Maiale che partorisce un elefante: bufale, realtà biologiche e il futuro degli xenotrapianti

Nel vasto e spesso caotico ecosistema dell'informazione online, si diffondono periodicamente notizie che sfidano le leggi della natura. Tra queste, la suggestione di incroci impossibili, come quella di un maiale che partorisce un elefante, popola l'immaginario collettivo sotto forma di leggenda urbana o "bufala". Dal punto di vista biologico, tale evento è un'impossibilità genetica assoluta. Il maiale (Sus scrofa domesticus) e l'elefante (Elephantidae) appartengono a ordini tassonomici completamente differenti e divergenti da milioni di anni; non condividono la compatibilità cromosomica necessaria per la fecondazione, né la struttura placentare per sostenere una gestazione interspecie di questo tipo.

Tuttavia, il mondo naturale è capace di generare fenomeni che, pur restando confinati all'interno della stessa specie, appaiono prodigiosi o inquietanti.

rappresentazione stilizzata di un maiale in un ambiente rurale

Anomalie genetiche nel mondo suino

La scienza ci insegna che la natura può deviare dai suoi schemi abituali attraverso mutazioni genetiche. Un esempio concreto è la nascita di suinetti con malformazioni rare, come la policrania (due teste) o la poliotia (più orecchie), spesso causate da errori durante lo sviluppo embrionale o influenze ambientali. La nuova "stravaganza" arriva questa volta da Pechino, dove da una cucciolata di maialini è nato un porcellino con due teste, due musi e tre occhi. Un maiale mutante, insomma, che ha lasciato di stucco l’allevatore, mister Ma Jing Guanglan, che ha spiegato: “All'inizio sono rimasto scioccato ma ora sono felice, credo che mi porterà fortuna”.

Secondo gli esperti, il suino è nato con un difetto genetico che colpisce 1 esemplare su 100mila. Questi casi, pur destando enorme curiosità mediatica, non sono altro che variazioni biologiche estreme. Il maialino, come scrive il Mirror, al momento è nutrito con latte in polvere e verdura, e non può muoversi a causa dell’enorme peso delle due teste. Tali eventi, sebbene biologicamente spiegabili, vengono talvolta confusi da fonti poco attendibili con ibridazioni fantastiche, alimentando miti privi di fondamento scientifico.

La realtà della suinicoltura e il benessere animale

Per comprendere meglio il ruolo del maiale nella società moderna, occorre guardare oltre le notizie sensazionalistiche. Il maiale, chiamato anche suino, porco o porcello, è un mammifero derivato dal cinghiale. È artiodattilo, come ad esempio i bovini, i cervidi, gli ippopotami e i camelidi: il peso del corpo grava sul terzo e quarto dito degli arti anteriori e posteriori.

Tutta la verità sul perché in suinicoltura vengono usate le cosiddette “gabbie parto”, una soluzione per un maggiore benessere animale. Nel mondo reale, le percezioni di animali ed umani non sono le stesse. Il nostro concetto di “gabbia” è quasi sempre negativo: la vediamo come una trappola che limita la libertà e crea sofferenza. Per gli animali invece non è sempre così. Anzi, può essere visto come un rifugio che dà sicurezza, tranquillità e protezione. Sembra un controsenso, ma in realtà la scrofa confinata in una gabbia in sala parto si sente tranquilla e protetta.

“Già solo con l’uso di box da parto aperti, la scrofa non sentendosi protetta si riprende il ruolo di difesa della nidiata - sottolinea il suinicoltore - ed appare permanentemente vigile rispetto a chi si avvicina al box, il che comporta un aumento delle volte in cui si alza e si corica, in primis con conseguente aumento del rischio di schiacciamenti, ma che soprattutto può sfociare per qualche esemplare in aperta aggressività verso gli operatori”. Al momento, però, la gabbia parto è ancora la soluzione più efficace per la sicurezza della nidiata e la gestione professionale dell'allevamento.

Il controllo ufficiale per il benessere animale negli allevamenti intensivi di suini

La crisi dei trapianti e la frontiera degli xenotrapianti

Se le leggende su animali ibridi nascono dal fascino per il "diverso", la ricerca scientifica punta a una forma di "ibridazione" pragmatica e salvavita: gli xenotrapianti. La necessità è impellente. In Italia i pazienti in attesa di trapianto sono 8.861 (Fonte: Dati Sistema Informativo Trapianti, al 31/12/2018 - tratto dal sito della A.I.D.O.) e nel 2018 sono stati fatti 3.725 trapianti di organi, effettuati da donatori deceduti o viventi. In USA sono 113.346 persone in attesa di un trapianto e 33.177 i trapianti effettuati nel 2019.

Stando a questi numeri, il fabbisogno di organi nel mondo è drammaticamente alto, dato che il trapianto è una soluzione per molteplici patologie ma non ci sono organi a sufficienza. Proprio per questo motivo si stanno studiando gli xenotrapianti, ovvero il trapianto di organi e cellule da una specie diversa dall’uomo.

Evoluzione storica della chirurgia dei trapianti

La storia dei trapianti d’organo è recente e supera di poco il secolo. Solo nel 1902 un chirurgo francese mise a punto una tecnica per congiungere due vasi sanguigni. Le ricerche di Alexis Carrel, Premio Nobel per la Medicina nel 1912, riguardarono proprio la chirurgia sperimentale e il trapianto di tessuti e organi. Tuttavia, la svolta in termini di sopravvivenza post trapianto avvenne con la scoperta della ciclosporina, farmaco immunosoppressore scoperto negli anni ’70, in grado di bloccare la risposta dei linfociti T del sistema immunitario del ricevente e, con essi, il rigetto.

Gli xenotrapianti hanno fatto parte della storia della medicina e della ricerca nell’ambito dei trapianti e, probabilmente, non ne sono mai usciti del tutto. Nel XIX secolo si cercò di trapiantare sull’uomo la pelle di altri animali; nel 1838 si trapiantò la cornea di maiale; negli anni ’20 in Francia un medico russo trapiantò fettine di testicolo di babbuini in pazienti di una certa età. Il primo trapianto di cuore risale al 1964 e coinvolse il cuore di uno scimpanzè e un signore americano in coma. Un caso molto noto è quello di Baby Fae, neonata per cui era stato autorizzato il trapianto di un cuore di babbuino: la bimba sopravvisse per ben 21 giorni dopo l’operazione.

diagramma che illustra la cronologia delle principali tappe della chirurgia dei trapianti

Il maiale come modello biologico per il futuro

Negli anni di ricerche sul tema, si è giunti alla conclusione che l’animale che potrebbe rispondere meglio alle necessità umane è il maiale. Questo per tre motivi principali: sono facili da allevare e si riproducono facilmente, in pochi mesi sono individui adulti e hanno gli organi di dimensioni simili a quelli umani. I maiali possono essere allevati in ambienti sterili e controllati per evitare la contaminazione di agenti infettivi e, in linea teorica, potremmo avere una riserva illimitata di organi pronti per il trapianto.

Le tecnologie a disposizione sono cambiate: CRISPR, ad esempio, potrebbe aiutare i ricercatori a modificare il genoma dell’animale in modo da facilitare il processo di integrazione dell’organo e ridurre eventuali rischi. Innovative tecniche di ingegneria genetica aprono nuove speranze per la produzione di organi di ricambio all’interno di animali. Far crescere organi umani nei maiali per poi utilizzarli nei trapianti non è fantascienza.

L’ultimo tentativo, frutto del lavoro di ricercatori dell’University of California di Davis, riguarda la creazione di un embrione chimera. Il primo passo è stato rimuovere da un embrione di maiale il Dna che avrebbe permesso la crescita di un pancreas nel feto. Con questo primo passaggio, gli studiosi hanno creato una "nicchia genetica", un vuoto nel genoma. Il passo successivo è stato iniettare nell’embrione cellule staminali umane pluripotenti indotte (iPS). «Ci auguriamo che l’embrione suino si sviluppi in modo normale, ma anche che il suo pancreas sia costituito pressoché esclusivamente da cellule umane e che possa essere usato per un trapianto», riferisce Pablo Ross, il biologo che sta guidando lo studio.

Sfide etiche, immunologiche e regolatrici

Il discorso sugli xenotrapianti non prevede solo "pro", ma ci sono anche "contro". Il primo riguarda la risposta immunitaria: un organo appartenente ad un’altra specie viene riconosciuto come estraneo. Un altro problema è la presenza di retrovirus silenti, ospitati nel genoma dei maiali, che potrebbero teoricamente fare il salto di specie e scatenare infezioni nell’uomo. Inoltre, si sollevano questioni etico-morali: c’è chi teme che le cellule staminali possano migrare fino al cervello e in qualche modo rendere i maiali più umani e chi, ancora, si preoccupa per gli animali e la loro sofferenza.

Prima nel 2008 e poi nel 2011, gli xenotrapianti sono stati argomento d’interesse anche per la World Health Organization, che punta alla collaborazione e al coordinamento a livello internazionale per la prevenzione e la sorveglianza dei rischi associati ai trapianti di organo interspecie. Una struttura in Germania, la MWM biomodels, ha iniziato ad allevare maiali modificati geneticamente con 4 mutazioni che renderebbero i loro organi più accettabili dall’organismo umano. Anche la startup eGenesis, gestita da Luhan Yang assieme a George Church, ha come obiettivo quello di “creare un mondo in cui non ci sia mancanza di organi trapiantabili”.

“Quello che è certo è che oggi riusciamo a trapiantare solo un paziente su sei di quelli che ne avrebbero bisogno. Questo sì che è molto poco etico, occorre assolutamente trovare delle alternative”, commenta Giuseppe Remuzzi, Professore di Nefrologia dell’Università di Milano. Indubbiamente siamo ancora lontani da una soluzione definitiva, ma l’obiettivo ora sembra meno lontano. La scienza sta trasformando il maiale da protagonista di leggende metropolitane a pilastro fondamentale della medicina rigenerativa, in una ricerca che cerca di conciliare la necessità clinica umana con il rispetto rigoroso per la biologia e l'etica animale.

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