Ninna Nanna o Questa Bimba a Chi La Do: Un'Esplorazione dei Significati Celati nelle Culle del Tempo

Le ninne nanne, melodie rassicuranti cantate ai bambini per aiutarli ad addormentarsi, sono un elemento universale della cultura umana. La loro presenza è attestata da millenni, suggerendo una funzione fondamentale nella cura e nello sviluppo infantile. Ma dietro la loro apparente semplicità, queste antiche filastrocche possono celare significati profondi, talvolta inquietanti, che riflettono le paure, le speranze e le complesse realtà della genitorialità. La celebre frase "Ninna nanna ninna oh, questo bimbo a chi lo do?", così familiare nel panorama italiano, rappresenta un punto di partenza ideale per svelare la ricchezza e la complessità di questo genere musicale e testuale, che va ben oltre la mera funzione consolatoria.

Le Radici Antiche e la Forza Universale delle Ninne Nanne

Per quanto ne sappiamo, le ninne nanne esistevano già nel 2000 a.C. Un esempio tangibile di questa antichità è una tavoletta di argilla delle dimensioni di un palmo risalente all’antica Babilonia, l’odierno Iraq, dove è riportata una ninna nanna scritta in caratteri cuneiformi. Questa scoperta sottolinea la natura intrinseca e transculturale di queste canzoni, che hanno accompagnato l'umanità attraverso i millenni. L'idea alla base della ninna nanna è che un canto eseguito da una voce familiare induca i bambini ad addormentarsi. I toni tranquillizzanti e i ritmi dolci sembrano essere la ragione per cui una ninna nanna aiuti un bambino ad addormentarsi. Tuttavia, gli studi hanno dimostrato che se a cantarle sono voci familiari al bambino, queste ninne nanne sono più efficaci nel calmarlo.

Già quando il bambino è nel grembo materno, pur non potendo percepire molto dall'esterno, un suono gli giunge ovattato: la voce della madre. Di questa voce, il bambino è consapevole, e si dice che le ninne nanne cantate dalla madre possano fungere da ponte tra la vita nel grembo materno e quella al di fuori di esso. Questo meccanismo può funzionare anche se, mentre è nell'utero, il bambino è esposto continuamente anche ad altre voci. Si narra persino di un fratello che cantava ogni sera "You Are My Sunshine" alla sorellina mentre era nella pancia della madre; quando la bimba nacque con problemi di salute e sembrava che non ce l’avrebbe fatta, fu proprio la voce del fratello che cantava per lei a far risalire i suoi parametri vitali e farla guarire miracolosamente. Non solo, cantare i testi delle canzoni o persino recitare le filastrocche può favorire le prime capacità linguistiche. È stato dimostrato che la musica stessa è un valido aiuto all'apprendimento per i neonati e i bambini piccoli.

Una caratteristica distintiva che permette di riconoscere una ninna nanna è il ritmo. Molte ninne nanne tradizionali di tutto il mondo sono scritte con il ritmo del valzer, un ritmo in 3/4 che ricorda il dondolio di una culla. Ad esempio, il testo di "Good Night" o "Golden Slumbers" dei Beatles può avere più senso come ninna nanna, ma canzoni come "Lucy in the Sky with Diamonds" o "Norwegian Wood" potrebbero essere più efficaci per via del loro ritmo in 3/4, pur non essendo ninne nanne nel senso tradizionale.

Tavoletta cuneiforme con ninna nanna babilonese

Un Mosaico Sonoro: Ninne Nanne dal Mondo

Il progetto "Lullabies of Europe", creato dalla Commissione europea, mira a raccogliere tutte le ninne nanne nelle diverse lingue della Comunità per preservarne il patrimonio culturale, dimostrando l'importanza di queste melodie come espressione culturale.

Tradizioni dall'Est Europa:

  • Repubblica Ceca:

    • "Spi, Janíčku, spi" (Dormi, Janíček, dormi): Una ninna nanna vivace raccolta in Moravia da František Sušil nel XIX secolo. Utilizza il nome proprio di un bambino, Janíček, diminutivo affettuoso di Jan, molto comune.
    • "Ukolébavka" (Ninna nanna): Pubblicata nel 1633 ne ‘L'Informatorium della Scuola Infantile’ di Johan Amos Comenius, considerato il primo trattato sullo sviluppo e l'educazione dei bambini, che sottolineava l'importanza degli stimoli sensoriali ed emozionali.
    • "Hajej můj andílku" (Angioletto mio): Una delle ninne nanne ceche più melodiose, raccolta inizialmente da Karel Jaromír Erben, scrittore romantico e collezionista di canti popolari.
    • "Halí, dítě" (Fai la ninna, bambino): Raccolta da František Bartoš, pedagogo ed etnografo.
    • "Halaj, belaj, malučký" (Dormi, dormi, piccolo): Proviene dalla Moravia orientale, con influenze dialettali slovacche e canti popolari simili a quelli oltre confine.
  • Romania:

    • "Culcă-te, puiuţ micuţ" (Addormentati, piccino mio): Un'antica ninna nanna della Romania occidentale e centrale, ancora cantata e menzionata nei testi scolastici nella versione di Maria Tănase, celebre cantante folk.
    • "Nani, nani, puişor" (Ninna, nanna dolce piccolino mio): Usata in tutte le regioni della Romania, inizia con le tipiche parole che inducono al sonno e si augura che il bambino dorma a lungo.
    • "Culcă-mi-te mititel" (Vai a dormire come un bimbo piccolino): Un antico canto per cullare i bambini dalla Montenia, dove la madre desidera che il figlio cresca per accudire animali e fiori.
    • "Nani, nani, puiù mamii" (Ninna, nanna, il bambino della mamma): Molto antica, proveniente dall'Oltenia, breve e ricca di ripetizioni e termini affettuosi come "maică/maichii" (mamma mia/della mamma).
    • "Haia, haia, mică baia" (Haia, haia, il bagnetto): Inizia con parole che suggeriscono il cullare o il gioco, e presenta la ripetizione del numero ventuno, usando una pronuncia dialettale del Banato.

Melodie dalla Danimarca:

  • "Solen er så rød, mor" (Il sole è così rosso, mamma): Considerata una ninna nanna classica danese.
  • "Elefantens vuggevise" (La ninna nanna dell'elefante): Una delle più popolari, con un tema che tratta di animali esotici e testo semplice. Negli anni novanta, per renderla politicamente corretta, la parola "negerdukkedreng" (bambolotto negro) fu sostituita con "kokosnød" (noce di cocco).
  • "Godnatsang" (Canzone della buona notte): Testi e musica composti da Sigurd Barrett e Steen Nikolaj Hansen, molto popolare e spesso cantata alla fine dei programmi televisivi per bambini di Sigurd, con un tema riguardante il sonno.
  • "Mues sang få Hansemand" (La canzone della mamma per il piccolo Hans): Antica ninna nanna dello Jutland meridionale, meno conosciuta a causa del suo dialetto.
  • "Jeg vil tælle stjernerne" (Conterò le stelle): Scritta nel 1951 dal poeta Halfdan Rasmussen, con musica di Hans Dalgaard.

Le Ninne Nanne del Mondo Anglosassone:

  • "Lavender's blue" (La lavanda è blu): Una canzone tradizionale usata come ninna nanna, le cui origini risalgono almeno al XVII secolo, tramandata e modificata nel tempo.
  • "By Baby Bunting" (Ciao, bimbo ‘fagottino’): Antica quanto le filastrocche inglesi, la sua melodia è giunta ai giorni nostri senza variazioni. Nell'inglese antico, le ninne nanne erano chiamate "Byssinge" e il prefisso "by" significava sonnellino. Questa canzoncina gioiosa è familiare ovunque si parli l'inglese e, come in altre ninne nanne, promette una ricompensa per il buon comportamento.
  • "Hush, little baby" (Ninna, nanna, piccolino): Un'altra ninna nanna tradizionale di cui non si conosce l'autore. Si suppone che abbia origine nel Nord America, data la menzione del tordo beffeggiatore, un uccello tipico del continente. La versione R&B, scritta da Inez e Charlie Foxx e resa popolare da James Taylor e Carly Simon, è diventata più una canzone romantica che una vera e propria ninna nanna.
  • "Twinkle twinkle little star" (Brilla brilla stellina): Una delle più popolari filastrocche inglesi. Combina la melodia di una canzone francese del 1761, "Ah! Vous dirai-je, Maman", con la poesia inglese "The Star" di Jane Taylor, pubblicata nel 1806. Mozart compose dodici variazioni su questa melodia, catalogate come "Variazioni su Ah! Vous dirai-je, Maman".
  • "Scottish Lullaby" (Ninna nanna scozzese): Questa melodia tradizionale proviene dalle Highlands scozzesi. Solo l'aria "Cdul gu lo" (Dormi fino all'alba) e non i versi originali scozzesi furono usati in una drammatizzazione di "Guy Mannering" di Sir Walter Scott. Evoca la storia delle Highlands e delle battaglie dei clan per preservare la loro indipendenza, con un sogno che concerne lo squillo di tromba e l'ideale del coraggio.

NINNA NANNA NINNA OH - Famosa ninna nanna per il tuo bambino

Armonie dal Mediterraneo e dall'Italia:

  • Grecia:

    • "Νάνι μού το νάνι νάνι" (Ninna, mio caro, ninna, nanna): Dall'isola di Calimno, questa ninna nanna è influenzata dalla bellezza della natura, menzionando ulivi e sole, elementi essenziali per gli abitanti dell'isola famosa anche per le spugne e la produzione di olio d'oliva.
    • "Νάνι νάνι το παιδί μου" (Ninna, nanna, bambino mio): Dalla montuosa Kastoria, famosa per i vigneti e gli allevamenti, cita l'agnello, la capra e l'ovile, usando numerosi diminutivi.
    • "Ύπνε, που παίρνεις τα μικρά" (Sonno, che prendi i piccoli): Originaria dell'isola di Tasso, si ascolta in tutta la Grecia. L'elemento del "Sonno" (Ύπνος), dio mitologico, è centrale, a cui si chiede di prendere il bambino. Menziona l'Est e l'Ovest per indicare la vastità del mondo.
    • "Ύπνε μου, επάρε μού το" (Sonno caro, ti passo il mio bambino): Nasce nell'Italia meridionale, nelle aree dove popolazioni di lingua greca hanno abitato fin dall'VIII secolo a.C. Contiene riferimenti alle rose, abbondanti in quelle regioni.
    • "Τζοιμάται ο ήλιος στα βουνά" (Il sole dorme sulle montagne): Di tradizione greca, ebbe origine nell'isola di Egina e fu poi trasformata nel dialetto cipriota. Parla del tramonto, quando il sole e la pernice dormono, e la madre culla il suo bambino parlando a bassa voce.
  • Turchia:

    • "Uyusun da büyüsün" (Che il mio bambino cresca mentre dorme): Inclusa nella categoria delle ninne nanne che esprimono auguri e desideri per il bambino, inclusi benefici materiali. La madre esprime il desiderio che la sua bambina cresca sana e descrive le sue mani decorate con l'henna, un antico segno di benedizione.
    • "Babanın Ninnisi" (Ninna nanna del papà): Una ninna nanna moderna composta da Özge İlayda.
    • "Dandini Dandini Dastana" (Dandini Dandini Dastana): Quasi tutti in Turchia conoscono la prima strofa, con variazioni possibili. Il verso iniziale può sembrare strano, ma è metaforico: "dana" (vitello) rappresenta il figlio, "bostan" (orto) è la vita, "bostancı" (giardiniere) sta per il padre e "lahana" (cavolo) è una ragazza non approvata dalla madre del ragazzo. Invoca il nome di Dio e chiede protezione dal malocchio. Elogiare la bellezza del bambino o della bambina è un tratto molto comune.
    • "Sen bir güzel meleksin" (Sei un magnifico angelo): La madre usa diverse similitudini e paragona le labbra della sua bambina alle ciliegie, e le sopracciglia alla luna crescente o a una piuma, sottolineando che per la madre, il suo bambino è più bello di qualsiasi altra cosa, persino degli angeli.
  • Italia:

    • "Nana Bobò": Una bella e antica ninna nanna della laguna veneta, con influenze balcaniche e bizantine. Colei che canta augura salute e ricchezza al bambino, mentre la madre è alla fontana a prendere acqua.
    • "Fai la Nanna, Mio Simone": Proviene dalla Toscana, un esempio di ninna nanna tradizionale italiana, con un tono iniziale esuberante che si addolcisce in un ritmo più appropriato.
    • "Ninna nanna sette e venti": Questa dolce e melodica ninna nanna fa parte del ricco folclore e delle villotte friulane. Mentre altre donne sono in piazza a conversare, la madre rimane a casa per accudire il suo bambino e sorvegliare la cottura di un tipo di pane chiamato focaccia.
    • "Stella stellina": Composta da Lina Schwarz, è una delle ninne nanne più popolari in tutta Italia, conosciuta da generazioni.
    • "Fate la nanna, coscine di pollo": Molte madri italiane conoscono questa ninna nanna toscana che viene usata di solito senza alcuna variazione di testo, paragonando affettuosamente le gambette di un neonato alle coscine di pollo.
    • "Ninna nanna dei suoni e dei colori": Una ninna nanna contemporanea, composta in occasione del progetto europeo "Languages from the Cradle".

Una delle ninne nanne più conosciute globalmente è la "Ninna nanna di Brahms", nota anche come "Canzone della culla" o "Wiegenlied".

"Ninna Nanna Ninna Oh": Tra Folklore, Superstizione e Inquisizione

Quanti di noi hanno sentito le parole «Ninna nanna ninna oh, questo bimbo a chi lo do?» risuonare nella propria infanzia, recitate con dolcezza e ingenuità da madri, nonne o zie, ignare forse del carico simbolico inquietante celato dietro versi apparentemente innocui? Questa ninna nanna, come molte altre antiche filastrocche, nasce da un contesto storico intriso di superstizione, paura e religiosità. Poiché molte ninne nanne sono state tramandate da generazioni, è facile dimenticare che le canzoni, le filastrocche e persino le fiabe non sono sempre state così adatte alle famiglie come lo sono oggi, e che alcune sono addirittura macabre e spaventose. Pensa alla tragedia di un ramo d’albero che si spezza e di un bambino che cade da esso, che cantiamo senza pensare in "Rock-a-bye Baby".

Il riferimento alla Befana, personaggio folkloristico amato e temuto al tempo stesso, è in realtà l'eco di figure femminili ben più oscure: le streghe. Nell'immaginario collettivo medievale, la Befana incarnava l'archetipo della vecchia saggia, ma anche della strega eretica, che nelle campagne, con la sua presenza e i suoi poteri, attentava all'ordine stabilito da Dio e imposto dalla Chiesa. La figura della Befana, infatti, venne progressivamente demonizzata dagli inquisitori, che nelle pratiche popolari e magiche vedevano una minaccia profonda all'ortodossia cristiana. Per questo, nella ninna nanna, il bambino, soprattutto se non battezzato, viene simbolicamente affidato alla strega per una settimana: un periodo breve, punitivo, tollerato a fatica, in cui il bambino resta nel peccato originale e, in quel frangente sospeso, è nelle mani della Befana.

Più oscura e decisamente inquietante è la figura dell'uomo nero, incarnazione del demonio stesso, vestito di nero con il volto coperto. Nella filastrocca, il tempo in cui il bambino, ancora privo del battesimo, resta sotto la sua custodia si estende a un anno intero, segno di una minaccia più profonda, concreta, alla salvezza eterna dell’anima. Il battesimo veniva talvolta rimandato a causa di malattie improvvise o di condizioni di fragilità, come nel caso di bambini nati con disabilità, e questo rendeva ancora più temuta l'attesa. È nel terzo passaggio, la frase conclusiva «non è figlio di Gesù che lo tenga sempre giù», che emerge un chiaro riferimento ai bambini morti prima di ricevere il battesimo, destinati secondo la credenza popolare al limbo o persino agli inferi.

Questa simbologia ci riporta direttamente alle credenze che proliferavano nel mondo contadino medievale, caratterizzato dalla paura dell'ignoto e dal controllo sociale esercitato dalla religione. Gli inquisitori, con il loro capillare e incessante lavoro di repressione, influenzarono profondamente l'immaginario collettivo, trasformando persino innocue filastrocche e ninne nanne in strumenti pedagogici per educare attraverso il timore e la minaccia implicita del soprannaturale.Il fascino di queste filastrocche risiede proprio nel loro carattere duale: rassicuranti e perturbanti al tempo stesso, costruite per insegnare e ammonire, capaci di instillare rispetto e timore reverenziale già nei più piccoli. Il sapere magico sedimentato nei loro versi rappresentava una prima forma di educazione, impartita oralmente, per preservare le tradizioni contadine e contemporaneamente mantenere il controllo sui comportamenti sociali.

La parola "filastrocca" stessa nasconde in sé un legame profondo con la magia e l’astrologia. Nella Novella XXIV di Matteo Bandello, il termine "filastroccole" indica proprio previsioni e divinazioni, inizialmente attribuite agli astrologi o, meglio, alle "strogole" che "strologavano", cioè prevedevano e tiravano a indovinare osservando gli astri. La parola stessa, per aferesi, deriverebbe proprio da "astrologare", sottolineando così come dietro il semplice gioco di parole si celasse una pratica profondamente radicata nella cultura popolare, tra superstizione e magia.

Illustrazione di una Befana tradizionale

Il Lato Nascosto della Maternità e il Trauma del Parto

I canti tramandati di generazione in generazione, che associamo ad un momento sereno e roseo come la comparsa di un bambino nella vita di una coppia, in realtà nascondono il lato più oscuro della maternità. Simili a lamenti e molto semplici da imparare, erano per le madri un modo per cantare il dolore vissuto a causa del distacco del proprio bimbo dal corpo e del parto. "Solo con il proprio bimbo tra le braccia le donne si concedevano finalmente di gemere per un evento descritto sempre come roseo e meraviglioso e che invece provoca un dolore fortissimo. Questo bimbo a chi lo do? All'uomo nero forse, ecco che emerge la paura di mettere al mondo il proprio bambino in un mondo crudele, in pasto alla morte" ci spiega la professoressa ordinaria di psicologia Ines Testoni.

Il fenomeno dei neonati non riconosciuti e abbandonati alla nascita, detto anche fenomeno delle “madri segrete”, o “madri invisibili”, o “madri senza nome”, stride con il comune pensare, che attribuisce alla maternità un valore enorme, quasi mitico, e che deve essere per forza innato: la donna, per essere tale, non può non provare desiderio di maternità, si realizza solo se diventa madre e, ovviamente, una brava e buona mammina. Tutto ciò non considera il lato nascosto della maternità, che è fatto di dubbi, fatiche, incertezze, spaesamenti e, spesso, un profondo senso di solitudine e di vuoto. Essere madre significa fondamentalmente vivere un’esperienza unica ed irripetibile, che muta l’esistenza della donna; significa dedicare la propria anima e la propria persona al figlio per accompagnarlo nella vita e consentirgli di diventare una persona completa. È una sorta di impegno per sempre, un atto di grande generosità.

Tutti gli studi sulla genitorialità e, anche, quindi, sull’essere madre, concordano nell’evidenziare come si tratti di un percorso in costruzione, dove si impara a vivere al meglio e a portare avanti positivamente il proprio rapporto con il figlio. Ed è proprio quest’idea di costruzione di un percorso in evoluzione ad essere un fattore arricchente dell’esperienza della maternità stessa.È fondamentale non dimenticare mai la sofferenza estrema alla base del gesto di abbandono. Anche se è possibile l’abbandono in modo non pericoloso per madre e figlio, questo gesto non è mai compiuto con serenità, leggerezza, superficialità, anzi, tutto il contrario. E alla sua base vi sono motivazioni a volte inimmaginabili, sofferenze profonde e non è vero che queste donne non provano amore verso la creatura che hanno messo al mondo.

La Sofferenza Materna nelle Ninne Nanne

Cosa ci dice il fatto che le ninne nanne siano così simili a lamenti funebri? Con le lamentazioni funebri le ninne nanne condividono la semplicità che le ha rese facilmente riproducibili e popolari. Questa somiglianza nasconde degli impliciti, ossia che la gravidanza e il parto possano essere intese come un lutto o una perdita, anziché come eventi lieti e occasioni di estrema gioia. Bisogna intendere il parto dal punto di vista della dimensione intrapsichica materna, la quale fa i conti con la gravidanza, che è moltiplicazione all'interno e il parto, che è la divisione fuori. La moltiplicazione interna è definibile come un attaccamento intimo e radicale tra la mamma e il feto, che li porta ad avere ritmi circadiani e biologici simili e induce la donna a comprendere lo stato del bambino in base alle sue propriocezioni. Si tratta di un attaccamento che mai si proverà allo stesso modo nella vita, perché la madre da quel momento in poi non sarà mai più attaccata al suo bambino come quando era nel grembo materno. Capiamo dunque che il parto implica una divisione, una perdita di unità. Si tratta di un evento traumatico, ed è una violenza di tipo ostetrico trattare la madre come un'eroina che deve subire in silenzio, quando sta vivendo una sofferenza fisica devastante e questo distacco con il figlio.

Anche per il bambino il parto è traumatico. Otto Rank parlava della nascita come di un trauma mortale e Melanie Klein sottolinea come il pianto apparentemente inspiegabile e costante del bimbo non sia altro che la sua percezione della separazione dalla madre, come un trauma mortale. Dopo essere stato al sicuro nel grembo materno, nulla riesce a compensare i suoi bisogni come accadeva in quel luogo e il bimbo tra i forti stimoli del mondo si sente costantemente minacciato e dunque è terrorizzato. Ecco che intervengono le ninne nanne per porre freno a quel terrore. La madre che ha vissuto il trauma del parto e della divisione dal suo bambino, che lo sente costantemente piangere per il terrore, viene anche lasciata sola. Si pensa che le madri debbano subito essere pronte a reagire, il bimbo viene immediatamente posto loro sul petto perché lo allattino e loro si trovano con un esserino fragilissimo tra le braccia che grida per il terrore. In questo contesto fatto di dolore e solitudine si innesta quel lamento che è la ninna nanna. La donna si sente finalmente autorizzata a gemere, proprio per questo le ninne nanne non hanno il ritmo allegro tipico delle canzonette, perché non riuscirebbero a tirare fuori il vissuto materno.

Le ninne nanne non raccontano solo questo dolore delle mamme, ma qui subentra l'aspetto archetipico culturale e quello psico-sociale che caratterizza le donne. Abbiamo la fortuna di aver vissuto in Occidente dagli anni Cinquanta in una società che ha saputo costruire relazioni di pace, ma abbiamo ereditato queste ninne nanne, simili a lamentazioni funebri, da donne che mettevano al mondo i figli mentre il compagno era in guerra e non sapevano se sarebbe sopravvissuto o meno. Si tratta di madri che consolano il proprio bambino e pensano all'amato al fronte, di cui possiamo solo immaginare il sentimento di solitudine e paura nel lasciare il proprio bimbo a un mondo crudele fatto di morte e violenza. Non a caso una delle ninne nanne più famose canta "questo bimbo a chi lo do?". "Ninna nanna, ninna oh questo bimbo a chi lo do?" è da intendere come un interrogativo sulla persona a cui questo bimbo verrà affidato se il padre muore in guerra e la madre si ammala. La prima risposta è "lo darò all'uomo nero" che altro non è se non la morte. Il bimbo verrà lasciato tra le grinfie di un mondo malsano e violento.

Con che spirito le mamme di oggi cantano le ninne nanne? Da un lato diversamente, infatti anche il ritmo è molto diverso e meno funebre, almeno per le mamme che vivono in un contesto pacifico, tuttavia in quelle parole ancora oggi vive il dolore della separazione del parto e della solitudine in cui riversano moltissime puerpere. Una mamma, soprattutto se primipara, non può essere lasciata sola con il suo bambino, è una violenza inaudita. Proprio per questo, forse diventa importante ricordare il saggio modo delle nostre nonne che passano dalla “parola”, dalla canzone innocua per poter dire l’inesprimibile e dare uno spazio al desiderio di interrompere anche aggressivamente la fonte di impotenza e frustrazione che il pianto del bambino rappresenta. Comunicare ciò che sentiamo, attraverso una canzone, attraverso i ritrovi tra donne era un modo per dare un posto “sicuro” a vissuti normali che in questo modo venivano espressi ma anche contenuti.

Superare l'Idealizzazione della Maternità

Sentimenti paurosi e incomunicabili carichi di tabù, di rabbia, di aggressività, di fatica e di desiderio di abbandonare il proprio figlio, sono sempre esistiti e sono tramandati attraverso una saggezza resistente al tempo e agli stereotipi sociali. Queste nenie hanno la capacità di mettere in parole “dicibili” e in un modo tollerabile queste emozioni faticose e dolorose. Quando l’emozione passa dalla parola, quindi dal “verbo”, dal pensato più o meno conscio, allora diventa un’esperienza più integrata che in parte può proteggere da quella rabbia e aggressività che si sta sperimentando. Il neonato che piange nel cuore della notte in un momento di grande stanchezza fisica e mentale può far sentire incapaci, tristi e frustrati.

L'etica sociale spesso non permette di esprimere questi sentimenti nella rappresentazione della madre come protettrice del focolare, nelle maternità e nelle paternità così preziose forse perché oggi meno vissute con il calo delle nascite e con lo spostamento dell'età in cui si hanno figli. Questi aspetti possono sollecitare vissuti contrastanti come il doversi sentire per sempre riconoscenti di questo dono di cui vengono sottolineati solo gli aspetti irreali e illusori di perenne felicità e serenità e non permettono di lasciare spazio ai vissuti aggressivi e frustranti che vengono appunto repressi.

Emily Prokop, laureata in giornalismo, ha saputo combinare la sua passione per le curiosità e il racconto di storie, e i bambini, a detta di mentori come Dave Jackson, sono stati una sfida per i suoi piani professionali, ma lei ha trovato il modo di immagazzinare episodi per non lasciare che la gravidanza scoraggiasse i suoi impegni. Questa prospettiva, pur personale, evidenzia le reali difficoltà che possono emergere anche nella maternità contemporanea, che spesso si scontra con l'idealizzazione e la solitudine.

Madre con bambino in un contesto di supporto

Le Madri e l'Archetipo della "Terribile Madre"

“Ninna nanna ninna oh, questo bimbo a chi lo do? darò alla sua mamma, che gli canta la ninna nanna!” è una variante che cerca di ricondurre la narrazione a un esito rassicurante, un modo per ricomporre la tensione. Tuttavia, basta prestare ascolto alle filastrocche e alle favole, quelle che ogni mamma recita ai suoi bambini, per rendersi conto che le cose non stanno proprio così. Non si tratta solo di filastrocche terribili o di una brutalità che lascia spiazzati. L’archetipo della “Madre Tutto”, amorevole, premurosa, affettuosa, come elencava una canzoncina da Zecchino d’oro, è una retorica che rimuove il lato perturbante, là dove covano disagi, angosce, violenza. Se una donna poteva permettersi di essere fredda, apatica, persino malvagia, il passaggio nella categoria delle madri le garantiva automaticamente la remissione di ogni peccato e una patente di santità e virtù eterne.

«La grande astuzia della fiaba è di scindere la figura materna in due: la mamma buona, quasi sempre opportunamente morta, e quella cattiva, incarnata da una matrigna o da una strega», spiega Lella Ravasi-Bellocchio, psicanalista junghiana. Queste fiabe, e con esse le ninne nanne più antiche, affrontano luoghi oscuri del materno, popolati di madri psicotiche, pronte a scannare i loro figli. Casi finora relegati nella cronaca nera e negli archivi psichiatrico-giudiziari, ma che, sebbene estremi, rivelano la potenziale violenza del materno. L’autrice sottolinea che «tutte le mamme possono essere terribili». Se i casi di violenza omicida sono per fortuna pochi, moltissimi risultano quelli di insidiosa violenza quotidiana: madri invidiose, possessive, depresse, narcisiste, capaci di creare simbiosi asfissianti e ricatti affettivi, di innescare catene di colpe e risentimenti. Che uccidono senza uccidere, predatrici di pudore, rispetto e innocenza. «Le madri sono tramite di vita e di morte. Il conflitto è lì. Riconoscere la violenza del materno è un percorso aspro ma necessario per ogni figlio».

«Le Madri non sono le mamme - precisa Ravasi-Bellocchio - ma la profondità inconscia del materno. La parte matrigna che trasforma il “son tutte belle le mamme del mondo” in qualcosa di misterioso e terribile. Ma anche liberatorio». È in questo ambito che nei primi anni ’70 Donald W. Winnicott ha formulato il concetto di "madre sufficientemente buona", riconoscendo che non esiste la perfezione e che un genitore, pur non essendo perfetto, può rispondere adeguatamente ai bisogni del proprio bambino. Questo concetto è fondamentale per alleviare il senso di inadeguatezza che spesso si prova e per permettere alle donne di condividere senza alcun tabù o paura del giudizio altrui le fatiche e i pensieri difficili legati alla maternità, anche quelli che talvolta fanno pensare: “ma chi me lo ha fatto fare?”. La comunicazione, sia verbale che non verbale, è essenziale, e il linguaggio non verbale, carico di emozioni, può rivelare molto di ciò che viene taciuto.

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