Cesare Beccaria: Il Nonno Materno di Alessandro Manzoni e Architetto dell'Illuminismo Giuridico

La figura di Cesare Beccaria, marchese di Gualdrasco e di Villareggio, si erge come un pilastro fondamentale non solo dell'Illuminismo italiano ed europeo, ma anche come capostipite di una dinastia intellettuale che avrebbe dato i natali ad Alessandro Manzoni. Si potrebbe dire che la cultura dell’Illuminismo si trasmettesse al Manzoni per via genetica, visto che il nonno materno (padre di Giulia) era il celebre Cesare Beccaria (1738-1794), uno dei maggiori rappresentanti di quella Milano illuministica e progressista di secondo Settecento. Questa Milano vide una feconda collaborazione fra i gruppi intellettuali formatisi sulle idee dei philosophes francesi e il governo riformista degli Asburgo, prima sotto Maria Teresa e poi con Giuseppe II. Il nome di Beccaria è indissolubilmente legato alla sua opera più celebre, Dei delitti e delle pene, un trattato che ha rivoluzionato il pensiero giuridico e influenzato profondamente le riforme legislative in tutta Europa.

Le Origini e la Formazione di un Illuminista

Cesare Beccaria nacque a Milano, sotto la dominazione asburgica, il 15 marzo 1738. Era figlio di Giovanni Saverio di Francesco, discendente da un ramo dell'importante famiglia pavese dei Beccaria, e di Maria Visconti di Saliceto. La sua educazione fu affidata ai gesuiti a Parma, dove studiò, per poi laurearsi in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Pavia il 13 settembre 1758. Proveniente da famiglia nobile, si formò nel collegio gesuitico di Parma e poi studiò, con molto successo, legge a Pavia. Due anni più tardi, nonostante l’avversione del padre per la donna, al punto che lo costrinse a rinunciare ai diritti di primogenitura, eccetto che al titolo di marchese, sposò la nobildonna spagnola Teresa de Blasco.

Il matrimonio con Teresa de Blasco, celebrato nel 1760, diede alla luce quattro figli: Giulia, Maria, Giovanni Annibale e Margherita. Di questi, solo Giulia raggiunse l’età adulta. Cacciato di casa dopo il matrimonio a causa della forte opposizione paterna, si rifugiò dal conte Pietro Verri, che per un certo periodo lo sostenne anche economicamente. La felicità familiare fu però di breve durata, poiché il 14 marzo 1774, Teresa scomparve prematuramente a causa della sifilide o della tubercolosi. La sua morte avvenne a soli 82 giorni dalla sua prima moglie. Cesare, dopo appena quaranta giorni di vedovanza, convolò a nozze con Anna dei Conti Barnaba Barbò il 4 giugno dello stesso anno, firmando il contratto di matrimonio con Anna dei Conti Barnaba Barbò, che sposò in seconde nozze. La coppia diede alla luce Giulio.

Ritratto di Cesare Beccaria

Il Fermento Culturale Milanese e la Società dei Pugni

Ad avvicinare Cesare Beccaria all’Illuminismo furono le letture di "Lettere persiane" di Montesquieu e del "Contratto sociale" di Rousseau, che lo colpirono profondamente. Fu in questo contesto che iniziò a frequentare il cenacolo di casa Verri, un epicentro del pensiero illuminista milanese. Insieme ai fratelli Pietro ed Alessandro Verri, Beccaria promosse la Società dei Pugni, un gruppo intellettuale che intendeva spingere gli intellettuali fuori dai limiti ristretti di un impegno solo letterario, come quello praticato dall’Accademia dei Trasformati, verso una fattiva partecipazione al rinnovamento politico e sociale. Questa associazione intellettuale mirava a promuovere un'azione più incisiva nella società.

Espressione di questo intento fu la fondazione della rivista Il Caffè, il più celebre giornale politico-letterario del tempo. Questa pubblicazione trasferiva in Italia l’esperienza del nuovo giornalismo europeo, come quella dell’inglese Spectator di Addison e Steele. Sulle sue pagine si parlava in modo chiaro di commercio, di riforma monetaria, di economia politica, di legislatura penale, di scienze, di costume, di fratellanza universale e di altre materie utili alla costruzione di uno stato moderno. Per questa rivista, Beccaria scrisse più volte alcuni articoli, contribuendo attivamente al dibattito pubblico.

GLI ILLUMINISTI ITALIANI – PARTE 1

I Primi Scritti e il Pensiero Economico

La sua prima opera fu "Del disordine e de’ rimedi delle monete nello Stato di Milano nel 1762", pubblicata a Lucca nel luglio del medesimo anno. Questa pubblicazione avvenne a Lucca perché, a causa delle critiche ai metodi monetari austriaci allora vigenti in essa contenuti, la stampa venne ostacolata dal sovrintendente alla censura dello Stato di Milano. Mal tradotto, il suo ragionamento riguardo la circolazione delle monete d’oro e d’argento è tuttora in gran parte sconosciuto, nonostante la sua importanza.

Ad ogni modo, in quest'opera, Beccaria elencò tre teoremi fondamentali per una sana economia monetaria. Il primo affermava che una egual quantità di metallo deve corrispondere ad un egual numero di lire in ogni moneta. Il secondo teorema stabiliva che, come il totale di un metallo circolante è al totale dell’altro, così una data parte di un metallo deve essere ad una egual parte dell’altro metallo in ogni moneta. Infine, il terzo teorema indicava che nello stabilire il valor delle monete non si deve considerare che la pura quantità di metallo fino, nessun conto facendo né della lega, né delle spese del montaggio, né della maggiore raffinazione di alcune monete. Nei corollari a questi principi, egli affermò che, man mano che una nazione si allontanava da questi principi, generava disordine e caos, provocando la diminuzione del denaro e l’aumento dei debiti. L’unica soluzione, secondo Beccaria, sarebbe stata quella di accrescere la massa monetaria, necessaria per sviluppare l’industria e combattere povertà e miseria.

"Dei delitti e delle pene": Un Capolavoro Rivoluzionario

Il suo capolavoro, però, vide la luce due anni più tardi, nel 1764. Fu in quell'anno, infatti, che diede alle stampe "Dei delitti e delle pene", un breve trattato - inizialmente pubblicato anonimo - contro le esecuzioni capitali e la tortura. Questa opera, capolavoro ispirato dalle discussioni in casa Verri del problema dello stato deplorevole della giustizia penale, ebbe un successo strepitoso in tutta Europa e, in particolare, in Francia. L'opera fu il frutto di un lavoro collettivo dell’Accademia dei Pugni, al quale ciascuno diede il proprio contributo con idee e suggerimenti. Alessandro Verri, in particolare, aveva constatato come l’antiquata procedura criminale fosse causa di numerosi errori giudiziari. Cesare Beccaria, che era economista e filosofo e inizialmente aveva scarsa conoscenza dell’argomento, incominciò a interessarsi dei problemi sociali e giudiziari, in particolare delle condizioni della giurisdizione penale del tempo, dei metodi dell’Inquisizione e dei metodi di tortura. Il testo fu stampato anonimo a Livorno per timore di ritorsioni.

Nel trattato si enunciavano principi rivoluzionari, come l’abolizione della pena di morte, considerata inefficace deterrente contro il crimine, la certezza e la proporzionalità delle pene, la necessità della prevenzione sociale dei delitti, e l’atrocità della tortura. Manzoni stesso lo ricorda nel terzo capitolo della Storia della Colonna infame, definendolo “quel libriccino […] che promosse, non solo l’abolizion della tortura, ma la riforma di tutta la legislazion criminale”. Contro le posizioni di Beccaria uscì, nel 1765 il testo Note ed osservazioni sul libro intitolato Dei delitti e delle pene di Ferdinando Facchinei. Tuttavia, a causa delle numerose polemiche provocate, l’opera fu inserita nel 1766 nell’indice dei libri proibiti.

Beccaria, giurista ed economista, è uno dei principali esponenti dell’Illuminismo italiano. Il suo saggio è fondamentale dell’Illuminismo giuridico, in cui condanna la tortura e la pena di morte, sostenendo un sistema penale più giusto ed efficace. Il trattato ebbe un impatto enorme sulle riforme legislative europee e americane. Questo diritto non è infatti accettato dalle varie volontà particolari che stringono il contratto sociale, quindi non è accettabile a livello giuridico. Il saggio di Beccaria diventa il fulcro di un dibattito che si estende rapidamente a livello europeo, diventando sia oggetto di critiche che di elogi.

Frontespizio di

Principi Rivoluzionari: Pena di Morte e Tortura

Il pensiero di Beccaria era radicalmente contrario alla pena di morte. Egli argomentava: “Se dimostrerò essere la pena di morte né utile, né necessaria, avrò vinto la causa dell'umanità.” Secondo Beccaria, la pena capitale non svolge un’adeguata azione intimidatoria poiché lo stesso criminale teme meno la morte di un ergastolo perpetuo o di una miserabile schiavitù. Si tratta, a suo dire, di una sofferenza definitiva contro una sofferenza ripetuta. Ai soggetti che assistono alla sua esecuzione, inoltre, essa può apparire come uno spettacolo o suscitare compassione. Una detenzione a vita, invece, è assai più potente dell’idea della morte e spaventa più chi la vede che chi la soffre; è quindi efficace ed intimidatoria, benché tenue. Beccaria riteneva che la morte del corpo fosse sostituita dalla morte dell’anima, annichilendo interiormente il condannato.

Per quanto riguarda la tortura, il pensiero di Beccaria era altrettanto netto. «Il fine delle pene non è di tormentare ed affliggere un essere sensibile, né di disfare un delitto già commesso. Può egli in un corpo politico, che, ben lungi di agire per passione, è il tranquillo moderatore delle passioni particolari, può egli albergare questa inutile crudeltà stromento del furore e del fanatismo o dei deboli tiranni? Le strida di un infelice richiamano forse dal tempo che non ritorna le azioni già consumate? Il fine dunque non è altro che d'impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini e di rimuovere gli altri dal farne uguali.» Su questo tema, Beccaria si allineava a Pietro Verri, il quale scrisse l'opera Osservazione sulla tortura (pubblicata postuma nel 1804). Analizzando i processi contro gli untori della peste del 1630, Verri rifletteva sugli assurdi pregiudizi alla base della tortura. L’autore dimostra l’assurdità del sistema giuridico utilizzato per condannare gli untori della peste, sostenendo e provando che la tortura sia un metodo inefficace per scoprire la verità.

La Certezza della Pena e la Prevenzione del Delitto

Beccaria sottolineò l'importanza della certezza della pena rispetto alla sua crudeltà. «Uno dei più gran freni dei delitti non è la crudeltà delle pene, ma l'infallibilità di esse. La certezza di un castigo, benché moderato farà sempre una maggiore impressione che non il timore di altro più terribile, unito con la speranza dell'impunità; perché i mali, anche minimi, quando son certi, spaventano sempre gli animi umani, e la speranza, dono celeste, che sovente ci tien luogo di tutto, ne allontana sempre l'idea dei maggiori, massimamente quando l'impunità, che l'avarizia e la debolezza spesso accordano, ne aumenti la forza. I paesi e i tempi dei più atroci supplicii furon sempre quelli delle più sanguinose ed inumane azioni, poiché il medesimo spirito di ferocia che guidava la mano del legislatore, reggeva quella del parricida e del sicario. (…) Perché una pena ottenga il suo effetto basta che il male della pena ecceda il bene che nasce dal delitto, e in questo eccesso di male deve essere calcolata l'infallibilità della pena e la perdita del bene che il delitto produrrebbe.»

Per Beccaria, la pena è oltretutto una extrema ratio; infatti, si dovrebbe evitare di ricorrere ad essa quando si hanno efficaci strumenti di controllo sociale. La pena non deve inoltre colpire le intenzioni in maniera analoga al fatto compiuto, ad esempio, l'attentato fallito non è paragonabile a uno riuscito. Per questi motivi è importante attuare degli espedienti di “prevenzione indiretta”, come ad esempio: un sistema ordinato della magistratura, la diffusione dell'istruzione nella società, il diritto premiale (premiare la virtù del cittadino, anziché punire solo la colpa), una riforma economico-sociale che migliori le condizioni di vita delle classi sociali disagiate.

Custodia Cautelare e Presunzione di Innocenza

Beccaria mostrava dubbi e raccomandava cautela nella custodia cautelare in attesa di processo, attuata negli ordinamenti penali solitamente in casi di pericolo di fuga, reiterazione o inquinamento delle prove, e alla sua epoca assolutamente discrezionale e ingiusta. «Un errore non meno comune che contrario al fine sociale, che è l'opinione della propria sicurezza, è il lasciare arbitro il magistrato esecutore delle leggi, d'imprigionare un cittadino, di togliere la libertà ad un nemico per frivoli pretesti, e il lasciare impunito un amico ad onta degl'indizi più forti di reità. La prigionia è una pena che per necessità deve, a differenza di ogni altra, precedere la dichiarazione del delitto; ma questo carattere distintivo non le toglie l'altro essenziale, cioè che la sola legge determini i casi, nei quali un uomo è degno di pena.»

La carcerazione dopo cattura e prima del processo è ammissibile solo quando ci sia, oltre ogni dubbio, la prova della pericolosità dell’imputato: «pubblica fama, la fuga, la stragiudiziale confessione, quella d'un compagno del delitto, le minacce e la costante inimicizia con l'offeso, il corpo del delitto, e simili indizi, sono prove bastanti per catturare un cittadino.» Egli raccomanda inoltre la piena riabilitazione per la carcerazione ingiusta: «Un uomo accusato di un delitto, carcerato ed assoluto, non dovrebbe portar seco nota alcuna d'infamia. Quanti romani accusati di gravissimi delitti, trovati poi innocenti, furono dal popolo riveriti e di magistrature onorati! Ma per qual ragione è così diverso ai tempi nostri l'esito di un innocente?» Il punto di vista illuministico del Beccaria si concentra in frasi come «Non vi è libertà ogni qual volta le leggi permettono che in alcuni eventi l'uomo cessi di essere persona e diventi cosa».

Illustrazione del concetto di giustizia

La Carriera Pubblica e le Controversie Personali

Nel 1766, Beccaria viaggiò controvoglia fino a Parigi, e solo dietro l'insistenza dei fratelli Verri e dei filosofi francesi desiderosi di conoscerlo. Fu accolto per breve tempo nel circolo del barone d'Holbach, e nel 1767 fu invitato a Parigi e fu per qualche mese al centro del vivace interesse dei circoli illuministi. Tuttavia, rimpatriò prima del previsto, rifiutando il ruolo di grande intellettuale che gli era stato riservato. La sua giustificata gelosia per la moglie lontana e il suo carattere ombroso e scostante, uniti a dei tratti paranoici, ad una diffidenza verso la vita sociale e ai frequenti sbalzi d’umore, lo indussero a tornare - ogni qualvolta gli fosse stato possibile - a Milano. Lasciò solo il suo accompagnatore Alessandro Verri a proseguire il viaggio verso l'Inghilterra. Il fallimento del viaggio parigino può essere spiegato anche dalle tensioni nei confronti dei fratelli Verri, verso i quali Beccaria nutriva un forte senso di gratitudine ma dai quali, cosciente delle proprie possibilità, desiderava acquistare indipendenza.

Entrò nell’amministrazione austriaca nel 1771, ottenendo poi la cattedra di Scienze Camerali ed entrando nell’amministrazione austriaca col ruolo di membro del Supremo Consiglio dell’Economia, ricoprendo la carica di professore di economia politica presso le Scuole Palatine e nel 1771, avvicinatosi al governo asburgico, divenne membro del Supremo Consiglio di economia. Fu criticato per questo dai suoi amici, su tutti Verri, che gli rimproveravano di essere diventato un burocrate. Gli studiosi, però, considerano questi giudizi ingiusti dal momento che Cesare Beccaria si dedicò ad importanti riforme, che richiedevano una notevole preparazione intellettuale, non solo amministrativa. Fra queste ci fu la riforma delle misure dello stato milanese, intrapresa prima di quella del sistema metrico decimale francese, e a cui Beccaria, insieme al fratello Annibale, dedicò quasi vent'anni della sua vita. La riforma, notevolmente complessa, coinvolse alla fine solo il braccio milanese. Nel 1770, poi, scrisse "Ricerche intorno alla natura dello stile" e, nel 1804, dieci anni dopo la sua morte, uscì postumo "Elementi di economia pubblica".

Rappresentazione dell'Accademia dei Pugni

Il Complesso Rapporto con la Figlia Giulia e l'Eredità Manzoniana

Il rapporto conflittuale di Cesare Beccaria con la figlia Giulia, futura genitrice di Alessandro Manzoni, fu uno degli aspetti più discussi della sua vita privata. Giulia aveva trascorso una difficile infanzia, segnata dall'assenza della madre, sempre in viaggio e immersa nella vita mondana. Dopo la morte della madre Teresa, Giulia fu messa in collegio e ivi dimenticata per sei lunghissimi anni. Il suo rapporto con la figlia Giulia fu conflittuale per gran parte della sua vita; ella era stata messa in collegio (nonostante Beccaria avesse spesso deprecato i collegi religiosi) subito dopo la morte della madre e lì dimenticata per quasi sei anni. Suo padre non volle più sapere niente di lei per molto tempo e non la considerò mai sua figlia, bensì il frutto di una relazione extraconiugale delle numerose che la moglie aveva avuto. Beccaria non si sentiva adeguato al ruolo di padre, inoltre negò l'eredità materna alla figlia, avendo contratto dei debiti: ciò gli diede la fama di ‘irriducibile avaro’. L’unico a farle visita era Pietro Verri, amico del padre.

Giulia, ad ogni modo, uscì dal collegio nel 1780 e iniziò ben presto a frequentare i circoli illuministi e libertini. A diciotto anni Giulia, bella con i suoi capelli rossi e gli occhi verdi, si innamorò di Giovanni Verri, fratello minore di Pietro. Non essendo ricca, però, il matrimonio era escluso. Due anni più tardi, nel 1782, Beccaria la diede in sposa al conte Pietro Manzoni, di ben due decenni più anziano di lei. Quando il conte don Pietro Manzoni sposò Giulia Beccaria aveva quarantasei anni. Agiato vedovo senza figli, don Pietro viveva in una casa sui Navigli con le sue sette sorelle nubili, tra cui una ex suora, e un fratello canonico al Duomo di Milano.

La noia della vita familiare, l’astio nutrito dalle cognate e l’angustia della casa sui Navigli non furono allietati nemmeno dalla nascita del piccolo Alessandro, così chiamato in memoria del nonno paterno. Giulia, abituata a frequentare i circoli intellettuali dell’Illuminismo lombardo, mal sopportava «il sacro zelo» (queste le sue parole in una lettera a Pietro Verri) del marito conservatore e clericale. Nel tentativo di vincere il disprezzo che Giulia nutriva per la sua modesta posizione sociale, Pietro chiese ai suoi fratelli di essere inserito nell’alta nobiltà del patriziato milanese, ma il tentativo fallì e i coniugi si separarono il 23 febbraio 1792. A lui rimase la tutela del figlio, che fece studiare in collegio.

Dopo la separazione, Giulia partì per Parigi nel 1796, dove fu finalmente felice. Viveva con l’amato Carlo Imbonati, uomo ricco, bello e stimato, e grazie alla celebrità del suo cognome fu accolta nei circoli intellettuali della città. Questo segnò la rottura definitiva dei rapporti col padre e, per qualche tempo, anche con il figlio Alessandro.

I Dubbi sulla Paternità di Alessandro Manzoni

Alessandro Manzoni nacque nel 1785, ma ci sono tuttora dubbi circa la paternità, da molti attribuita a Giovanni Verri, fratello minore di Pietro e amante della donna. Questa ipotesi configurerebbe nella dinastia Manzoni-Verri-Beccaria una situazione per cui Pietro Verri sarebbe nonno e zio di Alessandro, Giovanni Verri avrebbe avuto il figlio naturale da Giulia, sua nipote e amante. Alessandro Manzoni Beccaria non sarebbe né un Manzoni né un Beccaria, ma un Verri per parte di padre e di madre, frutto di un rischioso rapporto tra consanguinei.

Questa sorprendente scoperta di Pier Carlo Masini, celebre storico e bibliofilo, risale al lontano 1996 e parte da un manoscritto apocrifo reperito sul mercato antiquario. Il saggio si legge come un avvincente giallo letterario nel contesto di un potente affresco della Milano illuminista e libertina del secondo Settecento. Pier Carlo Masini prende in esame con rigore anche altri aneddoti contenuti nel manoscritto apocrifo, delineando con mano sicura un acuto e non convenzionale ritratto dello scrittore e della sua opera fino ai suoi ultimi giorni. Significativo fra tutti è il commento di Giancarlo Vigorelli, allora presidente del Centro Nazionale di Studi Manzoniani: «Tutto ciò che dice Masini è detto in modo serio. Lui è stato con i documenti in mano, non si possono non accettare le sue conclusioni.»

La Morte di Beccaria e la sua Duratura Eredità

Cesare Beccaria si spense a Milano il 28 novembre 1794 a causa di un ictus, all’età di 56 anni, e venne sepolto nel Cimitero della Mojazza, fuori Porta Comasina, in una sepoltura popolare (dove fu sepolto anche Giuseppe Parini) anziché nella tomba di famiglia. Quando tutti i resti vennero traslati nel cimitero monumentale di Milano, un secolo dopo, si perse traccia della tomba del grande giurista. Pietro Verri, con una riflessione valida ancora oggi, deplorò nei suoi scritti il fatto che i milanesi non avessero onorato abbastanza il nome di Cesare Beccaria, né da vivo né da morto, che tanta gloria aveva portato alla città.

Il lavoro di Beccaria influenzò la codificazione del Granducato di Toscana, concretizzata nella Riforma della legislazione criminale toscana, promulgata da Pietro Leopoldo d'Asburgo il 30 novembre 1786, meglio conosciuta come "Codice leopoldino". Con questo codice, la Toscana divenne il primo stato in Europa ad eliminare integralmente la pena di morte e la tortura dal proprio sistema penale. Beccaria fu influenzato dalla lettura di Locke, Helvétius, Rousseau e, come gran parte degli illuministi milanesi, dal sensismo di Condillac. Partendo dalla classica teoria contrattualistica del diritto, derivata in parte dalla formulazione datane da Rousseau, che sostanzialmente fonda la società su un contratto sociale (nell'omonima opera) teso a salvaguardare i diritti degli individui e a garantire in questo modo l'ordine, Beccaria definì in pratica il delitto in maniera laica come una violazione del contratto, e non come offesa alla legge divina, che appartiene alla coscienza della persona e non alla sfera pubblica. Beccaria fu affine e simpatizzante degli ideali della Massoneria, ma negò la propria affiliazione massonica (così come fecero i fratelli Verri), malgrado gli ideali della rivista Il Caffè, nella quale scriveva il massone Giambattista Biffi.

L'Edizione nazionale delle opere di Cesare Beccaria è stata curata da Mediobanca, a testimonianza della sua perenne importanza.

L'Eredità Famigliare: I Discendenti di Giulia Beccaria e Alessandro Manzoni

Giulia Beccaria parve la sposa ideale per il figlio Alessandro: in una lettera del 1807 a Fauriel, definisce Enrichetta una giovane «tres gentille», dedita con tutta se stessa ai «sentiments de famille». Le nozze avvennero in semplicità nel febbraio 1808, con rito calvinista, destando scalpore in città: un nobile, nipote di un alto prelato, sposato con una protestante era cosa inaudita. Enrichetta, ferita da tali maldicenze, fu ben felice di trasferirsi a Parigi, dove il 2 aprile 1810, durante i caotici festeggiamenti per le nozze di Napoleone e Maria Luisa d’Austria, avvenne l’improvvisa conversione di Manzoni. Il 22 maggio anche Enrichetta, toccata nel profondo dalla fede del marito e guidata spiritualmente da Degola e Tosi, decise di rinnegare il calvinismo, al prezzo di incrinare i rapporti con la severa madre, che l’accusò di aver commesso «il più enorme di tutti gli errori». La sua morte, il giorno di Natale del 1833, sprofondò il marito, la suocera e gli otto figli in una grande mestizia.

Alessandro Manzoni e la sua famiglia

I figli di Alessandro Manzoni ed Enrichetta Blondel, quindi i nipoti e pronipoti ideali di Cesare Beccaria (a prescindere dalle questioni di paternità), popolarono la casa Manzoni, portando avanti l'eredità di una famiglia profondamente intellettuale e spesso tormentata.

La primogenita Giulietta, nata nel 1808, fu descritta dalla nonna Giulia Beccaria all’amico Fauriel nel 1819 come «un enfant pleine de talent de jugement un peu trop d’exaltation, mais paresseuse et n’ayant pas trop envie d’etudier ni de travailler, elle aime assez la lecture mais des historiettes sentimentales si elle en peut trouver». Educata in casa dalla governante, Giulietta ebbe un ruolo importante nella vita del padre. Una volta cresciuta, fu lei stessa a intrattenere un denso scambio epistolare con Fauriel, il suo «cher parrain» e a raccontargli i fatti di casa, i viaggi e gli impegni del padre alle prese con la scrittura del romanzo. Nel 1831, il trentatreenne Massimo Taparelli marchese d’Azeglio, pittore e autore del romanzo patriottico Ettore Fieramosca, iniziò a frequentare la famiglia Manzoni. D’Azeglio chiese a Manzoni la mano di Giulietta che, dopo una settimana di riflessione, accettò. Si sposarono il 21 maggio di quello stesso anno, e il 10 gennaio 1833 dalla loro unione nacque Alessandra, affettuosamente chiamata Rina.

Un altro figlio, Luigi, vide la luce e morì lo stesso giorno, il 5 settembre 1811, a Brusuglio.

Pietro, nato nel 1813, si dedicò allo studio della filologia e della linguistica, ma anche dell’economia e dell’agricoltura. Divenne un punto di riferimento per il padre, che gli affidò varie mansioni, dalla tutela del patrimonio di famiglia, alla revisione delle bozze del romanzo fino al controllo del lavoro della tipografia. I rapporti si incrinarono nel 1845 quando Pietro si sposò, in gran segreto, con la ballerina della Scala Giovannina Visconti.

Cristina, nata nel 1815, era l’unica bimba di Enrichetta a non avere i capelli biondi, e veniva affettuosamente chiamata dalla madre «Ma petite noireaude». Gioiosa e appassionata, la giovane visse un amore tanto intenso quanto inizialmente travagliato. Si innamorò, ricambiata, di Cristoforo Baroggi, figlio del notaio Ignazio, il quale però osteggiava le nozze in quanto trovava la dote di Cristina troppo scarsa per il figlio amante delle spese. Per amore di Cristoforo, Cristina rifiutò dapprima la proposta nuziale di Henri Falquet-Planta, figlio di un’amica della nonna Giulia, e poi quella di un commerciante di Cremona. Dopo qualche anno, grazie all’intercessione della nonna, dello zio Beccaria e del cugino Giacomo, il notaio Baroggi diede il suo placet alle nozze, che si celebrarono il 2 maggio 1839. Gli sposi chiamarono la loro bimba, nata il 13 febbraio 1840, Enrichetta, come la nonna materna. Il loro fu un matrimonio molto felice, interrotto dalla prematura morte di Cristina. Manzoni affidò l’educazione di Cristina e Sofia a Giovanni Torti, assiduo frequentatore della casa di via del Morone, mentre Giulietta fu educata in casa dalla governante.

Sofia, nata nel 1817, il 5 dicembre 1838 sposò, con gli auspici di entrambe le famiglie, il marchese Lodovico Trotti Bentivoglio, che Teresa Borri (la seconda moglie di Manzoni) descrive al figlio Stefano come «tanto buono, di cuor tenero, affettuoso, coraggioso, fiero e dolce, che proprio Sofia è fortunatissima». Sofia, di indole cordiale e premurosa, si sentiva molto unita ai numerosi fratelli, specie al suo favorito, Enrico, e a Vittoria, cui spesso faceva visita e con la quale spesso si recava, anche dopo la morte di Giulietta, dal cognato d’Azeglio.

Il secondo «maschiotto» della famiglia Manzoni, Enrico, nacque il 7 giugno 1819, e nel settembre dello stesso anno fu portato a Parigi. Nella primavera del 1842, all’età di ventitré anni, sposò la ricchissima e nobile Emilia Redaelli, che portò in dote la considerevole cifra di L. 300.000 e una sontuosa villa a Renate, dove fu spesso ospite Sofia con la sua famiglia. Fu infatti la sola Sofia ad approvare le nozze del fratello, mentre gli altri Manzoni temevano che Enrico avrebbe dilapidato le sue sostanze, spinto dall’incoraggiamento che la moglie offriva alle sue ambizioni. Enrico infatti commerciava bachi da seta e non temeva di spingersi in imprese economicamente sempre più ardite, al punto che giunse a chiedere più volte anticipi sull’eredità della nonna Giulia; la sua situazione finanziaria si aggravò intorno al 1855, quando i creditori si rivolsero direttamente al padre. Enrico ed Emilia ebbero nove figli: Enrichetta, Alessandro, Matilde, Sofia, Lucia, Eugenio, Bianca, Lodovico ed Erminia.

La settima figlia di Manzoni, Vittoria, nacque il 12 agosto del 1821; dopo il parto la fragile Enrichetta per poco non morì di febbre puerperale. A Vittoria, differentemente dalle sorelle, toccò in sorte una florida e sana fanciullezza, tanto che il fratellastro Stefano l’aveva soprannominata “scoiattolino”, «le petit écureuil». Ben presto, però, la frequenza dei lutti familiari la intristirono e indebolirono fisicamente. Vittoria, sposata a Giovan Battista Giorgini, fu spesso gradita ospite in Toscana per Lucia.

Filippo, nato nel 1826, fu, insieme a Enrico, uno dei due figli che più causarono angosce e preoccupazioni a Manzoni. Allo scoppiare dei tumulti milanesi il 18 marzo 1848, Filippo, nel giorno del suo ventiduesimo compleanno, si arruolò, incoraggiato proprio dal padre, nella Guardia Civica. Gli Austriaci lo arrestarono al palazzo del Broletto, per poi deportarlo a Kufstein, in Tirolo, dove rimase fino alla metà di giugno. Una volta scarcerato, venne trasferito a Vienna in libertà vigilata. Qui il giovane si indebitò per L. 3.600, ma gli venne in aiuto il padre, ben conscio della «fatale disposizione» del figlio a spendere. Dopo aver saputo che voleva ipotecare il reddito ricavato dalle quote ereditate dalla nonna e dalla madre, i rapporti tra Manzoni e il figlio si deteriorarono ulteriormente, al punto che fu ventilata l’ipotesi dell’interdizione. Quando Filippo si sposò, il 10 giugno 1850, il padre non volle nemmeno conoscere la nuora, Erminia Catena. La donna lo rese padre di tre figli: Giulio, Massimiliano e Cristina. Oppresso dai debiti, Filippo chiese aiuto e ospitalità al fratello Enrico, ma dopo un’aspra lite si allontanò da Renate. Trascorse il resto della sua vita a Milano, vivendo di espedienti e del denaro che Manzoni gli mandava ogni mese.

L’ultimogenita di Alessandro ed Enrichetta, Lucia, nacque il 13 luglio 1830 a Brusuglio. A cinque anni venne mandata nel Monastero della Visitazione di Milano, dove l’accolse, con tenerezza materna, la sorella Vittoria, che aveva lasciato il Collegio di Lodi dopo la morte della madre. Morì nubile a Siena, il 30 agosto 1856, a soli ventisei anni.

Dopo la scomparsa di Enrichetta, Manzoni si risposò con Teresa Borri, vedova Stampa. Nata a Brivio nel 1799 da Cesare Borri e Marianna Meda, entrambi di famiglia nobile ma non ricca, a diciannove anni sposò il conte Stefano Decio Stampa. Nel 1827, dopo aver letto I promessi sposi, confidò con entusiasmo alla madre che il loro autore doveva essere «veramente fatto secondo il mio cuore». Volle come precettore per il figlio Luigi Rossari, che le fece conoscere Tommaso Grossi. Manzoni, che nel frattempo non doveva essersi rassegnato alla condizione vedovile, rimase colpito dalla lusinghiera descrizione che l’amico Grossi gli fece di Teresa. Le nozze furono celebrate il 2 gennaio 1837. Teresa entrò allora a far parte di una famiglia numerosa e si sforzò di instaurare rapporti armoniosi con i figli di Alessandro ed Enrichetta. Vittorina Manzoni ricorda: «i nostri rapporti con Donna Teresa, per dire la verità non erano stati mai molto spontanei. Fin da principio lei ci teneva molto ad essere chiamata mamma da Matilde e da me; e a questo ci teneva anche papà, che le voleva molto bene. Noi volevamo compiacere lei, che era buona, e Lui…» A quarantasei anni Teresa, che i medici pensavano malata di tumore, partorì due gemelle: una nacque morta, l’altra spirò poco dopo il parto; di quest’ultima Manzoni conservò una ciocca di capelli.

La ricca e complessa genealogia di Cesare Beccaria e dei suoi discendenti, in particolare attraverso Giulia Beccaria e Alessandro Manzoni, delinea non solo la storia di una famiglia, ma anche l'evoluzione di un'intera era culturale, dal fervore illuministico alle sfumature del Romanticismo italiano.

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