Le ninne nanne, melodie antiche e profondamente radicate nel tessuto culturale umano, rappresentano molto più di semplici canti per addormentare i bambini. La loro funzione si estende ben oltre il mero scopo di quietare e cullare il nuovo nato, assumendo un ruolo cruciale nel processo di inculturazione, un percorso che introduce il bambino non solo alla musica ma a un intero universo di significati, valori e percezioni del mondo. Attraverso queste composizioni orali, trasmesse di generazione in generazione, i piccoli vengono immersi fin dai primi mesi di vita nel paesaggio sonoro, ritmico e linguistico della propria comunità, gettando le basi per la comprensione delle proprie radici culturali. È un’iniziazione sottile ma potente, che forma l'identità del bambino ben prima che possa comprendere le parole.

Questo processo di inculturazione non si limita all'aspetto musicale, pur essendo il canto stesso un veicolo privilegiato. La ninna nanna introduce il bambino alle strutture narrative, ai motivi ricorrenti, ai personaggi (reali o immaginari) che popolano il folklore locale e alle prime nozioni di socialità e di famiglia. Essa è, in effetti, una delle prime forme di educazione informale, un ponte tra il mondo protetto dell'infanzia e le complessità della vita adulta che attende. Ogni ripetizione della melodia, ogni sussurro delle parole, contribuisce a modellare la percezione del bambino, offrendogli un senso di sicurezza e appartenenza, ma anche, come si vedrà, una prima, seppur velata, introduzione alle sfumature più oscure dell'esistenza.
Un aspetto altrettanto significativo, spesso trascurato nell'analisi superficiale, riguarda il ruolo della ninna nanna come strumento di espressione per la madre o la figura che la canta. Per quanto riguarda le ninne nanne va osservato che questi canti non assolvevano soltanto al compito di quietare e addormentare i bambini, ma anche a quello di avviare il processo di inculturazione del nuovo nato (e inculturazione non solo musicale). In particolare, attraverso la ninna nanna, poi, era offerto alla donna un’occasione di sfogo non altrimenti possibile all’interno della società contadina tradizionale, soprattutto quella meridionale, dove le donne vivevano spesso in condizioni di subalternità e con limitatissime possibilità di espressione personale. Le loro vite erano scandite da ritmi di lavoro estenuanti, da preoccupazioni economiche costanti e da una rigida morale che imponeva silenzio e sottomissione. In questo contesto, il momento intimo del canto al bambino diventava un rifugio, uno spazio privato in cui le madri potevano dar voce a sentimenti complessi, a dolori inconfessabili, a speranze segrete e a frustrazioni profonde, che nella vita pubblica o familiare non avrebbero mai potuto esprimere.
Questo aspetto spiega in parte perché tanto spesso le ninne nanne, contro l’opinione corrente, non abbiano testi lieti e sereni e musicalmente si connotino come veri e propri lamenti, anche disperati. L'immagine comune della ninna nanna è quella di un canto dolce, rassicurante, permeato di immagini idilliache e di promesse di sogni d'oro. Tuttavia, la realtà delle ninne nanne popolari, come rivelato da approfondite ricerche etnomusicologiche, spesso contraddice questa percezione idealizzata. Al contrario, molte di esse sono intessute di malinconia, di tristezza, e persino di angoscia, riflettendo le dure condizioni di vita delle comunità da cui provenivano. Il lamento, inteso come espressione vocale del dolore, della perdita o della fatica, diventa un tratto distintivo di molte di queste melodie.
La scelta di tonalità minori, di ritmi lenti e cadenzati, e di espressioni vocali che richiamano il pianto o il sospiro, conferisce a queste ninne nanne un'aura di profonda malinconia. Non si tratta di un errore o di una bizzarria culturale, ma di un riflesso autentico della condizione umana e sociale. In un'epoca in cui la vita era precaria, l'infantilità era costantemente minacciata da malattie e la povertà era una realtà diffusa, le madri non potevano permettersi il lusso di una visione completamente edulcorata del mondo. Le ninne nanne diventavano così un veicolo per esorcizzare le paure, per esprimere un dolore latente o per preparare, inconsciamente, il bambino alle asprezze della vita. Il valore terapeutico di questo sfogo, sebbene non riconosciuto formalmente, era inestimabile per la salute psicologica delle donne.
Ninna Nanna Ninna Oh - Canzoni per bambini di Coccole Sonore
Come ninne nanne il mondo popolare ha usato testi di ogni origine e carattere e non soltanto quelli (che solitamente sono definiti ninne nanne) in cui è fatto esplicito riferimento al sonno del bambino (con promesse o minacce). Questa flessibilità nel corpus testuale sottolinea come la funzione primaria del canto - quella di cullare e di trasmettere cultura - potesse essere assolta anche da testi originariamente concepiti per altri scopi o che non contenevano espliciti inviti al sonno. Non raramente nei testi delle ninne nanne compare l’immagine della morte e altrettanto spesso appaiono altri segni e immagini paurosi. Questa presenza di elementi perturbanti può sembrare contraddittoria rispetto all'idea di un canto per bambini, ma si inserisce in una logica culturale più ampia. La morte era una presenza costante e palpabile nella vita quotidiana delle comunità rurali, specialmente in relazione all'infanzia, dove la mortalità infantile era tragicamente elevata. Le ninne nanne potevano così contenere riferimenti alla fragilità della vita, alla separazione, o addirittura a figure minacciose come l'orco o il lupo, non per spaventare il bambino in maniera crudele, ma forse per introdurlo precocemente alla complessità e ai pericoli del mondo, o per esorcizzare queste paure attraverso il canto ritualizzato.
La narrazione di figure fantastiche o di pericoli imminenti serviva anche a veicolare insegnamenti morali o a rinforzare il senso di protezione che la madre offriva. Il bambino, pur sentendo storie a volte inquietanti, era contemporaneamente avvolto dal calore e dalla voce rassicurante della madre, creando una dinamica complessa di paura e sicurezza che contribuiva al suo sviluppo emotivo e alla sua comprensione della realtà circostante. Questi "segni e immagini paurosi" non erano casuali, ma erano parte di un sistema di credenze e di un approccio alla vita che non eludeva le difficoltà, ma cercava di integrarle nell'esperienza umana fin dai primi momenti.
"Fa la nâna": Un Esempio di Ninna Nanna Tradizionale Emiliano-Romagnola
Un esempio illuminante di ninna nanna che incarna molte delle caratteristiche sopra descritte è il testo di "Fa la nâna la mî cuchètta". Riprendendo la nota del sito www.antiwarsongs.org, si tratta di una ninna nanna popolare ritrovata nel 1979 a Monghidoro, sull'Appennino emiliano, dal ricercatore etnomusicologo e direttore di coro Giorgio Vacchi. La scoperta avvenne in circostanze autentiche e significative: Vacchi la ascoltò e registrò per la prima volta dalla voce di Maria Grillini, classe 1925, che la cantava in «monghidorese» stretto. Questo dettaglio è fondamentale, poiché evidenzia l'importanza della trasmissione orale e della conservazione dei dialetti come veicoli di patrimonio culturale. La voce di Maria Grillini non era solo quella di un'anziana signora, ma una cassa di risonanza di generazioni di donne che avevano cullato i loro figli con quelle stesse parole e melodie. Il dialetto monghidorese, con le sue specificità fonetiche e lessicali, aggiunge un ulteriore strato di autenticità e di radicamento territoriale al canto.

Il canto, sebbene registrato nel 1979, è sicuramente ottocentesco. Questa datazione è supportata dal fatto che una strofa molto simile, ma in piemontese canavesano, viene riportata da Costantino Nigra nel suo celebre "Canti popolari del Piemonte del 1888". La presenza di varianti regionali di uno stesso tema o melodia è un fenomeno comune nella musica popolare, testimoniando la diffusione e l'adattabilità dei canti attraverso diverse aree geografiche e contesti linguistici. Nigra, uno dei pionieri dell'etnomusicologia italiana, con la sua meticolosa raccolta, ha contribuito in maniera determinante a preservare una parte significativa del patrimonio orale italiano, mostrando come queste espressioni fossero condivise e adattate a livello locale, pur mantenendo un'anima comune.
Il Testo di "Fa la nâna la mî cuchètta" e la Sua Risonanza Culturale
Analizziamo il testo, che si presenta in una forma diretta e immediata, tipica dei canti popolari. Il testo riportato de "Fa la nâna" è ripreso da: Canzoni contro la guerra. “Fa la nâna”. Ultima cons.
Testo:
Fa la nâna la mî cuchètta / che la mâma véggna da Mèssa / che ‘l papà véggna dal marchè / con un sumarìn pr al mèn.Don, / don din don / don din don, din don, nanin.
Fa la nâna, fâla pûr / andén tótt a lèt èi bûr / con la lómm senza èi stupin / dôrum dôrum, fa i nanin.Don, / don din don / don din don, din don, nanin.
E la me mâma l'è na bèla dôna / e nca mé son la sô fiôla / la m à cunprè una vistîna nôva / qualchedun la pagherà.Don, / don din don / don din don, din don, nanin.
Fa la nâna, fâla dònca / l me papà in duv êl dònca?
Questo testo, apparentemente semplice, è intriso di significati legati alla vita rurale e alle aspettative dell'infanzia in quel contesto. La "cuchètta" (una forma vezzeggiativa per culla o per il bambino stesso) è invitata a fare la nanna in attesa del ritorno dei genitori. La madre che torna dalla Messa evoca un senso di religiosità e di comunità, mentre il padre che torna dal mercato con "un sumarìn pr al mèn" (un asinello per mano) introduce un elemento di gioia e di attesa per un dono, un giocattolo, o semplicemente il frutto del suo lavoro. È l'immagine di una famiglia che si riunisce, di un'economia di sussistenza e di piccole gioie quotidiane.
Il ritornello onomatopeico "Don, / don din don / don din don, din don, nanin" crea un senso di continuità e di ipnotico dondolio, tipico delle ninne nanne, che favorisce il sonno del bambino. La seconda strofa, "andén tótt a lèt èi bûr / con la lómm senza èi stupin", dipinge un quadro di intimità domestica, forse anche di modestia economica. "Andiamo tutti a letto al buio / con la luce senza lo stoppino" potrebbe riferirsi alla pratica di spegnere la lampada per risparmiare combustibile, suggerendo una vita in cui ogni risorsa era preziosa. Eppure, in questa parsimonia, c'è un calore umano, un senso di condivisione e di sicurezza nella famiglia.
La terza strofa introduce un elemento più personale e una nota di orgoglio materno: "E la me mâma l'è na bèla dôna / e nca mé son la sô fiôla / la m à cunprè una vistîna nôva / qualchedun la pagherà." Qui la madre si descrive come una bella donna e il bambino, attraverso le sue parole, si identifica come sua figlia. Il dono di una "vistîna nôva" (un vestitino nuovo) è un gesto di affetto e un motivo di vanto, ma l'ultima frase "qualchedun la pagherà" (qualcuno la pagherà) introduce una sfumatura di mistero o forse di ironia amara, un ricordo delle difficoltà economiche o delle relazioni sociali che regolavano la vita in comunità. Questa frase, in particolare, può essere interpretata in diversi modi, dalla semplice constatazione che il costo del vestito sarà saldato, a un più profondo richiamo ai debiti morali o materiali che spesso si accumulavano nella società rurale.
L'ultima strofa, "Fa la nâna, fâla dònca / l me papà in duv êl dònca?", chiude il cerchio, tornando all'invito al sonno ma con una nota di interrogazione e forse di malinconia legata all'assenza del padre. L'attesa del ritorno, che nella prima strofa era un'affermazione fiduciosa, qui si trasforma in una domanda, un piccolo dubbio che si insinua, riflettendo la precarietà delle certezze e la quotidianità delle attese. Questa ninna nanna, dunque, non è solo un semplice canto, ma un piccolo affresco della vita contadina di un'epoca passata, con le sue speranze, le sue fatiche e le sue delicate sfumature emotive.
La Valenza Etnomusicologica e la Preservazione del Patrimonio
La riscoperta di canti come "Fa la nâna" da parte di etnomusicologi come Giorgio Vacchi è di cruciale importanza. Questi ricercatori non solo documentano e preservano melodie e testi, ma ne ricostruiscono il contesto sociale, storico e culturale, fornendo chiavi di lettura indispensabili per comprendere le società del passato e la loro evoluzione. L'etnomusicologia, in questo senso, agisce come una sorta di archeologia sonora, riportando alla luce frammenti di vita quotidiana, di sentimenti e di tradizioni che altrimenti andrebbero perduti. La registrazione della voce di Maria Grillini non è solo un documento sonoro, ma una testimonianza vivente di una pratica culturale millenaria.
La comparazione con il lavoro di Costantino Nigra enfatizza ulteriormente la necessità di queste ricerche. Le raccolte ottocentesche, pur essendo preziose, spesso omettevano dettagli esecutivi e contestuali che solo le registrazioni sul campo e le interviste dirette possono cogliere. La sopravvivenza di varianti simili in dialetti diversi, come il piemontese canavesano e il monghidorese, dimostra la ricchezza e la complessità della tradizione orale italiana, un mosaico di espressioni locali che formano un patrimonio nazionale coeso ma diversificato. Questi canti non sono meri reperti folkloristici; sono voci che continuano a raccontare storie di vita, di maternità, di comunità e di resilienza umana, offrendo spunti di riflessione validi ancora oggi.

Al di là di "Fa la nâna", esistono innumerevoli altre ninne nanne popolari italiane, ognuna con la sua storia e le sue peculiarità. Il testo riportato de "Fate la nanna coscine di pollo" è ripreso da: Folkmusicworld. “Fate la nanna coscine di pollo”. Ultima cons. E ancora, il testo riportato de "Ninna nanna a sette e venti" è ripreso da: Genius. “Ninna nanna a sette e venti”. Ultima cons. Questi esempi, seppur non approfonditi in questa trattazione, suggeriscono la vastità e la varietà del corpus delle ninne nanne italiane, che meriterebbero ognuno una propria analisi dettagliata per esplorare le sfumature regionali, linguistiche e tematiche. Ogni canto, ogni variante, contribuisce a comporre un quadro più completo della cultura popolare italiana, un patrimonio intangibile che continua a risuonare nelle memorie collettive e, talvolta, a essere riscoperto per le nuove generazioni.