Il Metodo Hilgers (Naprotecnologia) e le Diverse Vie alla Procreazione: Tra Scienza, Etica e Accompagnamento Integrale

L'infertilità di coppia rappresenta una sfida sempre più diffusa nella società contemporanea, un dato certo che si manifesta con una crescente difficoltà per molte coppie ad avere bambini. Le cause di questa condizione sono molteplici e complesse, spaziando da problemi ormonali a disfunzioni del ciclo, da motivazioni psicologiche come ansia e stress, a fattori legati all'inquinamento ambientale o persino a un'errata alimentazione. Tale complessità implica che non esiste un'unica diagnosi e, di conseguenza, una cura universale che possa adattarsi a tutti i casi. Questo panorama ha stimolato lo sviluppo e la discussione di approcci diversi, dai metodi che valorizzano la fertilità naturale a tecniche di procreazione medicalmente assistita sempre più sofisticate.

In questo contesto si inserisce un dibattito ampio e multidisciplinare, come quello promosso sabato 8 novembre a Roma, durante il seminario intitolato «L'infertilità di coppia. Un approccio integrale e integrato». L'evento, organizzato congiuntamente da Università Cattolica del Sacro Cuore, Istituto Scientifico Internazionale Paolo VI (Isi), Centro studi e ricerche per la regolazione naturale della fertilità (Isi-Crnf) e Centro pastorale dell'Ateneo, ha visto un'altissima partecipazione di studenti e insegnanti del Metodo dell’Ovulazione Billings (Mob) provenienti da tutta Italia, a seguito di un'udienza giubilare con papa Leone XIV. Quel binomio di aggettivi, "integrale e integrato", racchiude il senso profondo di un convenire che mira a restituire una risposta completa e rispettosa della persona a chi aspira alla genitorialità.

Auditorium Università Cattolica

Monsignor Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale dell'Università Cattolica e presidente della Fondazione Isi, ha esordito sottolineando il legame dell'evento con il Giubileo. Ha evidenziato come papa Francesco, nella Bolla di indizione, abbia posto la vita come secondo tema fondamentale per la conversione giubilare, dopo la pace (cfr. Spes non confundit, n.9). Alla luce dell'inverno demografico, di un'infertilità che ha radici anche culturali e delle urgenti sfide educative, emerge la necessità di recuperare una visione umana nutrita dal desiderio di generare vita e di dare continuità alle relazioni d'amore che, se vere, sono sempre generative. Si parla di ciò che è inscritto nel cuore e nel corpo degli uomini e delle donne, un richiamo profondo alla dignità umana e al significato della procreazione.

Il direttore dell'Isi, Tullio Ghi, ha fatto eco a queste parole descrivendo l’attività dell’istituzione, che si accingeva a celebrare i 25 anni di attività. Ha evidenziato l'apprezzamento testimoniato dalle coppie che ricercano una gravidanza, fondato anzitutto sull'ascolto empatico. La proposta dell'Isi è definita vincente ed esportabile, rendendo importante implementare anche l'aspetto scientifico. Maria Luisa Di Pietro, coordinatrice del Crnf e direttrice del Centro Salute Procreativa dell’Università Cattolica, ha sintetizzato questo aspetto evidenziando le due “anime” dell’Isi: l’assistenza clinica e la ricerca. L'obiettivo è quello di fornire una risposta integrale a chi aspira alla genitorialità, ribadendo la necessità di lavorare sulla promozione della fertilità, considerandola un patrimonio prezioso da tutelare. In questo contesto di attenzione alla fertilità come valore da promuovere e tutelare, si collocano metodi specifici che offrono alle coppie un percorso alternativo o complementare alle tecniche di riproduzione assistita, ponendo al centro la comprensione e il ripristino della fisiologia naturale.

La Naprotecnologia: Un Approccio Naturale e Integrato all'Infertilità

Di fronte alla complessità delle cause dell'infertilità e ai dilemmi etici spesso associati alle tecniche di fecondazione artificiale, emerge un'alternativa che mira a comprendere e risolvere le cause sottostanti l'infertilità stessa: la Naprotecnologia. Questo approccio si pone in netta contrapposizione alla fecondazione in vitro, spesso percepita come una soluzione che, nonostante le speranze, non garantisce risultati certi e rischia, in alcuni casi, di aumentare la sofferenza e l’umiliazione delle coppie. Il desiderio di generare vita, in queste circostanze, può finire con il ferire la dignità umana e l’etica.

Procreazione Assistita: E se non riesci ad avere figli? (FIVET e IUI) | #TELOSPIEGO

La Naprotecnologia, abbreviazione di Natural Procreative Technology (letteralmente, tecnologia della procreazione naturale), è stata sviluppata da un ginecologo e chirurgo americano, Thomas W. Hilgers, che è anche il direttore dell’Istituto Scientifico Paolo VI con sede a Omaha, nello stato del Nebraska, negli Stati Uniti. Questo metodo si basa su un'analisi approfondita e personalizzata della fertilità della coppia, con un'attenzione particolare alla donna e alla comprensione del suo ciclo riproduttivo.

I passi da seguire nella Naprotecnologia sono strutturati per una diagnosi accurata e una terapia mirata. Come prima cosa, si procede a capire il problema, il che significa che la donna viene seguita da un istruttore per un periodo che può variare da 2 a 6 mesi. Durante questo arco di tempo, l'istruttore le insegna il funzionamento del modello Creighton, un sistema che permette alla donna di annotare e riconoscere i cambiamenti delle proprie perdite vaginali e del muco cervicale, indicatori fondamentali della fertilità. Questa auto-osservazione consapevole è la chiave per mappare i biomarcatori della fertilità.

Accanto a questa fase di auto-monitoraggio, il percorso prevede anche l'esecuzione di analisi biochimiche, ecografie e studi del seme maschile, al fine di ottenere un quadro completo della situazione della coppia. Tutti questi dati, raccolti in modo sistematico, servono per elaborare una diagnosi precisa. Questa diagnosi viene poi sottoposta al medico naprotecnologo, che sulla base di essa può prescrivere una cura personalizzata. Questa fase di diagnosi e impostazione della cura ha una durata che solitamente va da 1 a 6 mesi, a seconda della complessità del caso e della rapidità con cui si riescono a raccogliere tutte le informazioni necessarie.

Un esempio pratico di successo della Naprotecnologia è stato riportato dalla testimonianza del medico naprotecnologo Raffaella Pingitore, che opera in Svizzera. Si tratta del caso di una donna di 36 anni che desiderava una gravidanza da otto anni e che aveva già fatto ricorso a ben cinque fecondazioni artificiali senza successo. La dottoressa Pingitore ha riferito: “Le ho fatto registrare la tabella dei marcatori della fertilità e abbiamo notato che aveva un ciclo regolare, con un buon muco fertile, una fase di muco fertile soddisfacente, ma dei livelli ormonali al settimo giorno dopo l’ovulazione, un po’ bassi, il che indica un’ovulazione un po’ difettosa. Aveva anche dei sintomi di endometriosi (…)”. In questo specifico caso, è stata eseguita una laparoscopia, che ha confermato la presenza di endometriosi. I focolai di endometriosi sono stati asportati sull’utero, sulle ovaie e sulle tube. Successivamente, la cura è proseguita anche con la somministrazione di farmaci specifici. Questo esempio evidenzia come la Naprotecnologia non si limiti a un semplice monitoraggio, ma integri diagnosi precise e interventi medici mirati per ripristinare la funzionalità riproduttiva naturale.

Diagramma Ciclo Mestruale e Metodo Billings

La comprensione della fase fertile del ciclo mestruale è fondamentale in questo approccio e può essere studiata attraverso diverse metodologie. Oltre all'auto-osservazione, si utilizzano metodiche di laboratorio, come le determinazioni ormonali, e indagini strumentali, come l'ecografia. È possibile anche una stima statistica della ritmicità periodica. I livelli di estradiolo, per esempio, influenzano le caratteristiche della cervice uterina e la produzione di muco cervicale, un elemento che gioca un ruolo fondamentale per la fertilità, poiché grazie alla sua presenza gli spermatozoi riescono a restare vitali per vari giorni, facilitando il loro viaggio verso l'ovulo. Il progesterone, d'altra parte, viene secreto dal corpo luteo ed è presente solamente nella seconda metà del ciclo, nota come fase luteale. Questo ormone influenza anch'esso le caratteristiche della cervice uterina e la produzione di muco, che in questo periodo è assente o di consistenza diversa. Inoltre, il progesterone determina cambiamenti della temperatura corporea basale, che aumenta dopo l'ovulazione e rappresenta un segno oggettivo di avvenuta ovulazione. Queste conoscenze, integrate da metodi come il Metodo Sintotermico di Roetzer (come descritto in "La regolazione naturale della fertilità. Il metodo sintotermico di Roetzer"), sono pilastri per l'educazione e la diagnosi nell'ambito delle tecnologie procreative naturali.

La Fecondazione In Vitro (FIVET): Sviluppi e Complessità

Accanto agli approcci naturali, le tecnologie di riproduzione assistita, in particolare la Fecondazione In Vitro (FIVET), hanno rivoluzionato il trattamento dell'infertilità per milioni di coppie in tutto il mondo. Questa tecnica, che comporta la fecondazione di ovociti da parte di spermatozoi in laboratorio, fu sviluppata nel Regno Unito da Patrick Steptoe, Robert Edwards e Jean Purdy. Il primo essere umano nato da questa tecnica fu Louise Brown, nata a Oldham il 25 luglio 1978, un evento che ha segnato l'inizio di una nuova era nella medicina riproduttiva.

In Italia, la prima bambina concepita con questa tecnica, Alessandra Abbisogno, è nata a Napoli nel 1983 grazie all'équipe del professor Vincenzo Abate, un ginecologo italiano rientrato in patria dopo anni di studi negli USA, contribuendo significativamente all'introduzione di questa metodologia nel contesto italiano. Negli anni successivi, per migliorare le percentuali di successo, sono state messe a punto tecniche di micro-fertilizzazione da associare alla FIVET cosiddetta classica o standard, allo scopo di favorire l'entrata dello spermatozoo all'interno dell'ovocita. Tra le diverse innovazioni, si ricordano la Su.Z.I. (Sub Zonal Insemination), la ZD (Zona Drilling) e la PZD (Partial Zona Dissection). Di grande impatto scientifico fu la pubblicazione su Lancet nel 1992 di una gravidanza ottenuta con l'apertura della zona pellucida - la "corazza" esterna della cellula uovo - mediante bombardamento laser, da parte di un gruppo italo-austriaco nel quale emergevano due giovani ginecologi, il dott. Heinz Strohmer e il dott. Wilfried Feichtinger.

Schema FIVET

La FIVET comporta l'ottimizzazione del processo ovarico e, in molti casi, non è influenzata da malformazioni dell'apparato genitale femminile, fornendo i medesimi risultati anche in tali circostanze. È sempre più utilizzata anche per l'infertilità maschile, talvolta associata all'inseminazione artificiale con sperma di donatore.

La Procedura Standard della FIVET

Le procedure della FIVET, pur con diverse varianti (protocolli), seguono in genere una serie di passaggi fondamentali. Il primo stadio prevede la somministrazione alla donna, per via intramuscolare o sottocutanea, di farmaci (agonisti o antagonisti del GnRH) finalizzati all'iperovulazione. Questo stimola lo sviluppo di più follicoli e, di conseguenza, di un numero maggiore di cellule uovo rispetto al ciclo spontaneo, in cui di solito ne viene prodotta una sola. L'obiettivo è prelevare un numero maggiore di ovociti per aumentare le probabilità di successo.

La paziente viene sottoposta a un attento monitoraggio, che include ecografie e dosaggi ormonali, teso a individuare il momento adatto per condurre a maturazione gli ovociti. Una volta raggiunta la maturazione desiderata, per indurre la rottura dei follicoli e il rilascio degli ovociti, viene somministrata la gonadotropina corionica umana (hCG).

Gli ovociti vengono poi recuperati tramite un prelievo ecoguidato, il liquido follicolare viene esaminato in laboratorio e ne vengono recuperati gli ovociti ritenuti idonei alla fecondazione in base alla loro osservazione morfologica al microscopio. Successivamente, i gameti, ovvero il seme maschile e l'ovocita della donna, vengono collocati insieme in un apposito recipiente in condizioni controllate, affinché uno spermatozoo possa penetrare nell'ovocita e avvenga la fecondazione.

Rischi e Considerazioni nella FIVET

Nonostante i successi, la procedura di FIVET non è esente da rischi. Le emorragie e le infezioni sono evenienze rare, ma la somministrazione di ormoni alla donna comporta effetti collaterali nel breve periodo, quali aumento ponderale, vertigini, nausea, vomito e dolori addominali. Inoltre, può indurre una sindrome d'iperstimolazione ovarica, che a volte necessita il ricovero ospedaliero. In casi particolari, se è presente una formazione tumorale sensibile agli ormoni, possono esserci possibili effetti tumorigeni precipitati.

Un aspetto critico della FIVET riguarda la prevenzione delle gravidanze plurigemellari. L'introduzione della definizione di un numero massimo di embrioni impiantabili è stata voluta per prevenire tali gravidanze, le quali presentano nella grande maggioranza dei casi notevoli rischi sia per la salute della donna che per quella dei nascituri. Prevenendo a monte l'insorgere di una gravidanza plurigemellare a seguito di una procreazione medicalmente assistita (PMA), si evita inoltre il dover ricorrere, come avveniva talvolta in passato, a tecniche d'emergenza quali la “riduzione embrionaria”. Questa procedura, solitamente eseguita nell'ottava settimana di gravidanza, prevede l'induzione della morte di un embrione (o più) iniettando direttamente nel suo cuore, attraverso la parete addominale materna, un farmaco (generalmente cloruro di potassio) che provoca l'arresto cardiaco. L'obiettivo è che la morte dell'embrione ne provochi l'eliminazione e garantisca la sopravvivenza di quello (o quelli) rimasti. Tuttavia, queste tecniche non sempre riescono a garantire il proseguimento della gravidanza o a salvaguardare la salute della donna.

La Legge 40/2004 e le Sue Implicazioni Etiche e Legali

In Italia, la regolamentazione della Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) è stata fortemente influenzata dalla legge 40 del 2004, che, basandosi su considerazioni mediche ed etiche, ha limitato diversi aspetti della FIVET. In particolare, prima della sentenza della Corte Costituzionale 151/2009, la legge non consentiva la produzione di embrioni in numero superiore a quello strettamente necessario ad un unico e contemporaneo impianto, e comunque non superiore a tre. Questa limitazione era motivata dalla volontà di evitare la produzione di embrioni "in eccesso" e le problematiche etiche ad essa connesse.

La Corte Costituzionale, con la sentenza 151/2009, ha dichiarato costituzionalmente illegittimo l'art. 14, comma 2, della legge 19 febbraio 2004, n. 40, specificamente le parole "ad un unico e contemporaneo impianto, comunque non superiore a tre". La Corte ha argomentato che la previsione della creazione di un numero di embrioni non superiore a tre, in assenza di ogni considerazione delle condizioni soggettive della donna, si pone in contrasto con l'articolo 3 della Costituzione, sia sotto il profilo della ragionevolezza che dell'eguaglianza, poiché il legislatore riservava lo stesso trattamento a situazioni dissimili. Inoltre, tale limitazione era considerata in contrasto con l'articolo 32 della Costituzione, per il pregiudizio alla salute della donna, ed eventualmente del feto, ad essa connesso, dato che per aumentare le probabilità di successo si tendeva a impiantare un numero fisso di embrioni, anche quando le condizioni cliniche avrebbero suggerito approcci diversi.

Nonostante le modifiche relative al numero di embrioni, la legge 40 ha mantenuto e in parte tutt'ora stabilisce, anche se alcune parti sono state oggetto di ulteriori pronunce o interpretazioni, il divieto di crioconservazione (tranne in casi non prevedibili al momento della fecondazione), la soppressione di embrioni, la diagnosi pre-impianto dell'embrione e la fecondazione eterologa. La questione del numero di embrioni da impiantare è cruciale. Sulla base delle ricerche e degli studi effettuati, statisticamente solo un embrione su tre raggiunge la data del parto. Per tale motivo, si possono impiantare più embrioni in utero, così da esser sicuri di ottenere almeno una gravidanza. Tuttavia, è noto da tempo che le gravidanze pluri-gemellari comportano un alto rischio di complicanze sia per la madre che per i neonati, portando anche a ripercussioni a lungo termine sulla salute dei nuovi nati.

La questione "dei tre ovociti" è stata spesso mal interpretata nel dibattito pubblico. La legge, nel suo intento originale, implicava la scelta di affidarsi alla "selezione naturale", introducendo più embrioni nell'utero per aumentare le probabilità di successo. Per quanto riguarda i due o tre embrioni impiantati in utero, è comunque possibile, e sempre più riproducibile, il loro co-attecchimento. Questo aumenta il rischio di gravidanza multipla, considerata sempre patologica, che comporta maggiori rischi per la donna e per i nascituri. La legge 40 vieta esplicitamente la possibilità di riduzione embrionaria di gravidanze plurime, se non nell'ambito della legge 22 maggio 1978, n. 194, che disciplina l'interruzione volontaria di gravidanza. Questo pone ulteriori dilemmi etici e pratici.

La discussione sulle implicazioni etiche della riproduzione assistita e della gestione degli embrioni si estende anche a contesti internazionali. Ad esempio, l'aborto è considerato legale in Turchia fino alle prime 10 settimane di gravidanza, mentre negli Stati Uniti è stato legalizzato a livello federale grazie a una storica decisione della Corte Suprema nel 1973, nota come Roe v. Wade, anche se tale diritto è stato recentemente revocato, lasciando la regolamentazione ai singoli stati. In India, l'aborto è legale in determinate circostanze. Questi riferimenti evidenziano come la questione della vita e del suo inizio sia oggetto di normative e dibattiti profondamente diversi a livello globale, influenzando le pratiche mediche e le scelte individuali.

La Crioconservazione degli Ovociti e degli Embrioni

Un'altra area di ricerca e dibattito nella riproduzione assistita riguarda la crioconservazione. Fino ad oggi non sono sufficientemente sviluppate tecniche in grado di congelare e scongelare gli ovociti senza interferire negativamente e in modo significativo sulla loro vitalità e capacità di essere fecondati. Le difficoltà derivano dal fatto che l'ovocita presenta un citoplasma molto più esteso e ricco di acqua rispetto ad altre cellule riproduttive. La presenza di acqua a temperature così basse tende a dilatare e distruggere la struttura dell'ovocita. Tecniche simili sembrano avere migliori risultati quando applicate agli embrioni e agli spermatozoi, dove la struttura cellulare è meno vulnerabile ai danni indotti dal congelamento.

Diagnosi Genetica Pre-Impianto (DPI/PGD): Precisione e Limiti

Nell'ambito delle tecniche di riproduzione assistita, un ruolo crescente è assunto dalla Diagnosi Genetica Pre-Impianto (DPI), indicata anche con l'acronimo PGD (Preimplantation Genetic Diagnosis). Questa metodologia complementare a quelle di diagnosi prenatale permette d'identificare la presenza di malattie genetiche o di alterazioni cromosomiche in embrioni ottenuti in vitro, in fasi molto precoci di sviluppo e prima del loro impianto in utero.

L'indicazione elettiva per la DPI è la selezione di embrioni sani tra quelli ottenuti dall'unione dei gameti di coppie portatrici di malattie genetiche ereditarie, con l'obiettivo di impiantare solo gli embrioni privi di tali patologie. La DPI viene effettuata di preferenza su embrioni composti da otto cellule, una condizione che viene raggiunta normalmente a partire dal terzo giorno di sviluppo dopo la fecondazione.

La procedura prevede l'analisi di una o più cellule prelevate dall'embrione. I globuli polari, piccole cellule che si formano durante la meiosi dell'ovocita, possono anche essere utilizzati per l'analisi. Si distinguono due globuli polari: il primo viene espulso dall'ovocita prima della sua fecondazione, mentre il secondo viene espulso dall'ovocita già fecondato. Nell'intervallo fra le due espulsioni si procede all'apertura meccanica, chimica o tramite laser della zona pellucida, la membrana esterna dell'ovocita, e all'aspirazione dei due globuli polari che successivamente verranno utilizzati per la diagnosi genetica.

L'accuratezza nel risultato diagnostico offerto da queste tecniche è significativa, raggiungendo circa il 93% dei casi in cui sono applicate. Tuttavia, non è immune da errori. Possono verificarsi casi di "falsi positivi", dove viene diagnosticata una malattia che in realtà non è presente, o "falsi negativi", in cui una patologia esistente non viene evidenziata. Questi errori possono dipendere da diversi fattori, inclusi i possibili errori nella preparazione del campione da analizzare.

Un fenomeno che complica ulteriormente la diagnosi è il mosaicismo, una condizione in cui solo alcune delle cellule dell'embrione presentano difetti cromosomici. In questi casi, analizzare cellule sane o difettose è un evento casuale e l'instaurarsi o meno del difetto genetico nella crescita dell'embrione è altrettanto imprevedibile. È importante sottolineare che la sola osservazione dell'embrione al microscopio non è in grado di evidenziare eventuali malformazioni genetiche del nascituro. Al microscopio si può solo analizzare l'aspetto morfologico (forma, grandezza, struttura) dell'embrione e quindi valutarne la vitalità, cioè se è sufficientemente sviluppato da poter essere in grado di impiantarsi in utero.

Tuttavia, i test genetici su campioni di dimensioni microscopiche, come il gamete, sono invasivi e potenzialmente distruttivi per l'embrione. Per tali ragioni, il test genetico non è adatto alla diagnosi di malformazioni genetiche complesse come la sindrome di Down. Questa patologia non è dovuta a una mancanza o a un errore nei cromosomi rilevabile rapidamente con un test sul DNA del gamete, ma a difetti riguardanti le cellule totipotenti, che nascono dalla duplicazione per meiosi dell'embrione, non evidenziabili, appunto, da esami sull'embrione stesso. Tali difetti, per la definizione stessa di totipotenza, possono verificarsi in tutto il periodo che intercorre fra la formazione dell'embrione e la specializzazione delle cellule, quando il rischio di errori nella duplicazione meiotica cala sensibilmente.

Frontiere della Ricerca: Dalla Partenogenesi all'Intelligenza Artificiale

Il campo della riproduzione assistita e della biologia dello sviluppo è in continua evoluzione, con la ricerca che spinge costantemente i confini della conoscenza e delle possibilità terapeutiche. Uno degli sviluppi più notevoli riguarda la creazione di "embrioni vergini" o partenoti.

La Partenogenesi e gli "Embrioni Vergini"

Paul de Sousa, dell'Università di Edimburgo, ha annunciato al BA Science Festival (Festival della scienza della British Association) di Dublino che il suo gruppo è riuscito a creare partenoti stimolando un ovulo umano a iniziare a dividersi come un embrione senza l'aggiunta di alcun materiale genetico da parte di una cellula spermatica maschile. Questo annuncio è giunto a solo un giorno di distanza dall'autorizzazione della Human Fertilisation and Embryology Authority (HFEA) del Regno Unito al trasferimento dei componenti di un embrione umano in un ovulo non fecondato di un'altra donna, estendendo ulteriormente i confini della ricerca riproduttiva.

Si prevede che gli embrioni derivati da questo concepimento verginale apriranno una nuova strada alla coltura di tessuti e cellule femminili per un'ampia gamma di esperimenti e cure. Il gruppo di Edimburgo, che svolge la propria attività presso il Roslin Institute, lo stesso dove era stata clonata la pecora Dolly, ha utilizzato circa 300 ovuli umani di donatrici volontarie per creare una mezza dozzina di blastocisti partenoti. Questi sono embrioni umani costituiti da circa 50 cellule, che possono essere impiegati come fonti di cellule staminali.

Nella riproduzione normale, gli ovuli espellerebbero metà del loro materiale genetico per prepararsi a ricevere il complemento maschile rilasciato da una cellula spermatica. Per creare i partenoti, gli ovuli sono stati coltivati in laboratorio in modo tale che mantenessero tutti i loro cromosomi. È stato possibile portarne a maturazione e indurne la divisione tramite elettroshock di circa la metà. Tuttavia, solo cinque su cento sono riusciti a raggiungere lo stadio di blastocisti, presentando quindi solo la metà del normale numero di cellule. Respingendo le obiezioni sull'efficacia del processo, il dottor De Sousa ha dichiarato: "È un gioco numerico. Si tratta solo di fornire il tessuto che dovrà essere impiegato nella sperimentazione".

Il processo utilizzato è chiamato partenogenesi, che in greco significa "nascita vergine". La partenogenesi avviene in maniera del tutto naturale nelle piante e in alcuni animali, quali le api, le formiche e persino alcune lucertole. Gli umani, analogamente ad altri mammiferi, non ne sono soggetti a causa di un processo di regolazione genica chiamato imprinting. L'imprinting richiede il contributo sia dei geni materni che di quelli paterni affinché l'embrione raggiunga il pieno sviluppo. Finora, gli scienziati hanno indotto artificialmente i partenoti in mammiferi quali topi e scimmie, benché molto spesso ne sia scaturito uno sviluppo anomalo.

Immagine concettuale dell'imprinting genetico

I geni marcati (o imprinted) sono geni la cui espressione è determinata dal genitore che li ha trasmessi; questi geni violano la comune regola ereditaria secondo cui vengono espressi in ugual misura i corredi genetici di entrambi i genitori. Dall'ultimo computo è emerso che nei mammiferi un esiguo numero di geni, circa 80, è soggetto a imprinting. La maggior parte dei geni marcati viene repressa e, di conseguenza, o si esprime unicamente il gene materno perché quello paterno è "imprinted" o viceversa. Il processo inizia durante la formazione dei gameti quando, nei maschi, alcuni geni ricevono l'imprinting nello sperma che si sviluppa e, nelle femmine, altri lo ricevono nell'ovulo che si sviluppa. Tutte le cellule dell'embrione che ne deriverà avranno lo stesso corredo di geni imprinted sia da parte del padre che della madre, tranne per quelle cellule ("germoplasma") che sono destinate a continuare a produrre gameti (ovuli o cellule spermatiche), in cui vengono cancellati tutti gli imprint, sia materni che paterni.

L'imprinting è un processo molto importante: l'eredità intenzionale (sperimentale nei topi) o casuale (negli umani) di due copie di un particolare cromosoma da un genitore e di nessuna dall'altro è solitamente fatale. L'eredità di due copie di uno dei geni materni e di nessuna copia di quelli paterni (o viceversa) può altresì provocare gravi difetti di sviluppo. Inoltre, una mancanza di imprinting nelle cellule somatiche può causare il cancro. Ecco perché gli scienziati sono interessati a utilizzare cellule di partenoti, che potrebbero far luce sulla clonazione, un processo che ostacola l'imprinting, e sui legami tra imprinting difettoso e patologia. La partenogenesi offre anche la possibilità di coltivare cellule di donne affette da gravi malattie genetiche, consentendo di effettuare uno studio particolareggiato sugli effetti cellulari di queste malattie e, in teoria, le cellule staminali ottenute tramite questo metodo potrebbero essere utilizzate per coltivare tessuti di sostituzione per donne che hanno sviluppato determinate patologie. All'incontro della British Association, il dottor De Sousa ha dichiarato: "Per ora non siamo riusciti a ottenere cellule staminali da tali embrioni, ma questa continua a essere la nostra ambizione".

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Gli scienziati ritenevano che, impiegando i partenoti nella ricerca, si sarebbero potute evitare le obiezioni dei gruppi pro-vita; tuttavia, il dottor De Sousa non condivide questo parere, confermato dalle dichiarazioni di sgomento che tali gruppi hanno rilasciato alla stampa, e ha affermato che "chi ha un atteggiamento a favore della vita considererà opinabile qualsiasi utilizzo di ovuli ed embrioni a fini non riproduttivi". Il dottor De Sousa ha anche ribadito che non vi è alcuna intenzione di impiantare gli embrioni per dare origine a una gravidanza, eventualità che, peraltro, è vietata dalle clausole della licenza di ricerca concessa al suo gruppo. Altri hanno espresso dubbi di carattere tecnico, affermando che il livello di manipolazione genetica necessario per realizzare la partenogenesi rende inutilmente complicata questa strada per le cellule staminali di embrione, tanto che persino la clonazione di embrioni umani sembrerebbe costituire un approccio più diretto. Il dottor De Sousa, tuttavia, ritiene che nelle fasi iniziali della ricerca sulle cellule staminali gli scienziati debbano lasciare aperte varie possibilità, in quanto "Vogliamo queste linee cellulari essenzialmente a scopi di ricerca".

Modifica Genetica con CRISPR/Cas9

Un'altra frontiera della ricerca che suscita interesse e dibattito è l'utilizzo della tecnica di editing genetico CRISPR/Cas9 sugli embrioni umani. Il team guidato da Kathy Niakan, del Francis Crick Institute di Londra, è stato il primo gruppo di ricerca al di fuori della Cina a tentare questa promettente ma controversa tecnica sull'uomo. La ricerca si svolge su embrioni donati da coppie che hanno effettuato trattamenti di fecondazione in vitro. Questi embrioni vengono studiati nei primi sette giorni di sviluppo, nel passaggio dalla singola cellula uovo fecondata a 250 cellule. Gli embrioni sono disponibili per soli 14 giorni e a puro scopo di ricerca, e non è consentito impiantarli in nessuna paziente.

L'obiettivo di questi tentativi mirati è capire che cosa va storto durante la prima settimana di sviluppo dell'embrione, quando le cellule iniziano a differenziarsi. Alcune formeranno la placenta e il sacco vitellino, altre il feto. I biologi pensano di aver identificato i geni che presiedono a questa forma di organizzazione, e le disfunzioni di questi geni potrebbero essere all'origine degli aborti spontanei che possono verificarsi poco dopo l'impianto. L'unico modo per essere sicuri delle loro funzioni è provare a disattivarli: la tecnica CRISPR/Cas9 servirà a verificare il ruolo di tre o quattro geni, in particolare del gene OCT4. Anche in questo caso, le reazioni e le implicazioni etiche sono al centro di un intenso dibattito scientifico e sociale.

Intelligenza Artificiale nella Selezione Embrionaria

L'innovazione tecnologica si estende anche all'applicazione dell'intelligenza artificiale (IA) nei processi di fecondazione in vitro. Un metodo innovativo di fecondazione in vitro sviluppato in Israele ha ottenuto il via libera all’utilizzo clinico dall’Unione Europea. Prima di ottenere il marchio CE, secondo le leggi riguardanti i dispositivi medici, lo strumento, dal nome Chloe, era già adoperato in via sperimentale in 30 istituti in Europa ed Asia.

Intelligenza Artificiale in PMA

Durante la fecondazione in vitro, l’embriologo ha il compito cruciale di selezionare gli embrioni che hanno le probabilità più alte di impiantarsi. Fairtility è tra le poche aziende che, attraverso l’IA, aiuta gli embriologi in questa valutazione. Il processo consta nell’analisi delle immagini di ciascun embrione, acquisite costantemente in time-lapse ogni 15-20 minuti mentre si sviluppa, per prevederne il potenziale di impianto. Questo giudizio si incrocia con altri dati, riguardanti le analisi dei casi passati di fecondazioni in vitro, creando un modello predittivo sempre più accurato. Il dottore Assaf Ben-Meir, direttore medico della compagnia, ha affermato che l’obiettivo principale di questa tecnologia è ridurre il dolore che le coppie provano quando la fecondazione in vitro fallisce, offrendo una selezione più efficace e speranze più realistiche.

Questi diversi approcci alla fertilità, dalla valorizzazione dei metodi naturali alla sofisticazione delle tecniche di PMA e alla ricerca d'avanguardia, riflettono la complessità della sfida dell'infertilità e l'impegno costante della scienza e della medicina nel cercare soluzioni che siano, al tempo stesso, efficaci, etiche e rispettose della persona umana e del mistero della vita.

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