Il Santuario della Madonna della Bozzola a Garlasco: Storia, Architettura, Fede e Misteri

Nel cuore della Lomellina, il Santuario della Madonna della Bozzola a Garlasco si erge come un luogo di profonda spiritualità e storia secolare, le cui radici affondano in un evento che ha marcato indelebilmente la fede locale. Oltre alla sua ricchezza artistica e devozionale, il santuario è stato, in tempi più recenti, al centro di vicende complesse, mescolando la sua aura sacra con le ombre di misteri e indagini che hanno scosso la comunità. Questo santuario, uno dei luoghi di culto mariani più significativi della Lomellina, narra una storia che parte da un miracolo e si estende attraverso secoli di evoluzioni architettoniche, pratiche devozionali uniche e, sorprendentemente, si intreccia con i fatti di cronaca nera che hanno tenuto col fiato sospeso l'Italia intera.

L'Apparizione Miracolosa e le Origini del Santuario

La genesi del Santuario della Madonna della Bozzola è saldamente legata a un evento miracoloso avvenuto nel 1465, una data che segna l'inizio di una devozione ininterrotta. La protagonista di questo fatto prodigioso è Maria, una tredicenne di Garlasco, la quale aveva perduto l'uso della parola in seguito al tragico eccidio di tutta la sua famiglia per mano di soldati che, all'epoca, si fronteggiavano sul territorio. La tradizione narra che un giorno, mentre la giovane pascolava gli animali tra le querce e i cespugli di biancospino, localmente chiamati "buslà" - da cui deriva il nome "Bozzola" - e vedendo il cielo rabbuiarsi, pensò a un temporale e si rannicchiò sotto un’edicola votiva con l'immagine della Vergine.

Improvvisamente, un globo di luce andò a posarsi sopra un vicino cespuglio di "buslà". Apparve la figura della Madonna che disse alla ragazza: "Maria Benedetta, vai a dire alla gente di Garlasco, che voglio qui un Santuario a protezione di tutta la Lomellina. Saranno tante le grazie che io farò in questo luogo, che i miei figli esperimenteranno i tesori delle mie misericordie. Come segno che ti sono apparsa tu hai già udito il mio messaggio, ora lo porterai alla gente di Garlasco". Maria, ancora scossa, tornò in paese. Grande fu la sorpresa dei compaesani nell’udire la ragazza ripetere, con la sua voce, quelle parole udite alla “busslà”.

Apparizione della Madonna della Bozzola a Maria

Maria, dopo l’apparizione, riacquistò la parola e divenne nota come Maria Benedetta, portando con sé il messaggio della Madonna che desiderava in quel luogo un Santuario a protezione di tutta la Lomellina, promettendo numerose grazie. La comunità locale rispose prontamente all'appello, erigendo una cappellina attorno all'edicola votiva. Questo evento prodigioso diede il via alla costruzione di una cappella, eretta già nelle settimane successive al 1465 attorno all’edicola. Della giovane pastorella - che cominciarono a chiamare Maria Benedetta - non si ebbe più notizia. La tradizione vuole che si sia ritirata in un monastero di clausura, alla Cascina Veronica, vicino al torrente Terdoppio, dove pare sorgesse un convento di monache vallombrosane. Il messaggio del quale si fece ambasciatrice non cadde nel vuoto. La comunità di Garlasco, attorno all’immagine murale di Maria Vergine, cominciò a costruire una “casa”, una grande casa, che i secoli via via trasformeranno nel Santuario che oggi si impone, in tutta la suggestione architettonica, nella piana Lomellina.

L'Evoluzione Architettonica: Dal Sacello alla Basilica Minore

L'edificio che possiamo ammirare oggi è il risultato di una lunga evoluzione architettonica, testimone di secoli di fede e maestria. La costruzione attuale ebbe inizio tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento sulle fondamenta della cappellina preesistente. Già dal verbale della visita del cardinale Ippolito Rossi, Vescovo di Pavia, datato 10 maggio 1565, si scopre che la cappellina era già stata sostituita da una chiesa vera e propria; a quel tempo, però, l’altare con la Sacra Immagine quattrocentesca non era quello principale, ma era dislocato “fuori la detta cappella maggiore, a mano destra”. Pochi anni dopo, il 31 luglio 1576, monsignor Angelo Peruzzi, vescovo di Pavia, giunse in visita in Lomellina, descrivendo “Santa Maria della Bozzola” come chiesa “assai frequentata dai popoli, che quivi si portano a venerare la Vergine Maria”.

Nel corso dei secoli, la chiesa subì diversi ampliamenti, con un importante intervento negli anni a cavallo tra il 1500 e il 1600 che comportò lo spostamento dell’asse della navata per rendere l’altare con l’immagine miracolosa la mensa maggiore. L'opera venne sovvenzionata da molte parti: le elemosine dei fedeli, le elargizioni dei Castiglioni, feudatari di Garlasco, e le offerte della Curia di Pavia. Nel 1623, il vescovo di Pavia monsignor Mandriani descriveva una chiesa “molto ben costruita, in una forma più ampia, ad un’unica navata con cornice decorosa”, menzionando anche il complesso di statue in gesso dette “Caragnòn”, raffiguranti un gruppo di persone che, insieme a Maria, piangono la morte di Gesù. Queste statue sono oggi restaurate e poste nella Cappella della Misericordia.

Nel 1662 fu edificato il campanile. Agli inizi del Settecento si aggiunsero il braccio destro, la volta del presbiterio e la cupola ottagonale. Nel 1765, il nuovo altare maggiore in marmi policromi, destinato a valorizzare l’immagine quattrocentesca della Vergine, fu solennemente dedicato. L’Ottocento fu un secolo decisivo per l’evoluzione architettonica del Santuario della Bozzola. Infatti, nel 1843 si completò il braccio di sinistra e nel 1860 l’allungamento della navata centrale, consentendo all’edificio di assumerne la sua attuale forma a croce greca.

L’aspetto attuale della facciata risale al 1905 e fu progettata dall’ingegner Cesare Nava in stile neoclassico. La facciata è caratterizzata da un ampio pronao sviluppato su due piani che occupa l’intera larghezza, proteggendo l’entrata principale detta “Porta dei Santi” e i due ingressi laterali: a sinistra la “Porta del Dolore” e a destra la “Porta della Gloria”. In corrispondenza della navata centrale si erge un loggiato quadripartito, aggettante sulla piazza e sorretto da colonne intonacate rivestite alla base da lastre in granito, culminanti con capitelli dorici in conci di cotto. Una scala a chiocciola conduce al loggiato e alla terrazza sovrastante, dove si trova anche l’organo. Lo stile composito della facciata rispecchia i canoni dell’epoca di costruzione (1905), arricchita da statue in cotto realizzate da artisti milanesi e cremonesi come il Provini di Milano e il Repellini di Cremona. L’interno, terminato nel 1860, si presenta con una pianta a croce greca, sovrastata da una cupola ottagonale con lanterna, ornata da pregevoli affreschi. Il pavimento è in materiale lapideo, mentre la struttura verticale è realizzata con mattoni pieni intonacati e quella orizzontale con volte ogivali.

Il Dipinto Miracoloso dell'Altare Maggiore

Al centro del prodigio e della devozione, campeggia sull'Altare Maggiore un'immagine mariana risalente alla metà del ‘400. La tradizione vuole che questo dipinto sia stato realizzato nel 1456 dal giovane Agostino da Pavia come ex-voto. Agostino affrescò l’immagine come gesto di ringraziamento alla Vergine che egli aveva invocato mentre attraversava a cavallo le acque del Ticino, nelle quali stava per sprofondare. Superato il pericolo e portatosi lungo le rive del fiume, il giovane pittore scorse un’umile edicola votiva, che pensò di decorare e abbellire con una immagine dedicata a Maria.

Dipinto della Madonna della Bozzola sull'altare maggiore

Il dipinto presenta la Vergine assisa in cattedra, rivestita di un ampio manto rosso scuro, dal risvolto color verde. Il copricapo è del medesimo tessuto, allacciato al collo e come “fermato” dall’indice della mano destra del Bambino Gesù, che la Vergine porta in piedi sulle ginocchia. La mano destra della Madonna impugna un libro appoggiato sulle ginocchia; la mano sinistra sorregge il Bambino, dagli occhi dolcissimi, e vestito di una corta tunica bianca fasciata in vita. La sacra immagine fu più volte ritoccata nel corso dei secoli: colorarono di blu il manto di Maria, la parete venne cancellata e furono apportate discutibili aggiunte.

Crescita Spirituale e Riconoscimenti

La storia del Santuario, nei primi decenni del Novecento, si caratterizza per una vivace vita spirituale, sotto la guida di don Scevola e di don Cei. Il Santuario conobbe una crescente devozione, culminata nel 1927 con la sua aggregazione come Basilica Minore alla Basilica Vaticana di San Pietro, un evento commemorato con la collocazione di tre stemmi marmorei sulla facciata il 4 settembre 1927: quelli del Vescovo di Vigevano monsignor Giovanni Bargiggia, del Papa e del Capitolo di San Pietro. Tanta era la partecipazione dei fedeli alle Sante Messe, come annotato in una relazione del 1576, che capitava di “doverle sospenderle per mancanza di vino e di ostie”.

Già dal 3 ottobre 1623, il santuario divenne meta di pellegrinaggi, quando vi celebrò la prima messa di fronte a una immensa folla di fedeli “l’Illustrissimo e Reverendissimo Vescovo” di Pavia monsignor Landriani. Iniziò così la tradizione della festa patronale del Lunedì di Pasqua che nei secoli si è trasformata in un appuntamento di grande richiamo per le popolazioni locali, anche per la presenza di numerosi "kurunè" che offrono oggetti religiosi, un gran numero di "bigoloti" (merciaioli ambulanti) e “hosti con robbe cibarie”. Sui muri del presbiterio si moltiplicavano le tavolette dipinte, i cuori d’argento, i ricami e i tanti oggetti donati dai devoti “per grazia ricevuta”.

Nel 1938, la cantoria si arricchì di un organo della Casa Mascioni, il più grande della diocesi di Vigevano, testimoniando l'importanza e la vitalità del luogo di culto. Dall’11 febbraio 1977, il Santuario è anche parrocchia sotto il titolo di San Silvestro Papa, divenendo un importante punto di riferimento diocesano per la pastorale. A partire dagli anni Novanta, il complesso è stato oggetto di un energico restauro, con interventi anche recenti come la realizzazione della Cappella Galleria della Misericordia, sempre ad opera dello scultore Toffetti, il quale ha anche completato la cappella dell’Adorazione nel 2009.

Antiche Tradizioni, Culti Popolari e Radici Storiche del Territorio

Per secoli il Santuario della Bozzola fu meta di grande fervore religioso, finché il 17 ottobre del 1937 il vescovo di Vigevano, monsignor Giovanni Bargiggia, proibì un culto paganeggiante che vi era ancora praticato, mascherato da devozione cattolica. Da tempo, infatti, “esistevano in Santuario, bambolotti che depositati in una cesta di vimini posta in presbiterio su un bancone, venivano trasferiti dai pellegrini in altra cesta vuota, posta su altro bancone di fronte al primo, fino a riempirla completamente quasi a propiziare la guarigione o la presevazione dalle malattie. Poi il rito ricominciava”. Fino alla proibizione vescovile, durante la sagra del lunedì di Pasqua “di fianco all’altare maggiore la gente continuava a trasportare da un primo ad un secondo cesto i pezzetti di legno raffiguranti le varie parti del corpo e segnatamente quelle che vogliono conservare in buona salute o preservare dal male chiedendo grazia alla Madonna con una fervida preghiera”. Monsignor Bargiggia non ebbe esitazioni: “temendo che tale forma devozionale si trasformasse in pratica superstiziosa, fece togliere quegli oggetti”.

Riti di devozione popolare con ex voto

Quella della Bozzola non era una stramberia del posto, poiché un rito analogo veniva praticato anche nella chiesa di San Bernardo a Vercelli. Analogo rito propiziatorio avviene nel Comasco ogni 13 marzo, in occasione della festa di San Giuseppe nel santuario di Somazzo, dove delle statuine in cera, modellate nelle stesse forme di quelle osteggiate da monsignor Bargiggia alla Bozzola - raffiguranti una donna, un uomo, un ragazzo o parti del corpo come braccia o gambe - vengono portate in processione dai fedeli dall’ingresso della chiesa all’altare in segno di devozione per una grazia ricevuta o per invocare una guarigione. Qualcosa di simile si verificava in passato nella “Valle del Diavolo” a Besano, sopra Varese, dove nella notte magica di San Giovanni, nel corso di cerimonie con evidenti radici pagane, delle statuine di cera in forma umana venivano appese a due sbarre di ferro poste di fronte all’altare contenente le reliquie del Santo, credendo così di trasferire i suoi influssi guaritori sui corpi dei malati che le offrivano in dono.

Un rituale con statuette lignee antropomorfe viene ancor oggi praticato in Lunigiana, la misteriosa terra delle statue-stele preistoriche. A Vìgnola, presso Pontremoli, ogni anno il 3 di maggio viene celebrata la festa di Santa Croce nella chiesa dedicata a San Pancrazio. Questi simulacri con forme umane vengono portati in processione per il paese, quasi a purificarlo o a preservarlo, finché il parroco se li fa consegnare per gettarli nel falò. Le statuette lignee si chiamano pipin. Il rito viene interpretato come l’incenerimento degli antichi idoli, e “in tal modo viene ricordato ai fedeli il giorno in cui Vignola abbracciò il cristianesimo e distrusse col fuoco gli idoli di legno del tempio pagano che era ubicato dove ora sorge l’antica chiesa”. Tuttavia, trent’anni fa, in tutta confidenza, quelli del posto confessarono che i pipin non finiscono nel fuoco, ma vengono sostituiti all’ultimo momento da altri legnetti per poi essere custoditi con cura dai massari della comunità in una cassapanca, gabbando l’ufficialità religiosa.

A Garlasco si fece notare il carattere terapeutico (magico) che pareva avere l’acqua di una piccola vasca posta nel porticato all’esterno del santuario, ubicato in un “territorio, un tempo coperto da querce inneggianti al culto druidico” e abitato da una popolazione che “professava una religione politeista ed aveva un culto profondo per gli antenati. Così la svastica, simbolo del sole, ornava le redini del cavallo”. Le prime testimonianze del rito funebre risalgono alla successiva prima età del ferro e, precisamente, sono documentate dalle tombe a cremazione rinvenute nella zona della Madonna della Bozzola. Segue poi il periodo della cultura celtica e, a partire dal III secolo a.C., il territorio della Madonna della Bozzola diviene gradualmente abitato in modo sempre più fitto. È giusto essere fieri del fatto che, proprio l’importanza dei ritrovamenti celtici della Madonna della Bozzola, ha reso Garlasco famosa nella letteratura archeologica di tutta Europa. Siamo infatti in una zona in cui si sono combattute nei secoli parecchie battaglie.

Le Ombre di Garlasco: Il Santuario tra Scandali e Indagini

Negli ultimi anni, il Santuario della Madonna della Bozzola, pur mantenendo la sua centralità spirituale, è stato inaspettatamente tirato in ballo nel contesto di un’intricata vicenda di cronaca nera e di un presunto scandalo che ha gettato ulteriori ombre sull'omicidio di Chiara Poggi, il cosiddetto “giallo di Garlasco”. Quali sono i legami tra questo luogo di culto e i misteri che corrono tra le campagne silenziose di Garlasco?

Nel 2014, il santuario fu al centro di un presunto scandalo sessuale che avrebbe coinvolto Don Gregorio Vitali, all’epoca rettore del Santuario. Lo stesso Don Vitali divenne un punto di riferimento per la piccola comunità religiosa di Garlasco. Il religioso fu coinvolto in uno scandalo a sfondo sessuale, ricattato da due cittadini romeni che minacciavano di diffondere video compromettenti se non avesse pagato 250 mila euro. Il rettore denunciò l’estorsione e i due estorsori, Flavius Savu e Florin Tanasie, furono incriminati e condannati per estorsione aggravata, ma mai trovati e sono ancora latitanti. L’inchiesta portò anche al sequestro dei 250 mila euro pagati per evitare la diffusione del materiale compromettente. Secondo quanto ricostruito da Il Messaggero, i fatti relativi a questa vicenda risalgono al 2014 e fanno riferimento a un’attività condotta dai carabinieri della Compagnia di Vigevano nel contesto di un’indagine per rapina. Un militare sotto copertura ascoltò una conversazione tra i due cittadini di origini romene e un emissario del Vaticano che si era recato sul posto per fare luce sulla torbida indiscrezione. I due uomini avrebbero chiesto 250mila euro in cambio del silenzio. A loro dire sarebbero stati in possesso di una registrazione audio compromettente per l’allora rettore del santuario Don Gregorio Vitali. Quest’ultimo, interrogato sui fatti, avrebbe ammesso un solo episodio a sfondo sessuale, definendolo come “un momento di debolezza”. Da quel momento al sacerdote fu imposto il divieto di celebrare messa pubblicamente.

Rappresentazione del Giallo di Garlasco

A seguito dell’omicidio di Chiara Poggi, Don Gregorio Vitali rivolse un appello pubblico al killer: “Si arrenda alla giustizia, non tenga dentro di sé questo segreto enorme. Si costituisca e supplichi la misericordia di Dio affinché abbia compassione per il gesto che ha compiuto”. Ma cosa c’entrano i presunti abusi sessuali con il delitto? E perché mai Chiara Poggi avrebbe dovuto interessarsi alla torbida questione? Recentemente, è stato reso noto che Chiara Poggi aveva effettuato ricerche sul Santuario della Bozzola nei giorni precedenti la sua morte, salvando informazioni su una pen drive. Come anticipa il Corriere della Sera, la risposta potrebbe essere in una chiavetta USB in uso alla 26enne, poi sequestrata dai carabinieri, su cui è stato trovato un file word salvato come “Abusi 550”. La cartella conteneva un lungo e approfondito articolo con i racconti dei ragazzi vittime di abusi sessuali da parte di religiosi.

Un latitante romeno, uno dei personaggi legato a quell’inchiesta del 2014, ha dichiarato che Chiara potrebbe aver scoperto segreti legati agli eventi accaduti nel santuario e che questo potrebbe aver avuto un ruolo nel suo omicidio. Secondo le rivelazioni di questo latitante, Chiara avrebbe scoperto “un giro di abusi sessuali” legati al santuario e per questo sarebbe stata uccisa. Un’ipotesi che, però, i pm pavesi ritengono inverosimile e incongruente con l’attuale filone d’inchiesta. Al momento, sembrerebbe trattarsi solo di una macabra suggestione. L’ipotesi - attualmente priva di riscontro documentale - è che Chiara sia venuta a conoscenza dell’inconfessabile segreto e per questo sia stata uccisa da un “sicario”. La Procura di Pavia ha acquisito gli atti dell’inchiesta del 2014 sullo scandalo sessuale per verificare eventuali collegamenti con il delitto di Garlasco.

Misteri del Territorio: La Chiesa di San Vittore e la Mafia

Nel territorio garlaschese, le ombre del passato non si limitano al Santuario della Bozzola. Esiste un altro luogo, una chiesa antica e in rovina dedicata a S. Vittore martire, che racchiude storie altrettanto oscure e drammatiche. Al suo interno, trent’anni fa, si potevano leggere “due iscrizioni latine, dipinte: quella di sinistra ‘Alle ossa ed alle ceneri dei fedeli da alcuni cimiteri con singolare pietà in questo luogo fin dagli antichi tempi trasportate e sotterrate, Pace’, mentre in quella a destra si precisava che ‘Questa antichissima chiesa dedicata a S. Vittore martire, rovinante per la vetustà e già restaurata una prima e una seconda volta, l’ordine dei Predicatori di S. Maria delle Grazie di Milano ebbe cura di riedificare ed ornare più elegantemente l’anno 1767’”. La scritta che fa riferimento ad “ossibus atque cineribus” è sovrastata da un impressionante affresco della Morte in forma di scheletro con unghie appuntite e sanguinanti e il velo sul teschio.

Oggi i ruderi perimetrali della chiesa sono ancora in piedi, ma l’intero edificio è impenetrabilmente sommerso dai rovi e dagli sterpi, sicché l’affresco - o quel che ne è rimasto - è inavvicinabile, mentre trent’anni fa era integro e visibile. A questo proposito, durante un sopralluogo, un contadino dissuase caldamente e insistentemente dall’avvicinarsi a quei ruderi, dicendo che al suo interno vi sarebbero scritte blasfeme e si svolgerebbero riti satanici. E in effetti si constatò che c’erano “una svastica graffita rozzamente su un muro e una scritta, ‘satani’, a carboncino”.

Si apprese anche che proprio lì “scelse di togliersi la vita, non molti mesi addietro, un integerrimo funzionario di polizia”, notizia apparsa allora su tutti i giornali. Il suicidio avvenne il 14 agosto 1991 e fu subito giudicato “dubbio” da una relazione della Squadra Mobile di Milano alla Direzione Distrettuale Anti-Mafia, e dalla figlia che puntò il dito contro la malavita calabrese la quale, gestendo il traffico di droga e l’usura nel Vigevanese, avrebbe ucciso il funzionario mascherandolo da gesto estremo. La tragica morte del poliziotto venne collegata a un analogo suicidio compiuto da un autotrasportatore, il quale si sarebbe sparato tre colpi di pistola alla testa l’8 marzo precedente accanto alla chiesa di Cilavegna. Proprio il poliziotto trovato morto al Crocifisso aveva indagato sulla improbabile abilità dell’autotrasportatore di continuare a premere il grilletto dopo il primo colpo al capo. Con il tempo la verità è venuta a galla: la Suprema Corte di Cassazione ha condannato in via definitiva i capi di una potente banda di estorsori e usurai calabresi acclarando che il poliziotto “nei suoi rapporti alla magistratura aveva ricostruito i rapporti della famiglia Valle, clan trasferitosi da Reggio Calabria a Vigevano” e “aveva anche trovato un prezioso ‘codice di affiliazione’ alla ‘ndrangheta”.

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