La questione se avere o meno dei figli rappresenta, per molte donne contemporanee, una delle decisioni più complesse e stratificate della vita adulta. Non si tratta solo di una scelta biologica, ma di uno spazio emotivo in cui convivono infelicità e speranza, realizzazione di sé e smarrimento. Ed è da questo assunto, a tratti paradossale, che scaturisce uno degli sguardi più originali e potenti degli ultimi anni su un tema che suscita prese di posizione sempre più inconciliabili. Il libro Maternità di Sheila Heti, pubblicato da Sellerio nella traduzione di Martina Testa, si inserisce perfettamente in questo solco, offrendo un’indagine che oscilla tra il romanzo autobiografico, il saggio intimo e l’umoristica indagine filosofica.

Il cuore del dilemma: tra destino biologico e libertà individuale
La narratrice Sheila, avvicinandosi ai quarant’anni, si ritrova a ponderare una scelta che le appare difficilissima. Accanto a lei, la maggioranza delle amiche sta considerando la possibilità di avere un figlio o l’ha già avuto. Il dubbio si insinua come un tarlo, cresce a dismisura, svanisce e ricompare, monopolizzando il suo quotidiano, il suo lavoro e la sua relazione sentimentale con Miles. «Se voglio figli o meno è un segreto che nascondo a me stessa: è il più grande segreto che nascondo a me stessa», confessa la protagonista, rendendo palese quanto il desiderio - o la sua assenza - sia un groviglio di forze contrastanti.
Il tema centrale non è la semplice opposizione tra il voler essere madri e il voler restare childfree. Al contrario, il libro interroga le origini stesse di questo desiderio: è una spinta autentica o il risultato di sovrastrutture e pressioni culturali? Sheila si chiede se per lei non sia la risposta a una generica pressione sociale, il desiderio di provare al mondo che il suo corpo funziona, che può avere tutto - lavoro, figli, gloria. Si tratta di un interrogativo che tocca da vicino le "costrizioni invisibili" che pesano ancora pesantemente sul genere femminile.
La struttura del pensiero: oltre la linearità
L’impianto narrativo di Maternità non segue una linea retta. È un flusso di coscienza che somiglia più a una ruminazione incessante che a una storia tradizionale. La protagonista interroga l’I Ching - antica tecnica divinatoria cinese - e si affida al caso beffardo di un lancio di dadi. Queste pratiche, unite ai sogni ricorrenti e allo scrutinio insistito del proprio corpo, conferiscono al romanzo una dimensione simbolica. Come sottolineato da diversi critici, il libro non cerca di svelare un mistero, poiché non vi è una risoluzione finale che possa dirsi "giusta" o "moralmente accettabile".
Sheila Heti crea uno spazio letterario in cui tutto ciò che avviene è analizzabile. La scelta di utilizzare un alter ego permette all’autrice di muoversi in un territorio ostile, cercando una nuova maturità come artista e come donna. La scrittura non diventa mai sentimentale, mantenendo un equilibrio raro tra temperatura emotiva e rigore del pensiero. È un’opera che sfida il lettore a considerare l’esperienza del non avere figli non come una mancanza - un "senza" - ma come una condizione piena e compiuta in se stessa.

Un confronto generazionale e storico
Il racconto di Sheila si intreccia profondamente con le esperienze di sua madre e della nonna, Magda, una donna le cui vicende - segnate dallo sterminio nazista - portano con sé un’eredità di dolore che la protagonista cerca di elaborare. La maternità, in questo contesto, diviene uno spazio di confronto animato da madri e figlie, una riflessione su cosa venga realmente tramandato di generazione in generazione.
Il libro pone interrogativi di ampio respiro: «Voglio forse dei figli perché desidero essere ammirata come il tipo di donna ammirevole che ha dei figli?». Oppure: «C’è una sorta di tristezza nel non desiderare le cose che per tante altre persone danno senso alla vita?». La voce narrante si interroga anche sull'iniquità del tempo: l'orologio biologico che ticchetta per la donna contro il tempo apparentemente infinito che la società concede all'uomo per realizzarsi.
Storie del XXI secolo
Critiche e prospettive diverse sul testo
Nonostante l’apprezzamento per l’originalità, il libro non manca di sollevare polemiche. Alcuni lettori e critici hanno sottolineato come l’impianto narrativo risulti talvolta sconclusionato o, viceversa, troppo focalizzato sulle nevrosi del personaggio. C’è chi sostiene che l’autrice, pur volendo affrontare il tabù della maternità, finisca per ricadere in alcuni luoghi comuni o per rendere la protagonista una figura di difficile immedesimazione, a causa di una fragilità che rasenta il delirio paranoico.
Le critiche più aspre si concentrano sulla rappresentazione del partner, Miles, descritto da alcuni come una figura maschile che incarna un profondo disprezzo per la questione e una scarsa empatia, rendendo la dinamica di coppia un nodo di incomprensione costante. Inoltre, l’uso del termine "Maternità" come titolo è stato discusso: alcuni lo vedono come un'operazione di marketing che sfrutta la scia dei nuovi femminismi, mentre per altri è la definizione corretta di un parto intellettuale, dove il libro stesso diventa il "figlio" nato dall'artista.
Oltre il dato biografico: l'universale attraverso il particolare
Ciò che rende Maternità un’opera significativa è la sua capacità di trasformare una condizione individuale in una riflessione universale sulla temporalità e sulla traccia che vogliamo lasciare nel mondo. Se per molte donne la maternità resta un atto biologico fondamentale, per la protagonista essa diventa un atto magico e, al contempo, una scelta che deve poter sussistere senza dover rispondere ad alcun imperativo sociale.
Heti non tenta di convincere le lettrici a non procreare, né di spingerle verso la maternità. La sua ricerca è tesa a evidenziare quanto sia coraggioso, oggi, decidere di tracciare la propria rotta ignorando le pressioni esterne. Il libro ci ricorda che le decisioni mentali sono ben poca cosa se non accompagnate dalla vita che "vuole" accadere. In questo senso, Maternità rimane un documento vibrante di un’epoca in cui la definizione di "donna" sta subendo un processo di riscrittura radicale, in cui le regole non scritte vengono finalmente messe in discussione con onestà, ironia e, soprattutto, senza il timore di risultare "scomode".