La musica, solitamente associata alla bellezza e alla consolazione, ha trovato nel contesto dei campi di concentramento una dimensione paradossale e terribile, coabitando con l'orrore in una convivenza che sfida ogni logica. Le vicende dei musicisti internati - direttori di teatro, compositori, cantanti, pianisti e strumentisti jazz - testimoniano come, anche nell'abisso della Shoah, l'arte sia stata uno strumento di sopravvivenza o, tragicamente, un mezzo di tortura. Tra le tracce di questa memoria collettiva spicca l'album Il violino di Auschwitz, un progetto di rara sensibilità realizzato dall'associazione culturale Barabàn, che dedica il suo impegno a restituire dignità e voce alle tante etnie perseguitate.

La genesi di uno strumento simbolo
Al centro di questo progetto discografico si trova un oggetto di inestimabile valore storico e spirituale: il cosiddetto "Violino di Auschwitz" o Collin-Mézin. Questo strumento, fabbricato dal liutaio Collin Mézin, fu acquistato a Torino da Edgardo Levy, un ebreo italiano, come dono per la figlia Eva Maria. La storia dello strumento è stata meticolosamente ricostruita dal collezionista Carlo Alberto Carutti, che lo ha ritrovato nel 2014 presso un antiquario torinese.
Il violino presenta una particolarità tecnica sensazionale: la voce dello strumento non deriva solo dalla tavola armonica, ma da una piastra di legno aggiuntiva che trasmette le vibrazioni all'anima. Questa modifica, unita a una stella di Davide in madreperla aggiunta dal padre, trasforma l'oggetto in un testimone silenzioso del dramma della famiglia Levy. Dopo l'arresto della famiglia, Eva Maria portò il violino con sé ad Auschwitz, dove fu costretta a suonare nell'orchestra del campo per il diletto dei carnefici, prima di morire nel giugno 1944.
La musica tra tortura e dignità
Nei lager nazisti, l'orchestra era un modello di ordine e pulizia, apparentemente in contrasto con la fame e la disperazione che regnavano in quegli spazi. Nedo Fiano, matricola A5404, ha ricordato come il canto fosse per lui un mezzo di sopravvivenza, un modo per essere notato dai caposquadra e ottenere, forse, una tregua dalle fatiche.
La musica, tuttavia, rispondeva a funzioni feroci. Enrico Piccaluga, ingegnere milanese deportato a Dachau, ha raccontato come venissero organizzati complessi strumentali per rallegrare le serate delle SS, mentre le marce verso i campi di lavoro venivano scandite da ritmi ossessivi: non rispettare il tempo durante il cammino significava la morte.
Orchestre nei lager e musicisti ribelli
Il repertorio della memoria: dall'album Il violino di Auschwitz
L'album dei Barabàn non è solo una collezione di brani, ma un archivio sonoro che attinge a diverse tradizioni per raccontare la resistenza umana.
- Capelli di cenere: Ispirato alla Todesfuge di Paul Celan, il brano contrappone la Margarete dai "capelli d’oro" alla Sulamith dai "capelli di cenere", simbolo di un popolo bruciato nei forni.
- Wiegala: Una struggente ninna nanna della poetessa Ilse Weber, interpretata con la sola voce e pianoforte. Ilse Weber cantò questa melodia per l'ultima volta ad Auschwitz, stringendo a sé il figlio Tommy prima di entrare nelle camere a gas.
- Die Moorsoldaten (I soldati della palude): Nato nel 1933 nel campo di Börgermoor, questo canto divenne un inno alla resistenza, diffondendosi in molti altri lager. Il testo, crudo e realistico, descriveva la vita forzata dei prigionieri, divenendo un simbolo di ribellione alla violenza.
- Bublichki e Ma Yofus: Suite strumentale che attinge alla tradizione ebraica dell'Europa orientale, riflettendo la condizione di disagio e, allo stesso tempo, la vitalità delle comunità stetl.
La portata universale dell'arte
Ogni brano all'interno del progetto discografico è dotato di un corredo informativo che permette di contestualizzare l'origine e le vicissitudini di musiche, testi e autori. Il lavoro di ricerca di Aurelio Citelli e degli altri membri del gruppo assicura che questo patrimonio non vada perduto. Come sottolineato nelle note del progetto, l'album è un omaggio alla memoria di chi ha fatto di tutto per non perdere la propria dignità.
La voce di Maddalena Soler, nel brano Andonis di Kambanellis e Theodorakis, eleva il dolore dei deportati a un piano trascendente. La capacità della musica di unire le diverse esperienze - dalle danze resiane del Friuli alla tradizione klezmer - crea un mosaico di sofferenze e speranze che il tempo non può cancellare.

Riflessioni sul dolore e la testimonianza
La riflessione sulla musica nell'Olocausto ci costringe a guardare in faccia un'eredità difficile. Non è solo il suono che deve rimanere, ma il significato profondo di ogni singola nota. Come ha scritto Paul Celan in Fuga di morte: "Lui grida suonate più cupo i violini / e salirete come fumo nell’aria". Questa è la cifra stilistica con cui Il violino di Auschwitz affronta la propria missione: non solo intrattenimento o documentazione, ma un atto di resistenza contro l'oblio e la brutalità.
Il progetto dei Barabàn, attraverso le sue tredici tracce, si fa carico di una memoria multietnica, restituendo al presente il suono della dignità che, nonostante la ferocia del secolo breve, è riuscita a trovare spazio per risuonare anche nel silenzio dei campi di sterminio. È un'opera che, nel suo rigore scientifico ed emotivo, si pone come un pilastro necessario per la consapevolezza delle nuove generazioni.
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