Giovanni Pascoli, figura di spicco della letteratura italiana a cavallo tra Ottocento e Novecento, è universalmente riconosciuto come uno dei massimi poeti del Decadentismo italiano. La sua opera poetica, ricca di sfumature simboliche e intrisa di un profondo legame con la natura e la sfera intima dell'esistenza umana, affonda le radici in un'esperienza biografica segnata da lutti e da una costante ricerca di un rifugio sicuro, un "nido" perduto e idealizzato. La sua celebrità deriva dalla capacità di cogliere il mistero della vita, manifestando una sensibilità sottile e particolare che gli permetteva di sentire le voci della natura e di leggerla come un libro segreto, un libro in cui sono riposte le grandi verità dell’esistenza umana. Pascoli era dotato di una capacità visionaria, sapendo guardare al di là della concretezza delle cose per afferrarne l’essenza, e riusciva a osservare il mondo con gli occhi stupiti e incantati di un bambino, raggiungendo così verità eterne e universali.

La sua poetica, esplicitata nel celebre saggio "Il Fanciullino", postula l'esistenza in ogni individuo di una parte infantile, capace di percepire la realtà attraverso l'intuizione e la spontaneità, una voce interiore che solo il poeta, come un "veggente", è in grado di ascoltare e dare voce. Questa visione del mondo poetica si discosta da quella razionale o scientifica, privilegiando la conoscenza metafisica, l'intuizione e la capacità di cogliere le relazioni segrete tra le cose, un approccio che lo colloca saldamente all'interno del Simbolismo.
"Il Tuono" e il suo Dialogo con "Il Lampo"
Una delle liriche più note di Giovanni Pascoli, "Il Tuono", fa parte della raccolta "Myricae" (1891), inserita nell'ambito della sezione di componimenti chiamata "Tristezza". Questa poesia, scritta dopo "Il Lampo", ne rappresenta una sorta di ideale continuazione, riprendendo e sviluppando temi e atmosfere già accennate nella lirica precedente. La poesia si apre con un verso isolato, introdotto dalla congiunzione "e", che introduce l'atmosfera notturna: "e poi vanì." Il secondo verso dà inizio a una descrizione sonora dell’improvviso scoppio del tuono, un evento che irrompe nella notte, destando con il suo violento rumore un sentimento di paura e terrore tra la gente che vive nei luoghi circostanti all'evento accaduto.
Il poeta descrive il dispiegarsi del tuono con una successione di verbi che ne evocano la potenza e la propagazione: "rimbombò, rimbalzò, rotolò cupo". Questo fragore notturno provoca reazioni immediate e profonde, come il pianto di un neonato che, per essere calmato, viene cullato dalla sua mamma. L’evento naturale, nella sua manifestazione più violenta e spaventosa, si contrappone a un’immagine di estrema dolcezza e protezione domestica.

Il contrasto è evidente e costituisce uno dei nuclei semantici della poesia: il confronto tra la culla del neonato, che simboleggia la vita, la fragilità e la protezione, e il fragoroso e minaccioso rumore del tuono, che tende a simboleggiare qualcosa di spaventoso, di terribile e di minaccioso. La poesia si apre con un verso che evoca l'oscurità più profonda: "nella notte nera come il nulla", un'immagine che predispone l'animo del lettore allo spavento, evocando il vuoto assoluto, il territorio abitato da incubi e pensieri angosciosi. A questo scenario oscuro e misterioso si contrappone, in perfetto contrasto, un'immagine di estrema dolcezza che evoca l'intimità domestica, il "nido" familiare agognato dal poeta. L'intera poesia di Pascoli si fonda sulla contrapposizione estrema tra "nulla" e "culla", e dunque tra "morte" e "vita".
Il tuono viene accostato dall’autore a un evento pericoloso, ipoteticamente mortale: l’associazione “tuono-dirupo che frana” non è casuale ma mira a suscitare un senso di allerta primordiale, un’angoscia strettamente connaturata all’istinto vitale di autoconservazione. Il poeta identifica nel temporale la manifestazione più significativa del male universale che tiene asserragliata l’umanità. La catastrofe è già avvenuta, tutte le cose sono immerse nell’oscurità, il mondo è precipitato nel caos e il rumore del tuono è l’ultimo atto di un’apocalisse ormai compiuta. All’immagine minacciosa della natura, simbolo del franare dell’universo, si contrappongono però le figure rassicuranti della madre e della culla, i due elementi che stanno alla base del “nido” e simboleggiano la vita che ritorna. Il componimento, che si era aperto con angosciosi segnali di morte e con l’immagine dell’oscurità del nulla, si conclude con l’annuncio del rifiorire della vita.
La lirica, pur essendo stata composta a distanza di sei anni da "Il Lampo", riprende il tema e la forma metrica del componimento precedente, suggerendo una continuità narrativa e tematica. La situazione immaginata dal poeta è successiva a quella descritta nella poesia precedente. Se nel "Lampo" dominava la visionarietà, qui sono i suoni a essere collocati in primo piano, grazie a un gioco di figure retoriche che mirano a replicare il fragore tremendo del tuono, imitando i suoni della natura.
La Poetica del Fanciullino e lo Stile di Pascoli
La poetica di Giovanni Pascoli è intrinsecamente legata alla sua concezione del "Fanciullino", un tema centrale sviluppato nel suo saggio omonimo. Pascoli fu autore sincronico, portando avanti più opere contemporaneamente, e la sua produzione può essere ricondotta a una medesima poetica, che egli stesso ha illustrato nella prosa del Fanciullino. Il testo uscì in anteprima parziale nel 1897 e fu pubblicato in forma integrale solo nel 1903. La riflessione di Pascoli ruota tutta attorno alla figura cardine del «fanciullino», la parte infantile dell’uomo che impara a conoscere la realtà attraverso intuizione e spontaneità.

Il fanciullino riassume la nostra essenza in un tratto della nostra esistenza. L’io fanciullo vive nell’io adulto, anche se nell’io adulto la voce del fanciullino viene messa a tacere. Tuttavia il fanciullino rimane parte integrante della nostra personalità: è quella parte che ci consente di stupirci e di sognare. Anche se ognuno di noi ha un fanciullo nel suo intimo, solo il poeta è in grado di ascoltarlo e di dargli voce. Come Omero, il poeta cieco che si fa guidare per mano proprio da un fanciullo, così il poeta si fa guidare dal fanciullino interiore che lo guida sulle strade della poesia. Il fanciullino corrisponde dunque all’anima poetica dell’uomo. Pascoli dunque considera poeta chi accetta di scrivere ciò che il fanciullino gli «detta dentro».
Il fanciullino, per Pascoli, rappresenta la sfera irrazionale, dominata da fantasie ed emozioni. Per questo la sua visione poetica del mondo è molto diversa da quella elaborata dalla ragione o dalla scienza. Secondo Pascoli il poeta è un «veggente», è colui che vede oltre, al di là di quello che vedono gli altri. Il suo sguardo non considera l’utilità pratica, ma ci mostra le verità nascoste spesso nelle cose più umili. La conoscenza poetica è quindi una conoscenza metafisica che avviene per la via dell’intuizione, che è la forma più elevata di conoscenza. Il poeta infatti possiede una facoltà di visione, quasi divina, grazie alla quale può vedere la rete di somiglianze e relazioni fra le cose, come le Corrispondenze di Baudelaire. Tali relazioni sfuggono all’approccio analitico della ragione e della scienza. Questo elemento colloca Pascoli all’interno del Simbolismo: conoscere è riconoscere, è “illuminazione”.
Il fanciullino osserva le cose che incontra, le guarda con la meraviglia di chi riesce a vedere per la prima volta. Non si inventa nulla di nuovo, ma si scopre la realtà. Per conoscere il fanciullino sfoglia il libro aperto della natura, di cui bisogna saper decifrare l’alfabeto: nel libro della natura sono scritte tutte le verità.
La natura, per Pascoli, non è solo una foresta di simboli, è anche un’orchestra di suoni. La natura ci parla, ma solo il fanciullino è in grado di comprenderne la lingua. Tradotte in parole, le voci della natura diventano onomatopee. A Pascoli però non interessa rappresentare realisticamente la natura. A lui interessa decifrare il messaggio di cui la natura è portatrice. Lui vuole rendere comprensibili le verità che è affermata in modo oscuro. Infatti, oltre all’onomatopea Pascoli utilizza molte figure di suono come allitterazioni e assonanze. Si può dire che grazie ad un uso sapiente di metro e rima il poeta costruisce un linguaggio fonosimbolico.
Pascoli definisce il fanciullino come «l’Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente». Dare un nome alle cose significa dare un nome alle verità nascoste in esse. Per Pascoli l’atto poetico del nominare è un atto di conoscenza, in quanto dare un nome significa riconoscere un senso. Le verità scoperte dalla poesia simbolista riguardano cioè l’essere in sé: le verità esistono indipendentemente dall’uomo e il fanciullino le scopre. Come non si può modificare l’essenza, la natura, delle cose, allo stesso modo non si possono chiamare le cose che con il proprio nome. Perciò quando Pascoli deve designare un oggetto, sceglie di usare il nome proprio e non un nome generico. Per questo Pascoli usa nelle sue poesie numerosi termini tecnici anche derivati dal dialetto o dal lessico contadino. Questa scelta lessicale non nasce da uno scrupolo scientifico di classificazione, ma da un rispetto quasi religioso della verità della cosa stessa, di cui il nome proprio è garante. Al poeta, nuovo Adamo, spetta dunque il compito di utilizzare, per la prima volta in poesia, termini, anche tecnici, spesso poco diffusi anche nella lingua comune.
Lo sguardo del fanciullino non si ferma però mai alla singola cosa: ogni oggetto è parte di un tutto. Lo sguardo del fanciullino riesce a cogliere somiglianze e relazioni ingegnose. Come fare ad esprimere tali relazioni? Pascoli utilizza l’analogia, la figura retorica che mette in relazione gli aspetti comuni fra le cose, in particolare nella forma della sineddoche. Infatti nella poesia simbolista l’analogia non collega due elementi di pari grado, ma collega sempre una parte con il tutto. Per questo motivo dunque le grandi verità non devono essere cercate nelle grandi cose, ma in quelle piccole. Anzi, per Pascoli, il genio del poeta si riconosce proprio nella sproporzione fra la piccolezza dell’oggetto e la verità che egli sa cogliere e poi mostrare. Pascoli riesce a nobilitare la materia più umile dandole un respiro metafisico. Questa concezione poetica ha anche un risvolto esistenziale: per Pascoli la ricetta della felicità sta nel saper gioire del poco; questa è la miglior medicina contro il dolore e l’invidia: a chi sa accontentarsi non manca nulla. A livello sociale questo si traduce in un socialismo “addomesticato” che rinuncia alla lotta di classe per sognare una società di piccoli proprietari terrieri, liberi e contenti di ciò che hanno.
Per Pascoli la poesia ha una suprema utilità morale e sociale, ma solo in quanto nasce da una naturale inclinazione al bello e al buono. Il poeta non è un oratore o predicatore. Lui non deve insegnare nulla con la sua poesia, non deve atteggiarsi a maestro o a filosofo, altrimenti la poesia diventa vuota retorica. Il poeta è poeta puro. Può insegnare in quanto ci aiuta a riscoprire le verità sepolte nelle piccole cose, ma non deve farlo con l’intenzione di insegnare.
Il lampo – Giovanni Pascoli | Analisi e commento 🎇
La Biografia e il Trauma del "Nido"
Giovanni Pascoli nacque nel 1855 a San Mauro di Romagna, quarto di dieci figli. Il padre amministrava una tenuta agricola di proprietà dei principi di Torlonia e Giovanni crebbe in campagna, in una famiglia patriarcale e agiata. A otto anni entrò nel collegio dei padri scolopi a Urbino, dove frequentava la prima liceo quando, nel 1867, il padre venne assassinato in circostanze misteriose. Il delitto rimase impunito anche se in famiglia si sospettava che l’assassino fosse il fattore che aveva poi sostituito il padre. Questo evento sconvolse il sereno nido familiare. Ma i lutti non si fermarono qui: la madre e un fratello morirono l’anno seguente. I fratelli Pascoli si trasferirono quindi a Rimini.
Giovanni riuscì a terminare il liceo e a iscriversi alla facoltà di lettere a Bologna. Partecipò alla vita culturale bolognese e venne a contatto con i circoli socialisti, sposando la causa della giustizia sociale. Ma la partecipazione a una manifestazione di protesta lo privò della borsa di studio che aveva ottenuto e per questo Pascoli dovette abbandonare gli studi. Mantenne il suo impegno politico e partecipò alle iniziative di Andrea Costa, un anarchico. La sua militanza gli costò anche l’arresto. L’esperienza in carcere lo segnò profondamente tanto che, una volta scarcerato, abbandonò la politica attiva. Mantenne però i suoi ideali socialisti e umanitari che trasferì nel suo lavoro e nei suoi scritti, riprese gli studi e nel 1882 si laureò.
L’insegnamento del latino e del greco divenne la sua professione, dapprima a Matera, quindi a Massa e infine a Livorno. Nel 1892 vinse per la prima volta il prestigioso premio internazionale di composizione poetica in lingua latina. Passò quindi ad insegnare all’università a Bologna, a Messina, quindi a Pisa. Nel 1905 fu infine chiamato dall’università di Bologna a succedere a Giosuè Carducci, che era stato suo docente di letteratura italiana.
Giovanni aveva sofferto terribilmente la frantumazione del suo nido familiare, quel nido che lo aveva protetto per i primi anni della sua vita. Questo trauma gli lasciò il desiderio, quasi un’ossessione, di ricostituire il nucleo familiare. Non pensò di fondare un nuovo nido, una famiglia tutta sua, ma investì le sue energie a “ricostruire il nido perduto”. Fu così che Giovanni andò a vivere con le sorelle Ida e Maria, rinunciando a sposarsi. I testi poetici che lo hanno reso famoso hanno un’impronta decisamente unitaria. La serie di lutti vissuti da Giovanni, a partire dalla morte del padre, ha segnato indelebilmente la vita di Pascoli e ha dato origine alla sua vocazione poetica. Il tema del lutto, della morte è presente in ogni sua lirica e caratterizza tutta la sua opera. L’assassinio del padre funge da spartiacque della sua vita: c’è un prima e un poi. Prima la vita agiata e spensierata, poi la morte, la dissoluzione della famiglia, la disperazione. Questa situazione genera in lui un meccanismo che lo ha portato a voler rivivere, ricostruire quello che nel suo immaginario è il paradiso perduto dell’infanzia, della felicità passata. I due elementi della morte e del nido diventano quindi i due temi ricorrenti che possiamo individuare, a volte in modo evidente, altre in modo più nascosto, in ognuna delle sue liriche. Il “nido” rappresenta il luogo dove l’uomo può trovare riparo sicuro dal male che serpeggia nel mondo. Solo il “nido”, con i suoi affetti, fornisce la protezione a chi gli si affida.

Nelle opere di Pascoli possiamo individuare un atteggiamento che possiamo definire di "regressione" di diverso tipo: anagrafica, verso la fanciullezza, stagione dell’innocenza, della fantasia e della spontaneità, come alternativa al mondo adulto dominato dal calcolo, dall’egoismo, dall’insensibilità; sociale, verso il mondo arcaico e armonico della campagna, regolato dalle eterne leggi di natura, come alternativa all’universo alienante della modernità tecnologica e cittadina; storico-culturale, verso un mondo classico come alternativa alla cultura borghese contemporanea.
La critica si è soffermata sul simbolismo e sull’impressionismo della sua scrittura, o sull’ibridismo del linguaggio pregrammaticale e di quello postgrammaticale. Ha rintracciato nella sua poesia i legami con il Simbolismo francese della seconda metà dell’Ottocento e vi ha intravisto le anticipazioni di tanta produzione del ventesimo secolo. La poesia scaturisce dallo stupore di fronte alla realtà, lo stesso stupore che si legge negli occhi di un bambino che scopre la vita e il mondo.
Il poeta isola significativamente il primo verso che evoca una “notte nera come il nulla” nel tentativo di suscitare una sorta di timore reverenziale nel lettore. Tramite l’immagine della notte oscura, territorio abitato da incubi e pensieri angosciosi, si predispone l’animo del lettore allo spavento provocato dal fragore inatteso del tuono che da lì a poco rompe il silenzio evocando il rumore rovinoso di un frana. A questo scenario oscuro e misterioso si contrappone, in perfetto contrasto, un’immagine di estrema dolcezza che evoca l’intimità domestica. La poesia si potrebbe dividere in due momenti distinti: il primo è rappresentato dalla descrizione del tuono che viene accelerata dalla successione dei verbi, accostati per asindeto come per incrementare la rapidità del temporale che tutto travolge. La seconda parte è invece più lenta e melodiosa, nell’intenzione di replicare il canto della madre che si leva soave nella notte per accompagnare il bambino verso un sonno lieto. Allo smarrimento provocato dalla notte nera di morte, carica di incertezza, Pascoli oppone il simbolismo a lui caro del “nido familiare” evocato dalla voce protettiva della madre che sembra annullare ogni male. Nel moto placido della culla rivive il “fanciullino pascoliano”, il mito intatto dell’infanzia come patria unica e inviolabile dell’uomo. Nel finale de "Il Lampo", la “casa” che rappresenta l’immagine del nido, sparisce e si dissolve in un abbaglio di luce, mentre ne "Il Tuono" il canto della madre perdura come una consolazione rasserenante.
La poesia esprime la paura dell’ignoto e il conforto della protezione familiare. L'allitterazione nei primi versi viene ripetuta la consonante "n": "nella notte nera come il nulla"; in seguito la "r" in "rimbombò, rimbalzò, rotolò". È l’allitterazione, più che la rima, a dare il vero ritmo al componimento. La similitudine nel primo verso il paragone tra la notte nera e il nulla intende farsi rappresentazione dell’immagine del vuoto assoluto. L’onomatopea al verso 4 vengono elencati in rapida successione verbi che evocano rumore: “rimbombò, rimbalzò, rotolò” che mirano proprio a replicare il fragore tremendo del tuono imitando i suoni della natura. La sinestesia: Pascoli associa attraverso le parole due dimensioni, quella visiva e quella uditiva per amplificare la percezione del tuono nel lettore. L’anastrofe e l’iperbato al verso 6 “Soave un canto” vi è l’inversione sintattica dei termini della frase e l’aggettivo interposto “soave” che separa il verbo dal soggetto.