L'utilizzo della forza da parte delle forze dell'ordine rappresenta un tema di perenne discussione in ogni società democratica, specialmente quando coinvolge soggetti ritenuti particolarmente vulnerabili. In Italia, recenti sviluppi normativi e casi emblematici hanno riacceso il dibattito sulla proporzionalità e adeguatezza dei protocolli di ordine pubblico, ponendo in evidenza criticità relative, tra gli altri, al trattamento di donne incinte, manifestanti e individui in condizioni di fragilità. La questione non si limita a singoli episodi, ma si inserisce in un contesto più ampio di inasprimento delle misure repressive e di evoluzione, o involuzione, dei principi che guidano l'intervento delle autorità.
Il Nuovo Quadro Normativo: Il Decreto Sicurezza del Governo Meloni e le Sue Implicazioni
Il 4 aprile è stato approvato dal governo Meloni, in un Consiglio dei Ministri durato mezz’ora, un decreto-legge che riporta quasi per intero i contenuti dell’ex DDL 1660 (poi DDL Sicurezza), fermo da tempo nel suo percorso di approvazione sia per motivi politici che di bilancio. Questo nuovo decreto si differenzia dalla legge precedente soltanto per alcune accortezze inserite al fine di garantire la costituzionalità del testo, e di aggirare il dibattito parlamentare per accelerare la messa in atto delle misure, alle quali viene evidentemente conferito un carattere “emergenziale”. Tali scelte costituiscono una dimostrazione palese di quanto la frazione della borghesia rappresentata dal governo attualmente in carica abbia bisogno di tutelarsi da soggetti e organizzazioni che essa reputa pericolosi per i suoi interessi. Abbiamo già analizzato in precedenza i contenuti del vecchio DDL, spiegando come esso fosse paradigmatico delle intenzioni del governo di far fronte ad una grossa fetta di problemi sociali e delle contestazioni che essi suscitano come un mero problema di ordine pubblico, sottolineandone quindi il carattere classista e repressivo.
Misure Principali del Decreto e il Loro Impatto:
Contrasto alle Occupazioni Abusive: Il decreto, innanzitutto, introduce una nuova fattispecie di reato finalizzata al contrasto del fenomeno delle occupazioni abusive di immobile destinato a domicilio altrui o di sue pertinenze. Il delitto è punito ora con la reclusione da due a sette anni. Questo significa che se un proletario perde casa per colpa del lavoro povero e del caro affitti, ad esempio - ricordiamo che è stato da poco cancellato il fondo per la morosità incolpevole -, e ha necessità di occupare, per sopravvivere, un immobile abbandonato (o, anche, se parteciperà per solidarietà a un picchetto antisfratto) sarà punibile anche con sette anni di carcere. Da adesso, inoltre, le forze dell’ordine potranno intervenire subito, anche senza autorizzazione del giudice, e procedere allo sgombero in tempi rapidissimi.
Reato di Detenzione di Materiale con Finalità di Terrorismo: Il provvedimento introduce poi, addirittura al primo articolo, il reato di detenzione di materiale con finalità di terrorismo. Verrà punito con la reclusione da due a sei anni chi si procura o detiene materiale contenente istruzioni sulla preparazione e l’uso di congegni bellici micidiali, armi, sostanze chimiche o batteriologiche e di ogni altra tecnica o metodo per il compimento di atti con finalità di terrorismo. Viene inoltre anticipata la soglia di punibilità per chi distribuisce, diffonde o pubblicizza con qualsiasi mezzo materiale contenente istruzioni per la preparazione e l’utilizzo di materie esplodenti essenziali per la commissione di reati gravemente offensivi. Per quanto possa sembrare una norma che previene atti di violenza eccessiva o arbitraria, essa contiene in maniera subdola un ennesimo pretesto per perseguire chi pratica lotta politica dura. Ad esempio, un militante che possiede sul suo computer o nel suo archivio dei documenti che potrebbero strumentalmente essere collegati a pratiche di sabotaggio, anche in assenza di precedenti penali, potrebbe essere punito.
Revoca della Cittadinanza: Il decreto interviene anche in materia di revoca della cittadinanza. Viene esteso da tre a dieci anni il periodo in cui questa può essere esercitata nei confronti dello straniero, a decorrere dalla sentenza di condanna per i gravi reati già previsti dall’ordinamento. Questo significa che se una persona divenuta italiana da adulta fa militanza politica e compie atti interpretabili come “terrorismo” o eversione, anche dopo aver scontato la pena e aver ricostruito la sua vita, potrebbe subire la revoca della cittadinanza fino a dieci anni dopo la sentenza definitiva.
Daspo Urbano e Arresto in Flagranza Differita: Nella nuova legge il Daspo urbano, ossia il divieto di frequentare determinate aree delle città, viene esteso a coloro che risultino denunciati o condannati, anche con sentenza non definitiva, nel corso dei cinque anni precedenti, per delitti contro la persona o contro il patrimonio commessi nelle aree interne e nelle pertinenze di infrastrutture ferroviarie, aeroportuali, marittime e di trasporto pubblico locale, urbano ed extraurbano. Viene inoltre esteso l’arresto in flagranza differita al reato di lesioni personali gravi o gravissime a un pubblico ufficiale in servizio di ordine pubblico, commesso in occasione di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico. Si tratta, in questo caso, di un chiaro tentativo di intimidire qualsiasi tipo di lotta sui territori che possa in teoria degenerare in scontri con le forze dell’ordine o in momenti di mobilitazione convulsa, ovvero quasi tutti i tipi di lotta pesante nelle piazze.
Inasprimento della Pena per il Blocco Stradale: Sulla scia di quanto sopra, viene anche inasprita la pena per il blocco stradale. Attualmente la legge punisce con una multa da mille a 4mila euro chi impedisce la circolazione su una strada ordinaria usando il proprio corpo. Il disegno di legge dispone che ostruire la circolazione stradale anche soltanto tramite il proprio corpo diviene un reato punibile con la reclusione fino a due anni.
Esecuzione della Pena per Donne Incinte e con Figli: L’articolo 15 del decreto interviene in materia di esecuzione della pena per donne incinte e con figli. Resta l’abolizione dell’obbligo di rinvio della pena per le condannate incinte o madri di bimbi più piccoli di un anno. Anche loro, quindi, d’ora in poi potranno finire in carcere. Si tratta di uno dei punti più contestati del provvedimento, su cui si erano focalizzate le attenzioni del Presidente della Repubblica. Questa misura, in particolare, solleva interrogativi profondi sulla tutela della maternità e della salute dei minori, introducendo un elemento di rigidità che potrebbe avere ripercussioni significative su un segmento già vulnerabile della popolazione.
Aggravante per Atti Violenti contro Infrastrutture: Il decreto predispone un’ulteriore aggravante in caso di atti violenti commessi al fine di impedire la realizzazione di un’infrastruttura (la cosiddetta norma “anti no Ponte o no TAV”). Viene specificato nel testo che le infrastrutture sono quelle «destinate all’erogazione di energia, di servizi di trasporto, di telecomunicazioni o di altri servizi pubblici». Fa il suo esordio, inoltre, la nuova fattispecie di reato di lesioni personali a un ufficiale o agente di polizia giudiziaria o di pubblica sicurezza nell’atto o a causa dell’adempimento delle funzioni.

Tutele per le Forze dell'Ordine: Il decreto, però, non si limita a rendere la vita difficile a coloro che sono considerati un fastidio dai padroni, ma si impegna a tutelare coloro che oggi ne difendono gli interessi. Infatti, per gli appartenenti alle forze di polizia, al corpo nazionale dei Vigili del fuoco e alle Forze armate indagati o imputati per fatti connessi alle attività di servizio, lo Stato potrà corrispondere fino a 10mila euro per le spese legali in ciascuna fase del procedimento. È prevista la rivalsa se venisse accertata la responsabilità del dipendente a titolo di dolo ma questa è esclusa, invece, in caso di sentenza di non luogo a procedere, per intervenuta prescrizione, per archiviazione e negli altri casi di proscioglimento. Perciò, se un agente di polizia, un carabiniere o un militare è imputato o indagato per un fatto connesso al suo servizio, ad esempio lesioni durante una manifestazione o uso eccessivo della forza in un fermo o uno sgombero, non rischierà nulla.
Bodycam e Armi Fuori Servizio: Inoltre, le forze di polizia potranno indossare bodycam sulle divise, ossia dispositivi di videosorveglianza idonei a registrare l’attività operativa nei servizi di mantenimento dell’ordine pubblico, di controllo del territorio, di vigilanza di siti sensibili, nonché in ambito ferroviario e a bordo treno. Questo provvedimento, come abbiamo già fatto notare, diverse associazioni lo hanno definito ad esclusiva protezione degli agenti in assenza di codici identificativi che permettano ai cittadini di risalire a chi si trovano di fronte. Infine, gli agenti della Polizia, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza o della Penitenziaria potranno portare con loro, anche fuori servizio e senza licenza, pistole, rivoltelle, armi lunghe e persino bastoni animati con lama, anche se non sono armi in dotazione. Non ci sarà nessun obbligo di visita medica, di informare la famiglia o la questura, nessun controllo psicologico né esami tossicologici.
Inasprimento delle Pene nelle Carceri: Oltre a colpire persone senza fissa dimora, lavoratori sfruttati, attivisti per l’ambiente e militanti politici, il decreto inasprisce le pene per i reati commessi nell’altro luogo dove la presenza di proletari è più densa: le carceri. Il provvedimento aumenta infatti la pena per chi istiga alla disobbedienza delle leggi se il fatto è commesso all’interno di un istituto penitenziario o attraverso scritti o comunicazioni dirette a persone detenute. Il reato di «rivolta all’interno di un istituto penitenziario» punisce così le condotte di promozione, organizzazione o direzione e partecipazione a una rivolta consumata all’interno di un istituto penitenziario da tre o più persone riunite, mediante atti di violenza o minaccia. Se un detenuto in un carcere in condizione di sovraffollamento, umiliazione o abbandono deciderà anche solo passivamente di partecipare a una protesta collettiva potrà essere accusato del reato di rivolta penitenziaria e gli verranno inflitti da uno a cinque anni di carcere, fino a otto se è promotore, e fino a venti se ci saranno morti o feriti, anche causati dalla polizia.
Pene nei CPR: Restando sul tema della detenzione, se una persona immigrata rinchiusa in un Centro di permanenza per i rimpatri (CPR) o in un centro d’accoglienza organizza o partecipa a una rivolta contro le condizioni disumane nelle quali è costretta a vivere potrà essere punita con il carcere da uno a sei anni, se si tratta del promotore della rivolta, o da uno a quattro anni, se vi partecipa. Se durante la protesta un agente o un membro dello staff del CPR subisce lesioni gravi, la pena può arrivare fino a vent’anni. Il CPR diventerà ancora di più un’area senza diritti, con ogni gesto di autodifesa che potrà essere interpretato come una minaccia all’ordine pubblico.
Sanzioni per le ONG: Se, inoltre, un capitano di una nave ONG mentre salva dei profughi che le istituzioni hanno abbandonato non obbedisce a un ordine di fermo o ritarda a consegnare dei documenti potrà essere punito con fino a due anni di carcere per non aver obbedito all’intimazione dell’autorità. Se, poi, gli verrà contestata una “resistenza”, anche non violenta, contro una nave da guerra, come una motovedetta della Guardia di finanza, rischierà da tre a dieci anni di reclusione.
Deroghe e Poteri ai Servizi Segreti: Infine, il decreto cancella una delle norme più controverse del disegno di legge, quella che imponeva alle amministrazioni pubbliche, alle università e ai centri di ricerca l’obbligo di rispondere alle richieste di collaborazione dei servizi segreti, in deroga alla normativa sulla privacy. Nel decreto rimangono, tuttavia, le tutele per gli appartenenti ai servizi in relazione ad attività di contrasto rispetto a condotte riferibili a minacce terroristiche e sovversive, e l’attribuzione della qualifica di agente di pubblica sicurezza al personale delle forze armate adibito alla tutela delle strutture delle agenzie di informazione, laddove non ne sia già in possesso. Questo significa che un agente dei servizi segreti (AISE, AISI, DIS) che operi in nome della “sicurezza nazionale”, potrà infiltrarsi, organizzare, finanziare gruppi eversivi, detenere esplosivi, spiare, hackerare, violare domicilio e comunicazioni. Potrà persino deporre in tribunale con una falsa identità. Lo Stato borghese, in altre parole, reprimerà e agirà senza volto per indagare e danneggiare le attività di organizzazioni che sono considerate una minaccia politica dagli apparati dello Stato.
I Protocolli sull'Uso della Forza e la Gestione dell'Ordine Pubblico: Dalle Teorie alle Pratiche
Dopo il G8 di Genova del 2001, con intere giornate di guerriglia urbana, la morte di Carlo Giuliani e l’inchiesta sui pestaggi dei manifestanti fermati dalla polizia nella scuola Diaz, le regole d’ingaggio per chi indossa una divisa sono state in parte riviste. L'obiettivo era, e dovrebbe essere, evitare l’uso della forza per quanto possibile, preferendo il dialogo con gli organizzatori e in casi particolari limitarsi al contenimento di eventuali comportamenti violenti da parte dei manifestanti o violazioni delle prescrizioni da parte loro durante le proteste in piazza. Lo scontro fisico è l’estrema ratio per interrompere azioni che compromettono l’ordine pubblico.
Le Regole d'Ingaggio e la Gestione delle Manifestazioni:L’evento preavvisato viene gestito fin dall’inizio da personale specializzato nelle Questure, dagli Uffici di Gabinetto e dalle Digos, con frequenti contatti con gli organizzatori delle iniziative di protesta che proseguono anche nel corso dell’evento stesso. Questo rapporto diretto e coordinato viene sviluppato proprio per evitare che in caso di criticità la situazione possa degenerare in scontri.In alcune circostanze, a Roma ad esempio anche abbastanza frequenti, presidi statici di manifestanti con regolare preavviso si trasformano in cortei lungo le strade cittadine dopo colloqui e più spesso trattative fra poliziotti e organizzatori. Queste iniziative hanno anche lo scopo di alleggerire momenti di tensione, derogando su quanto annunciato dai primi in Questura. A volte questi scenari vengono previsti anche prima della manifestazione, durante la pianificazione, in modo che lo stesso servizio di ordine pubblico sia pronto a gestire nuove situazioni, come cambi di percorso dei cortei.
L'Intervento delle Forze dell'Ordine e i Limiti all'Uso della Forza:L’intervento degli agenti con le dotazioni, come scudi e manganelli, ma anche spray al peperoncino, lacrimogeni e idranti, è consentito in determinate circostanze, che devono essere gravi. Si tratta di un progressivo utilizzo degli strumenti di contenimento di comportamenti violenti da parte dei manifestanti, fra loro o contro le forze dell’ordine. Il ricorso alla carica è limitato ai momenti in cui non c’è altra soluzione per disperdere chi minaccia in concreto la sicurezza di un obiettivo sensibile o anche la stessa incolumità personale degli agenti. Ricevere insulti e provocazioni non è considerato un motivo valido per innescare uno scontro fisico con chi manifesta. La ricostruzione di quanto accade in piazza durante una manifestazione è sempre oggetto di un debriefing nel quale si analizzano gli aspetti principali della gestione dell’ordine pubblico, soprattutto se sono emerse criticità di qualche genere e se ci siano stati eccessi da parte del personale nel contenimento di momenti di tensione.
Si possono riprendere gli agenti delle Forze dell'Ordine mentre effettuano controlli?
Casi Controversi: Violenza e Soggetti Vulnerabili
Nonostante i protocolli stabiliti, la storia recente e l'attualità italiana sono costellate di episodi che sollevano dubbi sull'effettiva applicazione di tali principi, soprattutto quando la forza è impiegata contro individui in condizioni di fragilità.
Il Caso di Nela Ionica Drosu a Corvetto (2014): Tra Accusa e CondannaUn episodio che ha suscitato particolare clamore e rientra direttamente nella problematica dell'uso della forza contro soggetti vulnerabili è quello di Nela Ionica Drosu. La donna, romena di etnia rom, è stata condannata a due anni e due mesi di carcere per aver detto ai medici, nel novembre 2014, di avere perso il bambino che aspettava dopo essere stata colpita con un manganello da un agente di polizia durante alcuni scontri nel quartiere Corvetto. La condanna, decisa dalla decima sezione penale del Tribunale di Milano, è avvenuta per "simulazione di reato" e non per "calunnia". Sebbene la donna abbia effettivamente perso il bimbo che portava in grembo, la magistratura ha suggerito che si sarebbe potuta inventare tutto - anche a fronte di una sua famosa intervista in cui accusava la polizia - per cercare di ottenere un maxi risarcimento. Questo caso evidenzia la complessità e la difficoltà nel districare le dinamiche degli scontri, le accuse di violenza e le successive indagini giudiziarie, lasciando un'ombra sulla verità dei fatti e sulla percezione della giustizia.
L'Incidente di Tor Sapienza (Roma): Manganellate anche su Donne IncinteUn'aggressione di polizia e carabinieri ha messo fine, in una specifica mattinata, a una pacifica manifestazione del movimento per la casa e dei comitati contro l'alta velocità ferroviaria a Tor Sapienza, alla periferia est di Roma. In quella circostanza, manganellate, calci e pugni sono piovuti anche su donne e bambini, vittime di tre cariche incomprensibili, l'ultima delle quali è partita quando ormai gli attivisti erano stati cacciati dall'appartamento di proprietà del consorzio Tav, occupato per mezz'ora. I feriti e i contusi sono stati una decina, un ragazzo e una ragazza hanno riportato la testa rotta, e una donna incinta è stata portata via in ambulanza dopo un malore. Il bilancio comprendeva anche l'arresto di un giovane disobbediente veneto e almeno cinque denunce per manifestazione non autorizzata. Una toccherebbe a Nunzio D'Erme, consigliere comunale disobbediente eletto con il Prc: sembrava una risposta velenosa al tribunale del riesame che l'aveva liberato, azzerando i giudizi di «pericolosità», dopo due settimane ai domiciliari per gli incidenti del 4 ottobre precedente durante il vertice Ue dell'Eur. Testimoni hanno raccontato che D'Erme stava solo cercando una mediazione, con le mani alzate ripeteva «sono un consigliere comunale, fermatevi».I fatti sono semplici: circa duecento persone, senza caschi né scudi, avevano organizzato il blocco di un ponte a Tor Cervara, accanto al cantiere Tav. Era una protesta contro i lavori che riprendevano prima ancora della delibera che li autorizzasse, senza che l'azienda avesse completato gli indennizzi agli abitanti della zona e senza le opere compensative previste. Subito dopo, i manifestanti legati al Comitato popolare di lotta per la casa hanno occupato un appartamento in una delle palazzine della Tav, tutte vuote in una città in cui l'emergenza abitativa coinvolge migliaia di famiglie. La situazione, secondo un attivista, era tranquilla, con discussioni in corso con alcuni poliziotti entrati con i manifestanti. Poi, l'improvviso ordine di sgomberare. Non si trattò di un errore della celere romana, nota per i fatti del G8, né di qualche funzionario maldestro. L'ordine partì dall'ufficio di gabinetto della questura, e fonti di polizia assicurarono che sarebbe stato coinvolto anche il prefetto. A Roma, dopo tre anni di gestione equilibrata dell'ordine pubblico, sembrava che le cose stessero cambiando: prima l'indagine per associazione a delinquere sui disobbedienti di Action, che con le occupazioni a raffica avevano riaperto la battaglia per la casa; poi le scuole sgomberate, gli arresti per volantinaggio, la custodia cautelare per D'Erme e altri undici per resistenza aggravata a pubblico ufficiale. Questo episodio di violenza inaudita per un'occupazione simbolica, come tante altre, ha portato alla mobilitazione di Prc e Verdi. A manifestare sotto la prefettura, in serata, c'erano anche Patrizia Sentinelli del consiglio comunale, Salvatore Bonadonna (regione) e i parlamentari Cento, Russo Spena e Deiana. Sebbene inizialmente l'incontro con il prefetto fosse teso, con accuse di "forze del disordine" e minacce di denuncia per manifestazione non autorizzata, la discussione proseguì, aprendo la strada a un tavolo permanente sull'emergenza sociale con associazioni ed enti locali. Il prefetto stesso dichiarò di non voler dare risposte di ordine pubblico a problemi sociali, ma promise di parlare con la questura per capire se qualcuno avesse sbagliato. Questo evento è un esempio lampante delle gravi conseguenze che l'uso indiscriminato della forza può avere, specialmente su chi si trova in condizioni di vulnerabilità estrema.

Il Recente Episodio di Milano: Il Dibattito sull'Uso del Manganello e dello Spray al PeperoncinoUn altro episodio che ha riacceso il dibattito pubblico sull'uso della forza è avvenuto a Milano, coinvolgendo quattro agenti della polizia locale e una donna brasiliana transessuale di 41 anni. La scena, ripresa da un video amatoriale, mostra manganellate lungo il corpo e sulla testa, calci e spruzzate con lo spray al peperoncino. L'operazione per immobilizzare la 41enne è rimbalzata sui social, suscitando polemiche politiche. Il sindaco Beppe Sala ha dovuto ammettere che "non è certo una bella immagine, anzi mi sembra un fatto veramente grave", attendendo una relazione. Nel frattempo, gli agenti sono stati trasferiti ai servizi interni, decisione che ha sollevato le proteste del sindacato Sulpl. La Procura di Milano ha aperto un fascicolo per lesioni aggravate dall’abuso della funzione pubblica, al momento contro ignoti per l'assenza di identificazione precisa dei quattro vigili.La 41enne è una brasiliana transessuale che si trova in Italia da almeno 13 anni, con la prima segnalazione risalente al 2010 per mancanza di documenti; non è chiaro se abbia regolarizzato la sua posizione nel frattempo. Il sindacato Sulpl ha sostenuto che il video mostra solo l'ultima parte dell'episodio. I vigili, ha spiegato Daniele Vincini a nome del sindacato, erano stati chiamati alle 8.15 dai genitori di una scuola lungo via Giacosa, poiché la donna, in parte svestita e completamente alterata, urlava di avere l’Aids. All'arrivo, gli agenti erano riusciti a metterla, con fatica, sull’auto con cella di contenimento, dove "ha iniziato a dare testate e s’è finta svenuta. Quando gli agenti hanno fatto i controlli li ha aggrediti” per scappare. Ha dato un calcio violento e, uscendo dall'auto, ha sferrato un calcio a un agente, “che ha una prognosi di 15 giorni”, scappando a piedi fino al luogo dove è stata fermata, in via Sarfatti, sotto la biblioteca dell’Università Bocconi. Vincini ha sottolineato che “gli agenti sono stati costretti ad usare il distanziatore (cioè il manganello, ndr) e lo spray per portarla via", esprimendo solidarietà agli agenti.La politica si è divisa: la deputata Silvia Roggiani (PD) ha definito la scena “orribile e intollerabile”, ribadendo che “nulla di ciò che è accaduto prima può giustificare quella violenza, in particolare, su una persona che dalle immagini del video appare inerme”. Anche Pierfrancesco Majorino (PD) e Paola Pizzighini (M5S) hanno condannato la "violenza smisurata". D'altra parte, Fratelli d’Italia e Lega hanno espresso “piena solidarietà” ai vigili. Stefano Maullu (FDI) ha commentato che gli agenti "hanno fatto il loro dovere… evitando che quella persona potesse dar seguito alle minacce ai bambini di una scuola milanese" visto che "un trans brasiliano, evidentemente fuori di sé, si è denudato davanti alla scuola". Silvia Sardone e Alessandro Verri (Lega) hanno criticato la sinistra per non mostrare solidarietà alle forze dell'ordine. La senatrice di Verdi-Sinistra Ilaria Cucchi ha presentato un’interrogazione al governo per fare “piena luce”, denunciando “scene terribili che mostrano ancora una volta un accanimento, da parte di persone in divisa, contro soggetti più fragili. Uso ripetuto del manganello su varie parti del corpo, calci, spray al peperoncino e accanimento su un corpo a terra sembrano immagini provenienti dagli Stati Uniti e invece siamo a Milano”. Questo incidente, pur non coinvolgendo una donna incinta, si inserisce nel più ampio dibattito sull'uso della forza sproporzionata nei confronti di soggetti che, per diverse ragioni, si trovano in una condizione di particolare vulnerabilità fisica o psicologica.

La Tendenza all'Inasprimento Repressivo e le Sue Radici Storiche
L’inasprimento delle misure repressive cucite in maniera accorta contro i proletari che rivendicano i loro diritti non è, naturalmente, soltanto la conseguenza del carattere securitario del governo di destra che opera oggi. Si tratta, invece, di una tendenza che va avanti da decenni e si accentua in parallelo con l’addensarsi dei periodi di crisi che il capitalismo italiano ed europeo subisce. Non è un caso, infatti, che questa ulteriore stretta repressiva, avvenuta solo pochi anni dopo quella del decreto Salvini del 2018 - mai completamente abrogato - si inquadri in un contesto di accentuazione della crisi con l’incertezza dovuta ai dazi americani, che segue a distanza di pochissimo tempo la crisi economica legata al Covid e quella scaturita dall’aumento dei costi dell’energia a seguito della guerra in Ucraina. La borghesia, soprattutto nei momenti in cui sente minacciata la propria redditività, tende a richiedere misure che frenino ogni ulteriore danneggiamento dei suoi interessi economici.
Facendo una panoramica di alcuni degli eventi e dei provvedimenti repressivi che hanno caratterizzato il nostro Paese di recente, molti ricordano solo i fatti del G8 di Genova del 2001, mentre pochi citano - ad esempio - la repressione della lotta No TAV, evidente in episodi come le perquisizioni fatte fare dalla Procura nel 2013 (governo Letta) a casa di alcuni giovani esponenti, giustificandole con la possibile esistenza di una associazione terroristica. Pochi ricordano, poi, che negli ultimi anni la maggior parte delle azioni repressive è avvenuta durante i governi sostenuti dal PD e dal M5S, che oggi manifestano in maniera ipocrita contro il decreto Sicurezza. Basti pensare che il primo esempio di Daspo urbano lo istituì Minniti nel 2017 (governo Gentiloni).
I primi due esecutivi Conte, come abbiamo accennato, hanno istituito e poi in parte confermato i primi decreti sicurezza, altamente repressivi per chi manifesta aspramente in strada con picchetti o blocchi: questo ha spianato la strada alle aggressioni poliziesche o squadriste. Una parte importante dei decreti sicurezza del 2018 riguardava, infatti, già la repressione delle lotte operaie e sociali, con un pacchetto di disposizioni che inaspriva le pene per i reati commessi durante manifestazioni e criminalizzava le forme di lotta del movimento operaio, soprattutto con la reintroduzione del reato di blocco stradale. Questa parte del decreto Salvini non è stata affatto abrogata dal governo Conte II. L’occupazione di fabbriche e terreni, una delle più incisive forme di lotta del movimento operaio e contadino, è stata punita con quattro anni di reclusione per gli organizzatori e due per i partecipanti.
Gli effetti di questa stretta repressiva si sono subito fatti sentire: 41.000 euro di multe per i lavoratori della tintoria Superlativa di Prato, colpevoli di aver protestato contro il lavoro nero e i turni massacri. Procedendo con quanto accaduto durante i governi sostenuti da PD e M5S, il 16 giugno 2021 (governo Draghi), per esempio, si è verificata una gravissima aggressione ai danni dei lavoratori immigrati della fabbrica Texprint di Prato che, con l’appoggio del sindacato SI Cobas, animavano da diversi mesi un picchetto permanente denunciando le gravi condizioni di sfruttamento all’interno dell’azienda. In questo e altri casi le forze dell’ordine curiosamente non sono intervenute, evidenziando una gravissima responsabilità del Ministero dell’Interno e degli apparati dello Stato legati alle forze dell’ordine. Ricordiamo poi il contrasto continuo alle manifestazioni degli studenti contro l’alternanza scuola-lavoro. Tutto ciò delinea un quadro in cui la risposta securitaria ai problemi sociali e alle proteste diventa una costante trasversale ai diversi schieramenti politici, acuendo la percezione di un clima di repressione crescente che incide profondamente sulla vita dei cittadini, in particolare quelli che si trovano in posizioni di maggiore debolezza o che scelgono di manifestare il proprio dissenso.

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