Marisa Sannia: L'Anima Poesia tra Canto, Radici e il Profondo Significato delle Ninna Nanne

La figura di Marisa Sannia (nata nel 1947), artista sarda di straordinaria sensibilità, trascende la mera etichetta di "cantante" per elevarsi a quella di interprete e custode di un patrimonio culturale immenso. Il suo percorso artistico, lontano dalle luci effimere della musica leggera degli anni '60 che pure l'ha vista brillare con brani come “Casa bianca” o “C’è chi spera” o “Sarai fiero di me”, si è progressivamente orientato verso una ricerca profonda delle radici, della poesia e del legame intimo tra la parola e il suono. La sua opera è un intreccio di sentimenti, memoria e speranza, un viaggio costante alla riscoperta di una identità da difendere per potersi confrontare col mondo. Marisa Sannia ha dimostrato una singolare capacità di dare voce all'anima più recondita, trasformando la poesia in un'esperienza sonora che è, al contempo, antica e contemporanea.

La Voce Che Rievoca l'Anima Poetica: Marisa Sannia e la Ricerca del Significato

La filosofia artistica di Marisa Sannia era intrinsecamente legata alla potenza evocativa del linguaggio. "Inseguendo il suono della lingua, la magia della parola, ho composto le melodie di queste canzoni che trovano ispirazione nei versi del poeta Francesco Masala, che mi ha aiutato e incoraggiato in questo solitario cammino nella mia isola dai mille volti e dalle molte storie, alla ricerca di una memoria individuale, di radici antiche," affermava l'artista. Questo approccio rivela un percorso culturale fatto di sentimenti, di memoria e di speranza che nasce da un bisogno di guardare alle radici con gli occhi di oggi e dalla consapevolezza di una identità da difendere per potersi confrontare col mondo. Le sue musiche, suoni e parole si snodano come trame e disegni, toccando i sentimenti profondi e misteriosi dell’anima. Nelle sue interpretazioni, le melodie mediterranee, solari, si fondono con le parole in atmosfere dove è difficile distinguere l’antico ed il contemporaneo, la lingua, il poeta, il compositore e l’interprete, creando un'esperienza d'ascolto unica e avvolgente.

Questa profonda connessione tra musica e poesia era un pilastro della sua espressione artistica. Léo Ferré (nel suo saggio "La mise en musique") e il poeta francese Louis Aragon (con "La mise en chanson") hanno offerto una bella definizione di quello che la musica può rappresentare per la poesia. Essi hanno sostenuto che il compositore rende alla poesia un servizio di cui non si calcola ancora bene la portata, mettendo a disposizione del nuovo lettore, che è un lettore d’orecchio, la poesia doppiata dalla magia musicale. In questo processo, il compositore gli dà la sua personale lettura, ed è questo il nuovo, il prezioso. La poesia, in tal senso, non è che il punto di partenza del sogno, e per il poeta l’importante è proprio far sognare. Marisa Sannia incarnava pienamente questa visione, dimostrando come la versione in canzone della poesia spesso dia di che sognare, risuonando profondamente nell'animo di chi ascolta. La sua stessa affermazione, “La poesia non si legge con gli occhi, si legge con la voce,” riassume perfettamente questa prospettiva, sottolineando come l'atto vocale sia essenziale per la piena comprensione e risonanza emotiva del verso poetico.

Ritratto di Marisa Sannia in studio

"Melagranada": Un Viaggio Nelle Radici Sarde e Oltre

L'album "Melagranada", pubblicato nel 1997, rappresenta un'opera fondamentale nel percorso artistico di Marisa Sannia, un vero e proprio manifesto della sua riscoperta delle radici sarde e della sua vocazione poetica. Questo è un album poetico e di profondo significato, caratterizzato da meravigliosi testi originali di Francesco Masala e di Maria Lai, ma rivisti e reinterpretati da Marisa Sannia stessa. Questi testi sono sorretti da dolci ed emozionanti armonie, capaci di creare un tessuto sonoro che amplifica il messaggio poetico. La vocalità interpretativa di Marisa Sannia in questo album è intensa, vibrante e sensuale, capace di cogliere ogni sfumatura emotiva delle parole.

L'album è un crogiolo di sonorità e narrazioni che attingono alla cultura sarda, esplorando temi universali attraverso la lente di una specifica identità. Le tracce di "Melagranada" offrono un panorama variegato ma coerente:

  • Ruja (Melagrana rossa): Un titolo che già evoca immagini vivide e simbolismi legati alla terra e alla passione.
  • Una Istella (Una Stella): Un brano che suggerisce speranza e una guida luminosa nel cammino.
  • Bellita Bellita (Bellina bellina): Un'espressione di affetto e tenerezza, probabilmente legata alla tradizione orale sarda.
  • Su Piscadore A Fura (Il pescatore di frodo): Un racconto che potrebbe celare metafore di libertà, trasgressione o la dura realtà della vita isolana.
  • Il Marinaio Blu: Un personaggio evocativo, forse simbolo di viaggi, lontananza o solitudine.
  • Sos Bestidos de Biancu (I vestiti di bianco): Un'immagine potente, che può richiamare tradizioni, purezza o riti ancestrali.
  • Rià Rià: Un suono che suggerisce giochi, feste o richiami infantili.
  • Mariafilonzana: Un nome che potrebbe appartenere a figure mitologiche o a personaggi della tradizione popolare.
  • No Lamentos (Non lamenti): Un'esortazione alla forza e alla resilienza, un rifiuto del compianto.
  • As Semenadu In Mare (Hai seminato in mare): Una metafora della vanità degli sforzi o, al contrario, della speranza in un raccolto improbabile ma prezioso.

Ogni brano è un tassello di questa ricerca di una memoria individuale, di radici antiche, un percorso che si estende ben oltre la semplice melodia. Marisa Sannia, con "Melagranada", ha creato un'opera che non solo celebra la Sardegna, ma la eleva a metafora di un'identità più ampia, dove il locale si fonde con l'universale, e la tradizione incontra la sensibilità contemporanea. È la testimonianza di come l'arte possa essere un ponte tra passato e presente, tra l'io e il mondo.

MARISA SANNIA - MELAGRANADA RUJA - " MELAGRANADA" - 1997 - TRD IN ITA SU VIDEO

Il Dialogo con i Grandi Poeti: Federico Garcia Lorca e il "Cante Jondo"

Negli ultimi anni della sua carriera, Marisa Sannia ha intrapreso un'esplorazione artistica di straordinaria profondità, immergendosi nel mondo poetico di Federico Garcia Lorca (1898 - 1936), un grandissimo poeta andaluso conosciutissimo a livello mondiale. Da questa immersione è scaturita un'opera musicale emozionante, in cui Marisa ha proposto le esperienze di vita e il mondo poetico di Lorca attraverso musiche di sua composizione e con parole derivate da frammenti di testi poetici e teatrali, scritti e diari di età giovanile. Questo approccio ha permesso di scoprire l’attualità di un artista così particolare e significativo per la letteratura contemporanea, dimostrando la sua perenne risonanza emotiva e culturale.

Rivivono, attraverso la voce e le melodie di Marisa Sannia, i temi cari a Lorca: il trascorrere del tempo, la malinconia e il desiderio dell’impossibile, la nostalgia dell’infanzia perduta, la natura e i paesaggi che fanno da specchio all'anima umana, la morte come ineludibile compagna dell'esistenza, e la stessa scrittura poetica come atto di creazione e resistenza. Ma non mancano i riferimenti a oggetti concreti (come specchi, aquiloni, ventagli) che, nel simbolismo lorchiano, assumono significati profondi, e ad una diffusa sonorità (la pioggia che cade, il mare che mormora, i grilli che cantano, le campane che suonano a festa o a lutto, il pianto come espressione primordiale del dolore) che diventa musica nel canto della chitarra e nei lontani gridi del "cante jondo".

Il "cante jondo", espressione musicale tipica dell'Andalusia, è una componente cruciale nell'universo di Lorca e, di conseguenza, nell'interpretazione di Marisa Sannia. È descritto come "Un canto profondo, molto più profondo di tutti i pozzi e di tutti i mari del mondo, ancora più profondo del cuore che oggi lo crea, della voce che oggi lo canta." Questa forma d'arte è un canto quasi infinito, che viene da molto lontano attraversando gli anni, i mari e i venti del tempo, provenendo dal primo pianto, dal primo bacio dell'umanità. Il canto profondo canta sempre nella notte, non ha mattino, pomeriggio, né montagne, né pianure, ma solo una notte vasta e profondamente stellata. In questa descrizione si percepisce l'essenza di un'emozione primordiale e universale, che Marisa Sannia ha saputo catturare e reinterpretare, creando un ponte sonoro tra la Spagna e la Sardegna, tra la poetica di Lorca e la sua sensibilità.

L'album "Rosa de Papel", edito a pochi mesi di distanza dalla prematura scomparsa di Marisa Sannia, rappresenta l'apice di questo tributo a Lorca. In esso, l'artista getta un ponte verso la Spagna, cimentandosi con l’adattamento in canzoni di nove poesie di Federico Garcia Lorca e aggiungendovi le riletture di altre due opere del grande autore andaluso, già musicate da Leonard Cohen e Amancio Prada. Il tutto è superbamente arrangiato da Marco Piras, che ha fatto ricorso prevalente a strumenti caldi e limpidi quali chitarra acustica, violoncello, contrabbasso e piano, creando un'atmosfera intima e suggestiva. Il risultato è sinuoso e affascinante, con la voce della Sannia in perfetto equilibrio tra fragilità e forza, e le musiche - scarne ma incisive - che ne sottolineano l’intensità, favorite dai toni “esotici” dello spagnolo. Questo disco non era solo un'opera discografica, ma parte di un progetto più ampio, che includeva uno spettacolo teatrale su Garcia Lorca, purtroppo interrotto dalla malattia dell'artista, ma che testimonia la passione e la dedizione di Marisa per la poesia e per il grande poeta andaluso.

Manoscritto di Federico Garcia Lorca

Antioco Casula, Montanaru e la Ninna Nanna Sarda: Un'Eredità Sonora

Un altro pilastro fondamentale nel percorso di riscoperta delle radici e della poesia per Marisa Sannia è stato Antioco Giuseppe Casula, meglio noto come Montanaru (1878 - 1957), uno dei più importanti poeti in lingua sarda logudorese. Nato e vissuto a Desulo, un paese alle falde del Gennargentu, Montanaru ha saputo cantare le gioie, i dolori, la forza e le speranze del suo popolo, conquistando da sempre il cuore della sua gente. Autore del suo primo libro di poesie a soli 20 anni, nel 1904, ha avuto rapporti frequenti e profondi con gli artisti più in vista della sua epoca, tra cui Papini, Pascarella, Trilussa, Ungaretti e Grazia Deledda, a testimonianza del suo spessore culturale. Le sue poesie sono caratterizzate da versi dal linguaggio sincero, spontaneo, pieni di calore e di musicalità, che rispecchiano l'anima della Barbagia.

Marisa Sannia è stata portata a lui dalle parole di una ninna nanna, sentita in un tempo lontano, un'eco del passato che ha risvegliato in lei una profonda curiosità. Questo primo contatto l'ha spinta a leggere a poco a poco tutte le sue poesie. L'impatto fu travolgente: “Ero incantata da quei versi semplici, pieni di sentimento, di voglia di libertà, di solitudine, in questa lingua misteriosa e sensuale, antica, ma familiare, abbandonata in un angolo segreto della mia memoria.” Questa citazione cattura perfettamente il senso di meraviglia e riscoperta che Marisa provava. La lingua sarda, sebbene affascinante, le intimoriva quasi; provava quasi pudore a pronunciarla, ma solo cantando avrebbe potuto vincere quel pudore, trasformando l'esitazione in espressione artistica.

Il tema della ninna nanna occupa un posto di rilievo nell'indagine artistica di Marisa Sannia, soprattutto in relazione alla poesia di Montanaru e alla cultura sarda. Le ninna nanne sono canti universali, ma in Sardegna assumono un significato atavico e particolare. Le cantano solo le donne, siano esse madri, sorelle, nonne o madrine, e fra le parole e gli sguardi si nasconde un antico incantesimo, quello del sonno. Marisa Sannia stessa ha riflettuto su come, sebbene avesse potuto scrivere ninna nanne sarde molto tempo fa e si fosse avvicinata all'argomento già da tempo, è solo quando le canti a tua figlia che ne comprendi a pieno il significato atavico. Questo perché le ninna nanne non sono solo parole e suono, quanto piuttosto azione e intenzione, un atto d'amore e di protezione profondo.

Queste dolci, dolcissime melodie dedicate ai neonati sono state da tanti assimilate ai canti di morte. Le somiglianze, d’altronde, non finiscono qui: c’è quell’innato dondolare che è proprio della madre che ninna e de s’attitadora che attitta (la donna che piange i morti), e a pensarci bene il suono nelle ninna nanne, esattamente come nei canti di morte, è squisitamente nasale, creando un legame sottile ma potente tra la nascita e la fine, tra il principio e l'epilogo della vita. Ma nell’anninnare dedicato ai neonati esiste una componente aggiuntiva: l’incanto della sorte. Se le janas (le fate sarde nella tradizione) decretano la fortuna del neonato, assegnandogli beni o mali, sono le mamme ad augurare al proprio piccolo un meraviglioso futuro. Questo augurio può assumere forme inaspettate e cariche di un realismo a volte duro, come nell'espressione “Fizzu e su coro meu benedittu, canno ser mannu diventes bandites” ("Figlio del mio cuore benedetto, quando sarai grande ti auguro di diventare bandito"), un augurio che, sebbene possa sembrare strano ai moderni, era un tempo un modo per augurare forza e capacità di difendersi in un mondo difficile, la capacità di farsi rispettare anche attraverso l'indipendenza e la ribellione.

La componente cristiana, come spesso accade, è presente e un po’ stona se non se ne comprende il tardo innesto, ma non altera il nucleo pagano e ancestrale. Che si trattasse di ballate o di ninne, appare comunque chiaro che la notte era un momento piuttosto temuto dal sardo per una miriade di motivi legati all'isolamento e alle credenze popolari. In questo contesto, non resta che ascoltare una delle Ninne più dolci che una madre possa cantare al proprio bambino: "Sa Ninna nanna de Anton’Istene", cantata da Marisa Sannia su poesia di Antioco Casula, il Montanaru. È un brano che, con la sua intensità e la sua dolcezza intrinseca, sfido chiunque a riuscire ad ascoltarlo mantenendo il ciglio asciutto e la mano ferma, tanta è la sua capacità di toccare corde emotive profonde.

Non avere un ricordo personale delle ninna nanne a noi dedicate è comune, ma quel che ancora si ricorda è il senso di totale abbandono provato in braccio di una madre: un senso di calore, di leggerezza, un senso di sicurezza. Per questo le ninne si rinnovano, cambiano, si modificano, ma non si smetterà mai di cantarle ai propri figli, perché sono espressione di un legame primordiale e indissolubile. La ninna nanna, con la sua promessa "Poi ti do una fortuna grande, perché mai tu abbia dolore in vita," è un rito di protezione, un incantesimo benevolo che accompagna i primi sogni e le prime speranze.

Donna sarda che canta una ninna nanna

Collaborazioni e Incontri: Tra Francesco Masala, Maria Lai e Sergio Endrigo

Il percorso artistico di Marisa Sannia è stato arricchito da incontri e collaborazioni significative che ne hanno plasmato la direzione e la profondità. Tra questi, spiccano figure di grande rilevanza culturale, come Francesco Masala, Maria Lai e Sergio Endrigo.

Francesco Masala: Il Poeta Consigliere e la Voce dell'Isola

Francesco Masala (1916 - 2007), conosciuto anche come Frantziscu Masala in sardo o con il diminutivo Cicitu nel Logudoro, è stato un poeta, scrittore e saggista italiano, nonché uno studioso di lingua e cultura sarda. La sua figura è quella di un intellettuale scomodo, polemico, ribelle, che negli ultimi anni della sua vita ha scelto di vivere a Cagliari nel suo “esilio volontario in patria”. Masala è stato un difensore e sostenitore accanito della cultura e della lingua sarda. I suoi versi, descritti come “duri come la lava nera” e “materia e sogno esistenziale della condizione sarda”, erano aspri, amari, carichi di sensualità inesplosa, ma al contempo lasciavano trasparire un desiderio di speranza.

Marisa Sannia ha trovato in Francesco Masala non solo un poeta da interpretare, ma anche un prezioso consigliere e un mentore. È stata lei stessa a dichiarare: “ho musicato e rielaborato le poesie di Montanaru con il prezioso consiglio di Francesco Masala, poeta anche lui, di cui ho appena finito di musicare dopo una personale rielaborazione alcune sue poesie della raccolta Poesias in Duas Limbas”. Questa collaborazione ha dato vita all’album “Melagranada” e, successivamente, a “Nanas e Janas”, musicato da Marisa con testi suoi ma rivisti e perfezionati da Masala. L'intenso legame tra i due è testimoniato da un toccante scambio. A una struggente lettera del quasi novantenne Masala, Marisa rispose con un messaggio che esprimeva la sua profonda ammirazione e la sua comprensione della natura eterna della poesia: “Caro Francesco, è vero, il nostro è un cammino senza ritorno, ma la tua strada non avrà mai fine, perchè tu sei un poeta e i poeti non muoiono mai. Le parole dei poeti restano per sempre nell’aria, ad aspettare chi saprà cercarle e trovarle.” Questa frase sintetizza l'essenza dell'immortalità artistica che Marisa Sannia ha saputo celebrare e incarnare.

Maria Lai: L'Artista del Segno e del Respiro

Maria Lai (1919 - 2013) è stata una grande artista italiana, la cui opera si estendeva su un ampio spettro di espressioni artistiche, dai tappeti ai pizzi, dai pani ai fili intrecciati. Tutti i suoi lavori erano strutturati in un codice costituito da ideogrammi, segni usati come scrittura, parole mute, che anche nella manualità dell’esecuzione sono innanzitutto ritmo, proprio come nella metrica di un verso poetico.

La sintonia tra Maria Lai e Marisa Sannia era perfetta, fondata su una visione comune della poesia. Anche per Maria Lai, infatti, la poesia non si legge con gli occhi, ma con la voce. Non è un rapporto tra gli occhi e la scrittura, ma tra il nostro respiro e lo scritto. Gli occhi ci aiutano a decifrarla, l’orecchio a scoprirne il ritmo, ma è la voce che ci dà la possibilità di ricrearla. In questo processo, la poesia non è più solo quella dell’autore, ma diventa nostra, come se l’avessimo resuscitata dentro di noi dalla tomba delle pagine.

Sotto la spinta di un’esigenza espressivo-comunicativa, Maria Lai tentò l’avventura della musica, trovando un punto di contatto naturale con il percorso artistico di Marisa Sannia. Il mezzo sonoro, non più rigidamente legato a specifiche funzioni, fu reinventato e gestito in modo originale da Marisa, che interiorizzò e fece sua la materia verbale di alcuni testi poetici di Maria Lai, trasponendoli in canto. In questo connubio artistico, il segno visivo, ricontestualizzato all’interno di una struttura musicale, divenne un canale potente per una nuova forma di coinvolgimento a livello emotivo, psicologico e sociale, dimostrando come diverse forme d'arte possano fondersi per creare un'esperienza estetica più complessa e risonante.

Sergio Endrigo: Il Poeta della Canzone e l'Amico Leale

Sergio Endrigo (1933 - 2005) è stato un cantautore italiano di primissimo piano, autore di molti testi considerati delle vere e proprie poesie. Nel corso della sua carriera, ha collaborato con scrittori e poeti del calibro di Gianni Rodari, Pier Paolo Pasolini, Vinícius de Moraes e Giuseppe Ungaretti, e con musicisti eccellenti come Toquinho e Luis Bacalov, a testimonianza della sua raffinatezza artistica e della sua capacità di dialogare con diverse espressioni creative.

Marisa Sannia conobbe Endrigo fin dagli inizi della sua carriera, nel 1966, in seguito a un concorso per voci nuove indetto dalla Fonit-Cetra in collaborazione con la RAI. Dal sito di Endrigo stesso emerge un ricordo vivido di quell'incontro: “La voce che ci colpì fu quella di una ragazza sarda. Era una voce assolutamente unica e bellissima. Accettammo di produrre i suoi dischi senza averla mai vista. Quando la conoscemmo fui colpito dalla sua bellezza e dal suo viso incantevole.” Questo aneddoto sottolinea il potere magnetico della voce di Marisa, capace di affascinare anche prima che la sua presenza fisica fosse rivelata.

Anche Marisa Sannia lo riteneva un grande amico, una figura che era stata per lei molto importante. Diceva di lui: “Era una specie di legame familiare quello che mi legava da tanti anni a Sergio. Ha scritto per me delle canzoni molto belle, ed ho avuto la fortuna di incontrarlo e di vivere e lavorare con lui in anni pieni di incontri, di entusiasmo e di amicizia.” Marisa lo definiva un “poeta della canzone, non solo, era un vero poeta.” Le sue canzoni, con le loro melodie indimenticabili, commuovono e incantano. Endrigo era poeta nei pensieri, nella semplicità, nella vita, e la sua influenza sulla Marisa Sannia degli esordi è innegabile, avendo contribuito a forgiare il suo talento e a indirizzarla verso una sensibilità artistica che avrebbe poi sviluppato in modi unici e personali.

MARISA SANNIA - MELAGRANADA RUJA - " MELAGRANADA" - 1997 - TRD IN ITA SU VIDEO

Un Panorama di Influenze e Tributi: Altri Poeti del Mondo

Marisa Sannia, nel corso della sua carriera artistica, ha dimostrato una straordinaria apertura verso la poesia di diverse nazionalità ed epoche, stabilendo contatti significativi o addirittura collaborando con numerosi poeti. Questa ricerca transculturale ha arricchito profondamente il suo repertorio e la sua sensibilità interpretativa.

Tra questi, vogliamo segnalarne alcuni di particolare rilevanza:

José Julian Martì Perez (1853 - 1895)

Poeta, scrittore e politico cubano, Martì Perez è stato il leader del Movimento per l’Indipendenza cubana dalla Spagna, un eroe nazionale chiamato “l’Apostolo”. Il suo nome è stato onorato intitolando a lui l'aeroporto internazionale di L’Avana. Marisa Sannia ha cantato la sua poesia “La rosa blanca”, musicata da Sergio Endrigo, pubblicata nel 1891 nella raccolta “Versos Sencillos”. È interessante notare che la prima poesia di questa stessa raccolta si intitola “Guantanamera”, diventata forse la più famosa canzone cubana di sempre, a dimostrazione della risonanza universale dei versi di Martì. L'interpretazione di Marisa di "La rosa blanca" ha contribuito a diffondere la bellezza della poesia cubana in un contesto musicale più ampio.

Vinicius de Moraes (1913 - 1980)

Poeta, cantautore e drammaturgo brasiliano, Vinicius de Moraes è una figura iconica della cultura latinoamericana, conosciuto per la sua opera teatrale da cui fu tratto il celebre film “Orfeu negro” (Marisa Sannia cantò la versione italiana della canzone principale, dimostrando la sua versatilità e la sua capacità di abbracciare diverse tradizioni musicali e linguistiche). Ha lavorato spesso in Italia, stringendo importanti collaborazioni con artisti del calibro di Sergio Endrigo, Toquinho e, naturalmente, Marisa Sannia. Insieme, incisero il disco con musiche per bambini “L’Arca”, un progetto che testimoniava la loro comune sensibilità e la volontà di creare arte per ogni età. De Moraes collaborò anche con Giuseppe Ungaretti (e ancora con Endrigo) per produrre il disco cantato e recitato “La vita, amico, è l’arte dell’incontro” del 1969, un'opera che sottolinea ulteriormente il suo ruolo di ponte tra la poesia e la musica.

Joan Manuel Serrat (1943)

Cantautore, cantante e chitarrista spagnolo di Barcellona, Joan Manuel Serrat è uno dei personaggi più importanti e influenti della musica catalana e castigliana. Ha musicato poesie di grandi autori come Antonio Machado e Miguel Hernandez, e molti suoi testi originali sono considerati vere e proprie poesie per la loro profondità e raffinatezza. Marisa Sannia ha avuto l'opportunità di collaborare con lui per un album, purtroppo mai pubblicato, ma che testimonia la stima reciproca e il desiderio di esplorare nuove sinergie artistiche tra due culture mediterranee così vicine eppure distinte.

Antonio Canu (1929)

Poeta algherese (e catalano in certe sue poesie), Antonio Canu rappresenta un altro legame di Marisa Sannia con le radici linguistiche e culturali della sua terra, ma con un'apertura verso l'identità catalana presente in Sardegna. Marisa ha scelto e musicato la sua poesia “Solament l’amor”, tratta dalla raccolta “En l’Arc dels Dies” del 2000, unendo la sua voce alla lirica di un autore che canta l'amore in una lingua ricca di storia e fascino.

Pietro Aloise (1943)

Poeta cosentino, Pietro Aloise scrive sia in italiano che in dialetto calabrese, dimostrando una versatilità linguistica che lo accomuna, in parte, agli interessi di Marisa Sannia per le lingue regionali. Si è dilettato a scrivere qualche canzone e ha collaborato anche come consulente musicale con molti cantanti italiani. La canzone “Piccola strada di città”, affidata a Marisa in una delle sue migliori interpretazioni, è un esempio della sua capacità di valorizzare testi poetici attraverso il canto, trasformando la lirica in un'esperienza sonora memorabile.

Questa carrellata di collaborazioni e influenze dimostra l'ampiezza degli orizzonti culturali di Marisa Sannia e la sua costante ricerca di una connessione profonda con la poesia in tutte le sue manifestazioni, superando confini geografici e temporali per creare un'arte senza tempo.

Mappa delle influenze culturali di Marisa Sannia

L'Eredità Artistica e la Profondità del "Disegno" di Marisa Sannia

Marisa Sannia, oltre ad essere una cantautrice dalla voce unica e dalle interpretazioni molto particolari, ha avuto un percorso artistico variegato che l'ha vista esibirsi in molti concerti, catturando l’attenzione del pubblico con esibizioni indimenticabili ed emozionanti. Sebbene la sua presenza nel mondo del cinema sia stata più saltuaria, sia come attrice che come musicista, ha trovato maggiori soddisfazioni nel teatro, dove ha potuto evidenziare le sue grandi doti di cantante e di cantautrice, dimostrando una versatilità che andava ben oltre il ruolo di interprete pop.

La sua carriera, spesso ricordata per il periodo di successo nella musica leggera degli anni '60, nasconde in realtà una profondità e una maturità artistica che molti hanno scoperto solo in un secondo momento, in particolare a partire dagli anni '90. Come viene notato, i lettori più anziani la ricorderanno magari come “meteora” della nostra musica leggera degli anni '60, ma quanti l’hanno conosciuta nei Novanta, ben dopo quel pur dignitoso periodo di apprendistato cui hanno comunque fatto seguito (fino al 1984) altre prove di livello come cantautrice, interprete e attrice teatrale, sono certamente stati colpiti dallo spessore e dall’intensità con la quale si è confrontata con le magnifiche tradizioni della Sardegna, l'isola che le ha dato i natali nel 1947.

Il lascito di Marisa Sannia è ben descritto da un aneddoto metaforico: una notte, un uomo che viveva nei pressi di uno stagno viene risvegliato da un terribile fragore: è l’argine che sta cedendo. Si precipita a tappare la falla correndo di qua e di là e, quando ha finito, se ne torna a letto. Al mattino, affacciandosi alla finestra, vede che i suoi passi disordinati hanno creato sul terreno il disegno di una cicogna. Marisa, nel suo cammino artistico e umano, ha terminato il suo disegno. Credo che lei oggi vorrebbe essere ricordata anche per ciò che non l’ha resa famosa e per ciò che i mass media hanno disdegnato: l’amore per la poesia, la maturità, lo studio continuo e la riscoperta delle radici linguistiche sarde. E poi il suo grande amore per la poesia di Federico Garcia Lorca, un amore che ha trasformato in musica e teatro.

Il disco "Rosa de Papel", ad esempio, non era solo una parte del progetto discografico, ma il culmine di un'idea più grande, perché su Garcia Lorca aveva preparato uno spettacolo teatrale. Chi l'ha conosciuta in quel periodo ricorda la gioia nei suoi occhi quando ne parlava e quando raccontava le prove che stava facendo, un progetto che solo la malattia ha interrotto, ma che testimonia la sua visione artistica integrale e la sua dedizione.

La sua musica più matura, come quella presente in album quali “Sa Oghe de su Entu e de su Mare”, mostra la profondità della sua ricerca. Un disco davvero notevole, di un’artista che purtroppo non c’è più, pubblicato da un’etichetta che da anni sta portando avanti un eccezionale lavoro sul nostro patrimonio musicale di area folk. L’operazione qui, completamente godibile anche di per sé, ha anche un coté culturale di tutto rispetto: Antioco Casula, il “Montanaru”, poeta lugodorese del primo ‘900, classico poeta contadino della Barbagia, con istruzione appena elementare, ma autore di quattro libri di liriche usciti tra il 1904 e il 1950. E Maria Lai, una delle principali artiste sarde contemporanee di arti visive, in particolare applicate sul paesaggio e su vasta scala. Marisa Sannia, infine, è stata una “signora della canzone italiana” che ha saputo evolvere. L'album si apre con la traccia "It'est sa poesia": “Cos’è la poesia? / È la bella immagine lontana vista e mai raggiunta / Un desiderio, uno sguardo / un raggio di sole alla finestra / Cos’è la poesia? / il dolore, la gioia, la speranza / la voce del vento e del mare”, un brano che è e resta assolutamente un fado, un lamento poetico che rivela l'essenza della sua ricerca artistica.

Il critico che ha recensito questi lavori ha sottolineato come, ascoltando la sua musica, si possa quasi pensare di essere di fronte a un magnifico disco di fado, con una lingua melodiosa come il portoghese, interpretato da una grande artista sarda. Eppure, senza nemmeno aver troppo tema di smentite, si tratta di uno dei dischi più belli sentiti negli ultimi anni, uno di quelli che, senza nemmeno aver bisogno di pensarci molto, verrebbe schiaffato tra gli “indimenticabili” di questa o di un’altra stagione. Brani come "Istasera un organitto" (Serenata di inverno) sono un altro grande episodio di un grande disco, raccolto e delicato, in forma di acquerello musicale, ma con controtempi e cori che richiamano alla tradizione. Alla tradizione delle ninne nanne richiama in modo commovente "Ninna nanna da Anton’Istene". Nei 44 minuti e 59 secondi del disco non ci sono momenti bassi, l’ispirazione non abbandona mai Marisa e, per paradosso geografico, i versi di “Montanaru” e le trame dolci che intesse loro attorno Marisa Sannia, soprattutto nella “Morte dell’elce”, richiamano i canti della terra di Gigi Maieron in quel capolavoro che era “Si vif”. Lingue diverse dall’italiano, per sentimenti universali, contatto con la natura e abbraccio con i ritmi della terra e con i suoi suoni. Il montanaro carnico e il “Montanaru” barbaricino in alcuni estremi si toccano, entrambi portano con sé il respiro della terra e un suono che non è mai solo di una nazione o di una terra, ma universale.

Conclude il disco “Anche se non so nuotare”, che, superando i sei minuti, è la canzone più lunga del disco ed una delle più belle e interessanti: una riflessione sulla vita, un mare in cui ci ritroviamo a doverci muovere anche senza saper nuotare, dal momento della nascita, e sul suo senso più profondo. Questa canzone, come molte delle sue ultime opere, evoca la teoria della "confederazione delle anime", un concetto che suggerisce un legame spirituale e duraturo tra gli esseri umani. Marisa Sannia, in linea con l'affermazione dello scrittore brasiliano Joao Guimaraes Rosa secondo cui "Le persone non muoiono, restano incantate", ci invita a credere che l'artista, attraverso la sua opera, continua a vivere, a parlare e a incantare, lasciando un'eco indelebile nel cuore di chi sa ascoltare la magia della sua voce e del suo "disegno". La separazione fisica duole troppo, ma l'arte offre un ponte, una memoria vivente che resiste al silenzio e al tempo.

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