Maternità Surrogata: Analisi di un Dibattito Complesso e la Difficile Regolamentazione

Di fronte all’impossibilità di avere figli per conto proprio, l’evoluzione tecnologica e culturale ha reso possibili diverse pratiche di procreazione medicalmente assistita (PMA). La maternità surrogata, comunemente conosciuta come “utero in affitto”, è una delle più controverse, vista la polemica nel dibattito esistente riguardo all’etica della pratica e alla difficoltà di regolamentazione di tutte le parti coinvolte, compresi il nascituro, la coppia committente, la madre surrogata, il centro di maternità/fertilità, l’eventuale donatrice di gamete, tra altri soggetti che possono far parte del procedimento o dell’accordo. La penalizzazione, criminalizzazione e stigmatizzazione della pratica ha come conseguenza un effetto controproducente di disinformazione generale riguardo ai suoi vari aspetti, rendendo difficile la valutazione e la regolamentazione giuridica.

L’obiettivo è la coscientizzazione riguardo alla maternità surrogata in sé, vale a dire in cosa consiste e quali tipologie esistono, e la presentazione argomentata dell’esigenza di normare un fenomeno che esiste in società a prescindere dalla volontà che sia così. Per rispondere alla domanda di ricerca, vale a dire l’effettiva necessità di ammissione e positivizzazione della pratica, viene ponderata la retorica morale della mercificazione del corpo, che si presenta come una barriera, in confronto al principio di “best interest of the child”. La ricerca comprende sia le considerazioni teoriche sia la realtà dei casi concreti, con un’analisi finale comparata della situazione in Italia e in Spagna.

La Maternità Surrogata: Definizione e Funzionamento

Il significato della maternità surrogata consiste nella gravidanza portata avanti da una donna per conto di altri. In termini pratici, la gestante assume l’impegno di condurre la gravidanza e, alla nascita, di non rivendicare lo status genitoriale, che viene attribuito ai committenti secondo le regole del Paese in cui la procedura è avvenuta.

Tipi di maternità surrogata

Distinzione tra "Maternità Surrogata" e "Utero in Affitto"

L’espressione “utero in affitto” è spesso usata come sinonimo di maternità surrogata, ma in realtà porta con sé un’impronta comunicativa diversa. È un termine che tende a mettere in primo piano la dimensione economica e contrattuale (“affitto”), e per questo viene percepito come più polemico o comunque più “valutativo”. “Maternità surrogata”, invece, è la formula più neutra e tecnica, adatta a descrivere l’istituto senza suggerire, già nel nome, un giudizio morale. Questa distinzione lessicale non è solo una questione di stile: incide su come l’utente imposta la domanda e su cosa si aspetta come risposta. Chi cerca “utero in affitto” spesso vuole capire se “si può fare” e perché in Italia sia così contestato; chi cerca “maternità surrogata” tende più frequentemente a voler capire che significa, come funziona e soprattutto quali sono le regole (divieto, sanzioni, riconoscimento dei bambini nati all’estero).

Tipologie di Maternità Surrogata

Sul piano medico, la surrogazione può avvenire con modalità diverse. Nella forma più discussa (e oggi più frequente nei Paesi che la ammettono), la gestante non ha un legame genetico con il bambino: l’embrione viene formato mediante fecondazione in vitro con i gameti di uno o entrambi i committenti oppure con gameti di donatori, e poi trasferito nell’utero della gestante. Esiste anche una modalità “tradizionale”, in cui la gestante fornisce anche l’ovocita: in tal caso, oltre a portare la gravidanza, ha un legame genetico con il nato, e questo può rendere più delicata la gestione dei conflitti e delle tutele, a seconda dell’ordinamento coinvolto.

È bene però non confondere con tutte queste differenti tecniche tra pratiche diverse. Infatti, ad esempio la FIVET consente la pratica dell’“affitto d’utero” (se si vuol considerare il concepito in legame biologico con entrambi i genitori committenti), che è cosa diversa dalla “maternità surrogata”. Infatti, il primo caso è quello di un rapporto preciso tra una coppia committente e una donna che accetta la gestazione di embrione non suo, ottenuto tramite fecondazione in vitro da materiale biologico dei committenti (p. e. ovulo e spermatozoi), fecondato e trasferito nel proprio utero che funge, dunque, da utero surrogato. L’esempio più semplice di surrogazione deve infatti una coppia di coniugi priva di figli per sterilità della donna. Abbiamo, così, motivi economici oppure solidarietà a spiegazione della volontà da parte di donne a prestare il proprio organismo (perché si da “maternità surrogata” è necessario che la madre surrogata non offra soltanto il proprio utero, ma anche i propri gameti) per portare avanti una gestazione e per partorire un figlio che si accetta di non tenere per sé, ma di consegnarlo ad altri.

Tutte le culture e le società umane hanno conosciuto tentativi di controllo della procreazione attraverso l’intervento sulla fertilità. In entrambi i casi la coppia committente ha trovato l’accordo di una donna a portare avanti una gravidanza o anche a farsi ingravidare con seme della coppia, a partorire il nascituro e a rinunciare su qualunque pretesa su di lui. Un accordo dietro pagamento di un compenso (che sia economico o solo di solidarietà umana, sempre uno scambio). Tuttavia, è bene sapere che la terminologia adoperata non è univoca.

Si distinguono, in particolare:

  • Una donna (locatoria del proprio utero) che porta a termine la gestazione ricevendo l’ovulo fecondato di un’altra donna. L’ovulo appartiene a colei che desidera il figlio (madre committente e, in questo caso, anche genetica) ma può anche provenire da altra donna (terza donatrice).
  • Una donna (madre sostituta e anche genetica) s’incarica sia di fornire l’ovulo che di portare a termine la gravidanza.
  • Il caso in cui la fecondazione della volontaria avviene mediante l’inseminazione artificiale, conseguita per mezzo dell’introduzione del liquido seminale direttamente nella cavità uterina, permettendo tra l’altro la formazione dello zigote nel suo ambiente naturale (e non in vitro).

CACRM - Il Procedimento della Surrogazione HD

Il Quadro Normativo in Italia

In Italia la maternità surrogata è vietata dalla legge italiana ed è oggi punita anche se realizzata all’estero. È importante chiarire subito un punto: in Italia la pratica è vietata, ed è prevista una sanzione penale per chi “realizza, organizza o pubblicizza” la surrogazione (art. 12, comma 6, legge n. 40/2004). Negli ultimi anni, inoltre, il legislatore ha esteso la punibilità anche a fatti commessi all’estero da cittadini italiani (legge n. 169/2024).

Il Divieto e le Sanzioni

L’ordinamento italiano affronta il tema con una scelta netta: la surrogazione è vietata e penalmente sanzionata. Il riferimento è l’art. 12, comma 6, della legge 19 febbraio 2004, n. 40, che punisce chi realizza, organizza o pubblicizza tale pratica con la reclusione da tre mesi a due anni e con una multa particolarmente elevata. Con la legge 4 novembre 2024, n. 169, il legislatore ha aggiunto un passaggio decisivo: se i fatti relativi alla surrogazione sono commessi all’estero, il cittadino italiano è punito secondo la legge italiana. Tecnicamente, si tratta di una forma di punibilità extraterritoriale legata alla cittadinanza: non rileva che la pratica sia lecita nel Paese straniero in cui è stata realizzata, perché il cittadino italiano resta soggetto alla disciplina penale interna.

L’espressione “reato universale” è entrata stabilmente nel dibattito pubblico dopo la riforma del 2024, ma merita una spiegazione precisa. Con la legge n. 169/2024 il legislatore ha stabilito che, se i fatti relativi alla surrogazione sono commessi all’estero, il cittadino italiano è punito secondo la legge italiana. Non è quindi necessario che la condotta si realizzi nel territorio nazionale perché possa scattare la sanzione penale. È una scelta che rafforza il divieto già previsto dalla legge n. 40/2004. Sul piano tecnico, si tratta di una forma di estensione della giurisdizione penale fondata sulla cittadinanza.

Riconoscimento dei Bambini Nati all'Estero

Negli anni, i tribunali sono stati chiamati a misurarsi soprattutto con i casi di bambini nati all’estero, in Paesi dove la pratica è ammessa o regolamentata. Qui il nodo non è “se” la surrogazione sia consentita in Italia - perché non lo è - ma quali effetti producano nel nostro ordinamento atti e provvedimenti stranieri che attestano la genitorialità. La Corte di Cassazione, anche a Sezioni Unite (sentenza n. 12193/2019), ha affermato che il divieto integra un principio di ordine pubblico, con la conseguenza che non può essere automaticamente riconosciuto in Italia un provvedimento straniero che attribuisca lo status genitoriale al soggetto privo di legame biologico. Parallelamente, la Corte costituzionale (sentenza n. 33/2021) ha invitato il legislatore a intervenire per colmare l’attuale insufficienza di tutela del minore.

Questo assetto ha prodotto un equilibrio non sempre lineare: da un lato, l’esigenza di non legittimare indirettamente una pratica vietata; dall’altro, la necessità di garantire al minore una tutela effettiva, evitando che resti privo di uno status certo. Quando un bambino nasce fuori dall’Italia a seguito di un percorso di surrogazione, la questione centrale diventa il riconoscimento del suo status giuridico nel nostro ordinamento. La giurisprudenza ha progressivamente distinto le posizioni. In presenza di un legame genetico con uno dei genitori intenzionali, si è affermata una maggiore apertura al riconoscimento del rapporto, anche alla luce della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo sull’art. 8 CEDU e sul diritto all’identità personale del minore.

Questo non significa che il rapporto affettivo e familiare resti privo di tutela. L’ordinamento prevede strumenti alternativi, tra cui l’adozione in casi particolari ai sensi dell’art. 44, lett. d), della legge n. 184/1983, che consente di consolidare giuridicamente un legame già esistente. Si tratta però di un percorso giudiziario che richiede tempi, valutazioni e un accertamento concreto dell’interesse del minore.

La Trascrizione dell'Atto di Nascita

Il tema della maternità surrogata trascrizione atto di nascita è uno dei più ricercati e, allo stesso tempo, più complessi. Trascrivere un atto di nascita formato all’estero significa chiederne l’inserimento nei registri dello stato civile italiano, così da renderlo pienamente efficace nel nostro ordinamento. Le Sezioni Unite della Cassazione, con la sentenza n. 12193/2019, hanno affermato che il divieto interno costituisce un principio di ordine pubblico e può impedire la trascrizione nella parte in cui attribuisce lo status genitoriale al soggetto non biologico. In tali casi, la soluzione indicata non è la cancellazione del rapporto affettivo, ma il ricorso agli strumenti previsti dall’ordinamento italiano, in particolare l’adozione in casi particolari. Per le famiglie coinvolte, la fase della trascrizione non è un passaggio meramente burocratico: da essa dipendono diritti essenziali come la responsabilità genitoriale, la cittadinanza, la successione e la stabilità dei rapporti familiari.

Flusso decisionale per la trascrizione dell'atto di nascita in caso di maternità surrogata

Dibattito Etico e Sociale

Al di là del dato normativo, la discussione coinvolge profili etici e sociali che incidono anche sull’interpretazione delle norme. Una delle principali obiezioni riguarda il rischio di sfruttamento della donna gestante, soprattutto nei contesti economicamente fragili, dove la scelta di portare avanti una gravidanza per altri potrebbe essere condizionata da necessità finanziarie. Un altro profilo riguarda la posizione del minore. C’è chi teme che l’accordo tra adulti possa trasformare la nascita in oggetto di una pianificazione contrattuale troppo spinta; altri, invece, sottolineano che ciò che conta è la qualità del progetto genitoriale e la capacità di assumere responsabilità stabile nel tempo. Il dibattito non è destinato a esaurirsi rapidamente. Le differenze tra ordinamenti, la mobilità internazionale e l’evoluzione delle tecniche mediche mantengono alta la complessità del tema.

La Mercificazione del Corpo Femminile e il Rischio di Sfruttamento

Quando si affronta il tema dei pro e contro della surrogazione, il confronto tende a polarizzarsi. Tra gli argomenti favorevoli viene richiamata la possibilità di realizzare un progetto genitoriale altrimenti impossibile, soprattutto in situazioni di infertilità o per coppie maschili. Sul versante opposto, le critiche si concentrano sul rischio di mercificazione del corpo femminile e sulla possibile pressione economica esercitata su donne in condizioni di vulnerabilità. Sul piano giuridico italiano, il legislatore ha ritenuto prevalente l’esigenza di disincentivare tali dinamiche, ricorrendo allo strumento penale.

L’espressione “utero in affitto” suggerisce che non siamo in un processo medico e sociale, ma prima in un semplice atto di acquisto-vendita, nulla di più lontano dalla realtà. Per contro, c’è chi non condivide questa esaltazione della gratuità. Desiderare una GPA altruistica e senza scambi di denaro non solo è mostrare di vivere al di là del mondo reale, ma è anche un’opzione estremamente pericolosa: è solo dare l’opportunità ai delinquenti e criminali di ogni genere di schiavizzare davvero le donne e usare i loro grembi a fine di lucro. Questo secondo punto di vista sembra il più corrispondente alla realtà. Basta andare su Internet e ci si rende conto che siamo davanti alla logica di qualunque prestazione commerciale. Siamo andati su uno dei siti che la propongono, “Success”, dove si legge fra l’altro: “Noi offriamo programmi di maternità surrogata e donazione di ovociti, sperma ed embrioni, che siamo pronti ad avviare subito senza lista d’attesa, ai prezzi accessibili, con la garanzia della qualità e del successo”. E non a caso il mercato si basa sull’offerta di chi ha più bisogno. Già prima della guerra un paese dove la maternità surrogata era permessa e diffusa, attraverso agenzie private, era l’Ucraina, dove il prezzo medio di un “pacchetto” variava mediamente dai 30mila ai 50mila dollari (un quinto del suo costo negli Stati Uniti).

Filomena Gallo, Segretaria nazionale dell’Associazione “Luca Coscioni”, è nettamente favorevole. “Purtroppo c’è chi considera ancora la gestazione per altri una pratica “disumana”. Ma ci sono state e ci sono organizzazioni femministe che criticano aspramente quella che giudicano una forma di sfruttamento e di avvilimento della donna. Nel febbraio del 2016 si è tenuto in Francia un convegno per l’Abolizione universale della maternità surrogata (“Assises pour l’Abolition universelle de la GPA”), organizzato da Sylviane Agacinski, voce storica del femminismo francese, e docente all’“Ecole des hautes études en sciences sociales”. A conclusione dei lavori dell’assemblea, è stata formulata la richiesta formale perché la pratica della maternità surrogata venga proibita e resa illegale in tutto il mondo. Riassumendo le motivazioni di questa richiesta, la Agacinski, spiegava: “È stupefacente, e contrario ai diritti della persona e al rispetto del suo corpo, il fatto che si osi trattare una donna come un mezzo di produzione di bambini. Per di più, l’uso delle donne come madri surrogate poggia su relazioni economiche sempre diseguali: i clienti, che appartengono alle classi sociali più agiate e ai Paesi più ricchi, comprano i servizi delle popolazioni più povere su un mercato neo-colonialista. Inoltre, ordinare un bambino e saldarne il prezzo alla nascita significa trattarlo come un prodotto fabbricato e non come una persona umana. Anche in Italia una nota esponente femminista come Luisa Muraro, filosofa e fondatrice della “Libreria delle donne” di Milano, ha preso una posizione duramente negativa: “Non esiste un diritto di avere figli a tutti i costi, eppure ce lo vogliono far credere (…)”.

Contrasto di opinioni sulla maternità surrogata

Il "Best Interest of the Child"

Il problema della posizione del minore è centrale nel dibattito. L’interrogativo di fondo è come garantire al bambino nato tramite surrogazione una tutela effettiva, evitando che resti privo di uno status certo. La Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) ha più volte richiamato l’importanza del diritto all’identità personale del minore, che dovrebbe guidare le decisioni degli ordinamenti nazionali. In questo contesto, il principio del "best interest of the child" si contrappone alla retorica morale della mercificazione del corpo, presentandosi come un elemento decisivo nella valutazione della necessità di ammissione e positivizzazione della pratica.

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Esempi Concreti e Testimonianze

Il dibattito sulla maternità surrogata è tornato d'attualità anche grazie a un video shock, pubblicato ad aprile sui social network, che ha scatenato scalpore in tutto il mondo. Decine di bambini, allineati in una nursery improvvisata nella hall di un hotel di Kiev. Sono tutti nati da madri surrogate in Ucraina, delle gestanti a pagamento su commissione di cittadini di tutto il mondo: America, Italia, Spagna, Cina, Francia, Germania, Bulgaria, Romania, Austria, Messico e Portogallo. I loro genitori (committenti), impossibilitati a viaggiare durante il lockdown, non hanno potuto recuperarli per diverse settimane o addirittura mesi. Nella sede della società a Kiev, che registra più di 300 nascite all'anno, potenziali madri surrogate provenienti da tutto il Paese, vi si recano ogni giorno, per lasciare la propria candidatura. Il proprietario, Albert Tochilovsky, si vanta essere l'unico in Europa a garantire risultati ai clienti. "Alcune coppie scelgono il sesso del bambino", spiega a Euronews. "E' proibito in molti Paesi dell'Unione Europea, ma qui non abbiamo limiti. Spesso accusato di pratiche senza scrupoli, l'uomo è stato al centro di diverse indagini giudiziarie.

Olga Kicena, allenatrice e campionessa di body building, che vive a Vinnycja, a circa 300 km da Kiev, è stata madre surrogata per una coppia cinese. Non si è mai sentita sfruttata e il monitoraggio medico è stato impeccabile. La maternità surrogata è stata per lei un modo di cambiare la sua vita e quella della figlia tredicenne. "Ho fatto questa scelta per non dover vivere più con mia madre e per comprarmi una piccola casa", racconta. "All'inizio l'ho fatto per i soldi, è vero. Ma una volta rimasta incinta, ho sentito che stavo creando una famiglia per qualcuno. E il mio modo di vedere le cose è cambiato." Per Olga è stato "naturale" separarsi dal bambino dopo 9 mesi: "Non ho avuto sentimenti materni o emozioni, per tutta la gravidanza, sapevo che avrei dovuto darlo via", dichiara.

Céline e Maxence Roussel, una coppia francese, hanno affrontato un percorso di maternità surrogata in Ucraina. Per loro, la maternità surrogata dovrebbe essere legalizzata in Europa, così come lo sono le altre tecniche di procreazione assistita: "Per me, la maternità surrogata è una tecnica di procreazione assistita come tutte le altre", dichiara Céline. "Ci sono donne che nascono senza utero o con gravi anomalie uterine. Perché dovrebbero essere penalizzate, quando altre coppie, donne che hanno problemi con la qualità degli ovociti o uomini che hanno problemi con la qualità dello sperma, possono essere aiutate?".

René Frydman, ginecologo francese, padre scientifico del primo bambino nato con la fecondazione in vitro nel Paese, 38 anni fa, ha una posizione diversa: "Per uno come me, che ha alle spalle migliaia di parti, che ha visto e vissuto quel momento, la persona che partorisce è la madre", ci dice il medico. "E quando si entra in un sistema commerciale, ciò significa organizzazione, intermediari e sfruttamento. Per il ginecologo, la medicina non può e non deve risolvere tutto".

Sylvie e Dominique Mennesson hanno lottato per 19 anni, per essere riconosciuti come genitori legali delle figlie gemelle, nate attraverso la maternità surrogata negli Stati Uniti. Il certificato di nascita americano delle figlie non è stato riconosciuto dai tribunali francesi. Sylvie, che ha dovuto ricorrere alla donazione di ovuli a causa di una malformazione, non è stata riconosciuta come madre. L'unica opzione era l'adozione. Ma la coppia si è sempre rifiutata. "È una discriminazione tra uomo e donna, tra padre e madre", spiega Sylvie. "Dire che l'unica madre possibile sia quella che partorisce, è tornare indietro di secoli. È una sacralizzazione del parto, a scapito dell'educazione dei figli, dell'avere figli desiderati, dell'essere all'origine della nascita, di essere quella che viene chiamata madre d'intenzione." Ci sono voluti anni di procedimenti legali e una sentenza contro la Francia da parte della Corte europea dei diritti dell'uomo, per far riconoscere finalmente la coppia come genitori legali.

Andrea Simone e Gianni Tofanelli vivono a Milano con la figlia di 6 anni, Anna. Si sono sposati nel 2013 negli Stati Uniti, prima che l'unione civile per coppie dello stesso sesso fosse autorizzata in Italia. È lì che sono riusciti a creare una famiglia, attraverso la maternità surrogata. "Per noi è stato il coronamento di un sogno d'amore", racconta Andrea.

Il Ruolo della Scienza e della Tecnologia

La storia dell’umanità è sempre stata connotata dal ruolo (sempre più rilevante e importante) della tecnica, tanto a livello di vita dei grandi numeri quanto a livello di vita quotidiana. L’evoluzione tecnologica e culturale ha reso possibili diverse pratiche di procreazione medicalmente assistita (PMA). Quella stessa scienza che approfondendosi (e specializzandosi) conduce internamente alla crisi della ragione e alla presa di coscienza dei limiti del pensiero, e che esternamente conduce al cambiamento dei significati che si attribuiscono al portato esistenziale. La tecnica oggi produce quella considerazione che Hegel aveva nei confronti della morte: l’infinita potenza del negativo.

Pensare alla storia della scienza contemporanea, però, non vuol dire affidarsi alla razionalità (intrinseca) del divenire storico (la famosa astuzia della ragione), ma, al contrario, assistere al suo utilizzo per dominare tanto la natura quanto l’umanità. Infatti, la nota fondante della scienza moderna è la totale assenza di qualsiasi questione intorno alla finalità dei fenomeni fisici e alle intenzionalità conoscitive del singolo ricercatore, al punto che si può normalmente parlare di neutralità della scienza laddove, al contrario, intesa in tale modo puramente strumentale essa stessa diventa disponibile per usi di dominio tanto sulla natura quanto (sic!) sull’uomo, che della prima fa parte integrante. Questo è il fenomeno della cosiddetta cecità della scienza moderna.

I ricorso alle tecniche di PMA, infatti, se da un lato consente di ovviare a ridotte o assenti capacità generative, di realizzazione, cioè, di una delle sfere più importanti dell’umanità, la filiazione (e il perpetuarsi della specie umana), dall’altro, proprio per via della natura particolare assunto dalla (e costituzionale alla) scienza medica, produce una modificazione profonda della cultura umana, consentendo, ad esempio, che l’uomo metta finalmente le mani sull’albero della vita, dopo essersi foraggiato a quello della conoscenza. Poter creare nuove vite, o tramite l’aemulatio dei, pratica in cui consistono gran parte delle tecniche di PMA, o tramite l’innovazione della clonazione (a fini riproduttivi), suscita un vivissimo brivido lungo la schiena della civiltà occidentale, profondi dubbi intorno alle possibilità della tecnica medica, inquietanti ed angosciosi problemi intorno al limite della scienza.

Le innovazioni della biologia, e delle tecniche scientifiche relative, comportano la necessità di una riflessione approfondita da parte della teoretica e della messa a punto di un’etica specifica, che tenga conto tanto della specificità del dato e del metodo scientifici (nonché della loro autonomia) quanto dei limiti comunque presenti nei singoli casi (non tutto quel che è scientificamente possibile appare comunque lecito).

Bioetica e le Sfide del Contemporaneo

Quale bioetica? Un universo valoriale che valga erga omnes oppure una bioetica che guardi al caso singolo, e che valuti l’ethos da seguire caso per caso? Se guardiamo alla cultura umana ci accorgiamo subito come al di sotto di pratiche sociali, individuali o condivise, che si ripetono nelle medesime modalità, e che appaiono prima facie uguali tra loro e per tutti gli agenti che le realizzano, differente è, al contrario, l’insieme assiologico dei vari agenti. In altri termini, la cultura umana appare comune a tutti gli uomini, in realtà è profondamente plurale tanto rispetto ai fini e ai valori delle azioni quanto rispetto al ruolo di ciascuno nel mandare ad effetto quelle azioni.

Le moderne scienze sociali, infatti, non mancano di sottolineare come noi si viva nel tempo della frammentazione, del politeismo dei valori (Weber), della contaminazione e ibridazione culturali, come la nostra vita quotidiana non si svolga all’insegna del consensus universorum, ma sotto l’etichetta del meticciato, del multiculturalismo, della disomogeneità di ruoli e funzioni in seno alla società.

Diversità di Visioni Bioetiche

Il problema è: era così anche prima? La differenza culturale, comunque, mette capo a differenti prospettive bioetiche. E siccome il pluralismo non può condurre tout-court al relativismo che renderebbe impossibile qualsiasi scelta in ambito bioetica (così come in qualsiasi ambito “pubblico”), si deve privilegiare l’intrinseca finalità degli organismi naturali (pur distinguendo gerarchie di importanza tra “esseri viventi qualunque” ed “esseri viventi umani”), obiettivo in qualche modo condiviso dalla medicina, oppure si può innovare tale finalità nel momento in cui prioritario appare non la cura (di malattie incurabili), ma il ben-essere del paziente?

Quella appena abbozzata è solo una delle tante opposizioni tra vedute che si contendono la palma nel dibattito bioetico. L’opposizione tra due differenti visioni della vita e del valore da attribuirle. Rispettivamente, tra un’ottica che considera la vita un valore assoluto (e immodificabile), quale che ne siano le conseguenze, ed un’ottica secondo la quale è prioritaria la qualità della vita del paziente. In casi singoli, e di particolare gravità, infatti, quale possono essere i casi di “vita vegetativa”, cosa si deve privilegiare: l’alimentazione (forzata), per rispettare il valore assoluto della vita umana, oppure la cessazione di qualsiasi intervento terapeutico, perché una vita vissuta così non è degna di (essere vissuta da parte di) un essere umano? La questione, com’è facile vedere, non è da poco.

Naturale allora che la considerazione medica passasse dal salvaguardare quella finalità che si considerava naturale nello sviluppo della vita umana alla considerazione di cosa “si deve” o “non si deve” fare, sino alla considerazione di quella che è il maggior interesse (o, benessere) del paziente (se continuare a vivere soffrendo oppure se cessare di vivere e di soffrire). La prima ottica è quella consistente nella considerazione della vita in modo sacrale, l’ultima nella considerazione della vita quale miglior qualità possibile. La prospettiva intermedia, invece, è finita, col secolo XX a costituire una metodologia comune ad entrambe le altre ottiche, informando prima la considerazione metaetica (p. e. “a quali condizioni un’argomentazione bioetica è accettabile?”) e poi la ripresa dell’etica dei valori (p. e. “quali devono essere i valori informatori della bioetica?”) e del diritto naturale (costituendo, in parte, anche la cd. ripresa dell’etica applicata). Anzi, secondo alcuni è proprio l’esperienza tragica e complessa della II Guerra Mondiale a indicare l’atto fondativo della bioetica (in particolar modo, il ritorno del Giusnaturalismo e il Processo di Norimberga).

Autodisponibilità del Corpo e Limiti Etici

Il problema, dal quale dipendono in misura rilevante parecchie questioni bioetiche, è il seguente: il proprio corpo è una nostra proprietà? In altri termini, possiamo disporre di noi stessi o di parte di noi ad libitum? Teoricamente, anche cedendo, dietro corrispettivo economico parti di noi stessi? Se la filosofia fosse in grado di rispondere efficacemente e chiaramente a tale quesito la bioetica cesserebbe di esistere o, almeno, di essere il terribile terreno di scontro che è sinora. Infatti, se l’ostacolo primo ad ogni nuova pratica medica è costituito dal vincolo del rispetto dell’integrità umana, dire se l’uomo non possa disgregarsi o se, invece, possa, equivale a dire “no” o “sì” ai casi bioetici in modo finalmente chiaro (e, forse, anche definitivo).

La maternità surrogata, nel mettere a disposizione parti di sé per consentire a terz… la procreazione, tocca un nervo scoperto in relazione a questa questione. L’immagine antropologica occidentale dell’uomo quale integrità è messa in discussione dalla possibilità di un “contratto di surrogazione gestazionale” che dettagli il procedimento, le sue regole, il possibile contributo economico per le spese mediche della gestante e per l’impegnativo percorso della gravidanza da intraprendere. La questione non è solo medica o legale, ma profondamente filosofica ed etica, interpellando i fondamenti stessi della nostra concezione dell'essere umano e dei suoi diritti sul proprio corpo.

Bilancio etico delle pratiche biomediche

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