La Maternità nell'Arte Italiana: Tra Simbolismo Pittorico e Prestigio della Porcellana di Capodimonte

Il tema della maternità, nella sua profondità universale e nelle sue molteplici sfaccettature, ha da sempre affascinato gli artisti, trovando espressione in una vasta gamma di forme e tecniche. Dall'intima rappresentazione della Vergine con il Bambino nella tradizione cristiana ai ritratti laici intrisi di simbolismo, fino alle creazioni artigianali di altissima qualità, l'arte italiana ha esplorato questo soggetto con una ricchezza e una complessità uniche. Questo articolo si propone di indagare il significato e la storia di opere che, seppur diverse per contesto e realizzazione, si uniscono sotto l'ombrello concettuale della maternità, esplorando in particolare la rivoluzionaria "Maternità" dipinta da Gaetano Previati e le celebri sculture in porcellana di Capodimonte, per poi allargare lo sguardo al simbolismo più ampio della figura femminile e familiare nell'arte rinascimentale.

La Porcellana di Capodimonte: Un Simbolo di Eccellenza Artigianale

La porcellana di Capodimonte è l'esempio più alto e perfetto nel campo della ceramica artistica italiana. Essa è anche uno dei prodotti artistici artigianali più apprezzati al mondo grazie alla maestria della lavorazione e alla cura dei dettagli. Il nome “Capodimonte” è legato essenzialmente alla città di Napoli e, in particolare, al regno di Carlo III di Borbone che, nel 1743, fece costruire una fabbrica su una collina nei pressi del palazzo reale intitolato a Capodimonte. La Real Fabbrica di Capodimonte nacque così, e la sua produzione fu considerata in seguito addirittura superiore a quella tedesca e francese.

Nel Settecento, alcune personalità di spicco diedero un importante contributo alla composizione dell’impasto della porcellana, migliorandone la qualità. Tra questi, si annoverano lo scultore Giuseppe Gricci, il chimico Livio Vittorio Scherps e il decoratore Giovanni Caselli. Il periodo più florido della Real Fabbrica di Capodimonte si colloca certamente nell’ultimo ventennio del XVIII secolo. In quel frangente, nacque una vera e propria scuola d’arte guidata da Domenico Venuti, che diede vita a preziosissimi servizi di porcellane. Questi capolavori sono attualmente conservati al Museo di Capodimonte. Oggi, la Real Fabbrica di Capodimonte è diventato uno dei maggiori musei di Napoli, custode dei pezzi più celebri della tradizione partenopea.

Tra le molteplici espressioni artistiche di questa pregiata manifattura, si annoverano anche sculture dedicate al tema della maternità. Una "Maternità in porcellana di Capodimonte" è una scultura policroma che raffigura questo intimo legame. Spesso, queste opere presentano una base in bronzo con piedini a foggia di conchiglia. Le caratteristiche di una scultura di "Maternità Carpiè Manifattura Capodimonte", databile alla seconda metà del Novecento, includono l'origine da Napoli, Campania, Italia e il materiale di porcellana. L'altezza di tali opere può essere di circa 28 cm, con una larghezza di 17 cm e una profondità di 18 cm. La firma dell'autore è incisa e il marchio della manifattura dipinto sulla base. Questi oggetti, pur presentando a volte piccoli segni di usura, sono generalmente in buone condizioni e testimoniano la continuità di un'arte che, attraverso i secoli, ha saputo mantenere il suo prestigio e la sua capacità di rappresentare temi universali con ineguagliabile raffinatezza.

Scultura in porcellana di Capodimonte raffigurante la Maternità

La "Maternità" di Gaetano Previati: Un Manifesto del Simbolismo Italiano

Il dipinto intitolato "Maternità" di Gaetano Previati, realizzato tra il 1890 e il 1891 circa, è un'opera monumentale ad olio su tela, con dimensioni di 177 x 411,5 cm, che segnò un momento cruciale per l'arte italiana. Gaetano Previati espose questa "Maternità" alla prima Triennale di Brera nel 1891. Il Simbolismo, grazie a quest'opera, compariva per la prima volta nell’arte ufficiale italiana. L’opera suscitò immediatamente un dibattito a causa delle implicazioni simboliche del tema.

Previati si formò presso l’Accademia di Brera. Suo insegnante fu Giuseppe Bertini, un artista romantico. Inizialmente, dipinse opere di carattere storico, per poi passare alla Scapigliatura e, in seguito, al divisionismo. Gaetano Previati iniziò a lavorare al dipinto nel settembre del 1890. A differenza di Segantini e Seurat, Previati propose una maggiore fusione tra figura e ambiente. Egli si concentrò sull’atmosfera psicologica per ottenere una risposta emotiva nello spettatore. Tale interesse derivava dalla sua adesione alla Scapigliatura negli anni Ottanta dell’Ottocento.

Nel dipinto "Maternità", Gaetano Previati fa riferimento al tema cristiano della Vergine con il Bambino. Tuttavia, il tema tradizionale della Maestà è interpretato in chiave laica e simbolista. I riferimenti alla purezza di Maria rimangono il velo bianco e i gigli. Gli anemoni violetti che crescono ai piedi della Madonna rappresentano la breve vita di Cristo, in quanto il delicato fiore dell’anemone è destinato ad appassire velocemente. Previati rappresentò il concetto di amore materno con un linguaggio laico. Grubicy, il suo gallerista, definì questa operazione "pittura di idee". Previati attinse, così, alle immagini dell’inconscio prive di connotazioni religiose. Egli dipinse la Madonna e il Bambino circondati dagli angeli, creando una scena di profonda risonanza emotiva.

Gaetano Previati, Maternità, 1890-1891

Il dipinto è ambientato in un paesaggio esterno. Una giovane madre è seduta a sinistra del dipinto, la schiena appoggiata ad un piccolo albero di melarancio. La giovane culla e allatta il bambino, protetto dal suo abbraccio. Indossa un velo bianco sul capo e un abito blu. Intorno a loro vi sono alcuni angeli dalle grandi ali e vesti bianche. I tre angeli di sinistra sembrano riposare e appoggiano il capo sulle mani. L’angelo di destra, invece, è inquadrato di spalle e anch'esso sembra dormire. Infine, un altro angelo è accasciato sul sepolcro coperto da erba verde; la sua posizione esprime disperazione e abbandono.

"Maternità" è un dipinto monumentale realizzato mediante piccole pennellate filamentose. I colori sono accostati puri sulla tela. Il dipinto è suddiviso su tre fasce cromatiche: la parte alta, il cielo, è risolta con un azzurro tendente al grigio. La fascia centrale, invece, rappresentata dalle figure, tende a grigio argento. Infine, la parte inferiore è occupata dal prato. I contrasti di luminosità sono piuttosto deboli. La prospettiva geometrica non contribuisce a costruire lo spazio, che viene organizzato grazie alla disposizione delle figure in primo piano. Il celebre dipinto di Gaetano Previati è di forma rettangolare con orientamento orizzontale. La sua inquadratura ampia permette una vista panoramica della scena. Infatti, gli Angeli e la Madre con il Bambino occupano l’intera larghezza del dipinto, mentre al cielo è riservata una limitata porzione in alto. Nella fascia centrale, infine, sono collocate le figure che si succedono ritmicamente da sinistra a destra.

In precedenza, nel 1885, Gaetano Previati dipinse una tela di modeste dimensioni, 56 x 100 cm, anch'essa intitolata "Maternità". L’opera giunse alla Gam di Milano grazie al legato di Isaia Zancone del 1931. In questo dipinto, la Madonna è seduta nella parte sinistra, in alto, e tiene tra le braccia il Bambino nudo. È circondata da angeli dalle grandi ali scure e argentate. La Vergine indossa un abito blu cobalto e un velo bianco sul capo. La scena è ambientata all’interno di un solare paesaggio. Il tema della Maestà tra i gigli sarà ripreso dall’artista anche nella "Madonna dei gigli" del 1893. Nella "Maternità" del 1885, lo stile è quello utilizzato da Previati negli anni della Scapigliatura. Infatti, le pennellate vigorose e separate contribuiscono a determinare una pittura degli affetti.

Il dipinto "Maternità" è simile ad una composizione musicale. L’artista utilizzò la tecnica divisionista per dissolvere i contorni delle figure. Inoltre, ricorse ad un’unica tonalità di colore che contribuisce a rendere meno realistica la scena. Questa sua visione artistica si discosta da quella di Giovanni Segantini, che espose l’opera intitolata "Le due madri". Il dipinto di Segantini affronta il tema della maternità in chiave verista pastorale e non suscitò alcuna critica, poiché tale rappresentazione, per tema e per tecnica, rispondeva al gusto corrente. La "Maternità" di Previati, con il suo linguaggio simbolista e laico, rappresentò una vera e propria innovazione, spingendo i confini dell'espressione artistica del suo tempo.

Gaetano Previati: vita e opere in 10 punti

Simbolismo, Maternità e Ritratto nell'Arte Italiana: Prospettive Storiche e Iconografiche

Già a partire dal periodo tardo-gotico, l’arte era uscita fuori dalle chiese ed era comparsa negli spazi privati dei nobili e della emergente borghesia cittadina. Con il Rinascimento, il tema della centralità dell’uomo e il rinnovato interesse verso il mondo naturale influiscono significativamente sull’arte, determinando, tra l’altro, anche il fiorire di nuovi generi come il ritratto. Il ritratto rinascimentale non era mai una mera riproduzione delle fattezze esteriori della persona raffigurata, ma comportava sempre un elemento simbolico e idealizzato, che facesse riferimento al prestigio sociale del soggetto o denotasse le sue qualità morali o le capacità che avevano determinato il suo successo. Piccoli oggetti mobili potevano rivelare, grazie alla loro precisa scelta e posizione, qualcosa in più del soggetto, soprattutto riguardo alla sua interiorità. Come quella medievale, anche l’arte rinascimentale è immersa in un mondo di simboli, del quale continuano a far parte le figure animali.

Leonardo da Vinci e la "Dama con l'Ermellino": Innovazione e Simbolismo Celato

Se il grande Michelangelo Buonarroti, interessato principalmente alla figura umana, disdegnò di rappresentare degli animali nelle sue opere, i dipinti e soprattutto gli studi di Leonardo da Vinci sono invece ricchi di figure animali e vegetali. A volte egli passava intere giornate a osservare gatti, uccelli, pesci e altra fauna acquatica, a studiare, disegnare e misurare dal vero le proporzioni dei cavalli. Mentre in passato il compito dell’artista era quello di imparare certi antichi schemi corrispondenti ai principali personaggi della storia sacra e adattarli a combinazioni sempre nuove, con il Quattrocento il mestiere dell’artista richiedeva una diversa abilità, cioè quella di compiere studi dal vero, usando un taccuino su cui eseguire schizzi di piante, animali e corpi umani.

"La Dama con l’ermellino" è una delle opere più famose di Leonardo, realizzata a Milano, dove il pittore si era recato nel 1482 ed era stato assunto come ingegnere militare presso la corte di Ludovico Sforza detto il Moro. L’opera raffigura la nobildonna Cecilia Gallerani, all’epoca sedicenne favorita del Moro. Cecilia è bellissima, elegante e, nonostante la giovane età, molto colta e di forte temperamento. Il dipinto che la vede protagonista è per molti critici il primo ritratto moderno della storia dell’arte, simbolo dello straordinario livello artistico raggiunto da Leonardo durante il suo primo soggiorno milanese. In esso, l’artista riesce infatti a cogliere e a raccontare un frammento di vita della giovane donna, a cogliere l’attimo fuggente del variare di uno stato d’animo, di uno di quelli che il pittore chiama “moti mentali”.

Cecilia è colta e raffinata, il suo sguardo è aristocratico e intelligente, ma ciò che colpisce di questo ritratto è in particolare la posa della donna. Cecilia guarda altrove, escludendo lo spettatore dall’opera. Ella sembra volgersi come per osservare qualcuno che sta entrando nella stanza, e al tempo stesso ha la solennità imperturbabile di un’antica statua. La luce investe e dà grande risalto alla mano, con le lunghe dita affusolate, nervose e aristocratiche, che accarezzano l’animale, testimoniando la sua delicatezza e la sua grazia. La donna è vestita secondo l’ultima moda del tempo; il suo abbigliamento è signorile, elaborato e curatissimo, sebbene non eccessivamente sfarzoso. L’unico gioiello che indossa è una lunga collana di perle scure.

In realtà, secondo molti studiosi, l’animale raffigurato non è un ermellino, ma un furetto, che è di una specie affine e sicuramente più addomesticabile e meno mordace. La scelta di questo piccolo predatore sottintende un sottile gioco linguistico: in greco ermellino è detto galé, termine che per assonanza richiama il cognome Gallerani. Questo animale era anche uno dei simboli scelti da Ludovico il Moro per il proprio casato, in quanto era stato insignito dal Re di Napoli del prestigioso titolo onorifico di cavaliere dell’Ordine dell’Ermellino. Vi è corrispondenza tra il punto di vista di Cecilia e quello dell’animale; esso infatti sembra identificarsi con la fanciulla, per la comune espressione intensa e cristallina, per gli sguardi che convergono verso la stessa direzione, per l’armonia delle due figure. L’equivalenza tra le loro pose sottolinea la similitudine tra le migliori qualità dell’animale e le virtù della donna che, grazie all’associazione con l’ermellino, viene presentata come una persona onesta, virtuosa, pura, ma anche nobile d’animo e di sentimenti.

Secondo il critico Federico Zeri, i due ritratti femminili di Leonardo di quest’epoca milanese, "La Dama con l’ermellino" e "La Belle Ferronière", sono anche straordinari per i modi in cui è raffigurata la donna, in quanto ella è qui rappresentata sullo stesso livello mentale, intellettuale e spirituale dell’uomo. Non ci sarà più, nell’epoca successiva, il perfetto equilibrio morale e spirituale che troviamo nei due ritratti di Leonardo. Secondo Zeri, "La Dama con l’ermellino" è un meraviglioso microcosmo, un capolavoro di intuizione psicologica, uno dei quadri più belli mai dipinti. Leonardo riusciva a trasferire nei suoi quadri i pensieri, le emozioni e i sentimenti dei personaggi ritratti, che venivano espressi dai gesti e dalle espressioni dei soggetti. Attraverso la pittura, infatti, egli voleva rendere manifesti quelli che chiamava “i moti dell’anima”.

Ma come poteva rendere ciò? Le grandi opere dei maestri del Quattrocento italiano, nonostante il loro disegno rigoroso, spesso soffrono, come afferma il Gombrich, di una certa legnosità, cioè di una rigidità che fa somigliare le figure a delle statue, piuttosto che ad esseri vivi. In vari modi i pittori avevano tentato di superare questa difficoltà. Il Botticelli, per esempio, accentuava il movimento dei capelli e delle vesti, così da rendere meno rigido il contorno. Ma solo Leonardo trovò la vera soluzione al problema: “il pittore deve lasciare allo spettatore qualcosa da indovinare; se i contorni non sono delineati rigidamente, se si lascia un poco vaga la forma come se svanisse nell’ombra, ogni impressione di rigidezza e di aridità sarà evitata. Questa è la famosa invenzione leonardesca detta ‘lo sfumato’: il contorno evanescente e i colori pastosi fanno confluire una forma nell’altra lasciando sempre un margine alla nostra immaginazione” (Gombrich).

Il "Ritratto di Dama con ermellino" fu acquistato alla fine del Settecento dal principe polacco Adam Czartoryski e donato al museo privato della madre Isabella nel castello di Pulawy. Qui venne probabilmente aggiunta l’iscrizione "La bele Feronière - Leonard d’Awinci". Il principe riteneva infatti di aver acquistato un altro quadro del pittore: "La Belle Ferronière", appunto, oggi al Louvre. Dimenticata l’attribuzione a Leonardo, l’opera venne riassegnata al maestro solo alla fine del XVIII secolo.

Vittore Carpaccio e le "Due Dame": Allegorie di Virtù Matrimoniale

Lo straordinario quadro "Due Dame" di Vittore Carpaccio, pittore di origini venete vissuto a cavallo tra Quattrocento e Cinquecento, è una delle opere più enigmatiche della pittura rinascimentale, esposto nel Museo Correr di Venezia. Lo studioso dell’arte Giandomenico Romanelli nel 2003 ne ha anche ricostruito la rocambolesca vicenda nel suo libro "Il mistero delle Due Dame". Bello, ma misterioso. Sì, perché questo dipinto contiene degli enigmi, che a partire dalla metà dell’Ottocento hanno dato vita a contrastanti interpretazioni: chi sono le due eleganti dame raffigurate? che cosa fanno? quale segreto si cela dietro il loro sguardo assorto? perché il cane davanti a una di loro è tagliato? A queste domande sono state date spesso risposte fantasiose.

Ma torniamo alla storia del dipinto. Nel 1944, nella Roma appena liberata, il giovane architetto Busiri Vici si imbatté casualmente, in una bottega di antiquariato, in una tavola dipinta, coperta da una densa patina di sporcizia, ma singolare per via di alcuni elementi insoliti presenti nel soggetto raffigurato (una scena di caccia agli uccelli acquatici): in primo piano, in basso, appariva un grande giglio bianco, che si protendeva sulle acque della laguna. Dalle ricerche che condusse, l’architetto comprese che si trattava dell’opera del Carpaccio "Caccia in valle", ma dopo un po’ la tavola sparì dalla bottega dell’antiquariato e se ne ritrovarono le tracce solo nel 1972, quando rispuntò all’interno del Getty Museum di Los Angeles.

A quel punto era già chiaro che le due tavole facevano originariamente parte di un pannello unico, sebbene separate almeno prima del XIX secolo. Questa ricostruzione permette di ribaltare anche l’interpretazione del dipinto. Non più sensuali e oziose cortigiane, le due dame vengono restituite all’onore di signore per bene della buona società veneziana della fine del Quattrocento. Esse sono probabilmente madre e figlia, sedute entro il recinto marmoreo di una terrazza in attesa che i famigliari tornino dalla caccia, circondate da oggetti e presenze che sono un trionfo di allegorie moraleggianti, simbolicamente attribuibili sia a Venere che alla Vergine Maria, con il preciso scopo di sottolineare la virtù delle dame e del matrimonio, elementi fondamentali in una società che aveva le sue radici nella famiglia e nella maternità.

È soprattutto la giovane donna che concentra in sé il maggior numero di significati simbolici. Le sue virtù di sposa promessa appaiono minuziosamente concatenate in tutti gli oggetti e animali che le sono spazialmente più prossimi, allineati sulla balaustra o posti ai suoi piedi: il matrimonio è richiamato dal mirto nel vaso a destra, che nella letteratura classica era definita coniugalis, e dalle due tortore, che simboleggiano un solido legame coniugale. Anche l’arancia fa parte, come si sa, del simbolismo matrimoniale, in quanto dono delle spose. La pavoncella rappresenta la fecondità della coppia sposata, mentre il pappagallo, solitamente associato a Maria per il suo verso “ave”, riferito all’Annunciazione, qui simboleggia il destino della donna come sposa. Il candido fiore del giglio, che si trova nella tavola del Getty, indica la purezza virginale e richiama il dono dell’Arcangelo Gabriele a Maria nell’Annunciazione; esso è, inoltre, punto d’incontro tra l’allegoria matrimoniale e la scena di caccia. Il vaso di maiolica in cui si trova reca impresso lo stemma araldico della famiglia veneziana Torella. Anche le perle, che ornano il collo e i vestiti delle dame, sono simbolo di castità e rispetto verso il marito.

I due cani, con il duplice significato tradizionalmente loro associato di fedeltà e vigilanza, tenuti dalla donna più anziana, sottintendono che a questa spetta il compito di custodire la giovane sposa e garantirne l’onore e l’onestà. Il levriero infatti è mostrato ringhiante e minaccioso, mentre il più piccolo, tutto bianco, guarda con aria altera e severa lo spettatore. Ecco dunque svelato il mistero: si tratta del dispiegamento di tutta una simbologia legata alla castità e alla fedeltà matrimoniale vissute nell’attesa.

Vittore Carpaccio, Due Dame e Caccia in valle (ricostruzione)

Raffaello e il "Ritratto di Giovane Donna con l'Unicorno": Mutamenti e Riscoperte Simboliche

Un altro esempio di come il simbolismo e i temi legati alla femminilità e alla maternità siano stati rappresentati e interpretati nell'arte, spesso attraverso stratificazioni e rimaneggiamenti, è il "Ritratto di Giovane Donna con l'Unicorno" di Raffaello. Questo dipinto ha una storia alquanto singolare. Eseguito da Raffaello, ha tuttavia subito negli anni successivi una serie di rimaneggiamenti. Da una foto risalente al 1930, si può vedere chiaramente che, prima del restauro eseguito nel 1934-36, l’unicorno non c’era; al suo posto era raffigurata una ruota, le spalle della donna erano coperte da un mantello e il titolo del quadro indicava che il personaggio raffigurato era Santa Caterina d’Alessandria.

Nel corso del restauro si scoprì che sotto lo strato superficiale, di grossolana fattura, l’immagine era ben diversa. L’ipotesi più probabile è che l’opera fosse originariamente un ritratto, commissionato a Raffaello in previsione di un matrimonio e per qualche motivo lasciato incompleto dall’Urbinate. Secondo i dati emersi dall’esame radiografico, emerge che nel primo strato, quello sicuramente attribuibile a Raffaello, la dama era dipinta senza alcun animale in grembo. Poco dopo, con un disegno eseguito sulla pittura preesistente, venivano aggiunti, probabilmente da Giovanni Antonio Sogliani, altri elementi, tra i quali le maniche del vestito e un animale nel grembo della donna. Nel terzo strato, cui si fece ricorso qualche anno dopo, probabilmente a causa del danneggiamento del cane, veniva sovradipinto l’unicorno, simbolo di verginità.

L’iconografia del ritratto è un altro enigma non risolto: il personaggio è ancora senza nome, anche se più volte si è proposto quello di Maddalena Strozzi, sposa di Angelo Doni dal 1503, ritratta ancora in seguito da Raffaello nel dipinto conservato negli Uffizi di Firenze. La scelta dell’unicorno come simbolo di purezza virginale era perfettamente legittimo come attributo di una promessa sposa, ma non così consueto, agli inizi del Cinquecento, come lo era stato in epoca tardo-gotica nell’ambito della cultura cortese. Come attributo della sposa era più consueto scegliere il cane, simbolo di fedeltà; e in effetti, in precedenza, era stato dipinto proprio un cane, cui fu sovrapposta in un secondo momento la figura del liocorno.

L’unicorno che la donna porta in grembo, simbolo di verginità, è legato alla tipologia del ritratto nuziale. Di questo animale fantastico ci parla la letteratura cortese e cavalleresca. Nei bestiari medievali esso è descritto come una bestia inavvicinabile, indomabile e difficile da catturare. Ma se l’unicorno sente il profumo di una fanciulla vergine, allora si inginocchia davanti a lei umilmente e si addormenta tra le sue braccia. Pertanto, la rappresentazione di un unicorno accanto ad una giovane ne simboleggia la purezza virginale e per trasposizione l’unicorno diventa simbolo di Castità. Anche i gioielli indossati dalla fanciulla fanno propendere per l’interpretazione del quadro come dipinto nuziale, in particolare la perla scaramazza del pendente è un riferimento simbolico alle virtù coniugali e al candore virginale della sposa.

Secondo la consuetudine del tempo, i ritratti delle promesse spose venivano commissionati soprattutto in occasione del matrimonio. Spesso, sul grembo della fanciulla veniva raffigurato un cagnolino - l’unicorno del quadro di Raffaello e l’ermellino di Leonardo, che non era legato a sponsali, sono due casi atipici - in segno di castità e fedeltà, principi fondamentali su cui si reggeva la famiglia patriarcale. Questi principi, oltre a un valore morale, possedevano soprattutto un valore economico, se si pensa che l’unione nuziale nel Rinascimento era innanzitutto un contratto nel quale venivano menzionate crude cifre e proprietà immobiliari, accompagnato da una serie di atti rituali. Il matrimonio offriva la possibilità di contrarre alleanze vantaggiose con altre famiglie. Alle figlie veniva chiesto di rinunciare a due rivendicazioni: quella sulla proprietà paterna al di là della dote, e quella ad una libera scelta sessuale. I genitori sceglievano i mariti per le figlie e ne negoziavano la sistemazione economica per lo più senza che queste intervenissero. Questa prospettiva storica rivela come anche il tema della maternità, intesa come funzione sociale e riproduttiva all'interno del matrimonio, fosse profondamente intrecciato con dinamiche economiche e culturali, oltre che simboliche. Un esempio ulteriore di quadro nuziale in cui la fanciulla è raffigurata con un cagnolino in braccio può essere rinvenuto in opere del 1538 di G…, a testimonianza di una prassi iconografica consolidata nel tempo.

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