Il panorama mediatico italiano degli ultimi decenni è stato costantemente attraversato da figure controverse, capaci di catalizzare l'attenzione pubblica attraverso dichiarazioni forti, posizioni estreme e una gestione sapiente del proprio personaggio. Tra questi, una delle figure più polarizzanti è senza dubbio quella di Alberico Lemme. Spesso al centro di dibattiti accesi nei salotti televisivi, il farmacista di Desio ha costruito un impero basato su una metodologia alimentare che lui stesso definisce "Filosofia Alimentare". Per comprendere appieno il fenomeno, è necessario analizzare il personaggio, le sue origini e il profondo divario che separa le sue teorie dal rigore del metodo scientifico.

Le origini e il percorso di Alberico Lemme
Alberico Lemme nasce in provincia di Chieti, in Abruzzo. Sebbene il suo nome sia indissolubilmente legato alla figura del "dottore", è doveroso precisare che, nonostante si faccia chiamare dr. Lemme, non ha mai ottenuto una laurea in Medicina. La sua formazione di base, infatti, risiede nella farmacia, professione che ha esercitato per anni prima di compiere una trasformazione radicale nel 2000, anno in cui fonda ufficialmente la "Filosofia alimentare". Questa data segna la svolta: il passaggio dal bancone del farmacista alla ribalta mediatica.
È interessante notare come, per evitare sanzioni disciplinari o legali, egli sia sempre stato molto attento a non definire il proprio percorso come una "dieta" in senso stretto. Preferisce, invece, parlare di "pensiero controcorrente e avanguardista". Si tratta di un approccio in cui è un paradosso a regolare il meccanismo dimagrante: bisogna mangiare per dimagrire! La sua tesi si basa sull'idea di mangiare in chiave biochimico-ormonale, perché lui, grazie alle sue conoscenze e studi in Farmacia, usa il cibo come se fosse un farmaco. Questo slittamento terminologico è la chiave di volta del suo modello di business, che gli permette di operare in una zona grigia tra consulenza nutrizionale e intrattenimento puro.
La "Filosofia Alimentare": pilastri e paradossi
La filosofia che sottende al metodo Lemme si riassume in una serie di assunti che rappresentano, tutto sommato, l’antitesi di ogni regola finora approvata dalla comunità scientifica mondiale. L’ideale, per fare notizia, è proprio quello di negare le certezze consolidate. Egli sostiene con vigore che «l’uso delle calorie è ridicolo» e che «l’attività fisica non fa dimagrire». Ancora più provocatoria è l'affermazione secondo cui «frutta e verdura fanno ingrassare», una tesi che ribalta le più comuni raccomandazioni dei nutrizionisti di tutto il mondo.

Il regime Lemme prevede di mangiare pasta e fritti a colazione, piatti composti come frittate di noci e cipolle a pranzo, e un coniglio, anche intero, per cena. Il fulcro teorico, secondo il sedicente luminare, non sono le calorie, ma l’orario di assunzione dei cibi e la loro stimolazione della produzione d’insulina. Gli utenti, spesso definiti "allievi" o "cadetti", seguono questo percorso che promette risultati senza precedenti: «Circa 10 chili in meno in un mese».
L’Accademia di Desio e il rapporto con l’utenza
Presso la sua «Accademia di Desio», situata vicino Monza, l’uomo accoglie gli eventuali clienti al grido di «ciccioni». Il rapporto tra il mentore e l'allievo è volutamente provocatorio e denigratorio: «Quando uno viene da me lo fotografo, proietto la sua immagine e gli dico: “Che ciccione, mi fai scifo”». Questo approccio, che molti definirebbero violento o quanto meno poco etico, fa parte del metodo di sottomissione psicologica che accompagna il percorso.
Il protocollo si divide in due fasi distinte:
- La fase del dimagrimento: dura un mese. In questo lasso di tempo, il paziente, definito «allievo», «cadetto» o solo «ciccione», viene chiamato ogni due giorni da Lemme e riceve al telefono i consigli sugli alimenti da mangiare.
- La fase del mantenimento: dura tre mesi. «Questa fase si basa sul gusto personale, con la possibilità di nutrirsi mangiando di tutto senza mai più ingrassare». Alleluja.
Il mondo scientifico contro la "dieta" taumaturgica
Il mondo scientifico, la cui opinione è l’unica che conta quando si parla di alimentazione, ha già espresso una condanna netta. Andrea Ghiselli, presidente della Società italiana di Scienze dell’Alimentazione, è stato tra i più autorevoli a esporsi: «La dieta di Alberico Lemme ha un valore taumaturgico e non scientifico». La richiesta del mondo accademico è chiara: se lui ritiene che i dettami nutrizionali applicati da dottori come Giorgio Calabrese siano vecchi di 100 anni, si degnasse di fare una pubblicazione scientifica, una pubblicazione seria dalla quale possiamo tutti imparare.
Finora, il farmacista di Desio si è limitato a scrivere tre libri, pubblicazioni senza il minimo valore scientifico, dai titoli evocativi come L’uomo che sussurrava ai ciccioni. La mancanza di studi peer-reviewed, di test clinici indipendenti e di protocolli verificabili pone la "Filosofia alimentare" nel campo della pseudoscienza, lontana dai criteri di validità necessari per approcciarsi alla salute umana.
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L’ecosistema mediatico e il marketing del trash
L’uomo, gliene va dato atto, è bravissimo a vendere il personaggio. Quelle stesse parole che gli procurano le sacrosante critiche da parte della comunità scientifica, gli valgono gli inviti da parte delle trasmissioni televisive. E così, nel giro di pochi anni, Alberico Lemme è diventato un personaggio televisivo trash. È diventato un volto noto, capace di litigare per 15 minuti di filato con Platinette, o di insultarsi senza soluzione di continuità con Nadia Rinaldi, sotto gli occhi gongolanti della Barbara D’Urso di turno, cosciente degli ascolti assicurati dalle risse del farmacista detto dottore.
Se nessuno dimagrisce, a ingrassare è sicuramente il portafoglio dell’uomo, che arrotonda lo stipendio grazie a ospitate varie, alla partecipazione al Grande Fratello 16 e a una serie di prodotti satelliti commercializzati sul sito filosofiaalimentare.it. L’attività si articola in:
- L’«Accademia», fulcro del metodo.
- La scuola di cucina, in cui si impara a «cucinare in modo sano e gustoso semplici alimenti».
- Il ristorante a Desio, in cui «si dimagrisce mangiando».
- Un’app dedicata, tramite cui si possono ricevere menu «personalizzati» in cambio di un abbonamento mensile.
L’ultima a provare la sua dieta è stata Iva Zanicchi: «Con Lemme ho perso 7 chili in due settimane!», ha annunciato trionfante. Ora, delle due l’una: o Alberico Lemme è l’ideatore di un nuovo regime alimentare dai risultati migliori di sempre e quindi risulta meritevole di una cattedra a Oxford oltre che di un premio Nobel alla Scienza; oppure è l’ideatore di un personaggio piuttosto appetibile per le televisioni commerciali. La realtà sembra pendere decisamente verso la seconda opzione. L’uomo va considerato come qualcosa di altro da un dottore: un personaggio bravissimo nel trollare gli spettatori e gli ospiti in studio (più complici che vittime). Di certo, per competenza scientifica, medica e nutrizionale, non è uno specialista. È, più semplicemente, un attore più che un medico, un parlatore più che un dietologo.

Considerazioni critiche sul ruolo dei media
La permanenza di figure come quella di Lemme nel dibattito pubblico solleva questioni serie sulla responsabilità dell'informazione. La sovrapposizione tra la figura del medico e quella del performer crea una confusione pericolosa, soprattutto quando si tocca un tema sensibile come quello della salute e del rapporto col proprio corpo. L'uso di toni provocatori, spesso misogini o offensivi, come quando ha definito la donna come «un essere non evoluto», non è casuale: rientra in una strategia di marketing aggressiva volta a generare indignazione e, di conseguenza, attenzione.
L'analisi di questo fenomeno permette di osservare le dinamiche della televisione commerciale, che preferisce l'ascolto facile garantito dal conflitto alla corretta informazione scientifica. La "Filosofia alimentare" non è altro che un prodotto commerciale confezionato per un pubblico che cerca soluzioni rapide e miracolose, ignorando che la nutrizione è una scienza complessa, basata su anni di ricerca, studi clinici e un approccio multidisciplinare che poco ha a che fare con il marketing da talk show. Il caso Lemme, dunque, va analizzato non come una questione di salute, ma come un caso di studio sulla comunicazione di massa e sulla gestione del consenso in un'epoca dominata dall'apparenza.