Il nuovo romanzo di Marco Balzano, intitolato Bambino (Einaudi, 2024), si apre con una pagina che contiene, scritte in corsivo, soltanto poche righe, secche e nervose proprio come il protagonista della storia: «Mi giro di scatto. Lascio il caffè sul bancone e cerco l’uscita. Una Millecento è accostata sul marciapiede. Chi la guida mette in moto appena c’intravede dallo specchietto. Mi legano i polsi col fil di ferro. Penso a quando sono venuto al mondo». Questa introduzione cruda immerge immediatamente il lettore nell'atmosfera tesa di una Trieste post-bellica, segnata da vendette e regolamenti di conti, dove il destino del protagonista, Mattia Gregori, sembra ormai segnato da un inesorabile contrappasso.

La genesi del male e l'identità negata
La crisi da cui si sviluppa il romanzo di formazione in negativo del protagonista di Bambino non è in prima istanza storica, ma personale. Mattia, un ragazzo nato a Trieste nel 1900, scopre che la donna che l’ha cresciuto non è sua madre: glielo dice proprio quella donna, la Tella, poco prima di morire prematuramente. In realtà, Mattia è figlio di una relazione clandestina del padre Nanni, orologiaio triestino, con una ragazza slovena, la cui identità però Nanni si rifiuterà ostinatamente di rivelare. Per il giovane Mattia, questa rivelazione funge da ferita insanabile che trasforma il suo mondo in un teatro di ricerca spasmodica, ma anche di distacco affettivo.
Il protagonista è un ragazzo che scopre di essere il figlio di nessuno e comincia una ricerca spasmodica di questa donna desiderata e misteriosa che custodisce il segreto della sua nascita e della sua identità. Mentre la ricerca procede, nella sua vita si vengono sfilacciando i legami più profondi e autentici: quello col padre, quello con il fratello Adriano partito per l’America, e infine quello con l’amico Ernesto, figlio di una slovena, che non accetta il suo avvicinamento ai fascisti. La sua infanzia irrequieta è già un presagio: un fratello che parte, un amico che lo abbandona e dentro di lui qualcosa che si spezza, lasciando divampare un fuoco freddo che non saprà mai domare.
Trieste: crocevia tra Storia e violenza
Balzano decide di ambientare la sua storia a Trieste, città di frontiera quanto nessun’altra in Italia, un luogo dove le vicissitudini dell’identità personale e collettiva si sono intrecciate in modo doloroso. Trieste è stata, all’inizio del Novecento, una città simbolo per il Fascismo, strumentalizzata da Mussolini che, non a caso, ha proclamato proprio qui, il 18 settembre del 1938, le Leggi razziali, durante un discorso in Piazza dell’Unità d’Italia.
In questo contesto, la vita di Bambino scivola su un piano inclinato: ogni giorno una nuova spedizione, un nuovo assalto, una nuova rapina. L'ingresso tra le file degli squadristi è una conseguenza quasi naturale. Nonostante il soprannome che gli hanno affibbiato per il suo viso da fanciullo, «Bambino», Mattia ostenta una ferocia da boia. Ma prima ancora dell’ideologia, prima della violenza e della brutalità antislava, il motivo per cui indossa la camicia nera e batte palmo a palmo le terre contese è la speranza di ritrovare quella madre senza nome né volto.
Quando TRIESTE diventò finalmente ITALIANA
L'uomo-bambino: una psicologia dell'immaturità
Il senso del romanzo di Balzano, in fondo, sta tutto nel provare a scendere nell’abisso del cuore di un uomo irrisolto, ferito dalla vita, che è anche un fascista crudele, una spietata spia dei nazisti, ma la cui perversione e immoralità non è mai completamente perfetta, bensì mista a momenti di consapevolezza e paradossale umanità. Un personaggio di cui alla fine emerge soprattutto la fragilità, l’immaturità, il suo essere rimasto un bambino fuori tempo massimo.
Il protagonista stesso riflette sulla sua condizione: «Sì, ero davvero un bambino di quarant’anni. Non abbastanza vecchio da evitare il fronte, ma non più così giovane per costruirmi una famiglia». È un personaggio di cui alla fine emerge soprattutto la fragilità, l’immaturità, il suo essere rimasto un bambino fuori tempo massimo. In questo uomo-bambino, che non riconosce i suoi limiti e mette alla prova la sua onnipotenza prima seviziando le lucertole e poi decidendo i destini di decine di vite umane, la disumanizzazione è persino più profonda e inquietante rispetto a quella di tanti malvagi che si incontrano in storie di questo tipo.
Scelte stilistiche e struttura del romanzo
Il romanzo è diviso in quattro sezioni che corrispondono a fasi di vita del protagonista Mattia Gregori. In sole 204 pagine, con una concentrazione narrativa notevole, Balzano riesce a tratteggiare la parabola di una sorta di protagonista unico. La scrittura dell'autore è chiara e razionale, sempre leggibilissima, uno scavo psicologico che ruota intorno ad alcuni temi ricorrenti, come i rapporti familiari, i legami con i luoghi e la ricerca ostinata e inquieta di un proprio posto nel mondo.
Balzano è abile a dipingere gli effetti che la Storia, con la s maiuscola, produce sulle vite di triestini, friulani, istriani. Nonostante l'apparente e ritrovata redenzione, Mattia pagherà presto le conseguenze delle sue azioni nel peggior modo possibile: subendo la stessa violenza che ha lasciato. È una storia veloce quanto un proiettile che attraversa guerre, confini, tradimenti. Come in Resto qui, Marco Balzano torna al grande romanzo storico e civile, confermando la sua capacità di indagare il rapporto tra individuo e collettività.

La visione del male nell'epoca contemporanea
In un’epoca in cui il politicamente corretto e il bisogno di emotività gratuita porterebbero a ritrarre figure capaci di far insorgere sentimenti di compassione, Balzano sceglie una strada diversa. Il suo protagonista è veicolo di male non di bene, è uno che procura dolore anziché subirlo, eppure, a modo suo, conserva un proprio, innocente candore. La sua visione diventa, nel corso del romanzo, sempre più piccola, involuta, ombelicale: si vive, si uccide, si tradisce, solo per continuare a sopravvivere.
Non c’è mai un’utopia, per quanto distorta o negativa, e in definitiva nemmeno un’ideologia, ma solo la volontà istintiva e ossessiva di risolvere i propri casi, di dare
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