Ninna nanna, ninna oh: decostruire il mito della maternità intangibile

La figura materna, nell'immaginario collettivo, è da sempre avvolta in un’aura di sacralità intoccabile. È la madre che asciugava i pianti miei, la mamma buona, quella che in cucina cucinava, amorosa, premurosa, affettuosa. È la "Mamma Tutto", come elencava una canzoncina da Zecchino d'oro di qualche anno fa. Tuttavia, dietro questa retorica di una maternità sacra e intangibile, si cela una rimozione sistematica del lato perturbante dell'esperienza genitoriale, quel luogo dove covano disagi, angosce e violenze spesso taciute. Quando una donna entra nella categoria delle madri, la società le garantisce automaticamente la remissione di ogni peccato e una patente di santità e virtù eterne, permettendole di essere, agli occhi del mondo, al di sopra di ogni critica, anche quando la realtà dei rapporti quotidiani suggerisce scenari ben più complessi e dolorosi.

rappresentazione artistica di un'ombra materna che si specchia in un volto di bambino

La scissione dell'archetipo nella fiaba

Sarebbe bastato prestar ascolto alle filastrocche e alle favole, quelle che ogni mamma recita ai suoi bambini, per rendersi conto che le cose non stavano proprio così. Le narrazioni popolari contengono una saggezza antica che la modernità ha cercato di edulcorare. «La grande astuzia della fiaba è di scindere la figura materna in due: la mamma buona, quasi sempre opportunamente morta, e quella cattiva, incarnata da una matrigna o da una strega», spiega Lella Ravasi-Bellocchio, psicanalista junghiana. Questa scissione non è casuale: serve a proteggere il bambino dalla consapevolezza che l'oggetto d'amore primario possa essere anche fonte di angoscia. L'opera di Ravasi-Bellocchio, L'amore è un'ombra, si spinge a indagare proprio in quei luoghi oscuri del materno che, assicura l'autrice, «sono tanto duri da attraversare». Luoghi estremi, popolati di mamme psicotiche, pronte a scannare i loro figli, casi finora relegati nella cronaca nera e negli archivi psichiatrico-giudiziari, che oggi richiedono di essere guardati con occhio critico.

Oltre la cronaca nera: la violenza del quotidiano

Se i casi di violenza omicida sono per fortuna pochi, moltissimi risultano quelli di insidiosa violenza quotidiana. Ci troviamo di fronte a madri invidiose, possessive, depresse, narcisiste, capaci di creare simbiosi asfissianti e ricatti affettivi, di innescare catene di colpe e risentimenti. Sono donne che uccidono senza uccidere, predatrici di pudore, rispetto e innocenza. Queste dinamiche non si manifestano sempre con atti eclatanti, ma si insinuano nelle pieghe del quotidiano, logorando l'identità del figlio. Riconoscere la violenza del materno è un percorso aspro ma necessario per ogni figlio, poiché, come afferma la Ravasi-Bellocchio, «le madri sono tramite di vita e di morte. Il conflitto è lì». Cominciare a parlarne, al di là di inutili demonizzazioni, è un tentativo coraggioso di sollevare scomodi veli su una realtà diffusa, radicata in un male segreto che tocca la struttura stessa della psiche infantile e adulta.

diagramma concettuale che illustra la scissione tra madre buona e madre cattiva nel mito

Le Madri come profondità inconscia

È fondamentale operare una distinzione terminologica: «Le Madri non sono le mamme», precisa Ravasi-Bellocchio. Mentre la "mamma" è la figura di cura, le "Madri" rappresentano la profondità inconscia del materno, quell'archetipo che può trasformare il «son tutte belle le madri del mondo» in qualcosa di misterioso e terribile. Questo aspetto "matrigna" non è necessariamente un male assoluto, ma una forza che, se riconosciuta, può diventare liberatoria. Accettare che l'archetipo materno contenga in sé l'ombra significa smettere di pretendere una perfezione impossibile e iniziare a vedere la madre come un essere umano complesso, capace di luci accecanti e ombre profonde. L'indagine si spinge così alle radici di un vissuto che accomuna molti, portando alla luce dinamiche di potere che spesso rimangono celate sotto il velo dell'affetto obbligatorio.

Ninna nanna, ninna oh: il gioco dell'abbandono

La celebre filastrocca "Ninna nanna, ninna oh, questo bimbo a chi lo do?" è l'emblema di questa ambivalenza. Ninna nanna, ninna oh, questo bimbo a chi lo do?Lo darò alla Befana che lo tiene una settimana.Lo darò all'angioletto che lo tiene solo un mesetto.Lo do al principino che gli fa fare un sonnellino.Lo darò al caro nonno che gli fa fare un bel sonno.Lo darò a sua sorella che lo mette in carrozzella.Lo darò all'Uomo Nero che lo tiene un anno intero.Lo darò all'Uomo Bianco che lo tiene finché è stanco.Lo darò al Saggio Folletto che lo renda un bimbo perfetto!Lo darò al gatto mammone che lo fascia sul lettone.Lo darò al Bambin Gesù, che lo tiene e non ce lo da più.Lo darò alla regina che lo tiene una mattina.Ninna nanna, ninna oh, questo bimbo a chi lo do?

Questa cantilena, apparentemente innocua, nasconde il paradosso del desiderio materno: il bisogno di liberarsi del bambino, di darlo via, di affidarlo ad altri, pur mantenendolo in un legame di possesso. L'Uomo Nero, l'Uomo Bianco, il Saggio Folletto: ogni figura rappresenta una parte dell'ombra che la madre proietta sul figlio. È un gioco di scambi in cui il bambino viene "ceduto" simbolicamente, riflettendo le fantasie inconsce di una madre che, nella sua stanchezza o nel suo risentimento, cerca vie di fuga dal ruolo che la società le ha imposto come una prigione di virtù.

Gli archetipi delle fiabe #2 | "Gli archetipi delle fiabe"

La costruzione del legame e la trappola della colpa

La dinamica del ricatto affettivo è uno degli strumenti più raffinati della madre narcisista. Attraverso la creazione di simbiosi asfissianti, la madre impedisce al figlio di sviluppare un'identità autonoma. La colpa diventa il collante di questo rapporto: il figlio si sente in debito verso una madre che, in nome di un sacrificio spesso auto-proclamato, rivendica il diritto di possedere il vissuto emotivo del bambino. Ogni tentativo di indipendenza viene vissuto dalla madre come un tradimento, innescando risentimenti che avvelenano il clima familiare. Questa "predazione del pudore" avviene quando la madre si sostituisce al figlio, annullando i suoi confini personali, derubandolo dell'innocenza necessaria per esplorare il mondo in modo autonomo. La madre, in questo contesto, non è più un porto sicuro, ma un territorio minato dove ogni passo deve essere calcolato per non urtare la suscettibilità di chi detiene il potere affettivo.

Verso un riconoscimento consapevole

Per superare il mito della madre perfetta, è necessario passare attraverso il dolore della disillusione. Non si tratta di condannare le madri, ma di smettere di idealizzare il materno. La società deve imparare a guardare le madri come persone, con le proprie ombre, le proprie invidie e le proprie fragilità. Solo riconoscendo la complessità di questo legame, si può tentare di rompere le catene di colpe e risentimenti che si tramandano di generazione in generazione. La sfida è quella di accogliere l'ombra, non per distruggerla, ma per integrarla, evitando che essa continui a agire nell'inconscio, condizionando la vita di figli che, una volta adulti, si ritrovano a fare i conti con un'eredità psichica pesante e spesso paralizzante. Il percorso di consapevolezza richiede onestà intellettuale e la capacità di guardare in faccia il "lato perturbante", senza il timore di infrangere un tabù che, in fondo, protegge solo il silenzio e la sofferenza.

infografica che mostra l'evoluzione dell'archetipo materno dalla letteratura classica alla psicoanalisi

La funzione dell'ombra nel legame filiale

L'ombra non è necessariamente un elemento distruttivo, sebbene la sua negazione lo renda tale. Nel rapporto madre-figlio, l'ombra rappresenta tutto ciò che non viene detto, le aspettative non soddisfatte, le proiezioni narcisistiche. Quando una madre non è in grado di integrare la propria ombra, la scarica sul figlio, rendendolo il contenitore di tutte le sue frustrazioni. Il figlio, di conseguenza, cresce cercando di compiacere un'immagine ideale, sacrificando la propria autenticità. Il lavoro di Ravasi-Bellocchio ci invita a considerare la madre come un essere umano che, come ogni altro, ha zone d'ombra. Riconoscere questo significa restituire alla madre la sua umanità e, al contempo, liberare il figlio dal peso di dover essere il "bimbo perfetto" che il Saggio Folletto della ninna nanna vorrebbe creare. La vera liberazione avviene quando il figlio smette di cercare la madre perfetta e accetta la madre reale, con tutte le sue imperfezioni, le sue invidie e le sue innegabili umane debolezze.

Dinamiche di potere e controllo invisibile

Il controllo non si esercita solo attraverso la forza, ma soprattutto attraverso il linguaggio e il ricatto emotivo. Madri invidiose possono manifestare il loro potere attraverso la svalutazione costante, l'uso del silenzio punitivo o l'esaltazione dei successi del figlio solo quando questi riflettono positivamente su di loro. Questa forma di controllo invisibile è particolarmente insidiosa perché si traveste da cura. La madre, in questo caso, non sta nutrendo il figlio, ma lo sta consumando, rendendolo un'estensione della propria identità. La "predazione dell'innocenza" si compie quando la madre nega al figlio il diritto di avere segreti, sentimenti propri e, soprattutto, il diritto di provare risentimento verso di lei. Ogni espressione di rabbia del figlio viene immediatamente colpevolizzata, trasformando la vittima in carnefice, in una spirale di manipolazione che può durare una vita intera.

La trasformazione del materno tra realtà e mito

La trasformazione del concetto di "madre" da icona sacra a figura umana è un processo in divenire. Le testimonianze raccolte nei testi di psicologia clinica mostrano come dietro le chiuse porte delle case si consumino drammi che la società preferisce ignorare. La "Madre" archetipica che tutto sa e tutto può è un'invenzione che serve a mantenere l'ordine sociale, ma che crea un vuoto di comprensione per chi vive il materno come un'esperienza di lotta e di conflitto. Accettare che ci siano madri capaci di creare simbiosi asfissianti non significa demonizzare la maternità, ma riconoscerne la complessità. La ninna nanna, nella sua semplicità, esprime questa verità millenaria: il desiderio di affidare, di cedere, di allontanare, di scambiare il figlio. È una confessione corale di una fatica che non trova spazio nel discorso pubblico.

illustrazione metaforica di un filo che lega e al contempo soffoca due figure umane

La necessità di un nuovo linguaggio materno

Per rompere le catene di colpe e risentimenti, occorre creare un nuovo linguaggio capace di nominare le ombre senza timore. Le madri devono poter esprimere la loro stanchezza, la loro rabbia, la loro invidia senza sentirsi etichettate come "cattive". I figli, d'altra parte, devono poter esprimere il loro dolore e la loro insoddisfazione senza sentirsi "ingrati". Solo attraverso questo scambio onesto si può arrivare a una forma di amore più autentico, meno idealizzato e per questo più solido. Il lavoro della psicanalisi in questo senso è fondamentale: non per fornire risposte semplici, ma per offrire strumenti di lettura di una realtà che, per troppo tempo, è stata nascosta dietro il paravento della santità materna. Affrontare il lato perturbante del materno è, in definitiva, un atto di grande rispetto verso la verità dell'esperienza umana, che non può ridursi a un’unica narrazione edificante.

Oltre la soglia dell'inconscio: la sfida del figlio

Il figlio che si avventura nei territori dell'inconscio materno compie un atto di separazione necessario. Riconoscere la violenza del materno significa, per il figlio, assumersi la responsabilità della propria vita, smettendo di cercare nella madre la conferma del proprio valore. Questo percorso, pur essendo aspro, è l'unico che permette di passare dalla condizione di "bimbo da dare via" a quella di individuo capace di scegliere il proprio destino. L'ombra della madre, una volta illuminata dalla consapevolezza, cessa di essere una minaccia e diventa parte del paesaggio interiore, una traccia che non determina più il presente. È in questo spazio di libertà conquistata che si può finalmente dire: la madre è una persona, e come ogni persona, ha il diritto di essere fallibile, e il figlio ha il diritto di esserne libero.

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