La cronaca di una tragedia annunciata: l’eccidio di Secondigliano e le radici della memoria locale

La storia recente della Campania è stata segnata da episodi di inaudita violenza che, pur nascendo da dinamiche private e contingenti, hanno lasciato cicatrici indelebili nel tessuto sociale. Tra questi, uno degli eventi più drammatici si è consumato nel pomeriggio del 15 maggio 2015, in un contesto urbano apparentemente quieto, quello di via Napoli Capodimonte. Il bilancio di quella giornata fu devastante: quattro persone persero la vita, vittime della furia cieca di un uomo, un infermiere di 52 anni con una passione ossessiva per le armi, che trasformò una banale lite domestica in una strage.

La dinamica dell'orrore

Tutto ebbe inizio alle ore tre del pomeriggio. A innescare la miccia fu un elemento quotidiano, quasi banale nella sua semplicità: il filo a cui si appendono i panni da fare asciugare, un simbolo di vita domestica tipico delle case napoletane. Quel filo, che correva fuori al balcone, era condiviso con la casa del fratello dell'assassino, Luigi Murolo, e della cognata Concetta Uliano. La disputa su questo dettaglio apparentemente trascurabile degenerò rapidamente in violenza.

rappresentazione stilizzata di un vicolo napoletano con fili per il bucato tesi tra le facciate

Dall'interno di un appartamento situato al primo piano di una palazzina che si affaccia su via Napoli Capodimonte, si iniziarono a sentire grida convulse. L'uomo stava litigando con sua cognata Concetta. In pochi istanti, il silenzio del pomeriggio fu squarciato da colpi secchi di pistola. Concetta cadde sotto i proiettili. Subito dopo, l'uomo, ormai in preda a un delirio omicida, imbracciò un fucile a pompa per colpire il proprio fratello, Luigi Murolo, che cercava invano di fermarlo. La follia, tuttavia, non si fermò all'ambito familiare.

L'escalation criminale e il sacrificio di chi intervenne

Una volta ucciso il fratello, il carnefice iniziò a sparare indiscriminatamente verso l'esterno. In strada, la tragedia si allargò a macchia d'olio, colpendo persone che si trovavano a passare per caso o che avevano cercato di prestare soccorso, guidate da un senso del dovere che sarebbe costato loro la vita.

Il primo a cadere fu Francesco Bruner, un ufficiale dei vigili urbani che si trovava fuori servizio. Abitando nel palazzo adiacente, sentì le deflagrazioni e, temendo il peggio, scese in strada nel tentativo di bloccare il traffico e proteggere i passanti. L'assassino lo prese di mira e lo uccise freddamente. Non soddisfatto, ricaricò l'arma e fece fuoco contro Luigi Cantone, un fioraio che transitava in quel momento su uno scooter e che, incuriosito dal trambusto, aveva rallentato per capire cosa stesse accadendo.

infografica che mostra la sequenza degli eventi in via Napoli Capodimonte

In quella spirale di morte, sopraggiunse un altro vigile, Vincenzo Cinque, che stava rincasando dopo aver terminato il turno di servizio. Consapevole della strage in atto, scelse deliberatamente di intervenire per scongiurare ulteriori vittime. L'assassino, senza esitazione, mirò alla sua gola e al suo torace, colpendolo gravemente. Il vigile Cinque lottò tra la vita e la morte per due lunghi mesi in ospedale, presso il San Giovanni Bosco, prima di soccombere a causa delle ferite riportate.

Il momento della resa e la gestione della piazza

La zona fu rapidamente cinta d'assedio dai Carabinieri della vicina caserma "Carretto" e dal personale del Radiomobile, supportati dalle volanti della Questura e dal controllo aereo di un elicottero della polizia. L'assassino, dopo aver compiuto il massacro, entrò in una fase di lucida confessione telefonica: chiamò ripetutamente il 113, dichiarando di aver "combinato un macello" e di aver ucciso quattro persone.

Patrimonio culturale: prevenzione, sicurezza e gestione dell’emergenza

Il momento della resa fu gestito con estrema delicatezza da un poliziotto dell'Ufficio prevenzione generale della Questura di Napoli. Attraverso tre telefonate protrattesi per quaranta minuti, intervallate da silenzi angoscianti e momenti di tensione psicologica, il negoziatore riuscì a convincere l'uomo ad arrendersi. Gli impose di uscire di casa senza maglietta e con le mani alzate, per garantire che non fosse armato e prevenire un'ulteriore tragedia durante l'arresto. Fuori, ad attendere il colpevole, c'erano oltre cinquecento persone pronte a linciarlo. Solo un imponente servizio d'ordine, predisposto congiuntamente da Polizia e Carabinieri, riuscì a evitare che la giustizia sommaria prendesse il sopravvento.

Le conseguenze e l'eredità di una tragedia

La conta dei danni umani fu terribile. I figli di Concetta Uliano riuscirono fortunosamente a salvarsi: uno di loro non si trovava in casa perché a scuola, mentre l'altro ebbe la prontezza di fuggire non appena udì i primi spari. A memoria dei due servitori dello Stato caduti, il capitano Francesco Bruner e il vigile Vincenzo Cinque, furono conferite medaglie alla memoria, a testimonianza di un coraggio civico che trascende il dovere professionale.

L'autore della strage di Secondigliano, che non sopravvisse a lungo agli eventi, morì il 15 marzo 2016 nel carcere di Poggioreale, dove era detenuto, a causa di una grave crisi cardio-respiratoria.

La toponomastica come atto di memoria sociale

La riflessione sulla memoria, in contesti come Torre Annunziata, si sposta spesso verso la ridenominazione dei luoghi cittadini come segno di omaggio a figure storiche. Un esempio significativo è rappresentato dalla delibera approvata nell'aprile 2014 dalla giunta comunale, che ha disposto il cambio di denominazione di un'area cittadina, attualmente via Marconi, in onore del dottor Luigi Manzo.

Questa decisione ha recepito l'input di Pasquale Castelluccio, storico promotore delle tradizioni locali e autore di opere che documentano la vita del "Lido Azzurro", stabilimento balneare fondato dalla famiglia Manzo nel 1928. Il dottor Luigi Manzo, nato nel 1907 e scomparso a 57 anni nel 1964, fu una figura centrale per la comunità, celebre per aver ideato il premio artistico “Ippocampo d'oro”, il cui simbolo è diventato parte dell'identità visiva del Lido Azzurro. La memoria di Manzo è oggi affidata non solo ai documenti, ma anche a una lapide situata sulla Rampa Nunziante, che si erge come testimonianza permanente di un legame profondo tra la cittadinanza e la propria storia locale, contrapponendosi, nella narrazione collettiva, alla violenza effimera che purtroppo talvolta segna il territorio.

La stratificazione di queste storie - da quella drammatica di via Napoli Capodimonte alle vicende storiche dei cittadini illustri di Torre Annunziata - delinea la complessità di un territorio costantemente diviso tra il ricordo del dolore e il desiderio di valorizzare il patrimonio civile di cui la città è custode. La gestione della toponomastica, dai numerosi indirizzi residenziali e studi professionali sparsi in ogni via e piazza (da Corso Italia a via dei Mille, da Via Gino Alfani a Viale Europa) fino ai luoghi simbolici come la Rampa Nunziante, diventa il mezzo attraverso cui una città cerca di riaffermare la propria identità, bilanciando il peso della cronaca nera con la necessità di una memoria storica costruttiva.

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