
Il tema della migrazione, con le sue drammatiche perdite in mare e le complesse sfide dell'accoglienza, trova spesso espressione nella dimensione artistica, che si fa veicolo di memoria, denuncia e speranza. Un esempio significativo di questo approccio è il progetto "Ninna nanna per la pace migranti", un'opera civile che, attraverso la poesia, la musica e la testimonianza, cerca di mantenere viva la memoria delle vittime e di sensibilizzare l'opinione pubblica. Questo lavoro si manifesta in diverse forme e luoghi, intrecciando narrazioni personali con un più ampio contesto collettivo.
L'Eco della Tragedia nel Vallo di Diano: Storie di Donne e Comunità Accoglienti
La vicenda delle donne migranti tragicamente scomparse in mare ha lasciato un segno profondo in diverse comunità, tra cui il Vallo di Diano, un territorio a sud di Salerno. Qui, sei di queste donne, il 17 novembre, dopo i funerali celebrati presso il cimitero di Salerno, furono sepolte nei cimiteri di cinque comuni del Vallo di Diano. Le bare si fermarono a Polla, ad Atena Lucana, a Sala Consilina, a Sassano e a Montesano sulla Marcellana. Questa circostanza ha conferito un significato particolarmente intenso alle iniziative volte a onorare la loro memoria.
L'opera di Giancarlo Cavallo, che prende la forma di un'espressione artistica corale, è stata portata sui territori, in tutta Italia, nelle piazze, nelle scuole, e non poteva non fermarsi nel Vallo di Diano. Questo "universo di emozioni", interpretato con maestria e solennità da Sergio Iagulli e Raffaella Marzano di Casa della Poesia di Baronissi/Salerno, ha trovato qui un terreno fertile per risuonare.
"26 - Tribute to the Twenty-Six Dead Women": Un Libro, Un Evento
Il lavoro intitolato “26- tribute to the twenty-six dead women”, arricchito dai disegni di Emanuela D’Andria e dalla postfazione di Gianluca Paciucci, è arrivato a Padula domenica 13 novembre. Questo evento collettivo è stato promosso dalle cooperative sociali L’Opera di un Altro e Tertium Millennium. Tra i presenti, S.E. Antonio De Luca, Vescovo della Diocesi di Teggiano - Policastro, ha offerto la sua testimonianza diretta di quel 5 novembre, quando sul molo 3 gennaio attraccò la nave militare spagnola Cantabria.

Voci che Rompono il Silenzio: Poesie e Testimonianze
Diverse voci si sono susseguite per dare corpo e anima a questo omaggio. “Ordino alla mia bocca di parlare….” Inizia così “Ordino”, poesia affidata alla voce di Paola Perri, psicologa di Sala Consilina. L'avvocato Rosy Pepe, del movimento “Se non ora quando” del Vallo di Diano, ha pronunciato “Parole sconosciute”, ricordando anche quando nel 2019 il Movimento decise di apporre una pietra di inciampo presso il Liceo classico Marco Tullio Cicerone a Sala Consilina, “Per ricordare le migranti morte in mare alla ricerca di un futuro migliore”.
Ana Maria Libretti di Padula del Terzo Ordine Francescano, dopo aver letto “Eppure (black&white)”, ha posato una rosa rossa sull’altare. Un gesto simbolico, un omaggio a quelle donne e a tutte le vittime dell’immigrazione. Maria Carmela Bruzzese della F.I.D.A.P.A BPW Italy sezione Montesano S/M Vallo di Diano ha letto “Ho fatto un sogno”, una testimonianza significativa da parte della F.I.D.A.P.A., che sin dal giorno della sepoltura a Montesano sulla Marcellana ha voluto prendersi cura negli anni di quella tomba senza nome, la n.19.
Tra i presenti a rendere omaggio alle vittime del mare, anche Giuseppe Rinaldi, sindaco di Montesano sulla Marcellana, Francesco Cavallone, sindaco di Sala Consilina, Caterina Di Bianco, Vicesindaco di Padula e i consiglieri Giusy Abbatemarco e Giuseppe Tierno. Il nome di una giornalista, Marianna Vallone, ha accompagnato le parole di “Vuoto di memoria”, un contributo importante per sottolineare il ruolo dei mezzi di comunicazione nel raccontare i fatti, gli avvenimenti e nel fare in modo che alcunché cada nell’oblio.

Ninna Nanna di Osaro Osato e il Sogno di Shaka Marian
La "Ninna nanna di Osaro Osato", una poesia dolce, è stata affidata ad una voce di fanciulla, alla studentessa liceale Martina Dente di Montesano sulla Marcellana. Osaro Osato e Shaka Marian furono le sole due donne migranti identificate. “Io un nome ce l’ho….” Inizia così la poesia “Il sogno di Shaka Marian”, letta da Filomena De Paola, vicepresidente della Cooperativa L’Opera di un Altro. Poi è stata la volta di Yulia Yemelyantseva, mediatrice culturale ed educatrice, di origine ucraina, che ha letto “Destinazione Brignano”, una poesia toccante e straziante che sembra ridare voce ad una di quelle donne giunte nel cimitero di Salerno.
Stabat Mater, Pergolesi - Riccardo Muti, Saronno 1997
Il Mare e le Voci Silenziose: Da Lampedusa al Vallo di Diano
“Da questa collina non si vede il mare” scrive Giancarlo Cavallo, evidenziando il contrasto tra la lontananza fisica e la vicinanza emotiva al dramma. Anna Maria Angelone, medico del Golfo di Policastro, ha scandito “Parlo per te”: “senza più nome senza più respiro …”. L’ultima poesia è “Farfalle”, letta da Tina Pepe, assistente sociale.
Don Vincenzo Federico ha ricordato il giorno dello sbarco: «In quei giorni abbiamo chiamato in causa i sindaci del territorio perché oltre all’accoglienza dei vivi si potesse dare dignità di sepoltura ai morti». Ha ricordato il giorno dei funerali: «Sulle bare c’erano tante rose e tante donne che si inginocchiavano», indicando la via: essere chiamati a trasmettere la memoria. «La poesia, l’arte, il canto, hanno il compito di consegnare, trasmettere e di dare vita». E infine, il ricordo del sindaco Rocco Giuliano e della frase scritta da Don Vincenzo sulla tomba della donna sepolta nel cimitero di Polla: «Ho sognato la pace, ho inseguito la vita, ho cercato la speranza, ho cercato la speranza». Un ringraziamento speciale è stato rivolto a tutte le donne che hanno accolto l'invito, "per aver afferrato il filo rosso della memoria e per essere testimoni preziose del nostro tempo".
Lampedusa, Luogo della Memoria: L'Aria Densa e il Dolore
L’aria di Lampedusa è impregnata di un’insolita umidità. Densa, che ti si appiccica alla pelle e la fa profumare di salsedine. La stessa che scava le rughe dei pescatori che verso sera, nella luce insolitamente livida del Porto Vecchio, tirano in barca le reti. Aria carica di vapore che immerge l’isola in un’atmosfera sospesa, sfumando i colori del mare e del cielo all’orizzonte, la Tunisia da una parte, dall’altra la Libia. Stasera no. Il cielo quasi ti soffoca. Ti schiaccia. Giù, in quella cava di arenaria dove la polvere della pietra si solleva e si attacca alle scarpe e ti si appiccica alla pelle. Giù, in quel cantiere sotto il livello del mare, diventato luogo della memoria. E non serve dire di chi. Pietra e polvere. Il mare è lì a due passi. Non lo vedi (come non vedi l’infinito oltre la siepe di Leopardi), ma lo immagini, lo senti sulla pelle.

Si infrange sugli scogli dentro i quali uomini hanno scavato pareti squadrate, ora diventate un teatro naturale, pareti tra le quali è stato messo un barcone, posato su un fianco, uno dei tanti barconi che hanno fatto naufragio, ed ora è lì, con il suo legno consumato dalla salsedine. Di fronte una parte, lunghissima. Squadrata e ruvida. Corre lungo tutta la cava, ferita da 368 fori - come quelli lasciati dai colpi di mitraglia sulle facciate dei condomini di Sarajevo o su una della tante, troppe città in guerra, da Kiev a Gaza -, segno indelebile da imprimere nella memoria, quello dei 368 morti del 3 ottobre 2013, il naufragio più tragico di sempre. Fori che risplendono nell’aria densa, luci nella sera, illuminati da piccoli lumini - un cielo di stelle, tante lampare nel mare - che evocano ciascuno una storia. Quella delle vittime davanti alle quali anche Papa Francesco si è inginocchiato nel suo primo viaggio. Molte non hanno più un nome. Riposano nel cimitero di Lampedusa, guardando il mare sotto la prua di un barchino, assi dai colori inconfondibili, rosse, verdi e azzurre. Azzurre. Come quelle di un altro barchino. In frantumi. Ancora lì, un po’ nascosto, sugli scogli che abbracciano la cava di arenaria, lì dove forse ha fatto naufragio. A due passi da quel luogo della memoria che stasera è schiacciato dal cielo denso di Lampedusa.
Lo Stabat Mater di Riccardo Muti: Musica per l'Anima
"Ninna nanna ninna ò chistu figghiu s’addurmò" è il canto che si leva nella sera umida di salsedine dell’isola. Ma a cantare la ninna nanna non è una donna che spinge un passeggino. È Maria, la Madunnuzza ai piedi della Croce. Culla il figlio morto. Lo accompagna verso il suo sonno. Trasfigurata, questa Maria, nelle tante, troppe madri che oggi piangono la morte dei propri figli. Senza poterli cullare, perché inghiottiti dal mare.
Lo Stabat Mater che Riccardo Muti ha voluto si levasse nella sera di Lampedusa è stato un momento di grande intensità emotiva e simbolica, definito da Muti stesso come «uno dei viaggi più emozionanti e più ricchi di significato di sempre» de Le vie dell’amicizia di Ravenna festival. «Perché le ferite che cerchiamo di lenire attraverso la musica sono ancora sanguinanti, ci interrogano quotidianamente» racconta il maestro mentre attraversa la cava di arenaria, le scarpe nere impolverate, le mani nude, perché dirige senza bacchetta… succede sempre così quando sul leggio c’è una pagina sacra. E lo Stabat Mater di Sollima è sacro perché racconta, con una dolcezza disarmante, l’uomo, racconta il dolore, ma anche la speranza. La evoca la voce naturalissima e mistica, avvolta da una sapienza antica e ancestrale del controtenore Nicolò Balducci.

"Ninna nanna ninna ò, di la mammuzza so cu lu tieni strittu strittu" è il canto che resta nell’aria densa, impregnata di caldo e di rumore di elicotteri in lontananza, «segno che ci sono nuovi sbarchi al molo Favarolo» dicono i lampedusani. Madunnuzza anneja lacrimi l’armuzza. Il pianto di Maria. Lo fa risuonare il coro della Cattedrale di Siena. Lo evocano i ragazzi dell’Orchestra giovanile Luigi Cherubini - che in questo 2024 compie vent’anni. Macchie di colore sul palco. Perché alcuni suonano violini, viole e violoncelli costruiti con il legno dei barconi.
Strumenti di Speranza: Il Legno dei Barconi Trasformato in Musica
«Quei barconi che abbiamo fatto arrivare proprio da Lampedusa nel 2021 nel carcere di Opera grazie all’allora ministro dell’Interno Luciana Lamorgese che ha modificato la direttiva per chi questi che sono copri del reato, sequestrati agli scafisti, erano destinati alla distruzione» dice Arnoldo Mosca Mondadori, che con la sua fondazione Casa dello Spirito e delle Arti ha pensato di trasformare in strumenti ad arco il legno dei barconi, facendo realizzare violini e violoncelli ai detenuti del laboratorio di liuteria di Carlo Chiesa del carcere alle porte di Milano.
«Non li abbiamo dipinti. Hanno i colori delle assi dei barchini della speranza» spiega Mosca Mondadori mentre scatta una foto con il cellulare ai “suoi” strumenti in mano ai ragazzi della Cherubini. Muti ha in mano due bacchette fatte con gli stessi legni. «Le conservo gelosamente. Commuove sapere che questi strumenti sono fatti con il legno di barche che hanno trasportato uomini, donne e bambini verso la speranza. Alcuni ce l’hanno fatta, altri no. Ma questi legni da veicoli di morte ora sono portatori di bellezza» dice Muti. Sollima suona tra le fila dei violoncelli. Innalza un canto che sembra venire dalla terra. Dal mare.
Un Ponte di Fratellanza: Musica e Messaggio di Pace
«Il nostro abbraccio riconoscente è per i lampedusani, per questo popolo che ha sulle spalle un grande peso che affronta con grande generosità» dice Muti dal podio (in prima fila c’è anche Claudio Baglioni… lampedusano d’adozione) prima di salutare l’isola. «Siamo qui per voi, siamo qui con voi». Il maestro getta uno sguardo al mare mentre va verso l’aeroporto, perché si è compiuto tutto nel giro di poche ore, andata e ritorno da Ravenna in giornata - domenica lo stesso concerto al Pala De Andrè che, ripreso dalle telecamere della Rai, andrà su Rai1 l’8 agosto - il viaggio numero ventotto del lungo ponte di fratellanza partito nel 1997 da Sarajevo e approdato martedì a Lampedusa, quello sull’isola che è il primo lembo d’Europa.
Approdato davanti «a un mare che non è colpevole. Il mare fa il suo mestiere, diceva Eduardo. I colpevoli siamo noi che restiamo indifferenti di fronte a queste tragedie. L’arte non punta mai il dito, non lo faccio nemmeno io. Perché la musica è un elemento che unisce e non la si può far diventare proclama politico. Dico solo che in tutto il mondo, perché quello dell’immigrazione è un dramma che interroga il mondo, occorrono governanti illuminati».
Oltre le pareti squadrate di arenaria c’è la Porta d’Europa di Mimmo Paladino, «monito potente che mi ricorda la porta di Capua sulla quale c’è scritto Intrent securi qui quaerunt vivere puri. Io aggiungo, porta patet, cor magis, la porta è aperta, ma il cuore di più». Lo ha dimostrato, ancora una volta, Muti guidando questo pellegrinaggio musicale sui luoghi del dolore del mondo - in ventotto anni ci sono stati Beirut, Gerusalemme, Erevan e Istanbul, New York, Damasco, Teheran, Kiev… «Oggi, purtroppo, parliamo più di guerra che di cultura. Da qui, da Lampedusa, con la nostra musica vogliamo lanciare un messaggio di pace e di fratellanza. Attraverso la musica. Per dire che i migranti che attraverso l’Italia approdano in Europa lo fanno anche attraverso la cultura» dice il maestro mentre sale sull’aereo. Che decolla sul mare pieno di luci (cielo di stelle al contrario) lasciandosi alle spalle quelle fiammelle ancora accese nella parete di arenaria. Memoria di un dramma che conosci, sai che c’è, ma che avverti in tutta la sua potenza solo qui. E che ti si imprime, indelebilmente, sulla pelle.
