Il Carnevale, la Maschera e il Sé: Un Viaggio Tra Storia, Psicologia e Identità Profonda

Siamo alle porte di una delle feste pagane più attese e suggestive dell’anno, dove ogni luogo e persona si colora e si traveste a suon di trombette e fischietti, coriandoli e stelle filanti. Le maschere vi sono protagoniste e l’invito alla vestizione è ciò per cui, soprattutto i più piccoli, investono le loro fantasie più sfrenate. Personaggi televisivi, protagonisti di cartoni animati, fumetti e supereroi diventano modelli e stereotipi assoluti da personificare e meglio rappresentare in un contesto pronto ad essere scenografato e plasmato a tema ed epoche varie ed eventuali. Tutto ciò con il solo scopo di abbandonarsi alla piacevolezza della goliardia e di un disinibito divertimento che pare potersi concedere solo una volta l’anno. È come se all’improvviso, di consueto, si decidesse per poco tempo di cambiare i propri panni per vestirne altri più comodi, seppur figurativamente, più accattivanti, mossi dall’esigenza di alleggerirsi dal peso di quelli che sono i ruoli di tutti i giorni, le consuetudini, le regole, i doveri… la normalità… e fare, così, il proprio ingresso in una realtà che, apparentemente, può sembrare virtuale e immaginativa, ma che, invece, può rivelare molto sul proprio modo di essere e idealmente di chi si vuol, inconsciamente, poter essere. Al di là dell’aspetto giocoso del Carnevale, non bisogna dimenticare che questa festa ha origini molto antiche e molteplici sono i significati ad essa attribuibili.

Maschere tradizionali di Carnevale

Le Radici Antiche del Carnevale: Tra Storia e Simbolismo

L’etimologia della parola “Carnevale” è controversa. La teoria più accreditata è che derivi dal latino “carnem levare”, ovvero “eliminare la carne”, infatti questa festività si conclude con il Martedì Grasso, giorno che precede la Quaresima, un periodo di digiuno e di astinenza dalla carne. Un’altra teoria sostiene che questa parola deriva da “carrus navalis”, che significa “carro navale”. Non si hanno fonti certe sull'origine esatta del termine; c’è chi fa risalire il termine anche a “carne vale” (carne, addio) per alludere al periodo di digiuno quaresimale che prepara alla Santa Pasqua nella religione cattolica.

I primi riferimenti al Carnevale risalgono proprio all’antica Roma, in quanto sono state evidenziate alcune usanze che si attuavano mentre si celebravano i Saturnali, una festa in onore del dio Saturno. Uno dei significati del Carnevale, di impronta pagana, riguarda proprio il festeggiamento, ai tempi dei romani, di Saturno. Il significato del Carnevale spiegato ai bambini potrebbe proprio partire dal racconto di questa antica festa per la quale si ricorreva al rituale del mascheramento. Durante i Saturnali, le regole sociali venivano sovvertite; in questa occasione, gli schiavi potevano prendere il posto dei padroni. Tra gli schiavi veniva eletto un princeps, una sorta di caricatura della classe nobile, che veniva vestito con una maschera buffa e colori sgargianti, tra cui il rosso, il colore degli dei. Era la personificazione di una divinità infera che proteggeva le anime dei defunti e le campagne (ibidem). L’interessante risvolto sociale della celebrazione implicava un ribaltamento dell’ordine sociale del tempo, in una dimensione di “sfogo e follia”. I padroni servivano banchetti ai servi e ci si scambiava doni senza far caso al grado sociale di appartenenza. Per spiegare il Carnevale di oggi ai bambini, i genitori possono raccontare che anche adesso avviene la stessa cosa di un tempo.

Questa festività assume anticamente la connotazione di una grande festa della fecondità della terra che doveva levarsi dal sopore invernale per nutrire il bestiame e di conseguenza gli esseri umani, secondo riti intrisi di danze, allegre mascherate, riso e burle. Questo tempo di “spasso e baldoria” rendeva più ameno il passaggio stagionale dall’inverno alla primavera, lasciando che ci si facesse coinvolgere da giorni all’insegna della sregolatezza, gioia sfrenata e grandi banchetti. Nel Medioevo si narra, infatti, che il Re Carnevale garantisse questo tempo di sospensione dalle normali attività, leggi e doveri, in nome dell’idea che almeno una volta all’anno fosse concesso trasgredire e uscir fuori di senno. Motivo per cui, per l’appunto, era conosciuta anche come “festum stultorum”, letteralmente festa dei pazzi, ad indicare proprio quello specifico periodo dell’anno in cui era “giustificato” staccare un po’ la spina dal lavoro e dalle incombenze quotidiane.

Il Carnevale e il Ruolo della Maschera: Dalla Trasgressione all'Identità

Il Carnevale è una festa che si celebra in molte culture del mondo, ma in modi differenti. La maschera, in particolare, fornisce un’opportunità per nascondere la propria identità sociale e sperimentare nuovi modi di essere. È interessante raccontare ai bambini la storia della maschera di Arlecchino, con la quale da sempre il Carnevale di Venezia si identifica. Hegel affermava che l’uomo sentisse il bisogno di avere un’identità significativa e di essere riconosciuto dagli altri. Far parte di una comunità che conferisce un’identità, non solo crea legami sociali, ma contribuisce anche a dare un senso di sé (Langman & Ryan, 2009). Secondo la Teoria dell’identità sociale di Tajfel e J.C. Turner, citata da Hogg (1995), noi definiamo noi stessi in base alle categorie sociali alle quali apparteniamo, come per esempio la nazionalità. Queste categorie forniscono una definizione di chi siamo sulla base delle caratteristiche distintive di quella categoria, diventando parte integrante del nostro concetto di sé. Successivamente, alcuni autori come Skrimshire (2006) hanno ripreso questa teoria e l’hanno associata al Carnevale. Infatti, Skrimshire cita l’antropologo Scott, il quale sostiene che il Carnevale è un periodo in cui le persone possono sperimentare nuove identità e nuovi ruoli sociali.

La psicologia è solita attribuire alla maschera la funzione proiettiva di un nostro desiderio, rimosso ed esternalizzato attraverso un costume in particolare che si sceglie di indossare. Ciò può, infatti, simboleggiare il tentativo di evasione da schemi prestabiliti in cui ci si è abituati a muovere, atti di ribellione, manifestazione di piacere, aspirazioni nascoste e messe a tacere, ideali trasfigurati. Lo facciamo grazie al ruolo catartico che la maschera assume: si pensi, ad esempio, ad una persona profondamente timida e impacciata che, solo nei panni di un personaggio idolatrato o a cui aspira, si sente improvvisamente più sicura e amata, al punto da poter conservare questo piacevole stato anche oltre il periodo carnevalesco. La maschera agisce come filtro sociale e relazionale tra la persona, gli altri e il mondo.

Freud ha introdotto nella sua teoria dell’inconscio il concetto della repressione emotiva, sostenendo che la mente umana tende a bloccare o reprimere pensieri, emozioni, ricordi dolorosi o minacciosi per la sopravvivenza psicologica dell’individuo. Questa teoria è stata in seguito ripresa da Billig (1999), psicologo sociale di cui ne parla Skey (2006), affermando che il Carnevale è un momento in cui le persone possono esprimere le proprie emozioni represse, come la rabbia, la frustrazione o la paura. Il clima di festa e di permissività del Carnevale permette alle persone di lasciarsi andare a comportamenti che sarebbero normalmente considerati inaccettabili. Mathew e Pandya (2021) hanno confrontato la teoria di Turner con il Carnevale, ritenendo che questa festività si riferisce ad un’idea di rovesciamento delle regole e delle posizioni sociali, creando uno spazio in cui la gerarchia normativa viene momentaneamente messa da parte. Quindi, il Carnevale offre un senso di libertà poiché le restrizioni abituali vengono temporaneamente annullate, consentendo una maggiore espressione individuale. Per questo motivo le persone possono essere più propense a voler cambiare la propria identità, sentendosi liberi di esprimere sé stessi.

Carnevale di Venezia: il significato del mascheramento oggi

Il Carnevale come Rito di Passaggio e Trasformazione

Forth (2018) parla di un’altra teoria elaborata da Arnold van Gennep, il quale ha proposto la teoria del rito di passaggio. Gennep sostiene che un rito di passaggio segna la fine di un periodo e l’inizio di uno nuovo. Effettivamente, in molte culture il carnevale si svolge alla fine dell’inverno, in preparazione della primavera, e ciò simboleggia la rinascita e il rinnovamento. Questa teoria prevede tre fasi: la prima, denominata “Separazione”, ovvero la persona sperimenta il distacco iniziale dalla situazione o dallo stato precedente; la seconda fase della “Liminalità” è un momento di transizione in cui la persona si trova in uno stato di ambiguità ed incertezza; infine la terza fase, ovvero “Aggregazione”, in cui la persona torna alla società o alla situazione con un nuovo stato.

Successivamente, Forth afferma che l’antropologo britannico Victor Turner ha implementato alla seconda fase il concetto di “communitas” per descrivere il senso di comunità e uguaglianza che può emergere durante la seconda fase. Egli sosteneva che il concetto di “communitas” rappresentasse un “anti-struttura”, che si manifestava attraverso situazioni in cui le attività si svolgevano al di fuori delle strutture sociali tradizionali, favorendo la creatività ed il cambiamento. Turner ha anche enfatizzato l’importanza dei simboli e dei rituali durante la Liminalità, sottolineando come questi siano fondamentali per la ristrutturazione dell’identità e del ruolo dell’individuo o del gruppo.

In Brasile, il Carnevale riveste un ruolo importante, perché si tratta di una ricorrenza che dà modo di ricordare al popolo il loro senso di appartenenza e le loro tradizioni. Tutto iniziò verso il 1800 quando, a causa della colonizzazione europea, il Brasile, ed in particolare Rio de Janeiro, subì rapidamente una “europeizzazione” che portò le popolazioni più povere del Brasile ad essere considerate come un ostacolo per via dei loro usi e costumi. In questo contesto storico, il Carnevale emerge come forma di resistenza contro le forze del colonialismo.

La Maschera nei Bambini: Sviluppo, Identità e Gioco

Questa festa, tanto amata dai bambini, è ormai alle porte. Se i più grandicelli già da settimane hanno scelto come mascherarsi, per i piccoli la decisione è nelle mani di mamma e papà. I genitori, comunque, possono già provare ad assecondare i desideri dei loro bimbi, magari proponendo costumi realizzati insieme, con il loro aiuto. La scelta della maschera assume un significato non solo simbolico ma anche psicologico, poiché ognuno, inconsciamente, tende a preferire quella che rispecchi di più le sue tendenze, i suoi valori, le sue peculiarità. Sicché si potrebbe dire che la maschera, che si presume nasconda il vero volto dell’individuo, faccia invece apparire, agli occhi di tutti, quello che egli porta realmente in se stesso, ma che deve abitualmente dissimulare.

Quando il bambino è molto piccolo, il costume riflette le preferenze del genitore. I bambini sotto i tre anni generalmente non amano mascherarsi, anzi, a volte, ne sono addirittura spaventati. Nei primi anni di vita, il bambino deve ancora costruire la sua identità. Quindi, quando si trova a confrontarsi con qualcosa che ha a che fare con una modificazione del concetto di sé, può spaventarsi. L'identità, in questa fase, passa soprattutto attraverso il volto. Se il piccolo indossa una maschera che gli copre il viso o se la usa il genitore, può provare paura, perché non trova più i suoi punti di riferimento. La personificazione di un personaggio diverso da sé presuppone che il bambino abbia acquisito la separatezza tra pensiero e oggetto, laddove l’azione nasce dalle idee più che dagli oggetti. Un altro elemento importante legato alla festa del Carnevale è sicuramente la fase di preparazione che antecede il mascheramento. Questo diventa un rituale: insieme al genitore, il bambino può creare alcuni elementi del travestimento, in un momento di condivisione e cooperazione. Stimola inoltre fantasia e creatività.

Per un bambino piccolo il costume completo già pronto non ha alcun significato. È molto più divertente, per lui, preparare con mamma e papà il suo costumino. Oppure si può lasciargli utilizzare un capo di abbigliamento o un accessorio di mamma o papà, per permettergli di identificarsi con le figure più significative per lui. Il primo Carnevale può essere l'occasione per permettere ai genitori, e anche al bambino stesso, di esprimere emozioni e desideri spesso ignorati. Questo può comportare delle sorprese, come il bimbo che vuole indossare contemporaneamente il mantello del suo supereroe preferito e la corona da principessa o la bimba che desidera il pugnale o il vestito da ragno. "Non bisogna preoccuparsi di fronte a richieste che ai nostri occhi possono apparire strane", mette in chiaro la psicoterapeuta.

Essere l’adulto nella relazione educativa vuol dire essere coscienti dell’enorme responsabilità che si ha tra le mani e nella testa: l’educazione dei bambini e delle bambine. Tutto è educativo, anche ciò che richiama la leggerezza, le feste, le celebrazioni. Serve una giornata a tema in un anno per favorire e rilanciare tutta la parte dei travestimenti? Se un bambino vuole indossare un abito da pinguino il 20 aprile cosa succede? Molto dipende dalla fascia d’età, dall’adulto di riferimento e dalle sue aspettative. Nella fascia 0-3 anni il rapporto con la vestizione può essere complesso, in relazione a tutta l’area dell’autonomia che richiede energia e impegno, ma anche come tutta la parte inerente alla scoperta e al senso della propria identità. Per i più grandi, il significato può essere un’occasione di sperimentazione, ma proviamo a capire come e su quale livello. Travestirsi diventa anche l’occasione per lavorare sulla propria immagine che può cambiare e trasformarsi per poi tornare la stessa di prima. Possiamo confezionare questa possibilità solo una volta all’anno? Qual è il senso profondo del Carnevale? Ci sono modi per proporre ai bambini i travestimenti di diverso tipo senza farli cadere su giornate specifiche dell’anno?

Come accogliamo i bambini con neurodivergenze? Chi non vuole indossare i panni di altri? Il carnevale potrebbe essere un esercizio di empatia, in cui il travestimento diventa uno strumento. Educare alla comprensione del sé e dell’altro significa fare educazione. Sempre. E di nuovo, i bambini possono decidere liberamente quali panni indossare? Siamo in ascolto delle loro risposte? Desideri? Carnevale come momento in cui i colori e i coriandoli diventano possibilità di gioco. Qual è il nostro obiettivo come adulto in educazione? Come professioniste della cura ci differenziamo dai nonni, dai baby parking, dalle ludoteche proprio perché ogni nostra azione, scelta, direzione ha un significato profondo. Al nido i bambini non hanno piena consapevolezza di sé e del proprio corpo, sono in una fase di crescita che non gli permette di differenziare la realtà dalla finzione, e quindi un travestimento ed una maschera potrebbero avere valenze spiacevoli. Dalla scuola dell’infanzia in su, il carnevale, così come le sue stravaganze, può assumere un valore più articolato, ma fin dove sceglie l’adulto? Come ci poniamo di fronte al rifiuto? Il caos che genera è generativo? Come stanno i bambini e le bambine con neurodivergenze? Attiviamo una riflessione critica, mettendo in esame le occasioni tradizionali con alcuni valori etici importanti, che sono dell’oggi, trasformandole. Come sempre il mettersi in gioco, e con noi i nostri automatismi, il “Si è sempre fatto così” per costruire una cultura dell’infanzia aderente ai bisogni dei bambini e delle bambine.

Bambini che creano maschere di Carnevale con i genitori

Il Dualismo della Maschera: Benefici e Rischi Psicologici

La scelta della maschera assume un significato non solo simbolico, ma anche psicologico, poiché ognuno, inconsciamente, tende a preferire quella che rispecchi di più le sue tendenze, i suoi valori, le sue peculiarità. Sicché si potrebbe dire che la maschera, che si presume nasconda il vero volto dell’individuo, faccia invece apparire, agli occhi di tutti, quello che egli porta realmente in se stesso, ma che deve abitualmente dissimulare. Tante maschere dietro cui potersi celare, quindi, o per mezzo delle quali far trasparire il vero proprio Sé? Carl Gustav Jung, infatti, padre della psicologia analitica, considerava il Carnevale come un’occasione per riequilibrare e integrare i propri lati più infimi e nascosti, la parte più profonda dell’Io, le zone d’ombra, poiché ciascuno, secondo lui, cela nel profondo delle parti di sé che tende a rifiutare o che considera inaccettabili, socialmente inammissibili. Parliamo di contenuti rimossi, quindi, che tendono ad emergere nei momenti meno opportuni della vita, ostacolando, così, il raggiungimento di particolari e specifici bisogni tipici dello sviluppo di una persona e causando, di conseguenza, l’insorgenza di possibili sintomi e difficoltà di varia natura. Magliozzi, psicologo-psicoterapeuta, all’interno del proprio blog (Magliozzi, 2023) suggerisce che da un punto di vista psicologico, le maschere potrebbero avere il ruolo di proiettare i nostri desideri personali, di rappresentare una fuga dalla nostra quotidianità, potrebbero essere legate all’espressione della nostra libertà e della nostra vitalità. Attraverso una maschera, chiunque può impersonare un eroe, un personaggio dei cartoni animati o delle favole che ci raccontavano da bambini. Si sviluppa quindi la fantasia, il piacere di poter per qualche ora, essere scollegati dal proprio ruolo sociale, per assumere l’identità di un ideale.

Se pensiamo alla vita di tutti i giorni, ognuno di noi indossa continuamente una maschera. Quindi, verrebbe da chiedersi, se l’indossare una maschera di Carnevale, potrebbe, paradossalmente, liberarci per un giorno dalle pressioni sociali e renderci liberi di esprimere ciò che vorremmo essere in realtà. Quando, però, indossare una maschera può rivelarsi disfunzionale? Come abbiamo appena accennato, la maschera può avere anche una funzione pratica di “sopravvivenza” poiché permette, quando necessario, di adattarsi ad ogni situazione, ma non sempre può funzionare, poiché molte sono le persone che, alla fine, finiscono davvero per fondervisi completamente con le loro maschere, rischiando, quindi, di confondere il proprio Sé con ciò che ci si preoccupa di voler mostrare esteriormente. La vita molto spesso tende a metterci di fronte a sfide e battaglie che, inevitabilmente, ci portano ad abbassare la maschera e se ciò dovesse risultare troppo complicato da dover gestire, ecco che potrebbero emergere particolari problematiche di natura psicologica inerenti alla vera identità del proprio Sé. Il mascherarsi, però, non ha solo effetti benefici per la propria identità; talvolta, infatti, ci si identifica talmente tanto con la maschera o con il costume che si sta indossando, da perdere il contatto con il proprio sé, fino ad identificarsi completamente con il personaggio che si sta interpretando.

Basti pensare, ad esempio, ad un famoso esperimento condotto dallo psicologo sociale Philip Zimbardo nel noto esperimento sulla prigione costruita all’interno dell’università di Stanford nel 1971 (Haney et al., 1973; Hogg & Vaughan, 2016). Il suddetto esperimento si basava su un gioco di ruolo che è stato svolto da soggetti volontari: alcuni partecipanti dovevano interpretare dei detenuti, altri, invece, delle guardie carcerarie autoritarie. Idealmente l’esperimento sarebbe dovuto durare per due settimane, ma Zimbardo dovette interromperlo dopo soli 6 giorni, perché le guardie erano talmente immerse nel loro ruolo che avevano iniziato a comportarsi in maniera brutale nei confronti dei finti carcerati. Un altro aspetto negativo del mascherarsi è l’anonimato che ne deriva. Secondo la teoria della deindividuazione, infatti, l’anonimato può portare ad una perdita della consapevolezza di sé, che può essere causa di comportamenti antisociali (Levine & Hogg, 2010). Ad esempio, uno studio di Miller e Rowold (1979) riguardante l’associazione tra deindividuazione e i costumi di Halloween indossati dai bambini, ha dimostrato che coloro i quali indossavano un costume erano più propensi a violare le norme impartite dallo sperimentatore. Più precisamente, sono stati coinvolti bambini tra i 9 e i 13 anni, alcuni mascherati per Halloween ed altri no. Il loro compito era quello di prendere massimo due caramelle ciascuno durante il classico “dolcetto, scherzetto” che si fa in occasione di questa festività.

Dai risultati della letteratura analizzata, emerge come non si possa dire in assoluto che mascherarsi sia un’attività intrinsecamente positiva o negativa per il nostro sé. Piuttosto, si può sostenere che, da un lato, ci sono contesti e momenti nei quali la maschera può essere un’alleata che ci permette di esplorare la nostra identità e le nostre emozioni, e, dall’altro lato, sussiste maggiormente un rischio che la maschera ci faccia perdere il contatto con la nostra identità, ci depersonalizzi. Ma come può avere un ruolo così tanto dicotomico e, per certi versi, contraddittorio? Possiamo tentare di dare una risposta riprendendo e approfondendo una teoria di un autore di cui abbiamo già parlato nel paragrafo precedente: J.C. Turner e “la teoria della categorizzazione del sé” (1999). Essa mira a spiegare il comportamento degli individui inseriti all’interno di un gruppo. L’autore ci fa notare come esista una contrapposizione tra i diversi livelli di astrazione che la nostra identità può assumere. Semplificando un po’, ad un estremo troviamo un livello molto inclusivo, nel quale indossiamo la maschera identitaria di “esseri umani” che ci rende praticamente uguali a tutti gli altri esseri umani; nell’altro indossiamo una maschera personale, che ci rende unici ed irripetibili. Esistono anche innumerevoli livelli intermedi di maschere identitarie che possono definire l’appartenenza a gruppi/ruoli specifici e la non appartenenza ad altri.

Quindi, una possibile risposta alla nostra domanda arriva ragionando rispetto a quello che Turner chiama “antagonismo funzionale” tra i diversi livelli di categorizzazione di sé: quando è attivo un livello gli altri sono inibiti. Indossare una maschera ad uno specifico livello di inclusione, “amanti della Juventus”, ci fa sentire più simili a chi indossa la stessa maschera e differenti rispetto a chi ne indossa altre, “amanti dell’Inter”. Ciò inibisce le somiglianze e le differenze che proveremmo indossando maschere più o meno inclusive, “amanti del calcio” o “membri della nostra famiglia”. Solitamente indossiamo maschere senza esserne pienamente consapevoli, diventa quasi un automatismo. Forse è proprio la mancanza di consapevolezza che è causa degli elementi negativi della maschera, dei quali abbiamo parlato.

Elisama è una donna brasiliana, ha un figlio con diagnosi di disturbo da iperattività e per tale motivo ha un continuativo rapporto con la psicologa che lo ha in cura. Col tempo, il figlio di Elisama migliora e raggiunge la maggiore età; ciò provoca in Elisama una crisi personale e identitaria, poiché fino a quel momento la sua identità si era incentrata sulla maschera di “madre”. A peggiorare la situazione ci sono state difficoltà economiche e conflitti con l’ex-marito. La sofferenza di Elisama è visibile e viene percepita dal vicinato come “pazzia”, una maschera che le viene imposta. La ormai ex-psicologa del figlio le suggerisce la partecipazione al progetto Loucura Suburbana: una comunità che organizza una parata di Carnevale che coinvolge la popolazione locale e i pazienti di un centro psichiatrico. Tale progetto vuole combattere lo stigma legato alla salute mentale e alle minoranze culturali. Inizialmente, dietro le quinte, Elisama trova un modo per valorizzare le proprie capacità e passioni personalizzando così il proprio ruolo, la propria maschera: prima come “Costumista di Loucura Suburbana”, poi come “Porta Bandeira”, ovvero chi conduce la parata di Carnevale. La storia di Elisama, che ha unito aspetti meramente culturali, come il Carnevale, con altri specificatamente psicologico-terapeutici, permette di concentrare l’attenzione su una possibile applicazione pratica in campo clinico.

Per concludere, possiamo affermare che il Carnevale può essere ritenuto uno spazio in cui l’uomo palesa le sue ombre, il suo caos interiore e si mette in discussione per concedersi a nuovi inizi, ad un nuovo ordine, ad una nuova stagione della sua vita, proprio come la Primavera che sopraggiunge dopo l’Inverno a simboleggiare un tempo di rinascita. Sebbene ci siano pareri contrastanti non solo riguardo a come viene festeggiato il Carnevale, ma anche a come lo viviamo e come ci fa sentire, è importante che ognuno mantenga la propria identità e che non abbia paura di esporsi o mostrarsi.

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