La storia della Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL) è indissolubilmente legata alla modernizzazione del Paese, alle sue fratture politiche e al lungo cammino per il riconoscimento dei diritti fondamentali nel mondo del lavoro. Per comprendere la sua genesi, è necessario guardare alla fine del XIX secolo, quando, in forte ritardo rispetto ad altri paesi europei, iniziarono a insediarsi in Italia - specialmente in Lombardia, Piemonte e Liguria - le prime forme di industria moderna.
Dalle origini al primo sciopero generale
L'Italia era all'epoca un paese profondamente povero, ancora prevalentemente agricolo, dove su circa 25 milioni di abitanti solo un milione sapeva leggere e scrivere e il diritto di voto era limitato dal censo. La nascita del capitalismo e la rivoluzione industriale cambiarono radicalmente il lavoro, passando da una base artigianale a una meccanizzata. Questo passaggio fu caratterizzato da una scarsa tutela, frequenti infortuni e salari insufficienti a garantire una vita dignitosa. In risposta, si sviluppò il movimento cooperativo e numerose associazioni di mestiere (panettieri, muratori, ferrovieri e tessili) si impegnarono in dure lotte.

Il momento di svolta avvenne nel dicembre 1900, con lo scioglimento della Camera del Lavoro di Genova. La reazione dei lavoratori fu immediata: lo sciopero di protesta coinvolse portuali e operai delle fabbriche, estendendosi a tutta la città. Il grande successo di questo primo sciopero generale segnò una svolta politica, dimostrando alle classi dominanti che la pura repressione non era più praticabile. Di conseguenza, nel congresso tenutosi a Milano dal 29 settembre al 1° ottobre 1906, Camere del Lavoro, Leghe e Federazioni decisero di confluire in un'unica organizzazione: nacque la Confederazione Generale del Lavoro (CGdL), con Rinaldo Rigola come primo segretario generale.
L'antifascismo e il Patto di Roma
Dopo la parentesi del riformismo giolittiano, il biennio 1920-1921 segnò l'occupazione delle fabbriche, cui i grandi gruppi industriali risposero finanziando il movimento fascista. Mussolini, una volta al potere, smantellò lo Stato liberale e, con i Patti di Palazzo Chigi (1925) e Palazzo Vidoni (1926), riconobbe il solo sindacato fascista. Il 1° novembre 1926 la sede della CGdL a Milano fu devastata.
Durante il regime, l'antifascismo sindacale non si spense. Dopo il crollo del fascismo, seguito agli sbarchi alleati e agli scioperi del marzo 1943, si giunse alla ricostituzione unitaria. Il 9 giugno 1944, con l'Italia del Nord ancora occupata dai nazifascisti, fu firmato il Patto di Roma da Giuseppe Di Vittorio per il PCI, Achille Grandi per la DC ed Emilio Canevari per il PSI. Con il Patto si costituì un unico organismo sindacale su tutto il territorio nazionale: la CGIL. Il sindacato rappresentava gli interessi di tutti i lavoratori senza distinzione di fede politica o religiosa, unendo correnti comuniste, socialiste e cattoliche sotto lo stesso tetto, in nome della lotta antifascista.
La Resistenza Romana
La scissione e la ricerca dell'unità
La convivenza tra anime diverse durò fino all'acuirsi della Guerra Fredda. Dopo l'estromissione dei comunisti e socialisti dal governo nel 1947, le tensioni interne crebbero. L'attentato a Palmiro Togliatti del 1948 divenne l'occasione per una scissione, che portò alla nascita di CISL e UIL nel 1950. Questa separazione, guidata dal cattolico Giulio Pastore, fu motivata dalla prevalenza di orientamenti filo-marxisti nella CGIL.
Negli anni '50, sotto la segreteria di Giuseppe Di Vittorio, il sindacato affrontò momenti drammatici, come le repressioni poliziesche del Ministro Scelba e la crisi legata all'invasione di Budapest nel 1956. Nonostante il PCI appoggiasse Mosca, Di Vittorio condannò inizialmente l'intervento sovietico, sebbene fu poi costretto a ritrattare. Questo evento causò un calo di un milione di iscritti tra il 1955 e il 1958, segnando un primo, profondo distacco tra partito e sindacato.
Il decennio dello slittamento ideologico e la conquista dello Statuto
Gli anni '70 rappresentarono un decennio cruciale. Il consolidamento del percorso di avvicinamento ai sindacati del mondo capitalista portò la CGIL a richiedere l'ingresso nella Confederazione Europea dei Sindacati (CES). Contestualmente, durante l'VIII congresso della Federazione Sindacale Mondiale a Varna, la CGIL cambiò il proprio status da 'affiliato' ad 'associato', allentando i vincoli con l'istituzione controllata dai sovietici.
Sul fronte interno, la mobilitazione dell'autunno caldo portò, nel 1970, all'approvazione dello Statuto dei lavoratori. Fu una vittoria storica che sancì la dignità e la libertà di opinione nei luoghi di lavoro. Tuttavia, le fratture non mancarono: negli anni ottanta, il "Decreto di San Valentino" sul taglio della scala mobile divise nuovamente il fronte sindacale. La CGIL si allineò al PCI per il "sì", ma il referendum abrogativo che seguì vide la sconfitta della proposta.

Prospettive contemporanee
Nel XXI secolo, la CGIL ha cercato di evolvere il proprio ruolo. Ad aprile 2016, è stata avviata la raccolta di firme per la Carta dei Diritti universali del Lavoro, un'evoluzione dello Statuto dei lavoratori estesa a tutti i tipi di impiego, inclusi quelli autonomi. La storia del sindacato, da un'organizzazione di classe che ha lottato per i diritti civili in Italia, si è trasformata in un moderno attore sociale che, tra polemiche sul tesseramento e riforme complesse, continua a interrogarsi sulla propria rappresentanza.
Il valore sociale del lavoro rimane il cuore dell'identità della CGIL: la capacità di agire in modo collettivo per ridurre le disuguaglianze e promuovere la libertà in un sistema economico e globale in continua mutazione. Attraverso l'archivio storico e la memoria collettiva, il sindacato prosegue la sua opera di analisi critica, dal boom economico del dopoguerra fino alle sfide aperte dalla digitalizzazione e dalla precarietà del nuovo millennio.