L’universo della prima infanzia è un caleidoscopio di cambiamenti sociali, tecnologici e culturali. Tra il rigore delle strutture rigide, come i passeggini nati nel Settecento, e il ritorno a una dimensione di intimità ancestrale, si snoda una storia che parla di genitori, di architetti, di ingegneri aeronautici e, soprattutto, di un bisogno primordiale di vicinanza. Esplorare cosa significhi prendersi cura di un bambino oggi significa anche guardare indietro, a quel periodo, gli anni '70, in cui i paradigmi del "mettere a distanza" hanno iniziato a vacillare per far spazio a nuove consapevolezze.

Il design del trasporto: Un viaggio storico tra innovazione e necessità
Non possiamo comprendere il panorama attuale senza guardare alle radici della tecnologia infantile. Correva l’anno 1739 e l’architetto William Kent elaborò per il duca del Devonshire il primo passeggino, dandogli una forma a conchiglia che abbracciasse il bambino consentendogli una posizione quasi seduta e confortevole grazie al rivestimento interno fatto di molle. Fu subito un successo. Negli anni seguenti, importanti innovazioni furono messe in atto per rendere questi mezzi sempre più sicuri, tecnologici e curati nel design.
Tuttavia, il vero e proprio cambiamento radicale si ebbe nel 1889 grazie a un tale Richardson che creò il primo passeggino reversibile della storia. Nel corso del tempo, si riduce sempre più, a tutti i livelli sociali, la vicinanza con i piccoli: verrà recuperata dopo tanta strada della puericultura nel tardo Novecento, ma soprattutto nel terzo millennio, quando finalmente si rompono i nuovi tabù della maternità. Un passaggio fondamentale avvenne nel 1965, quando l’ingegnere aeronautico Owen McLaren assecondò la richiesta della figlia di avere un passeggino stabile e leggero e al tempo stesso non ingombrante e maneggevole con cui poter tranquillamente spostarsi nei lunghi viaggi.
Storia del XX Secolo | Capitolo 1: L'inizio di un secolo
L'eredità degli anni '70: La rivoluzione silenziosa
Gli anni ’70 rappresentano uno spartiacque. Con le rivoluzioni che riguardano il mondo femminile, nasce in alcune mamme l’esigenza di tornare a un rapporto più naturale con la prole. In quest'epoca, l’800 e il ‘900 erano stati il trionfo di passeggini e carrozzine, icone di uno status e di una distanza fisica percepita come necessaria. Eppure, proprio in quel decennio di fermento, alcune donne iniziarono a mettere in discussione il distacco.
Nascono, poi, nuovi termini come "cosleeping". Si comincia a percepire che la vicinanza non è un limite, ma una risorsa. Nonostante il mercato spingesse verso l’industrializzazione - con materiali più pratici ed economici come plastica e gomma che vennero a sostituire i vecchi legno e vimini, rendendo la spesa affrontabile da chiunque - una parte del mondo genitoriale iniziava a guardare altrove. Non è un caso che la ricerca di una dimensione più "umana" sia germogliata proprio mentre il design industriale raggiungeva il suo apice tecnologico.
Babywearing: L’antichità che diventa modernità
La babywearing, in italiano familiarmente il “portare”, è quella serie di tecniche che, grazie a supporti in stoffa o specifici, permette ai genitori di portare con sé i bambini senza l’ausilio di passeggini e carrozzine. Se oggi questa pratica ci sembra una scoperta rivoluzionaria, la storia ci racconta una verità ben diversa. In Cina è sempre stato usato il babywearing dalle mamme. Ne troviamo testimonianza in stampe anche antiche.
Oggi anche qui abbiamo un tipo di trasporto molto pratico, tipico cinese, il mei tai, una particolare fascia che può essere usata come marsupio o per il trasporto su fianco. Praticissima. La presenza di fasce costella l’arte europea con una certa costanza, in stampe, dipinti, scene bucoliche… dove ci sono mamme con le mani libere, capita che spunti la testa di un bimbo da dietro la spalla. Ne troviamo traccia nei dipinti già nel medioevo: ne "La fuga in Egitto" di Giotto, Maria sull’asinello porta l’Infante appeso in quella che potrebbe somigliare a una moderna sling. Ancora, citiamo l'opera "HYKSOS - Donna che porta un bambino" o la "Scena di guerra" di Sebastian Vrancx del 1600.

Il ritorno del contatto: Tra praticità e neurosviluppo
Portare cambia le cose. Ve lo dico io, che vecchia com’ero quando è nato il più piccolo dei tre ho osato la fascia. Avevo un bimbo ad alto contatto, che non resisteva tre minuti in culla senza piangere. Che dormiva solo in braccio. Senza fascia non ce l’avrei fatta. È una pratica che sfida lo sguardo altrui: ebbene sì, all’Ikea c’era chi mi guardava stupefatto mentre giravo tranquilla col mio fardello.
È interessante notare come la percezione sociale sia cambiata radicalmente. Se oggi ci fanno sorridere quelle mamme africane che girano per la strada coi figli, anche piccolissimi, legati sulla schiena, ci sembra che questo sia possibile solo in culture lontane dalla nostra. Ma dobbiamo ricordare che il 1800, nel quale, a sorpresa, torna l’uso delle fasce anche da parte delle signore - basti pensare al "Ritratto di Mrs Gwyn" di George O. - dimostra che l'uso del supporto è una costante umana, interrotta solo da una parentesi industriale che ora sta finalmente arrivando a chiusura.
Osservare la crescita: Quando il dubbio diventa consapevolezza
Nella gestione quotidiana del bambino, spesso i genitori si interrogano sui comportamenti dei figli. Un bimbo che si focalizza sui propri giochi, che è attratto dalle luci, dai faretti o dal meccanismo dei mobili, è un bambino che esplora il mondo. A volte, la preoccupazione dei genitori - specie quelli che si definiscono "ipertensivi" - sorge da segnali che sembrano deviare dalla norma, come lo sfarfallio delle mani per l'emozione o la distrazione facile.
Eppure, l'interazione è il cuore pulsante della relazione. Quando un bimbo, di fronte a una bimba più piccina, le accarezza il braccio molto dolcemente, dimostra una capacità di empatia e di connessione che va ben oltre le etichette. La crescita è un percorso fatto di tappe: gattonare, esplorare la consistenza delle superfici, cercare la mamma con lo sguardo, rispondere al gioco del cucù. Che si scelga la comodità di un passeggino tecnologico moderno, erede di quella visione illuminista nata nel 1739, o la vicinanza della fascia, l'obiettivo finale rimane lo stesso: accompagnare il piccolo nel suo viaggio verso l'autonomia, mantenendo saldo quel filo invisibile fatto di presenza e ascolto.

Scegliere lo strumento giusto: Oltre il design
Il mercato offre oggi soluzioni infinite per il trasporto: dai passeggini reversibili - ideati originariamente da Richardson - ai seggiolini girevoli che cambiano la dinamica dell'inserimento in auto, fino ai moderni supporti in stoffa. Ogni scelta porta con sé una filosofia. Se il passeggino offre un'autonomia gestibile, ideale ad esempio in una giornata all'Ikea tra letti e divani, il babywearing risponde a un bisogno di contatto totale, particolarmente utile con bambini "ad alto contatto".
La questione non è quale sia "utile" o "inutile", ma quale sia il mezzo che permette alla coppia genitoriale di vivere con serenità la quotidianità. Che si tratti di scegliere l'auto più adatta - dove magari il confronto tra le dimensioni di un suv e una familiare diventa l'oggetto del dibattito - o di decidere se utilizzare una fascia, l'importante è che la decisione sia consapevole. La regola d'oro resta la stessa: la sintonia tra i genitori è ciò che permette di affrontare ogni "rottura di balle" con la giusta prospettiva, trasformando anche una corsa frenetica tra i corridoi di un negozio in un momento di vicinanza condivisa.
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