L'opera "Post-Partum Document" di Mary Kelly si erge come un lavoro seminale degli anni Settanta, in cui il motivo madre-bambino viene affrontato in un modo completamente nuovo e radicale. L'approccio innovativo di Kelly alla rappresentazione della sessualità femminile ha continuato a generare interesse, riscoprendo nuova rilevanza alla fine degli anni Novanta. Quest'opera monumentale, composta da un totale di 139 parti individuali, è stata esposta in versioni modificate in numerose occasioni, ma la sua presentazione integrale è sempre stata un evento raro e significativo. Ad esempio, l'esposizione presso la Generali Foundation è stata la prima nel mondo di lingua tedesca e, dato che le varie sezioni sono state prelevate da sei eminenti collezioni provenienti da tre diversi continenti, ha offerto la prima opportunità in quasi vent'anni di visionare "Post-Partum Document" nella sua interezza. La capacità dell'artista di intrecciare il personale con il teorico, il quotidiano con il filosofico, ha reso il suo lavoro non solo una testimonianza intima, ma anche un commentario penetrante sulle strutture sociali e psicologiche che definiscono la maternità e l'identità femminile.

Il Contesto Storico e L'Impegno Femminista di Mary Kelly negli Anni Settanta
Gli anni Settanta hanno rappresentato un periodo di fermento sociale e culturale senza precedenti, in cui, al suono di "Ribaltiamo il patriarcato!", le donne si unirono sollevando un'ondata di protesta mai vista prima. Dall'Europa all'America, gridarono il loro dissenso contro chi le voleva sottomesse, supplementari, relegate, indifese e mute di fronte al potere maschile imperante. Dimostrarono invece di possedere una forza indomita e di voler ridisegnare l'intera società a partire dalle basi, e le artiste si schierarono in prima linea come promotrici del cambiamento, utilizzando la loro pratica come strumento di indagine e trasformazione.
In questo contesto e in questo periodo, le "comuni" rappresentarono una forma sperimentale di condivisione collettiva diffusa alla fine degli anni Sessanta, sull'onda della Rivoluzione culturale che stava investendo l'Occidente. Persone riunite all'interno di una casa conducevano una vita fondata sulla condivisione dei compiti e sulla totale assenza di gerarchie interne. Il movimento femminista fece delle comuni un modo per mettere fine alla differenza tra "cose-da-femmine" e "cose-da-maschi". Ci si chiedeva: le donne tagliavano la legna? Gli uomini lavavano i piatti e mettevano a letto i bambini? Sì, finalmente un tale scenario non era più una folle utopia, bensì la prova che convivere credendo nella parità dei sessi era un obiettivo pienamente realizzabile. Per la prima volta donne e uomini invertirono i propri ruoli, favorendo dialogo e comprensione reciproca, in un esperimento sociale che mirava a decostruire le norme patriarcali radicate.
Ispirata da tale esperimento sociale e dall'atmosfera di cambiamento, Mary Kelly, assieme alle artiste Margaret Harrison e Kay Hunt, tra il 1973 e il 1975, realizzò il film-documentario "Women & Work A Document on the Division of Labour in Industry". Questo lavoro raccolse le testimonianze di 150 operaie di una fabbrica di scatole metalliche a Bermondsey. Le donne, lavoratrici e madri, raccontarono in modo dettagliato e personale la loro spossante vita, divisa tra le ore lavorative, le mansioni domestiche e la massima dedizione ai propri figli. Il film è dominato da un approccio sociologico e dal minimalismo estetico, reso dall'immagine in bianco e nero. I nomi delle donne vengono riportati sullo schermo per far sì che lo spettatore possa entrare in empatia con le loro vicende umane, un gesto che sottolinea l'importanza dell'identità individuale all'interno di un'esperienza collettiva.
Durante il periodo di convivenza nella comune, l'artista rimase incinta e decise di documentare nei dettagli la propria esperienza di maternità creando "Post-Partum Document", una delle sue opere più famose e discusse. A quel tempo, per una donna, era già arduo riuscire a costruire una carriera artistica, ma le difficoltà aumentavano esponenzialmente quando l’artista era anche madre. Mary Kelly, invece, fu la prima ad incarnare entrambe le figure e a sovrapporle all’interno della propria opera, riempiendo così un silenzio secolare che aveva emarginato l'esperienza materna dal discorso artistico. Viene ribaltato un "topos" antichissimo, come ricorda la storica e teorica dell'arte Griselda Pollock: "Nella tradizione artistica, la mitologia principale riguarda l'artista-eroe. E l'artista-eroe è il figlio, di cui la madre è solo un recipiente. La radicalità del lavoro di Mary Kelly insiste nel dire: Sono un'artista. E sono una madre." Questa affermazione non è solo una dichiarazione di identità personale, ma una rivendicazione politica e artistica che sfida le gerarchie stabilite e le narrazioni dominanti.
Episode 51: Mary Kelly’s "Post Partum Document" (1973 - 79)
"Post-Partum Document": Una Struttura Concettuale Senza Precedenti per Interrogare il Soggetto
In "Post-Partum Document", Kelly utilizza il processo concettualista di documentazione per introdurre un'interrogazione del soggetto. Il lavoro si articola attraverso una complessa struttura che, dalla sua "Introduzione" e le sei sezioni successive, si occupa del rapporto della madre lavoratrice con il suo figlio maschio. Temi cruciali come l'emergere della differenza di genere e il controverso argomento del feticismo femminile sono centrali per l'opera. La psicoanalisi, in particolare la sua riformulazione linguistica da parte di Jacques Lacan, presenta un riferimento importante per questo lavoro, fornendo gli strumenti teorici per esplorare le dinamiche inconsce e simboliche del rapporto madre-figlio. La discussione di queste intuizioni all'interno dei gruppi di sensibilizzazione (consciousness-raising groups) così come l'attivismo collettivo del movimento delle donne a Londra negli anni Settanta, formano il contesto pratico e sociale che ha nutrito e informato la genesi e lo sviluppo di questa opera. L'opera è il risultato di un profondo intreccio tra pratica artistica, esperienza personale e teoria critica.
L'installazione "Post-Partum Document" è una registrazione, durata sei anni, del rapporto madre-figlio e del suo sviluppo nel tempo, compresi momenti dolorosi come la fine dell'allattamento e il progressivo distacco dal bambino. Nella sua "Introduzione", Kelly presenta anche il motivo principale dell'opera: l'intersoggettività, un concetto che ha rappresentato graficamente su quattro body da neonato, utilizzando uno dei primi diagrammi di Lacan. Questo gesto iniziale pone immediatamente il lavoro su un piano teorico, ancorandolo a un quadro concettuale che va oltre la semplice documentazione personale. Le sezioni successive documentano lo sviluppo del bambino fino all'età di cinque anni e analizzano la reciprocità del processo di socializzazione di madre e figlio. Questa analisi non è solo un'osservazione esterna, ma un'immersione nell'esperienza vissuta, filtrata attraverso la lente della teoria.
Oggetti Quotidiani, Dati Scientifici e La Complessa Narrazione della Maternità
Per Mary Kelly, la documentazione diventa un veicolo per esplorare le sfumature della maternità e della formazione dell'identità. L'artista utilizza oggetti di uso comune, intrisi di una profonda risonanza emotiva e simbolica, per costruire la sua narrazione. I body da neonato, i pannolini sporchi, le tracce di segni e scritte, le impronte di mani e gli esemplari di insetti stanno per i ricordi della madre e per come ella elabora il senso di separazione dal figlio. Questi oggetti, che nel contesto domestico sarebbero considerati effimeri o addirittura sgradevoli, vengono elevati a reperti quasi archeologici di un processo esistenziale.
A questi oggetti privati, l'artista ha aggiunto appunti simili a diari e dati quasi-scientifici, in modo che i riferimenti soggettivi siano giustapposti agli approcci più distaccati o teorici rappresentati dai diagrammi. Questa metodologia crea un dialogo continuo tra l'intimo e l'analitico, tra l'emozione pura e l'intellettualizzazione dell'esperienza. L'intento è quello di "controbilanciare l'assunto che la cura dei figli si basi sulla comprensione naturale e istintiva del ruolo di madre da parte delle donne", come suggerisce l'uso del "linguaggio pseudo-scientifico" da parte di Kelly. Tale approccio sfida le narrazioni convenzionali sulla maternità, spesso idealizzate o naturalizzate, e le radica invece in un'analisi critica e informata.
La scelta di esibire elementi così personali e viscerali, come i pannolini macchiati o i grafici di alimentazione e le macchie fecali analizzate, è parte integrante della provocazione dell'opera. Questi "registrazioni" includono anche le prime o significative espressioni linguistiche del figlio, i suoi primi disegni e calchi in gesso, insieme a una sorprendente serie di annotazioni giornalistiche oggettive e soggettive fatte dall'artista stessa. Tutto ciò contribuisce a creare un'opera d'arte multi-sfaccettata, che documenta uno dei punti ciechi centrali e più sintomatici del modernismo: la donna come artista e madre. Mary Kelly, attraverso il suo critico impegno con la psicoanalisi e il femminismo, nonché la sua posizione provocatoria nei confronti del concettualismo, è riuscita a rendere visibile ciò che era stato tradizionalmente taciuto o relegato alla sfera privata.

L'Impatto Scandalo dell'Esposizione del 1976 e La "Critica Plurima"
Quando, nel 1976, "Post-Partum Document" fu esposta per la prima volta, in una mostra collettiva all'Institute of Contemporary Arts (ICA) di Londra (con Mary Kelly unica donna), creò uno scompiglio generale. La poesia della maternità era narrata senza filtri né censure, attraverso i suoi dettagli più carnali: oggetti come frammenti di stoffa e pannolini macchiati erano ricoperti da scritte, come date e appunti che registravano le emozioni dell'artista. Questa rappresentazione cruda e non edulcorata della maternità sfidava le aspettative del pubblico e della critica.
Un lavoro così intimamente femminile e schietto non poteva che attirare l'attenzione come "una mosca nel latte", generando un'onda di reazioni che andavano dallo scandalo all'ammirazione. La stampa non tardò a reagire con titoli sensazionalistici, come quello in prima pagina dell'Evening Standard (14 ottobre 1976) che recitava: "Pannolini sporchi in mostra all'ICA." Questo titolo, lungi dall'essere una semplice cronaca, catturava l'essenza della controversia: la sacralità dell'arte e la purezza dell'istituzione espositiva erano percepite come profanate da oggetti associati al corpo e alle sue funzioni più intime.
Mary Kelly stessa ha raccontato l'eterogeneità e la complessità delle reazioni al suo lavoro, sottolineando come l'opera riuscì a scontentare un po' tutti, mettendo in discussione le aspettative di diversi gruppi. "Ho sempre detto che quel giorno sono riuscita a far scontenti tutti", ha affermato l'artista. "Perché c'erano delle madri che dicevano: “Posso identificarmi con questa esperienza ma perché ne devi fare una teoria?”" Queste madri, pur riconoscendo la veridicità dell'esperienza rappresentata, esitavano di fronte all'analisi intellettuale che Kelly proponeva. Allo stesso tempo, "donne del movimento che dicevano: “La teoria è dominata dagli uomini, quindi non la puoi creare.”" riflettevano una diffidenza verso le strutture teoriche, considerate potenzialmente patriarcali anche se utilizzate da una donna. E ancora, "uomini, artisti concettuali, che dicevano: “La teoria è fantastica, ma perché hai dovuto mostrare questa roba?”" evidenziavano il disagio di fronte all'esposizione del corporeo e del privato, anche all'interno di un quadro concettuale.
In questa reazione multipla e spesso contraddittoria, emergeva la radicalità intrinseca dell'opera: non vi era più distinzione tra teoria e pratica, tra linguaggio colto e brutale. C'era solo l'esperienza di chi mette al mondo una nuova vita e non ha intenzione di omettere alcun dettaglio dal proprio racconto. L'esposizione di pannolini macchiati in una galleria d'arte significava l'elevazione di qualcosa di "sporco", che aveva a che fare con la parte viscerale del corpo, al rango di arte e oggetto di riflessione. Fu un atto radicale e profondamente disturbante, che costrinse il pubblico a confrontarsi con una realtà spesso nascosta e idealizzata, sfidando le convenzioni estetiche e le norme sociali.

L'Influenza Lacaniana e La Riconfigurazione dell'Identità Madre-Figlio
"Post-Partum Document" di Mary Kelly è una documentazione sensuale, influenzata da Lacan, della relazione madre-figlio, che ne segue la conseguente riformazione e lo sviluppo delle rispettive identità della madre e del bambino. È il lavoro più celebre di Kelly; una grande installazione composta da 135 pezzi (anche se altre fonti parlano di 139), divisa in sei sottocategorie, che mappa progressivamente la separazione tra madre e bambino - specificamente, Kelly e suo figlio. L'identità è riferita dall'opera estrinsecamente nella relazione artista-pubblico; l'identità di Kelly come artista femminista, e intrinsecamente nel quadro artista-opera; l'identità negativa di Kelly, determinata dalla progressiva indipendenza del figlio. Questo doppio riferimento all'identità amplifica la complessità del lavoro, che è sia una narrazione personale che un'indagine teorica.
Attingendo alle idee neofreudiane di Lacan riguardo alla psicoanalisi in relazione allo sviluppo inconscio, Kelly accompagna serie di frammenti meticolosamente registrati del primo sviluppo di suo figlio con un "linguaggio pseudo-scientifico… per contrastare l'assunto che la cura dei figli si basi sulla comprensione naturale e istintiva del ruolo di madre da parte delle donne." Questo approccio metodologico è cruciale per la sua analisi. Inclusi nelle sue registrazioni del figlio, Kelly espone grafici di alimentazione, macchie fecali, le prime e/o significative espressioni verbali, i primi disegni, calchi in gesso e una sorprendente serie di annotazioni giornalistiche sia oggettive che soggettive fatte dall'artista stessa. Questi elementi, apparentemente banali, diventano dati preziosi per un'indagine che intende decostruire le aspettative sociali sulla maternità.
"Post-Partum Document" racconta ai suoi spettatori le fasi progressive dei ruoli identitari consecutivi di Kelly in relazione alla crescita del figlio. Durante le fasi pre-parto (gravidanza) e di allattamento, il pensiero lacaniano suggerisce che il ruolo simbolico della madre sia temporaneamente elevato a quello di un essere autorealizzato, narcisistico, all'interno di una relazione intrinsecamente simbiotica con il suo bambino; il bambino diventa effettivamente il fallo. Questa fase iniziale è caratterizzata da una fusione quasi totale, dove i confini tra madre e figlio sono fluidi. Tuttavia, man mano che il tempo progredisce e il bambino diventa più indipendente, la madre "sperimenta un senso di perdita che… Kelly descrive come la rivivizione del suo proprio dramma edipico, subendo la castrazione per la seconda volta e riapprendendo il fatto del suo posto negativo nell'ordine simbolico." Questa è una fase critica, in cui la madre deve confrontarsi con la separazione e la ridefinizione del proprio sé.
È a questo punto nella relazione madre-figlio che la critica Laura Mulvey suggerisce che la madre abbia due possibili opzioni: "il riconoscimento… del suo posto o la ribellione contro di esso… la sua ribellione assume la forma di feticizzazione del bambino (come fallo sostitutivo), aggrappandosi alla relazione di coppia." Questa feticizzazione del bambino è attivamente ripresa da Kelly nel contesto dell'opera d'arte, consentendo così la trasgressione della sua identità intrinseca a quella della sua identità estrinseca. Convogliando le energie compulsive di mappatura del progresso del figlio nella sua opera d'arte, Kelly rinuncia effettivamente a qualsiasi senso di attaccamento alla simbiosi tra sé e suo figlio, mantenendo contemporaneamente due identità separate. Attraverso l'arte, ella trasforma un'esperienza potenzialmente alienante in un atto di creazione e di analisi critica, riflettendo sulla costruzione dell'identità femminile nel contesto della maternità.
Oltre la Maternità: "Corpus" e l'Esplorazione della Femminilità Che Invecchia
L'influenza e la risonanza del lavoro di Mary Kelly trascendono il "Post-Partum Document", estendendosi ad altre serie che continuano la sua esplorazione della condizione femminile attraverso una lente critica e concettuale. È il segno di un'artista di vero successo che il suo lavoro possa sembrare per sempre contemporaneo. "Corpus", rimesso in scena a Vielmetter Los Angeles, non è meno provocatorio di quanto lo fosse nel 1990, quando questa prima installazione della più ampia serie "Interim" di Kelly debuttò al New Museum di New York. Completato dieci anni dopo il suo seminale "Post-Partum Document" (1973-79), "Corpus" esamina la condizione delle donne dopo la maternità, affrontando nuove sfide legate all'identità, al corpo e alla percezione sociale.
I trenta pannelli serigrafati e collaged di "Corpus", mostrati negli Stati Uniti per la prima volta in oltre trent'anni, propongono un esame rigoroso e sorprendente delle donne che invecchiano e della travagliata storia della psicoanalisi. Kelly struttura "Corpus" attorno alla classificazione in cinque parti dell'isteria femminile del neurologo del XIX secolo Jean-Martin Charcot, abbinando immagini evocative di abiti a una narrazione scarabocchiata, diaristica, da parte di una voce in prima persona che contempla l'esperienza sociale delle donne anziane. L'isteria, non più considerata una diagnosi valida, classificava una serie di comportamenti allora inaccettabili nelle giovani donne - l'audacia sessuale, l'espressione emotiva - come un disturbo medico. Kelly reanima queste idee di Charcot per esplorare l'esperienza della femminilità non normativa nell'età avanzata, in un mondo ancora incentrato sulla desiderabilità della giovinezza.
L'installazione è composta da cinque set di sei pannelli rettangolari, ciascuno raggruppato per linguaggio dalla tassonomia originale di Charcot: la parola "Supplication" accompagna un paio di stivali allacciati consumati; una camicia da notte nera velata incombe sopra "Érotisme". Accanto al glossario visivo di Kelly, la sua protagonista scritta a mano rimugina su libri di auto-aiuto e consigli anti-età, con frasi chiave evidenziate in vernice acrilica rosso sangue. Questo approccio crea un ricco dialogo tra testo e immagine, tra il clinico e il personale.
Kelly presenta la condizione della donna anziana senza una rappresentazione effettiva del corpo, costringendo un confronto con le preconcetti su genere e invecchiamento. "Penso che essere una donna", ha osservato Kelly in un'intervista del 2011 con Art Monthly, "sia solo un breve periodo nella vita di una persona." La dichiarazione risuona con il lavoro in "Corpus", dove l'isteria viene reinterpretata per rappresentare la posizione socialmente abietta delle donne non più considerate desiderabili in una cultura popolare persistentemente sessista. Assente qualsiasi rappresentazione visiva del corpo, il lavoro di Kelly colloca lo spettatore nelle scarpe letterali - gli stivali - del suo soggetto femminile anziano. Da qui, l'attenzione del femminismo americano sulla giustizia riproduttiva, pur rimanendo importante, appare in una luce nuova e più limitata, poiché la condizione della donna si estende ben oltre la mera riproduzione.
L'Eredità Intellettuale e la "Discursive Site" di Mary Kelly
L'installazione storica "Post-Partum Document" 1973-79, in cui vengono tracciati i primi anni della vita dell’artista con il figlio - dai suoi primi pasti solidi all’acquisizione del linguaggio - è stata così massicciamente presente nel dibattito intellettuale che è difficile immaginare la storia dell’arte femminista senza farvi riferimento. In essa, così cristallina è stata l’articolazione di principi psicoanalitici che è facile dimenticare quanto prosaica sia l’arte di Mary Kelly nella realtà dei suoi materiali e della sua presentazione. L'opera è un ponte tra l'esperienza vissuta e l'analisi teorica, un esempio lampante di come l'arte possa essere sia documentazione che commentario critico.
"Post-Partum Document", un'opera multimediale realizzata dall'artista americana Mary Kelly dal 1973 al 1978, è stata informata e ha contribuito ai dibattiti contemporanei nei campi del Concettualismo, del femminismo e della psicoanalisi per tutti gli anni Settanta. Questa "dissertazione" (riferendosi a studi critici sull'opera) affronta la "specificità del dibattito" del progetto. La categorizzazione e l'analisi artistico-storica convenzionale di un'opera d'arte, basata sulla specificità del suo medium, era una modalità di critica modernista che il lavoro di Kelly ha specificamente interrogato. Ciò che ha quindi distinto "Post-Partum Document" da altre opere d'arte del suo periodo è stata un'interrogazione del "sito discorsivo", cioè un sito specifico di dibattito radicato all'interno di un dato discorso. All'interno della pratica artistica, "Post-Partum Document" ci invita a pensare al sito discorsivo come a uno spostamento del sito "materiale". Il suo status "multimediale" indica quindi il modo in cui ha affrontato simultaneamente questioni di estetica, semiotica, cinema, psicoanalisi e attivismo nel campo visivo, rendendola un'opera complessa e stratificata.
Precedenti studi hanno interpretato "Post-Partum Document" principalmente come un esempio di arte femminista informata psicoanaliticamente. Questa prospettiva è certamente valida, ma l'opera offre una ricchezza di interpretazioni che vanno oltre. Ad esempio, il lavoro di Mary Kelly non si è limitato al solo "Post-Partum Document". Tre stampe del 2016 raccontano con caratteri tipografici minuscoli la reazione di Kelly di fronte a tre fatti storici, che lei descrive in testi poetici. In "Unguided Tour c. 1940" tre uomini leggono in una biblioteca di Londra durante il bombardamento in seguito noto come "Blitz"; in "Unguided Tour c. 1968", una donna alza una bandiera alla vigilia di uno sciopero generale a Parigi; e protagonisti di "Unguided Tour c. 2011" sono alcuni manifestanti del Cairo che si raccolgono in piazza Tahir pochi giorni prima della caduta del governo di Mubarak. Le tre stampe servono a introdurre opere di più grande formato, fatte solo di lanugine compressa (sì, proprio quella che si toglie dal filtro dell’asciugatrice), dimostrando la sua continua capacità di trovare significato e veicolo artistico in materiali e contesti inaspettati.
L'impegno di Mary Kelly nel decostruire e analizzare le strutture di potere e le costruzioni sociali rimane una costante nella sua opera. Come ribadito nel suo lavoro, la "femminilità può essere intesa non come un'essenza naturale ma come un complesso edificio che il patriarcato richiede per dare 'mascolinità' significato e forza." Questa intuizione fondamentale guida la sua pratica artistica e la rende una figura centrale nel dibattito critico sull'arte, sul genere e sull'identità.