La cultura contadina, con la sua ricchezza di tradizioni orali, canti, leggende e rituali quotidiani, rappresenta un pilastro fondamentale dell'identità culturale di molte nazioni. Attraverso lo studio dei canti di lavoro, delle ninne nanne e delle testimonianze tramandate oralmente, è possibile ricostruire uno spaccato di vita che, pur essendo in gran parte scomparso, continua a influenzare la nostra comprensione del passato e del presente. Questo articolo esplora la profondità del mondo contadino attraverso le voci di chi ha dedicato la vita a preservarne la memoria, analizzando come tali espressioni artistiche siano, in realtà, atti di giustizia sociale e umana.

La conservazione della memoria orale: l'eredità di Caterina Bueno
Il recupero di un patrimonio che rischia di andare perduto con la scomparsa dei suoi ultimi testimoni è un compito di inestimabile valore. Novantadue brani suddivisi tra interviste, canti di lavoro, canti d’amore e di sdegno, tarantelle, canti a distesa, lamenti funebri, filastrocche e giochi, formule religiose, ninne nanne, proverbi, canzoni di emigranti, grida di ambulanti e stornelli costituiscono un archivio prezioso della complessità del mondo contadino. Realizzate tra il 1978 e il 1980, le registrazioni rappresentano e testimoniano la complessità del mondo contadino, ma non solo. Le narrazioni e i canti restituiscono una quantità ingente di informazioni sulla vita lavorativa degli agricoltori, uomini e donne, e su figure ormai quasi del tutto scomparse come i carrettieri e i venditori ambulanti.
Caterina Bueno, nata il 2 aprile 1943 a San Domenico di Fiesole, è stata la voce della Toscana più autentica. Colei che quella voce l’ha fatta rinascere, l’ha incarnata e divulgata durante i tanti concerti in cui ha intonato i canti di un passato antico, contadino, operaio, di lotta e di speranza. Li ha scovati, dispersi tra i monti e la campagna, dal Mugello alla Maremma, vagabondando a bordo della sua Cinquecento. Caterina, la raccattacanzoni, ha trovato da subito la sua strada e l’ha percorsa senza indugi, tenendo fede a un impegno in cui ha creduto da subito: dare voce a chi voce non aveva. Agli ultimi, a chi viveva ai margini, ai dimenticati. Lei, di famiglia alto borghese, intellettuali e artisti di primissimo piano, nei panni della ricercatrice, dell’etnomusicologa, ha affondato le mani nella terra brulla della sua Toscana e ha svelato al mondo un patrimonio immenso.
Il contesto familiare e la formazione di una ricercatrice
La famiglia di Caterina Bueno giocava un ruolo cruciale nella sua formazione, essendo un clan cosmopolita e multilingue. Il nonno, Javier Bueno, era un giornalista spagnolo e uno dei fondatori del Partito Socialista spagnolo, mentre la nonna, Hanna Rosianzkaja, era un’ebrea polacca figlia di un rabbino. Questa rete internazionale ha influenzato profondamente la sensibilità della cantante. La casa dei Bueno a Fiesole era frequentata da grandi artisti e intellettuali, da Sanguineti a Umberto Eco. Philippe Daverio diceva: "Casa Bueno come il caso Bueno". Perché questa famiglia era come un’officina di produzione di arte in generale.
La vita di Caterina si intrecciava strettamente con il mondo rurale circostante, mediato dalla presenza delle tate e delle balie. La dimensione della tata e della balia è estremamente importante, perché diventa una dimensione affettiva, di linguaggio primo, che non è di sangue ma è di cura. Caterina è straniera. Straniera perché la famiglia viene da un altro Paese, straniera perché di provenienza culturale borghese, lontana da quel mondo popolare che sarà il suo oggetto di studio. Ma ne è circondata ed ha rapporti stretti: la sua tata mugellana, l’Albina, le intona arie d’opera e stornelli, i suoi compagni di scuola vengono dalla campagna.

Il valore documentale dei canti popolari
I canti recuperati da Caterina Bueno non sono semplici melodie, ma documenti storici che raccontano lotte sindacali, condizioni di miseria e ingiustizie politiche. Esistono le fonti audio, i nastri da lei registrati con le interviste e i canti recuperati, trasferiti oggi dal nastro al digitale, conservati all’Archivio della Normale di Pisa. “I miei nastri sono molto parlanti - dirà Caterina in un’intervista a L’Europeo del 1971 - perché capita spesso che la canzone diventi un pretesto per discutere di medicina popolare, di magia, di anarchia, di lotte sindacali”.
Tra i canti di lavoro, Caterina recupera il Lamento del contadino. Tra i canti di emigrazione troviamo brani che testimoniano lo spostamento verso la Maremma, terra dove molti morivano di malaria. Numerosi sono poi i canti anarchici, come Interrogatorio di Caserio, dedicato a Sante Caserio. Tra i canti di galera il più noto è Battan l’otto, raccolto da Caterina in San Giovanni Valdarno, nei primi anni 60, che ha origine nei sanguinosi scioperi delle acciaierie di Terni.
La ninna nanna come forma d'arte universale
La ninna nanna occupa un posto di rilievo tra le espressioni popolari, poiché unisce la sfera intima e domestica a quella culturale e antropologica. Oltre alle ninne nanne toscane, il panorama mondiale offre esempi affascinanti di questa forma musicale. Con il termine Iavnana (in georgiano იავნანა) si intende un genere di musica popolare georgiana, genericamente una ninna nanna, ma storicamente usata anche come canzone curativa per bambini malati. Il nome del genere deriva dal ritornello "iavnana", che contiene il vocabolo "nana", probabilmente legato al nome di una dea pagana. Sono state classificate oltre sessanta versioni di Iavnana, a testimonianza di come questa forma sia radicata nella cultura georgiana moderna.
Anche nelle tradizioni cristiane, la ninna nanna ha assunto valenze storiche epocali. Si narra, ad esempio, della nascita del canto di Natale più famoso del mondo, Stille Nacht! (Astro del Ciel). Un giovane curato e un maestro, in una sagrestia di paese, diedero vita a una melodia semplice ma potente, concepita inizialmente come una ninna nanna per Gesù Bambino. "È una ninna nanna, non un canto di chiesa", diceva il maestro Gruber. "Ma è il Suo testo che la suggerisce già con la prima strofa. Notte silenziosa! Grazioso bimbo dai capelli ricci, dormi in pace celeste!".
Tratto dal documentario "D'altro canto". Scenari contemporanei della musica popolare umbra
Pedagogia, narrazione e identità
Parallelamente all'impegno etnomusicologico di figure come la Bueno, anche la letteratura per ragazzi contemporanea trova nel recupero della memoria un tema centrale. Scrittori come Roberto Morgese, insegnante e formatore, utilizzano la narrazione per spiegare concetti complessi. Morgese ha saputo coniugare la didattica con la creatività, affrontando temi come il "mito della caverna" di Socrate o la storia della Rivoluzione Francese attraverso lo sguardo di un giovane contadino, Marcel, in Il giorno della gloria.
Il giovane Marcel, inviato a Parigi dai genitori per trovare farina, si ritrova catapultato nei moti rivoluzionari e incaricato di una missione cruciale: controllare che nessuno trafughi la spada di Carlo Magno, la "Gioiosa". Attraverso vicende appassionanti, Morgese insegna quanto sia importante studiare per non rimanere alla completa balia dei potenti. Questi romanzi, al pari delle canzoni popolari, servono a trasmettere valori come libertà, fraternità e uguaglianza, aiutando le nuove generazioni a comprendere come la storia e il mondo contadino abbiano plasmato il nostro presente.
Il collegamento tra il mondo contadino, la ricerca etnomusicologica e la letteratura formativa risiede nella capacità di "dare voce" a chi non l'ha avuta. Che si tratti del contadino toscano che canta i suoi dolori, della madre georgiana che intona una Iavnana per il figlio malato, o del ragazzo che impara la storia tra i banchi di scuola, l'obiettivo ultimo è la preservazione della dignità umana e la trasmissione di una memoria collettiva che non deve andare perduta. Il patrimonio contadino non è un reperto museale, ma una realtà viva, che muta, si trasforma e continua a parlarci, a patto di trovare ancora chi ha l'animo, la dedizione e la combattività per ascoltare e conservare.