artificiale per servizi sociali

In definitiva, un trasferimento di sostegno alle famiglie che arriva con ritardo rispetto al momento in cui si manifestano le spese rischia di non alleviare i vincoli di liquidità che le famiglie affrontano quando nasce (o viene accolto in famiglia) un bambino. In tali condizioni, le famiglie possono essere costrette a ricorrere al debito o a comprimere altre spese essenziali, riducendo l’efficacia della misura proprio per chi dovrebbe beneficiarne.

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