La Concezione Storica della Violenza Sessuale Attraverso i Secoli

La violenza, nelle sue molteplici manifestazioni, e in particolare quella di natura sessuale, non è un fenomeno statico, ma un costrutto mutevole nello spazio e nel tempo. La prospettiva storica si dimostra particolarmente preziosa nell’analisi del fenomeno della violenza, perché dimostra che il gesto violento, nella sua apparente naturalità e immediatezza, assume e veicola forme, linguaggi, contenuti, valori sociali diversi secondo i contesti storico-geografici. La tematizzazione della violenza comporta, infatti, l'assunzione della sua dimensione culturale e della sua connaturata ambiguità, poiché la violenza si ascrive spontaneamente alla categoria del "male" ma può essere giustificata in nome di un "bene" o del "Bene".

Superato il concetto di "civiltà" pregiudizialmente etnocentrico, la violenza perde i connotati dell'eccezionalità, apparendo come elemento permanente e invasivo della storia umana, una componente intrinseca ai comportamenti pubblici e privati, individuali e collettivi, quasi un dato impresso nel patrimonio genetico dell'umanità. In quest'ottica ogni cultura non può che incontrare varie forme di violenza e con esse variamente relazionarsi, per gestirle, neutralizzarle, indirizzarle, istituzionalizzarle, eventualmente fruirle. D'altra parte, la violenza dell'essere umano non può essere ricondotta, in nome della sua riconosciuta generale pervasività, a mero fatto biologico, ad attitudine istintuale e animalesca, né liquidata come silenzio della coscienza, poiché trova sostanza nello "scorrere ininterrotto di pratiche, discorsi, parole e gesti costitutivi e costituenti".

Le stesse modalità di accoglienza o di rifiuto della violenza contro le donne da parte delle società e delle istituzioni sono storicamente determinate e altrettanto capaci di concorrere alla costruzione delle relazioni tra i sessi. Questo ampio approccio, che spazia dalla prima età moderna al presente, e tra aree differenti del territorio nazionale, esplora sia i contesti dove questa violenza si produce e si manifesta, e in particolare l’ambito delle relazioni familiari, sia le politiche del diritto adottate per regolarla e contrastarla. Per molti secoli, la violenza maschile contro le donne è stata sospinta opportunamente nel reame del privato, diventando solo di recente oggetto di ricerca storica. Estromettere la violenza dalla processualità storica ha molte implicazioni, insinuando che il fenomeno non ha tanto a che fare con l’agire e la responsabilità umana, ma piuttosto con una dimensione del “biologico”, come un'inarrestabile natura maschile o meri istinti. Fortunatamente, però, ormai da diversi decenni, la ricerca e la riflessione storica hanno contribuito a evidenziare molteplici aspetti, dimensioni ed elementi della violenza di genere.

Radici Antiche della Sottomissione Femminile e del Controllo sulla Sessualità

Fin dall’antichità i ruoli sessuali si strutturano su base gerarchica, teorizzati e codificati come prodotto di un ordine naturale, di cui la casa e la società dovevano essere specchio. Il pensiero dei più influenti filosofi greci, in particolare di Aristotele, veicolava tali concezioni, mentre nelle poleis le donne vivevano sostanzialmente prive di qualsiasi cittadinanza. Fu proprio Aristotele, in particolare, a fornire alla cultura europea le più radicate argomentazioni dell’inferiorità femminile. Secondo la fisiologia aristotelica e poi galenica, infatti, la polarità maschile/femminile è associata organicamente all’opposizione attivo/passivo. Questo sistema di pensiero ha profondamente influenzato la percezione della donna e della sua posizione nella società per millenni.

Anche nella Roma antica, come in Grecia, la necessità di garantire la discendenza in linea maschile poteva diventare motivo di esercizio di violenza sulle donne ai fini di controllo sul corpo femminile, secondo un’esigenza tipica, appunto, delle società di tipo patriarcale. L’organizzazione sociale sanciva nel diritto i poteri del pater familias, considerato titolare di vita e di morte sui componenti del nucleo familiare. In questo contesto, lo stupro poteva addirittura essere usato come un’arma bellica tra le altre, come testimoniano numerosi episodi del repertorio mitologico in cui le donne sono vittime della brutalità maschile. Storie molto note, che sono alle origini della storia di Roma, come quelle di Rea Silvia, delle Sabine e di Lucrezia, mostrano chiaramente la vulnerabilità femminile e la strumentalizzazione del corpo delle donne per scopi politici o di potere. Attraverso la lettura e l’esame contrastivo delle varie versioni greche e latine, come quelle degli storiografi Dionigi di Alicarnasso, Livio e Plutarco, e dei poeti Ovidio e Properzio, è possibile riflettere sulle origini del fenomeno e contribuire a generare consapevolezza e a decostruire gli stereotipi di genere.

Mappa dell'Impero Romano con aree di influenza

La diffusione della cultura cristiana non cambia la situazione complessiva, nonostante gli aspetti innovativi del messaggio evangelico; essa contribuisce anzi a trasmettere l’organizzazione familiare romana e offre nuovi strumenti teorici sull’inferiorità femminile, come il concetto di infirmitas sexus (infermità, e quindi impedimento, dovuta al sesso). Gli autori cristiani confermano l’imperfezione e l’insufficienza della natura della donna attraverso l’interpretazione di alcuni passi biblici e di passi delle lettere paoline, che stabiliscono la sottomissione delle mogli ai mariti. Si distingue l’uguaglianza uomo-donna nell’ordine della salvezza dalla disuguaglianza dei sessi nell’ordine della natura, da intendersi pure come volontà di Dio. Questa impostazione religiosa si è intrecciata con le preesistenti concezioni sociali e legali, rafforzando ulteriormente le basi per il controllo e la subordinazione femminile.

Il Medioevo e l'Età Moderna: Continuità e Prime Crepe nell'Impalcatura Giuridica

In età medievale, le classi sociali più elevate e le corti erano orientate alla salvaguardia dell’istituzione matrimoniale e del patrimonio familiare e non delle esigenze individuali. Come già durante il Medioevo, anche in età moderna il diritto contempla in genere la legittimità di un certo grado di violenza nei rapporti coniugali e familiari, come anche nella relazione amorosa. La società europea in questi secoli è caratterizzata da grande conflittualità e instabilità, che favoriscono la diffusione della violenza tra gruppi e nelle relazioni sociali in genere. In ogni caso, la violenza sulle donne non doveva superare la soglia che l’avrebbe resa pericolosa per l’ordine familiare e sociale, ritenuti tra loro strettamente collegati. Ciò significa che la violenza era tollerata, se non legittimata, finché serviva a mantenere la stabilità delle gerarchie esistenti.

A partire dal XVIII secolo, e in particolare dalle Rivoluzioni americana (1776) e francese (1789), la storiografia segnala l’inizio di un cambiamento nella tolleranza verso la violenza contro le donne. Tra le élite dell’aristocrazia illuminata e della borghesia si diffondono nuove concezioni di famiglia e anche nuovi modelli di mascolinità, che ridefiniscono le gerarchie familiari e sociali. Con sempre maggiore chiarezza, infatti, si mostrano tracce di una crescente sensibilità nei confronti della violenza coniugale e di una tendenza a paragonare tale violenza a comportamenti tipici dei ceti ritenuti inferiori e quindi non più giustificabile. Si tratta di cambiamenti che si ritrovano soprattutto nelle riflessioni teorico-letterarie e nei discorsi, più che nella pratica quotidiana, ma ciò segnala l’inizio di un processo di lungo periodo che concerne un progressivo miglioramento delle condizioni delle donne nella famiglia e nella società. Questi primi segnali di cambiamento, seppur lenti e frammentati, gettano le basi per future evoluzioni legislative e sociali.

La Trasformazione Ottocentesca: Ordine Familiare e "Privatizzazione" della Violenza

Nell’Ottocento, l’avvento del liberalismo porta con sé una nuova riflessione sulle regole della vita coniugale, legata alla diffusione di una concezione più intima e affettiva della famiglia, pur senza scalfire la sottomissione della donna sposata. Peraltro, il modello familiare e la morale propri della società borghese, basati su un confine netto tra sfera pubblica e sfera privata, e quindi fra diritto e morale, contribuiscono a produrre una sorta di “privatizzazione” della violenza domestica. Ciò non significava la sua scomparsa, ma piuttosto il suo occultamento entro le mura domestiche, rendendola meno visibile e, di conseguenza, più difficile da combattere.

Nonostante questa "privatizzazione", nel XIX secolo, sul piano normativo, si restringono i margini dell’arbitrio del marito. Basti pensare al codice Zanardelli del 1889, primo Codice penale liberale dell’Italia unita, che contempla la violenza coniugale fra i delitti contro la persona. Mentre le corti penali si orientano sempre più a favore delle donne maltrattate, anche da parte dei mariti si nota in parallelo una progressiva caduta della rivendicazione dello ius corrigendi. Questo "diritto" di correzione, seppur non formulato direttamente nei codici, era stato riconosciuto giuridicamente in modo riflesso e indiretto, ad esempio nella disciplina delle separazioni coniugali. I tribunali erano chiamati a stabilire il limite oltre il quale la violenza domestica maschile diventava sevizia, grave ingiuria o abuso, valutando non solo se le violenze fossero accadute, ma anche se dovessero considerarsi tali e se fossero state "troppe e ingiuste". Questo meccanismo implicava che una certa dose di violenza coniugale fosse considerata funzionale all'ordine delle famiglie e necessaria.

La famiglia italiana dalla riforma del 1975 a oggi

In questa storia della violenza sessuale emerge evidente la forza delle rappresentazioni e della mentalità diffusa: anche i giuristi liberali conservano la convinzione che un certo grado di violenza - la vis grata puellis (secondo la formula di Ovidio) - caratterizzi “naturalmente” la relazione intima, così come che la credibilità della parola femminile sia “naturalmente” più labile. Gli esperti di diritto del tempo spiegano la difformità fra l’elaborazione giuridica teorica e le norme positive con ragioni di opportunità, cioè con la necessità di preservare l’ordine sociale. La finalità del diritto, soprattutto nell’ambito penale, era il controllo della sfera della sessualità nella definizione e costruzione di reati come quelli di adulterio, aborto, stupro, seduzione o infanticidio. Per il codice penale, i reati di violenza sessuale e incesto erano rispettivamente parte «Dei delitti contro la moralità pubblica e il buon costume» (divisi in «delitti contro la libertà sessuale» e «offese al pudore e all’onore sessuale») e «Dei delitti contro la morale familiare». Questo dimostrava che il bene che si voleva proteggere e tutelare non era tanto la persona, quanto il buon costume sociale, secondo il quale la donna non era libera di disporre di alcuna libertà nel campo sessuale.

I processi per stupro e violenza carnale di fine Ottocento sono emblematici di questa mentalità, in cui i giudici si muovevano dal presupposto che se per il maschio era un fatto naturale «trarre profitto dalle occasioni», «la femmina non consenziente» aveva a disposizione e doveva dimostrare di aver usato tutti «i mezzi istintivi e preventivi per sfuggire alla seduzione». Il diritto tendeva a riprodurre simbolicamente la differenziazione del femminile nei rituali della giustizia e della pena. Sulla questione dell’uguaglianza di genere e dei diritti ad essa concatenati, il dibattito in ambito civilistico e penalistico di fine Ottocento sulla rappresentazione della “soggezione” femminile e del reato di stupro evidenziava come il diritto avesse come finalità il controllo della sfera della sessualità. Non è un caso se ancora oggi si tende a considerare la proprietà come un concetto etico e la «proiezione della persona umana», mentre la difficoltà nasce dalla struttura originariamente proprietaria della categoria del diritto soggettivo, che ostacola la rappresentazione giuridica di una relazione tra soggetto e corpo identificati. Si assiste in questi anni ad un processo di criminalizzazione della prostituzione che durò circa un cinquantennio e che produsse una vera e propria criminalizzazione, dal punto di vista sia giuridico che sociale, delle prostitute. Questo processo, nel più generale uso del discorso prostituzionale, fu parte del controllo sociale operato dai ceti dirigenti della società ottocentesca. Medici, giuristi, responsabili della polizia, politici e giornalisti contribuirono a questo fenomeno, fondato principalmente sulla paura e sulla centralità della questione sociale della prostituzione, in un'epoca che tendeva a conoscere e controllare le varie forme di devianza. Non erano, invece, “altrettanto discolpati” quei delitti commessi dalla donna per ciò che faceva “col” suo Corpo, ed è da qui che emerge l'atteggiamento tutt'altro che passivo delle donne/prostitute, impegnate in una continua “trattativa” con le istituzioni, la polizia, i medici, le tenutarie, secondo precise strategie per sfuggire alla loro “reclusione” fisica ed al loro isolamento sociale. Accusare una donna di adescamento o di essere una prostituta, aveva il suo compenso in termini penali in quanto, “naturalmente”, l’art. 350 del codice diminuiva notevolmente la pena quando la violenza era perpetrata ai danni di una meretrice. A volte «era lo stesso marito a prostituire la moglie facendola divenire adultera», esemplificando lo ius in corpus che legittimava il potere maritale ad imporre con ogni mezzo al corpo femminile una sessualità non scelta ma subita.

Il Novecento e la Spinta del Femminismo: Dalla Tutela del "Buon Costume" alla Libertà Sessuale

La Prima guerra mondiale costituisce una cesura nelle trasformazioni avviate con le Rivoluzioni tra XVIII e XIX secolo. Gli aspetti di modernizzazione presenti nella mobilitazione femminile del “fronte interno” soprattutto in campo lavorativo, al termine del conflitto sono compromessi dal bisogno di normalizzazione che segue all’immane tragedia. Torna in tutta Europa l’analogia tra l’ordine familiare e l’ordine sociale e forte è la polemica contro l’inserimento delle donne nella vita pubblica. Si accentua semmai il carattere pubblico della famiglia, e quindi l’intervento degli Stati su di essa.

Negli anni Venti e Trenta del Novecento i codici emanati dal regime fascista in Italia, in accordo con la tradizione religiosa, ribadiscono che il marito è il capo della famiglia, il quale conserva un certo potere correttivo legato alla sua autorità. I maltrattamenti in famiglia non sono più considerati un delitto contro la persona, bensì contro la famiglia, anche se la pena aumenta. Ciò rifletteva una concezione dello Stato che vedeva la famiglia come cellula fondamentale della nazione, da preservare nella sua struttura gerarchica tradizionale.Con la nascita della Repubblica, la situazione in Italia non cambia radicalmente. Sebbene la Costituzione rappresenti un innegabile progresso sul piano dei diritti, la lentezza con cui i nuovi principi costituzionali influiscono sulla sensibilità collettiva fa sì che la violenza sulle donne abbia un ampio margine di legittimità, almeno fino alla grande trasformazione del Paese che avviene dalla fine degli anni Cinquanta. Entrano allora in crisi anche secolari strutture dei rapporti di genere: in una prima fase si mettono in discussione quegli aspetti del patriarcato che ostacolano l’ingresso delle donne nell’istruzione, nella mobilità e nel lavoro.

A partire dagli anni Sessanta, anche grazie alla stagione dei movimenti esplosa negli anni Settanta, si avvia una radicale messa in discussione della gerarchia fra i sessi a partire dalla sfera privata, con il contributo dirompente del femminismo. La forza del femminismo nel discorso pubblico fa sì che le istanze delle donne trovino una sponda anche presso molte parlamentari. Cresce una sensibilità diffusa che mostra sempre più una bassa tolleranza verso la violenza contro le donne: dal convegno internazionale sulla violenza contro le donne, organizzato dal movimento femminista nell’aprile del 1978, nascerà il Comitato promotore della legge di iniziativa popolare contro la violenza sessuale, che raccoglierà 300.000 firme. Il femminismo contribuisce ad ampliare la nozione di violenza, per comprendervi anche la dimensione psicologica ed economica, mettendo a nudo i modelli culturali sessisti che orientano la società. Sorgono così anche le prime case di accoglienza per le donne oggetto di violenza e i primi centri antiviolenza, che rappresentano una pratica della parola e una «messa in atto» del discorso sull’autodeterminazione femminile e sull’apertura di quello spazio privato che teneva le donne prigioniere e lontane dalla scena pubblica. Si dovrà attendere la l. 66/1996 per veder riconosciuto che «il bene-interesse tutelato dai reati in esame è costituito da quella forma di libertà personale che è la libertà sessuale, bene giuridico di rango costituzionale senz’altro superiore rispetto alla morale pubblica ed al buon costume, lungi dall’assumere valenza meramente simbolica, ideale, assume, pertanto, un decisivo rilievo anche sotto il profilo tecnico-giuridico». Questa legge segna un passaggio cruciale, spostando l'attenzione dalla moralità pubblica alla libertà individuale della persona.

La "Cultura dello Stupro": Un Concetto Conteso

Nel dibattito contemporaneo, il concetto di "cultura dello stupro" ha assunto un ruolo centrale per comprendere le dinamiche della violenza sessuale. La prima definizione del concetto viene attribuita al documentario dal titolo Rape culture del 1975, in cui la regista Margaret Lazarus descrive come lo stupro sia rappresentato nel cinema, nella musica e in altre forme di "intrattenimento". Patricia Donat e John D'Emilio, in uno scritto del 1992 apparso sul Journal of Social Issues, suggeriscono invece che il termine ha origine nel libro del 1975 Against Our Will: Men, Women, and Rape di Susan Brownmiller, come "cultura solidale con lo stupro". Questo complesso di credenze incoraggia l'aggressività sessuale maschile e supporta la violenza contro le donne. Questo accade in una società dove la violenza è vista come sexy e la sessualità come violenta. In una cultura dello stupro, le donne percepiscono un continuum di violenza minacciata che spazia dai commenti sessuali alle molestie fisiche fino allo stupro stesso. Una cultura dello stupro condona come "normale" il terrorismo fisico ed emotivo contro le donne. Secondo Brownmiller e secondo l'attuale paradigma, il fenomeno dello stupro non ha nulla a che fare con uomini immorali che cercano la gratificazione sessuale; piuttosto, lo stupro è «un processo cosciente di intimidazione con cui tutti gli uomini mantengono tutte le donne in uno stato di paura». L'ingresso forzato di lui nel corpo di lei, nonostante le proteste e le lotte fisiche di lei, diviene il veicolo della conquista vittoriosa sulla vita di lei, la prova ultima della forza superiore di lui, il trionfo della sua virilità.

Si è parlato di "cultura dello stupro" nella mentalità occidentale perché si possono trovare diversi pensatori che hanno in qualche misura legittimato l'uso della forza nel corteggiamento. Fra i Latini, Ovidio, nel suo trattato Ars amatoria, che ebbe enorme successo anche nei secoli successivi, afferma che la donna ama subire violenza: la frase "Grata est vis ista puellis" è all'origine dell'espressione latina Vis grata puellae, utilizzata ancora recentemente nella giurisprudenza sulla violenza sessuale. Nel Medioevo, il genere letterario della "pastorella", diffuso nella letteratura provenzale e in quella italiana del "dolce stil novo", ritrae una pastora avvicinata da un cavaliere che la corteggia, spesso con implicazioni di coazione. In altre culture, come in Kirghizistan, la donna non può esprimere il proprio assenso nemmeno a una proposta di matrimonio, che infatti nella sua forma tradizionale avviene per rapimento, con la mentalità che la risposta "no" significa innocenza e purezza. Questi esempi storici e culturali illustrano la profondità di certe narrative che hanno, in varie forme, normalizzato o minimizzato la violenza sessuale.

Infografica: I diversi volti della violenza di genere

La cultura dello stupro è stata descritta come dannosa per gli uomini oltre che per le donne. Alcuni scrittori, come Jackson Katz e Don McPherson, hanno detto che è intrinsecamente collegata al ruolo di genere che limita l'auto-espressione degli uomini e causa loro danni psicologici. È stata collegata anche all'omofobia. Recentemente, nell'ambito del processo a carico di Ciro Grillo per il presunto stupro di gruppo ai danni di una studentessa, il video con cui Beppe Grillo, padre dell'imputato, ha cercato di difendere il figlio dall'accusa è stato criticato in quanto espressione di una cultura dello stupro. Questo evidenzia come il concetto continui a essere rilevante nel dibattito pubblico e nelle controversie giuridiche attuali.

Tuttavia, la concettualizzazione della cultura dello stupro è stata criticata da diversi autori e organizzazioni per ragioni anche estremamente differenti. Il RAINN (Rape, Abuse & Incest National Network), una delle principali organizzazioni del Nord America contro la violenza sessuale, in un rapporto che riporta alcune raccomandazioni alla Casa Bianca sulla lotta allo stupro nei campus universitari, identifica tra i problemi anche l'enfasi eccessiva data al concetto di "cultura dello stupro", sia come causa degli stupri che come mezzo per comprenderli e prevenirli. Il RAINN constata: «Negli ultimi anni, c'è stata una sfortunata tendenza a incolpare la "cultura dello stupro" per l'ampio problema della violenza sessuale nei campus». Nel rapporto, il RAINN cita uno studio di David Lisak, che stima che è solo il 3% degli uomini nei college ad essere responsabile del 90% degli stupri nei college stessi. Il RAINN sostiene che lo stupro è il prodotto di individui che hanno deciso di ignorare il messaggio culturale travolgente secondo cui lo stupro è sbagliato.

In un'intervista del 2013, la professoressa Camille Paglia ha descritto le preoccupazioni di certe femministe nei confronti di un'ipotetica "cultura dello stupro" come «ridicole» e «nevrotiche», interpretandole come un artefatto delle ideologie liberali borghesi, secondo cui le persone sono tutte essenzialmente buone e dunque tutti i problemi sociali possono essere risolti con l'educazione. Questo concetto di cultura dello stupro andrebbe, secondo Paglia, molto a scapito delle giovani donne istruite, poiché non le prepara a prevedere o affrontare quella piccola minoranza di persone profondamente malvagie nel mondo, a cui semplicemente non importa seguire le leggi o obbedire alle convenzioni sociali. Caroline Kitchens, in un articolo del 2014 sulla rivista Time, intitolato "È ora di finirla con l'isteria sulla cultura dello stupro" (It's Time to End "Rape Culture" Hysteria) ha suggerito che: «Sebbene lo stupro sia certamente un problema serio, non ci sono prove che sia considerato una norma culturale. (…) Nei campus universitari, l'ossessione per l'eliminazione della "cultura dello stupro" ha portato alla censura e all'isteria». Heather MacDonald ha suggerito che «In una deliziosa ironia storica, i "baby boomer" che hanno smantellato l'architettura intellettuale dell'università in favore del sesso sfrenato e della protesta ora hanno burocratizzato entrambe».

Christina Hoff Sommers ha contestato l'esistenza della cultura dello stupro, sostenendo che lo stupro è sovrariportato e sovraenfatizzato. Ad esempio, secondo Sommers, la convinzione comune che «una donna su quattro verrà violentata nel corso della sua vita» si basa su uno studio errato, ma frequentemente citato perché conduce a gruppi anti-stupro nei campus che ricevono finanziamenti pubblici. Sommers e altri hanno specificamente messo in discussione lo studio del 1984 citato da Mary Koss, secondo cui 1 donna su 4 nei college è stata vittima di stupro, accusandola di aver sopravvalutato lo stupro sulle donne e di aver minimizzato l'incidenza degli uomini come vittime di sesso non desiderato.

Altri studiosi, come bell hooks, hanno criticato il paradigma della cultura dello stupro con un approccio estremamente diverso e ancor più radicale, basato sull'intersezionalità, sulla base del fatto che il paradigma - per quanto corretto - tende a focalizzarsi solo sulla violenza sessuale, ignorando la posizione dello stupro in una sovrastante "cultura della violenza" che opprime in generale le minoranze etniche, sociali e sessuali. Questi critici affermano che isolare lo stupro e i suoi sostegni sociali da altre forme di violenza rende meno efficaci gli sforzi per combatterlo e ignora o banalizza altre forme di violenza. Questo dibattito sottolinea la complessità del fenomeno e la necessità di un'analisi articolata e multidisciplinare per affrontare la violenza nelle sue diverse dimensioni.

Un'ulteriore prospettiva critica sul concetto di "stupro come potere e non come sesso" emerge da studi che si rifanno a basi biologiche ed evolutive. Nonostante le lacune nella letteratura, sono evidenti alcune regolarità: in primo luogo, la copulazione forzata è qualcosa che i maschi fanno alle femmine. Anche se le femmine di alcune specie animali possono essere molto assertive nell'accoppiamento, non è stata incontrata una singola istanza di una femmina che costringesse sessualmente un maschio. In secondo luogo, le copulazioni forzate non sembrano essere un comportamento anomalo generato da condizioni insolite come sovraffollamento, cattività o cattiva salute. Questi dati suggeriscono una dimensione più profonda, non solo culturale, nella manifestazione della violenza sessuale. I critici affermano che se lo stupro tra gli umani riguardasse solo ed esclusivamente il potere invece del desiderio sessuale, allora le donne trovate più sessualmente desiderabili, tra cui le giovani donne nelle fasi più fertili della vita, non dovrebbero essere sovra-rappresentate nelle statistiche sugli stupri. Di fronte a queste statistiche, una risposta coerente con la cultura dello stupro potrebbe essere che le giovani donne abbiano maggiori probabilità di essere violentate solo perché sono più vulnerabili alla criminalità in generale, e quindi gli stupratori che vogliono dimostrare il loro potere e il loro dominio cercheranno vittime vulnerabili (come le donne giovani) che rendano più facile l'obiettivo. Altre evidenze che indicano il desiderio sessuale come motivo principale della violenza sessuale vengono però respinte dagli scienziati sociali che si occupano di cultura dello stupro. Tutte queste variabili sociali (guerra, povertà, ecc.), controbattono però i critici, rendono sì le donne più vulnerabili ai desideri maschili, ma non riescono comunque a dare spiegazione dello stupro indipendentemente da tali desideri. Inoltre, nel riesaminare gli studi sui metodi che mirano a ridurre il desiderio sessuale negli stupratori, compresa la castrazione chimica e chirurgica, gli stessi autori di Stopping Rape sono stati costretti ad ammettere che gli studi statistici tendono a confermare il successo di tali metodi. Questi studi, infatti, provano che gli stupratori che non ricevono la castrazione chirurgica hanno una probabilità 15 volte maggiore di recidiva rispetto agli stupratori che la attuano. Uno dei lavori più importanti e ampiamente discussi sullo stupro negli ultimi anni, A Natural History of Rape: Biological Bases for Sexual Coercion, scritto a quattro mani dall'antropologo Craig Palmer e dal biologo Randy Thornhill, sostiene che lo stupro è profondamente legato alla sessualità animale e umana. Thornhill afferma: «Credo che la dottrina dello "stupro non legato al sesso" passerà alla storia come un esempio di straordinaria illusione popolare e di follia delle folle». Questo dibattito complesso e sfaccettato dimostra che la comprensione della violenza sessuale richiede di considerare diverse prospettive, dalla costruzione sociale e culturale alle possibili basi biologiche, senza riduzionismi.

La consapevolezza generata dalla ricerca sul fenomeno della violenza, e in particolare da quella sulla violenza sessuale studiata e argomentata in un arco di 150 anni e con casistiche relative a paesi sparsi in tre continenti, ha rivelato la vastità enciclopedica della ricerca. In questo contesto, ciò che sia uno stupro può dirlo soltanto la vittima: se essa definisce ciò che le è accaduto «stupro» quello è «stupro». Non vi è nulla da fare, l’uomo non riuscirà ad aver ragione del suo rifiuto. La percezione della vittima è centrale, e non più sottomessa alla “percezione dell’uomo, considerata più importante del giudizio della vittima”. La violenza cambia nel tempo e ha come costante solo la sofferenza della vittima. È una «crisi della virilità» in un contesto culturale e sociale in cui il modello maschile è per forza aggressivo e aggressiva è ogni manifestazione che si richiede per «stare dentro» quel modello. «Stupratori non si nasce ma si diventa» è il concetto sostanziale, espresso con la speranza che si possa imparare a non diventarlo, proponendo un immaginario in cui la violenza sessuale non sia più elemento di relazione umana. I significati della violenza sessuale vanno oltre l'imporre con la violenza l'atto sessuale, poiché l'abuso sessuale può farsi arma, e la vittima non è più una persona, ma può rappresentare un'intera nazione, controllando il corpo femminile di coloro che genereranno i nuovi cittadini.

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