Il Mondo Senza di Te: Un Intreccio di Empatia, Verità e Connessione Umana

La frase "non concepisco il mondo senza di te" evoca un senso profondo di interdipendenza, di un'esistenza in cui l'altro non è solo desiderato, ma intrinsecamente necessario alla propria percezione e costruzione della realtà. Non si tratta meramente di un'affermazione emotiva, ma di una complessa dichiarazione che affonda le radici nella struttura stessa della socialità umana, nella nostra capacità di empatia, nella ricerca condivisa della verità e nella comprensione della nostra identità individuale e collettiva. Il "mondo" a cui si riferisce non è solo un aggregato di fatti fisici, ma un tessuto di relazioni, significati, valori e interpretazioni che prendono forma attraverso l'interazione con gli altri. Senza questa interazione, il mondo come lo conosciamo e lo viviamo sarebbe irrimediabilmente diverso, se non inesistente.

rappresentazione stilizzata di due persone che si tengono per mano, con il mondo sullo sfondo, per simboleggiare l'interdipendenza umana

Empatia e Socialità: I Pilastri del Mondo Condiviso

Per comprendere la profondità della frase "non concepisco il mondo senza di te", è fondamentale esplorare il ruolo della socialità e dell'empatia come elementi costitutivi delle nostre interazioni e della nostra percezione del mondo. Vi è un dibattito sulla presunta identificazione della Socialità con l'Empatia. Alcuni sostengono che "[…] al diminuire del Q.I. io vedo crescere il Q.E. In altre parole: vedo crescere la s o c i a l i t à". Tuttavia, questa identificazione è considerata un errore. Non si è affatto "profondamente convinto che OGNI VOLTA CHE UN ESSERE UMANO DIMOSTRA UN COMPORTAMENTO SOCIALE ALLORA DIMOSTRA EMPATIA". Non si aderisce assolutamente a questo "luogo comune Neurotipico", evidenziando che se le proprie parole, schemi e collegamenti hanno trasmesso questo messaggio, significa che non si è stati in grado di esprimersi in modo universalmente comprensibile. Ciò che è perfettamente chiaro e univoco nella propria mente può non esserlo in quella di un'altra persona, anche perché, al di fuori di questo forum, sono stati rarissimi i casi in cui ci si sia realmente "confrontati" con altre persone.

Si sente, in realtà, che si sta affermando qualcosa di molto simile nella sostanza, pur nelle diverse forme che scaturiscono da modalità di pensiero estremamente differenti. Quello che è stato "schematizzato" come "Dualità CS/IS" non si discosta molto dalla concezione di Empatia come "elemento che agisce su di essa [la Socialità] o che si attiva quando manca". In questa prospettiva, l'Empatia come descritta trova naturale collocazione all'interno di questo modello.

Il rapporto tra Empatia e Socialità è un punto chiave. Se, da un punto di vista, si afferma che l'Empatia non influisce sulla Socialità, allo stesso tempo si sostiene che l'Empatia è un elemento che agisce su di essa o che si attiva quando manca. Questa potenziale "contraddizione" ha portato a riflettere sull'uso di verbi come "Influire", "Influenzare" e "Agire". Entrambi i punti di vista convergono sul fatto che l'Empatia agisce sulla Socialità, ma la distinzione risiede nel significato attribuito a "influire". Per alcuni, agire implica influire, mentre per altri questa implicazione non sussiste.

La frase "Se l'Empatia fosse sempre attiva e influisse SEMPRE sulla Socialità, questa stessa non dovrebbe mai fallire" suggerisce che un'influenza esercitata dall'interno, con l'Empatia parte integrante della Socialità e fattore che agisce costantemente su di essa determinandone l'espressione, farebbe sì che la Socialità non dovrebbe mai fallire perché intrinsecamente regolata dall'Empatia. Questo, però, non è ciò che si intendeva. Ci si riferiva, invece, a un'influenza esercitata dall'esterno, che coincide con il meccanismo in cui l'Empatia "sta PRIMA" e "sta DOPO" rispetto alla Socialità, agendo come "relais di sicurezza".

Empatia medico paziente: la relazione che cura | Elena Pattini | TEDxParma

Empatia: Un Meccanismo di Sicurezza nei Rapporti Umani

L'Empatia può essere paragonata a un "salvavita" nel sistema elettrico di un'abitazione. Attualmente, in quasi tutte le prese di corrente, c'è la necessità di un terzo foro dove inserire il rebbe della presa per il "salvavita". Nel caso ci sia un cortocircuito, scatterà quest'ultimo, riuscendo a gestire il primo pericolo. Questo "salvavita" è lì, presente in ogni presa di corrente, e se non ci fosse, si correrebbe il rischio di un incendio. Il salvavita è una metafora dell'Empatia.

Fino agli anni novanta era possibile immaginare il sistema elettrico di un'abitazione senza il Salvavita. Oggi, non è più così. La stessa STRUTTURA è cambiata, ha modificato la sua natura, contemplando un vincolo che ha portato la "sicurezza" all'interno del servizio elettrico. In senso puramente METAFORICO, questo cambiamento può essere trasportato sul piano sociale. Un sistema sociale "senza salvavita" può essere paragonato al Fascismo e ai sistemi sociali caratteristici del Novecento. Essi sono stati sistemi in cui al crescere dell'elettricità "incontrollata", della "tensione", esplodevano "incendi" e c'erano lotte sociali violentissime.

Dopo gli anni settanta, e dopo i vincoli attuali, immaginare un sistema senza salvavita è, praticamente, impossibile. I ragazzi, oggi, crescono con un'assoluta consapevolezza dell'Empatia. Ne capiscono il meccanismo. Vengono educati ad averne una piena coscienza e a considerare come essa sia un'"assicurazione" costante che rende i rapporti umani non solo possibili ma s i c u r i. Se si ha piena consapevolezza dell'Empatia, infatti, subentra la certezza che nei rapporti sociali non si andrà allo scontro frontale e non si rischia la vita la maggior parte delle volte.

Nel Novecento e in molte Sub-culture italiane e internazionali, MOLTI ragazzi, ancora oggi, vengono educati senza l'insegnamento forte dell'Empatia. Ad esempio, in molte Università islamiche, molti docenti non insegnano l'Empatia contenuta nel Corano e educano i ragazzi a costruire rapporti basati sulla d i f f e r e n z a (i Cristiani non sono islamici, sono diversi e verso loro non dovete attivare l'empatia e se la tensione cresce avete diritto non solo di andare allo scontro ma addirittura di portare questo scontro alle estreme conseguenze). Questo può accadere. Accade. Non è la regola ma sta succedendo in questi anni.

La presenza, l'inserimento dell'assicurazione dell'Empatia, c o n d i z i o n a - è vero - la socialità, gli è accanto, agisce quando questa sbaglia (picco di tensione), fa scattare un black-out laddove ci sia il rischio di un incendio (violenza). L'Empatia è una specie di "angelo custode". Ciò che si vuole dire è che l'Empatia è come un padre che guarda giocare a calcio suo figlio da lontano. Deve farlo. Come padre s a che suo figlio potrebbe farsi male, cadere, sbucciarsi il ginocchio. E piangere. E qualora accadesse, correrà da lui. Consolandolo. Abbracciandolo, asciugando le sue lacrime.

Ci si invita a riflettere sul punto: quale influenza ha questo padre su suo figlio? È chiaro che "non scenderà in campo con lui". Non può farlo. E pure - osserva - ci saranno dei momenti in cui il figlio, magari in una pausa, alzerà gli occhi verso gli spalti cercando, a sua volta, gli occhi di suo padre. Il rapporto che esiste tra Empatia e Socialità è questo. È un rapporto fatto di distanze, di interventi rari. Di momenti di silenzio e di compresenza. Ma sempre in modo attivo: così come il Padre deve imparare a riconoscere l'autonomia del proprio figlio e donargli la possibilità di essere "protagonista" della propria vita, così l'Empatia si ritrae quando la Socialità funziona. Effettivamente: se la Socialità funziona significa che l'Empatia ne ha uniformato il carattere e ha trasmesso il suo "insegnamento". Ma non significa che la Socialità non sia "protagonista" per proprio progetto ontologico: pur se uniformata dall'Empatia non è Empatia. Non sarebbe sé stessa, non sarebbe vera socialità.

metafora del padre che osserva il figlio giocare a calcio, con il padre come simbolo dell'empatia e il figlio della socialità

Intelligenza e Ragione: Distinzioni e Interazioni con la Socialità

Il rapporto che lega l'intelligenza alla ragione, invece, è assolutamente diverso da quello tra Empatia e Socialità. L'intelligenza si basa su tre percorsi: la Conoscenza, la Ragione e la Tecnologia. Gli ultimi due punti appaiono evidenti: qualsiasi uomo che sappia usare la Tecnologia, ad esempio, è considerato intelligente. Da un punto di vista del PENSIERO AUTISTICO, infatti, QUALSIASI MISURAZIONE DELL'INTELLIGENZA NON PUÒ SEPARARSI DA UNA MISURAZIONE DELLA CAPACITÀ DI COMPRENDERE LA TECNOLOGIA DELLA SOCIETÀ IN CUI SI VIVE. Misurare l'intelligenza implica, cioè, porre qualsiasi uomo, in primo luogo, davanti a un problema tecnologico: sei capace di apprendere come funziona questo programma? Sei capace di usare questo forno? Sei capace di capire la posizione delle stelle attraverso il sestante o montare questa libreria dell'IKEA?

In secondo luogo, la Ragione. L'intelligenza si esprime attraverso lo schema della SCIENZA COGNITIVA, intesa come quella SCIENZA, INTERDISCIPLINARE E INTERESSATA AI FENOMENI DELLA COGNIZIONE E DELLA CONOSCENZA, BASATA SULLA PSICOLOGIA COGNITIVA, LO STUDIO DELL'INTELLIGENZA ARTIFICIALE, LA FILOSOFIA DELLA MENTE, LA LINGUISTICA E LE NEUROSCIENZE. Termini come "algoritmi", "dati", "informazione", "meccanismo", "modulo", "processo", "rappresentazione", "sintassi" si staccano da un piano puramente 'tecnologico' per toccare - pur avendo ancora un approccio computazionale - qualcosa di diverso.

Nella sua prima fase storica, la Scienza cognitiva fu vista come un approccio che tentava di vedere la Mente come un PROCESSORE DI SIMBOLI, pensando, in primo luogo, al pensiero di Newell e Simon di "Computer Science as an empirical Enquiry" contenuto nel capolavoro "Mind design", libro a cura di Haugenland, del 1976 edito dal MIT. Negli anni ottanta, però, a questo paradigma simbolista subentrò la diversa visione nata dalle simulazioni on technology delle Reti neurali. Queste simulazioni dimostrarono, negli anni ottanta, che la conoscenza di una rete di connessioni non consiste in dati simbolici e in istruzioni ma in modelli di "valori di attivazione" delle unità individuali e dei "pesi" e delle "forze" di connessione che li legano. Qui, il pensiero va, principalmente a Rumelhart e McClelland, riferendosi a "Parallel Distributed Processing Explorations in the Microstructure of Cognition", edito sempre dal MIT, nel 1985. Questo modello ricerca una maggiore FEDELTÀ rispetto ai processi cognitivi naturali, e qui occorre soffermarsi sul pensiero dello Smolensky di "On the proper treatment of connectionism", articolo pubblicato in Behavioural e Brain Sciences o del bellissimo "Microcognition: Philosophy, Cognitive Science and Parallel Distributed Processing" del Clark, in relazione alla capacità di apprendimento, di "degradazione spontanea" (degrado progressivo della Performance dovuto all'immissione imperfetta di dati), di generalizzazione.

Quando si scrive che la Ragione|Intelligenza "agisce negativamente" sulla Socialità, si intende un altro tipo di azione (anche se questo non era evidente da uno schema che cercava di integrare gli effetti dell'Empatia con quelli della Ragione|Intelligenza senza specificarne la diversa natura). Si intende, cioè, un'azione indiretta, che si può riassumere usando le parole stesse: "Se l'aspetto della Ragione/Intelligenza diviene preponderante, allora, molti tratti della Socialità/Empatia - così come te li ho descritti - entrano in CRISI".

Quindi, sì, si è pienamente d'accordo: i due piani Socialità|Empatia e Ragione|Intelligenza sono tra loro distinti, e non sono assolutamente in relazione diretta l'uno con l'altro. Questo è, appunto, il concetto principale che si cercava di esprimere.

Si è completamente d'accordo: non c'è alcuna relazione tra Intelligenza ed Empatia, quindi l'Empatia non può aumentare al decrescere dell'Intelligenza. È vero però che, se la Ragione|Intelligenza è estremamente bassa, allora è probabile che l'Empatia sia, in proporzione, più alta. Questa, riassunta in poche parole, è la conclusione. Tuttavia, si percepisce una potenziale "contraddizione" non risolvibile autonomamente, tra l'affermazione che l'Empatia non è affatto una variabile dipendente dall'Intelligenza e altre apparse precedentemente, come: "[…] al diminuire del Q.I. io vedo crescere il Q.E." e "[…] io penso che RAGIONE/INTELLIGENZA e SOCIALITA'/EMPATIA siano inversamente proporzionali." Non si riesce a immaginare come possa esistere una relazione tra i due indici (QI e QE) senza che vi sia alcuna relazione sottostante tra le "grandezze" che essi rappresentano. Come può, cioè, il Quoziente di Empatia aumentare al decrescere del Quoziente Intellettivo se Intelligenza ed Empatia non sono tra loro direttamente correlate in alcun modo?

Il pensiero si struttura attorno ai dati derivati da quattro autori particolarmente amati: Besozzi, Giddens, Giorio e Parsons. Ci si riferisce, fondamentalmente, a cinque libri letti durante l'Università: BESOZZI E., Elementi di sociologia dell'educazione, Nuova Italia Scientifica, 1994; GIDDENS A., La costituzione della società, Comunità, 1990; GIORIO S., Aspetti e problemi della socializzazione, Liviana, 1979; PARSONS T., Social Structure and Personality, Free Press, 1964; PARSONS T., BALES R.F., Famiglia e socializzazione, Mondadori, 1974. Come ogni elaborazione, si è tentata una SINTESI tra il pensiero di questi autori. Una sintesi personalissima che implicherebbe citazioni puntuali pagina per pagina e la scrittura di un articolo complesso e lungo. Questi libri sono a Roma, mentre oggi si abita a Latina, e la scrittura di un articolo approfondito comporterebbe non solo rileggerli per trovare quelle pagine che appassionarono tanto a suo tempo ma anche aprire una riflessione su alcuni temi che porterebbero distanti dal punto che si vuole osservare.

diagramma che illustra i campi di studio della scienza cognitiva (psicologia cognitiva, intelligenza artificiale, filosofia della mente, linguistica, neuroscienze)

Il Mondo come Costrutto di Verità e Interpretazione Condivisa

Il mondo in cui viviamo, e la sua intelligibilità, dipendono intrinsecamente dalla nostra capacità di interagire con gli altri non solo a livello emotivo e sociale, ma anche cognitivo e interpretativo. In un tempo caratterizzato da un impressionante flusso comunicativo e da una vorticosa circolazione di notizie e immagini, si osserva che tale flusso è talora soggetto non solo a manipolazione da parte dei principali attori politici nazionali e internazionali, e dei grandi soggetti economici, ma anche a un uso selvaggio dei social. L'impressione è che la dimensione della complessità, intesa come cifra del nostro tempo, in certi ambiti si traduca in confusione e in frastornamento, in incertezza rispetto al rapporto con la verità, che naturalmente non solo non è la Verità con la V maiuscola, ma si configura come una paradossale verità separata dai fatti.

Il punto cruciale è: come separare la verità e i fatti? Talvolta, la comunicazione assume un aspetto manipolatorio. Ci si chiede: se io posso tenere fermi i fatti e lasciare che le opinioni facciano il loro corso, come si fa una cosa del genere? Non è un lavoro semplice, come già Albert Camus aveva intuito. Si fa riferimento a libri come "Manifesto per la verità. Donne guerre migranti e altre notizie manipulate" di Giuliana Sgrena, o "Le verità nascoste. Trenta casi di manipolazione della storia" di Paolo Mieli. La rivisitazione della storia, questo il tema, può basarsi su ricostruzioni, rappresentazioni unilaterali e revisionistiche di ciò che è accaduto. Sembra esserci una sorta di "battaglia in corso" sulla ricostruzione anche di un solo fatto - di cosa è un fatto! - talvolta basata anche semplicemente su un'impressione.

Facendo un esempio banale riferibile anche alla normale quotidianità: una testimonianza che dice: "È arrivata da me una certa persona, che era più accigliata del solito" indica che lì siamo già dentro un modo di raccontare che registra come elemento oggettivo un qualcosa di soggettivo, indirizzandoci quindi su una strada che non è detto sia quella giusta. Come si può evitare l'aspetto manipolatorio delle opinioni? L'idea è di andare a portare alla luce quella che è la verità oggettiva attraverso il confronto delle opinioni. Ciò su cui ci deve essere un accordo è la forma, la struttura della cosa su cui si lavora. E questo accordo su che cosa è basato? Sulla convinzione, cui tutti facciamo riferimento, che la verità sia riconoscibile. Riconoscibile come? Attraverso quali strumenti? C'è una sola via: il dialogo, il confronto delle opinioni.

Invece, lo slogan, in che senso può sostituire il dialogo? Lo slogan è la formula che dice oggettivamente che cos'è la cosa, il fatto. Lo slogan è una falsificazione, non ammette il dialogo. Se esistono solo gli slogan, cosa resta? Il nulla. Se esiste soltanto l'interpretazione, ciò che è fondamentale è il cammino in sé. Dunque, il "nostro" tema è solo l'interpretazione. L'obiezione immediata è che l'interpretazione è un elemento soggettivo. Ma cosa dice? Interpretazioni - e continua - e anche questa è un'interpretazione. Questo è venuto meno in Nietzsche, quando le verità sono soltanto opinioni, interpretazioni senza verità. Ma l'interpretazione può essere fondata sulla verità? A che cosa si appella questa interpretazione? Se mi si danno soltanto nella loro nudità, che cosa interpreto?

A questo proposito, si può sempre fare riferimento al codice stradale: ci sono i cartelli, le regole (velocità, frenate, ecc.). Non c'entra la soggettività, le impressioni del momento, la psicologia individuale. Nel confronto sulla comunicazione e sulla "verità" separata dai fatti, si evidenzia la complessità di questa dimensione. Già i grandi filosofi, come Platone e Aristotele, si occupavano di questo. C'entra eccome: c'è la relatività delle opinioni, è vero. Ma di fondo c'era la verità, da un lato, e dall'altro la doxa, la pura opinione.

La Verità Plurale e il Dialogo nel Mondo Contemporaneo

Noi tendiamo a contrapporre la verità e l'opinione, ma è davvero giusto farlo? Se si esclude il termine "interpretazione" come chiave per comprendere ciò di cui stiamo parlando e ciò che stiamo dicendo, non è forse vero che la doxa, cioè l'opinione, altro non è propriamente che il mio modo di vedere la verità, che il tuo modo di vedere la verità? Quindi, non è che la doxa in quanto opinione sia una mia fantasia, non abbia a che fare con la verità. C'è chi l'ha intesa così, gli scettici, per esempio, lo scetticismo radicale, coloro che hanno parlato della doxa come di una opinione svuotata di qualsiasi riferimento alla verità. Ma c'è anche chi nella doxa, Socrate per esempio, ha visto un rapporto con la verità, perché se io la verità non posso conoscerla se non interpretandola, la mia interpretazione può bensì essere un'opinione, ma un'opinione che si riferisce a un qualche cosa che va al di là di me, che va al fatto stesso.

Empatia medico paziente: la relazione che cura | Elena Pattini | TEDxParma

Allora, si diceva prima, accertare: testi, testimonianze, documenti… sì, certamente, è essenziale questo lavoro. Occorre sempre ricordare che i fatti non sono solo ricostruzioni cervellotiche e fantasiose e soprattutto manipulate, dobbiamo sempre ricordare che i fatti sono fatti, ma questi fatti, per essere accertati, per essere fissati alla loro verità, per capire che cosa hanno da dirci, noi dobbiamo interpretarli, non abbiamo altro modo. Quindi tutto quel lavoro da inquisitori (verrebbe da dire, da GIP!), questo lavoro deve sapere che i dati oggettivi sono utilissimi, ma non sono mai dirimenti. Non è che riferendomi ai dati oggettivi io ho finito il mio lavoro. Inoltre, una volta che ho raccolto i dati oggettivi il lavoro incomincia, non è finito, perché la ricostruzione del fatto, che pur deve tener conto dei dati oggettivi, incomincia lì, incomincia nel momento in cui io il fatto, nella sua complessità lo devo restituire a un giudizio comune, in cui troviamo ciascuno la propria condivisione del giudizio, ma restando ciascuno vincolato alla propria prospettiva.

Questa è la differenza, fondamentale, fra relativismo e prospettivismo. Il relativismo totale, quello di Nietzsche, lo sviluppa da qui: se non c'è più nessuna verità, se c'è soltanto interpretazione, se l'interpretazione è opinione, se l'opinione non è personale, allora ciascuno di noi è condannato ad essere solo nel mondo, a non poter condividere un bel niente con gli altri, ciascuno di noi è un microcosmo, una monade chiusa in se stessa che non comunica, che non dialoga. Altra cosa è invece pensare che, nonostante questo, che è un fatto (la nostra solitudine, la nostra condizione che ci fa individui), che non dobbiamo ignorare, tuttavia c'è come uno gnomone regolativo che ci guida, cioè l'idea che offre la fede che la verità esista.

La verità declinata al plurale, cosa vuol dire pensare la verità al plurale? Vuol dire che non c'è un elemento che possa valere come l'ultima parola su quel fatto. Vuol dire verità che sfida la contraddizione, la sopporta. C'è chi ha detto "è così", e chi dice il contrario. In entrambe queste posizioni c'è verità. Questo ci invita a non essere dogmatici: la verità è quella, quella cosa lì. Essa trascende il "è così e non diversamente". Pensiamo agli orrori del fascismo, ma anche l'orrore delle Foibe. Le ricostruzioni non devono mai essere dogmatiche, cioè a senso unico. La verità oggettiva è quella che ti frega, quella che fa lo sgambetto. Dal punto di vista dei "senza voce" e dei "senza storia", è lì che si trova il frutto di una ricerca infinita. Gli ultimi, i massacrati. C'è come un vuoto. Chi può ascoltarci? Pensiamo alla frase "è così, tu sei ebreo, sei un essere inferiore e devi essere deportato" che ha portato ai campi di concentramento.

illustrazione che raffigura diverse persone che guardano una stessa realtà da angolazioni diverse, suggerendo la pluralità delle verità e delle interpretazioni

Questo è un discorso sulla verità sul significato delle cose e della realtà medesima. La verità non si rivela una volta per tutte. È una domanda aperta. Questa è la verità. Abbraccia tutti e trascende tutti. La verità della scienza, per esempio, si muove su più piani, su più livelli. Parlando della verità rischiamo naturalmente di entrare in un ambito molto ampio rispetto all'oggetto originario delle nostre riflessioni. Ci sono più dimensioni, evidentemente: la verità logica, la verità ontologica, la verità morale, la verità giudiziaria. Una grande complessità. E, anzi, quello della complessità e della cultura della complessità è forse il tema di fondo cui le questioni evocate, alla fine, rimandano.

Quello che colpisce nel contesto attuale è che proprio tutta questa ricchezza di riferimenti può essere travolta da una grande semplificazione, che va dalla contestazione delle competenze, alla contestazione dell'autorità della scienza e del metodo scientifico. Questa è la situazione che inquina un po' tutto. Anche se dal punto di vista della storia delle idee, va comunque constatato che la risposta alle grandi domande sulla questione della verità davvero non è facile. Il positivismo semplificava parecchio: basta lasciarsi alle spalle il dogmatismo e seguire il metodo scientifico, si diceva. Dopodiché abbiamo scoperto che anche la scienza con le sue cadute, le sue contraddizioni e le sue controversie interne, procede nella ricerca. Una ricerca che è fatta di tentativi e che non esclude gli errori. Naturalmente la scienza va difesa a spada tratta, ma lavora anche essa su ipotesi, sulla verificabilità o falsificabilità delle ipotesi. Insomma, entriamo in un orizzonte al cui interno, caso mai, vanno tenuti fermi il rigore della procedura, del metodo, la serietà e la buona coscienza.

Empatia medico paziente: la relazione che cura | Elena Pattini | TEDxParma

Dalla Semplificazione alla Complessità: La Scienza e l'Anima Individuale

Rimanendo su questo punto, la verità della scienza è solo una delle tante forme della verità: logica, ontologica, morale, giudiziaria. In che senso? Oggi c'è questa forza della scienza che sta diventando inimmaginabile. La scienza ci dice come stanno le cose, e una volta che ce lo dice, non puoi più tornare indietro. La scienza è una verità filosoficamente, ontologica: ci dice come stanno realmente le cose. Ci dà uno sguardo sulla realtà che nessun altro sapere ci dà. Ci dice "è così che deve stare, è così che dobbiamo stare". Ci dice chi siamo. Ci dice che siamo il frutto della selezione naturale. Dove andiamo? Andiamo verso l'estinzione. Questi sono dati di fatto, sono verità ontologiche. Ma, sono le sole possibili? E i fallimenti, le assurdità, le contraddizioni? Come a volte io, noi, gli uomini, riconosciamo l'essere umano? Dando voce a Pascal e a Leopardi.

La scienza racconta quello che è accaduto. Nessuno lo può negare questo. Ma non è una verità, una verità possibile, una verità futura. La verità è declinata al futuro, non solo al presente, ma anche al futuro. Pascal e Leopardi hanno punti di contatto. C'è sempre stata questa idea di un accostamento, ma qualcosa in comune credo che ci sia. Leopardi ha scritto L'infinito. Pascal e Leopardi potrebbero essere d'accordo. Di quell'infinito di là da venire, ma che c'è, questa realtà come ci apparirà? Leopardi usa queste parole: "Un enigma mirabile e spaventoso". Una cosa che allo stesso tempo ci spaventa e ci entusiasma, ci dà meraviglia. È carico di un suo senso misterioso, ma senso, una sua verità. Essa apre a un'altra dimensione che sarà il sentimento, sarà la profezia, sarà la visione.

Tenendo fermi i riferimenti al valore della scienza e tornando al tema più generale della verità (in questo caso la verità relativa ad un singolo soggetto) è interessante toccare con un accenno un altro elemento: il libro molto noto di James Hillman, dei lontani anni '60, Il suicidio e l’anima, in cui egli, parlando della problematica estrema del suicidio, a partire da una prospettiva junghiana, sviluppa il discorso sugli archetipi e rimanda a una suggestiva evocazione dell’anima come simbolo, pur affermando l’importanza della storia clinica del paziente. Peraltro, per quanto riguarda un tema così particolare, ha rilievo non solo l’ottica con cui può inquadrarlo la medicina: c’è il punto di vista del medico, certo, ma c’è il punto di vista dello scienziato, c’è il punto di vista del diritto e della legge, e c’è quello della teologia.

Ora, la psicologia clinica anzi lavora riferendosi ad una casistica: il tale è un depresso, l’altro è uno che soffre di allucinazioni, questo è un esaltato. Ma al di là dell’approccio clinico e delle classificazioni mediche, afferma perentoriamente Hillman, c’è poi la storia di ogni singola anima. Ed è del travaglio di questa singola anima (più e prima ancora di doversi preoccupare di salvarla fisicamente dalle pulsioni suicide) che il terapeuta deve farsi carico. Questo appare un interessante, e dirompente approccio al discorso sulla ricerca della verità, che certamente deve mantenere un saldo ancoraggio alla verità scientifica, senza però che essa venga, di per sé, considerata esaustiva. L’analista deve entrare in sintonia, al di là della casistica in cui sembra rientrare il soggetto preso in cura, con lo specifico modo di sentire di una singola individualità, di questa singola anima. È un’impostazione dalle forti implicazioni per chi si occupa della verità nel trattamento del disagio umano. Detto in termini semplici: non c’è mai un soggetto schizoide uguale a un altro, un depresso uguale a un altro, un paranoico identico ad un altro. C’è una storia, che ha una sua soggettività, una particolarità, legata a specifiche vicende che chiede di essere accolta. C’è un elemento di verità che va al di là di quello che è catalogato nei manuali. La schizofrenia è questa apertura di una voragine.

La verità "è e basta". Non nel senso dell'H2O. La clinica deve capire la persona che ha davanti, la logica identitaria la deve fare sua, ma non basta, perché la verità non può essere racchiusa, non può essere oggettivata in una formula, non può essere identificata. Che la verità non possa essere identificata vuol dire semplicemente che la verità chiede di essere capita simbolicamente, per allusioni, per metafore, rinviando ad altro, come in un gioco di scatole cinesi. I fatti contengono altri fatti e questi a loro volta ne contengono altri, all’infinito. Questo è il lavoro simbolico. L’anima non ha confini proprio perché è questo gioco di scatole cinesi dove i fatti richiamano altri fatti e altri fatti ne richiamano altri ancora, e sempre di nuovi. Questa idea, che l’anima sia abitata da simboli, da metafore, da allegorie, da sogni (che non sono altro che simboli non di chi siamo, ma di chi non siamo ma potremmo essere), sottolinea il valore intrinseco e irripetibile di ogni individualità.

In definitiva, la frase "non concepisco il mondo senza di te" trascende una semplice espressione di affetto. Essa riflette la profonda consapevolezza che il nostro mondo, inteso come la nostra realtà sociale, emotiva, intellettuale e interpretativa, è inestricabilmente legato alla presenza e all'interazione con l'altro. Senza l'empatia che agisce da "salvavita", senza la condivisione e l'interpretazione plurale della verità che si ottiene attraverso il dialogo, e senza il riconoscimento della complessità e della singolarità di ogni "anima", il mondo risulterebbe frammentato, incomprensibile e, in ultima analisi, inconcepibile.

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