La condizione della donna incinta nel sistema penale e legislativo globale

L’interruzione di gravidanza è un tema dibattuto a livello globale; le legislazioni sull'aborto variano notevolmente da paese a paese, riflettendo le diverse posizioni culturali, etiche e religiose sul tema. Mentre alcuni paesi hanno adottato leggi che permettono l'aborto in determinate circostanze, come il pericolo per la salute della madre o gravidanze risultanti da stupro o incesto, altri paesi impongono restrizioni significative o vietano completamente l'aborto. Esiste un comune denominatore alle legislazioni dei vari Paesi che convergono nel considerare la donna come libera di disporre del proprio corpo e come l'unica avente diritto entro limiti oggettivi prestabiliti sul destino del nascituro, escludendo l'autorità del padre o dello Stato. Tuttavia, quando la donna entra in contatto con il sistema giudiziario e carcerario, questa autonomia incontra barriere strutturali e violazioni dei diritti umani che richiedono una profonda analisi.

Mappa mondiale della legalità dell'aborto e delle politiche di detenzione femminile

Il quadro legislativo internazionale sull'aborto

Le motivazioni ammesse per l'interruzione di gravidanza sono diverse: in primo luogo i casi in cui l'aborto è praticato per salvaguardare la salute della madre, in caso di gravi malformazioni del feto, e di gravidanza a seguito di violenza sessuale subita. Queste motivazioni sono ammesse anche in alcuni paesi di stampo conservatore, come l'Iran. In altre nazioni, inoltre, si tiene conto anche di istanze psicologiche e sociali, tra queste: il desiderio o meno della donna di diventare madre, la gravidanza dovuta a rapporti preesistenti o al di fuori da quanto sia percepito come lecito o opportuno.

La gestione dei diritti in Europa e nel mondo

La legge italiana che regola l'accesso all'aborto è la legge 22 maggio 1978, n. 194. Essa consente alla donna, nei casi previsti, di ricorrere all'interruzione volontaria di gravidanza (IVG) in una struttura pubblica nei primi 90 giorni di gestazione; tra il quarto e quinto mese è possibile ricorrere all'IVG solo per motivi di natura terapeutica. La legge 194 istituisce inoltre i consultori come istituzione per l'informazione delle donne sui diritti e servizi a loro dovuti. Il ginecologo può esercitare l'obiezione di coscienza, ma non quando l'intervento sia indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo.

In Francia, il 4 marzo 2024 passerà alla storia: il Paese ha inserito, per la prima volta nel mondo, il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza nella propria Costituzione. In Irlanda l'aborto è disciplinato dalla Costituzione, mentre in Svizzera vige dal 2002 il "regime dei termini", che rende l'interruzione non punibile entro le prime dodici settimane. Al contrario, in paesi come Malta, il Liechtenstein o l'Egitto, l'aborto rimane illegale o fortemente limitato, costringendo molte donne a pratiche clandestine che aumentano drasticamente il rischio di mortalità materna.

L’impatto dell’incarcerazione sulla gravidanza: una crisi invisibile

Mentre il dibattito pubblico si concentra sull'accesso all'aborto, un'altra tragedia si consuma all'interno delle mura carcerarie. Il sistema penale è stato progettato per i corpi maschili e, anche se le donne costituiscono la popolazione in più rapida crescita, circa il 90% delle persone incarcerate sono uomini. Negli Stati Uniti, ad esempio, il numero di donne incarcerate è aumentato del 525% tra il 1980 e il 2021. Sebbene i dati siano limitati, le stime variano tra il 3 e il 10% delle donne che entrano nel sistema carcerario come incinte al momento dell'ammissione.

Barriere all'assistenza e violazioni dei diritti

Le donne incarcerate affrontano barriere che vanno ben oltre quelle affrontate dalle donne nel mondo libero. L'assistenza sanitaria in gravidanza è in genere limitata nella migliore delle ipotesi e completamente indisponibile nella peggiore. Spesso, le strutture non sono in grado di fornire cure specialistiche. Non è raro che le donne incarcerate appena dopo il parto vengano riportate nella struttura correzionale senza alcun supporto per i loro bisogni fisici e psicologici.

  • Violenza ostetrica: Molte detenute riferiscono di essere state incatenate ai letti d'ospedale durante il travaglio o di aver subito sterilizzazioni forzate.
  • Mancanza di continuità: La possibilità di estrarre e fornire latte materno ai propri bambini è raramente un'opzione.
  • Condizioni degradanti: In molti Paesi, le celle sono sovraffollate, prive di servizi igienici adeguati e di nutrienti essenziali per una corretta gestazione.

Infografica sulle Bangkok Rules e gli standard minimi di trattamento per le detenute

Analisi dei casi critici: da El Salvador alla Cambogia

Il rapporto delle Nazioni Unite e le testimonianze raccolte dal Guardian mettono in luce violazioni sistematiche delle "Bangkok Rules", le linee guida internazionali dedicate al trattamento delle detenute. In El Salvador, la situazione è definita critica: si documentano casi di donne che partoriscono da sole in cella, senza alcuna assistenza medica, portando a esiti tragici sia per la madre che per il neonato.

In Cambogia, il sovraffollamento carcerario è tale da rendere quasi impossibile il rispetto di standard minimi di dignità umana. La mancanza di separazione tra le diverse categorie di detenuti e l'assenza di personale medico formato per l'ostetricia rendono il percorso di gravidanza un'esperienza traumatica. Anche nel Regno Unito, casi documentati come quello di Rianna Cleary, costretta a partorire da sola in cella, dimostrano che nemmeno i Paesi sviluppati sono immuni da tali mancanze strutturali.

Verso un approccio basato sui diritti umani

Per scongiurare il ripetersi di tali sofferenze, molti esperti suggeriscono l'adozione di misure alternative alla detenzione, in linea con quanto previsto dalle Regole di Tokyo. In Sierra Leone, ad esempio, i tribunali sono tenuti a valutare misure diverse dal carcere per le imputate in gravidanza o madri che allattano. In Brasile è previsto l'arresto domiciliare.

La necessità di riformare il sistema risiede nel principio fondamentale che l'incarcerazione non dovrebbe mai precludere il diritto alla salute o il diritto all'autodeterminazione. La criminalizzazione della donna incinta, unita all'assenza di protocolli medici protettivi, rappresenta una delle più grandi tragedie silenziose della nostra cultura moderna. La sfida futura è trasformare le legislazioni da strumenti punitivi a sistemi in grado di proteggere la vita e la dignità, sia della madre che del nascituro, riconoscendo che dietro ogni dato statistico risiedono esseri umani con diritti inalienabili.

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