Logopedia per Bambini: Una Guida Completa per Genitori e Insegnanti – Dalla Prima Parola all'Età Scolastica

Quando un bambino raggiunge gli otto anni, la sua comunicazione e il suo linguaggio sono strumenti fondamentali non solo per esprimere pensieri e sentimenti, ma anche per interagire a scuola, apprendere nuove nozioni e costruire relazioni sociali. Sebbene a questa età molti bambini abbiano già consolidato le proprie capacità linguistiche, alcuni possono incontrare difficoltà che richiedono un supporto specialistico. Queste difficoltà possono manifestarsi nella pronuncia, nella fluidità del linguaggio, nella comprensione o nell'espressione, e possono influenzare direttamente il percorso scolastico, in particolare per quanto riguarda la lettura, la scrittura e le abilità matematiche. Per i genitori e gli insegnanti, riconoscere precocemente questi segnali e comprendere il ruolo del logopedista è essenziale. Il logopedista, infatti, è la figura professionale qualificata per valutare e intervenire su un'ampia gamma di disturbi che vanno ben oltre la semplice "correzione della erre moscia", offrendo un supporto personalizzato e mirato alle esigenze specifiche di ogni bambino, inclusi quelli di otto anni.

Bambino di 8 anni che legge un libro con un genitore

Il Logopedista: Non Solo "Maestro della Parola"

Il termine “logopedia” deriva dal greco antico ed è l’unione di due vocaboli: logos, che significa “parola”, e paideia, cioè “educazione” o “insegnamento”. Probabilmente quando si pensa al lavoro del logopedista la prima immagine che viene in mente è quella di un professionista che, seduto di fronte a un bambino, con una mano indica le proprie labbra e con l’altra mostra al piccolo un cartoncino dove è scritta una lettera dell’alfabeto. Vi è infatti l’idea comune che la logopedia serva a insegnare ai bambini a parlare o a parlare meglio: ciò è vero solo in parte, poiché gli ambiti logopedici di intervento sono in realtà molteplici e spaziano ben oltre la semplice articolazione dei suoni. Si potrebbe quindi definire il logopedista un “terapista del linguaggio”, come avviene ad esempio nel mondo anglosassone in cui viene tradotto letteralmente come Speech Therapist. Tuttavia, il logopedista non si occupa solo di linguaggio e il suo lavoro spazia in tutte le fasi della vita, dal neonato alla terza età, passando per l’età evolutiva, l’adolescenza e l’età adulta.

Per l’esercizio della professione, assume un’importanza fondamentale la formazione post laurea, con master, corsi di alta formazione e corsi formativi che si concentrano su una determinata problematica o su una particolare fascia d’età. Conoscere come si diventa logopedisti è fondamentale quando capita di dover cercare lo specialista più adatto per il proprio problema: alcuni terapisti infatti possono essere specializzati nella “deglutologia” (ovvero lo studio della deglutizione), altri sono “vocologi” (esperti nelle problematiche legate all’uso professionale e artistico della voce), altri ancora si possono definire “logopedisti infantili”, cioè particolarmente formati nel trattare bambini. Questa specializzazione permette di offrire interventi sempre più precisi e contestualizzati, riconoscendo le specificità delle diverse età e delle diverse problematiche.

Per capire ancora meglio chi è il logopedista è però importante definire anche cosa non è: non è un medico. Non può dunque prescrivere farmaci, effettuare esami invasivi né porre diagnosi medica. Il suo ruolo è quello di valutare, riabilitare e abilitare le funzioni comunicativo-linguistiche, cognitive e deglutitorie. Ad esempio, nel percorso per riconoscere un Disturbo Specifico dell’Apprendimento (DSA), il logopedista è una figura importante perché è in grado di somministrare i test di lettura, scrittura, abilità matematiche, linguaggio e funzioni esecutive connesse e di ipotizzare o suggerire con una certa probabilità la presenza o assenza del disturbo e le sue caratteristiche. Tuttavia la diagnosi medica può essere fatta solo dal Neuropsichiatra Infantile oppure dallo psicologo, dopo aver raccolto tutte le valutazioni e informazioni necessarie da parte di un'équipe multidisciplinare. Questo approccio integrato garantisce una presa in carico completa e accurata del bambino.

Intervista Dr.ssa Lara Abram, logopedista e Dr. Riccardo Morelli De Rossi, psicologo

Campanelli d'Allarme e Fasi dello Sviluppo del Linguaggio

Comprendere quando rivolgersi a un logopedista richiede una conoscenza delle fasi di sviluppo del linguaggio. È cruciale parlare di “fasi” e non di “tappe” per esprimere un concetto importante: quando si parla di sviluppo, ogni bambino è a sé, è unico, avrà cioè il suo personale ritmo di acquisizione. Tuttavia, esistono delle linee guida che possono aiutare a identificare eventuali ritardi o difficoltà. La produzione del linguaggio, nei bambini, si sviluppa dai 7 mesi ai 4 anni di età. Il primo canale tramite cui si sviluppa il linguaggio è quello uditivo. Con l’aumento del bagaglio lessicale, diminuisce l’utilizzo dei gesti in seguito a un aumento repentino del vocabolario. Si hanno quindi le prime combinazioni delle parole, la cui evoluzione porta alla produzione delle prime strutture frasali semplici dal punto di vista morfosintattico, arrivando poi a strutture più complesse.

Ecco alcune delle tappe principali e i relativi campanelli d'allarme:

  • 6 mesi: il bambino inizia con il babbling, ovvero la lallazione, producendo sequenze di suoni consonantici e vocalici ("bababa", "mamama").
    • Campanello d'allarme: Assenza della lallazione (produzione di sillabe ripetute come “mamama” o “bababa”) tra gli 8 e i 10 mesi (o comunque assenza di produzione di suoni entro il primo anno di vita).
  • 9 mesi: il bambino inizia a capire alcune parole basiche, come “no”, “sì” e “ciao”. Sviluppa anche la capacità di seguire indicazioni semplici.
    • Campanello d'allarme: Assenza o scarso utilizzo di gesti per comunicare tra i 12 e i 18 mesi. Difficoltà nella capacità di comprendere il linguaggio.
  • 12-18 mesi: il bambino inizia a dire le prime parole, come “mamma” e “papà”, spesso in contesti significativi.
  • 18 mesi: il bambino inizia a pronunciare in modo chiaro circa 20 parole semplici.
    • Campanello d'allarme: Vocabolario ridotto: a 24 mesi produzione di un numero di parole inferiore a 50. Lenta crescita del vocabolario lessicale (il bambino tende ad utilizzare sempre le stesse parole).
  • 3 anni: avviene la cosiddetta esplosione linguistica. Il vocabolario del bambino si arricchisce ogni giorno di più. Inizia a formulare frasi più complesse.
    • Campanello d'allarme: Scarsa capacità di formulare frasi (intese come associazione di due o tre parole) a 30 mesi. Linguaggio poco comprensibile o prevalentemente non intelligibile a 36 mesi.

Quando si nota che il proprio bambino non segue i parametri normali dello sviluppo del linguaggio, potrebbe essere utile rivolgersi al logopedista. Se si è in dubbio nel portare il proprio bambino dal logopedista o no, è molto utile confrontarsi con le altre figure di riferimento: primo fra tutti il pediatra di famiglia, che conosce la storia del bambino e può condividere una visione ampia sul suo stato di salute e sviluppo. Anche le educatrici del nido e le insegnanti di scuola, avendo un contatto quotidiano con il bambino, possono fornire elementi molto utili da considerare nel caso venisse rilevata qualche difficoltà.

Schema delle fasi dello sviluppo del linguaggio infantile

In presenza di due o più di questi indicatori si può ipotizzare un ritardo del linguaggio: il bambino con un ritardo linguistico sviluppa il linguaggio più tardi e più lentamente rispetto ai suoi coetanei. Spesso il ritardo di linguaggio si risolve in maniera spontanea, ma è importante riconoscere la difficoltà il più precocemente possibile in modo da evitare eventuali ripercussioni a lungo termine. In caso di dubbio, è bene rivolgersi al pediatra che sarà in grado di indirizzare verso lo specialista di riferimento, il quale può riconoscere eventuali segnali di rischio e procedere come più opportuno.

Il ritardo di linguaggio non indica una patologia, ma si tratta più che altro di una condizione che può interessare il bambino entro i 3 anni. Oltre quest’età, e solo dopo una valutazione clinica da parte di uno specialista (generalmente il logopedista), è possibile identificare un vero e proprio disturbo di linguaggio. Il ritardo di linguaggio può andare verso un recupero spontaneo: in questo caso si parla di late bloomers, bambini che “sbocciano” in ritardo. Non è necessario un intervento linguistico specifico, ma potrebbe essere sufficiente una stimolazione indiretta (attraverso i genitori) del linguaggio del bambino. Oppure, può evolvere in un disturbo di linguaggio (DL), per cui è necessaria una valutazione più approfondita e l’attivazione di un intervento riabilitativo specifico sulla difficoltà. Il bambino con DL presenta difficoltà, di vario grado, nella comprensione e/o nella produzione e/o nell’uso del linguaggio. Il disturbo di linguaggio (non secondario ad altre patologie) ha origini complesse: è determinato da un insieme di fattori ambientali e genetici che interagiscono tra loro. Per diagnosticarlo è necessario eseguire una valutazione neuropsicologica e logopedica, preceduta da un’accurata anamnesi familiare e clinica.

Quindi, non si deve aspettare dopo i 3 anni per rivolgersi a un logopedista per bambini. È vero che la diagnosi di disturbo di linguaggio, generalmente, non viene fatta prima dei 3 anni, ma è consigliabile, in caso di difficoltà comunicativo-linguistiche, rivolgersi comunque a un logopedista. Esso infatti può fornire consigli e spunti preziosi da attuare in ambito familiare negli scambi comunicativi genitore-bambino. Inoltre, l’intervento e la diagnosi precoci sono fondamentali in caso di un eventuale disturbo di linguaggio per evitare (o limitare) ripercussioni sia in ambito sociale e relazionale, che in ambito scolastico: infatti, difficoltà a livello linguistico potrebbero inficiare il corretto apprendimento di lettura e scrittura, problematiche particolarmente rilevanti per un bambino di 8 anni.

Famiglia che consulta un pediatra

Ambiti di Intervento: Dalle Difficoltà Articolatorie ai Disturbi dell'Apprendimento

La logopedia per bambini copre un vastissimo spettro di problematiche, che possono manifestarsi in modi diversi e con intensità variabile. La complessità del linguaggio e delle funzioni orali richiede un approccio multidisciplinare e una specializzazione elevata da parte del logopedista.

Uno degli ambiti di intervento principali del logopedista in età evolutiva è la gestione di ritardi e/o disturbi di linguaggio. Questi si verificano quando le fasi di sviluppo del linguaggio compaiono nella sequenza e con le caratteristiche che ci si aspetta, ma spostate in avanti nel tempo e/o con un ritmo di acquisizione più lento. Il logopedista, oltre a fare i test specifici, osserva e analizza il comportamento comunicativo tra il genitore e il bambino per comprendere meglio le dinamiche in gioco.

La logopedia per la “r moscia” (più tecnicamente rotacismo) non rientra di per sé nei disturbi di linguaggio, ma è considerata una “dislalia”, un difetto di pronuncia isolato. Tuttavia, anche queste difficoltà, se non corrette, possono generare disagio nel bambino e influire sulla sua autostima e sulla sua capacità di farsi comprendere chiaramente.

Particolarmente rilevanti per i bambini di 8 anni sono i Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA), tra cui dislessia, disortografia, discalculia e disgrafia. DSA e logopedia sono due mondi strettamente connessi. Le difficoltà a livello linguistico, se non risolte precocemente, possono inficiare il corretto apprendimento della lettura e della scrittura. Il logopedista è in grado di somministrare test specifici per valutare le abilità di lettura, scrittura e matematiche, fornendo un contributo fondamentale per l'eventuale diagnosi e per l'elaborazione di un piano di intervento riabilitativo.

La bocca non serve solo per parlare! Ecco che quindi la logopedia si occupa anche delle altre funzioni orali: respirazione, suzione, masticazione e deglutizione. Se una o più di queste funzioni è alterata si crea uno Squilibrio Miofunzionale OroFacciale (SMOF). Molto spesso l’invio al logopedista è suggerito dall’ortodontista o dall’odontoiatra che nota i segni della deglutizione disfunzionale durante la visita: è essenziale che logopedia e ortodonzia lavorino insieme per evitare che la modalità in cui la lingua svolge le sue funzioni comprometta il risultato dell’intervento ortodontico. Il logopedista può poi accompagnare le famiglie anche nella risoluzione dei vizi orali, come l’utilizzo prolungato di ciuccio e biberon, la suzione del pollice o l’onicofagia (mangiarsi le unghie). Queste abitudini possono infatti determinare alterazioni dell’occlusione dentale come il morso aperto.

Meno conosciuta è invece l’anchiloglossia, letteralmente “lingua rigida”: la lingua si muove poco perché il frenulo linguale è alterato o corto e non le permette di innalzarsi e muoversi con efficacia. Rilevare la presenza di un frenulo alterato è fondamentale ad esempio nel caso vi siano difficoltà nell’avviamento dell’allattamento e per considerare una frenulectomia (piccolo intervento in cui si taglia il frenulo per liberare la lingua).

Esiste un legame anche tra logopedia e disfagia, ovvero la presenza di un problema nella dinamica della deglutizione. In tutti questi casi l’intervento del logopedista, in collaborazione con specialisti come il foniatra, il dietista e l’otorinolaringoiatra, serve a valutare la deglutizione e trovare modalità di alimentazione il più possibile sicura per quel paziente.

La disabilità intellettiva determina molto spesso difficoltà nell’uso del linguaggio. C’è però una grande variabilità: alcune persone possono avere “solo” un ritardo del linguaggio, altre faticano a formare frasi più complesse o a imparare nuove parole, altre ancora non riescono a utilizzare il linguaggio parlato come canale di comunicazione. In quest’ultimo caso in particolare il logopedista aiuta a trovare altre strategie per comunicare, per permettere alla persona sia di comprendere messaggi sia di esprimersi.

Diverse sindromi genetiche, come la sindrome di Down, la sindrome di Cornelia De Lange, la sindrome di DiGeorge, possono portare alterazioni di interesse logopedico sia sul versante comunicativo-linguistico, sia su quello della deglutizione e delle funzioni orali. In modo simile, anche nelle Paralisi Cerebrali Infantili (PCI) è utile la presa in carico logopedica per supportare lo sviluppo comunicativo e le funzioni orali.

Sordità e ipoacusia e logopedia hanno un legame stretto: il logopedista accompagna il processo di inquadramento e l’eventuale protesizzazione o intervento di impianto cocleare per poi proseguire con il trattamento riabilitativo, aiutando il bambino a sviluppare il linguaggio orale e la comprensione.

I disturbi dello spettro autistico comprendono infinite sfumature. Il ruolo della logopedia nell’autismo è quindi modulato per il singolo paziente con obiettivi personalizzati, volti a migliorare le capacità comunicative verbali e non verbali, l'interazione sociale e la comprensione del linguaggio.

Il logopedista interviene nella valutazione e nel trattamento della disprassia verbale evolutiva, ovvero una difficoltà di programmazione e coordinazione dei movimenti articolatori necessari per la produzione dei suoni del linguaggio e per ordinarli in sequenza per formare sillabe, parole e frasi. Condizione diversa, anche se con un nome simile, è la disprassia orale, in cui le difficoltà motorie riguardano movimenti non verbali (come masticare, soffiare, o fischiare).

Quando si presentano disturbi dell’esecuzione motoria del linguaggio legati a danni neurologici, ad esempio in seguito a un ictus, in età adulta si parla invece di “disartria”. Oltre alla disartria, quando si verifica un trauma cranio-encefalico, un ictus o un’emorragia cerebrale possono comparire disturbi dell’attenzione, aprassie, agnosie, afasie, disturbi comportamentali, eccetera, e anche in questi casi il logopedista gioca un ruolo chiave nella riabilitazione.

I disturbi della voce (disfonia infantile) sono un altro ambito di intervento. Questi possono manifestarsi con un timbro di voce rauco, un tono non uniforme o sbalzi di intensità vocale. Anche il rimanere spesso senza fiato prima di concludere un discorso può essere un campanello d'allarme.

Tra i disturbi della fluenza verbale rientrano la balbuzie e il cluttering (eloquio disordinato). La balbuzie (presenza di prolungamenti di un suono; ripetizioni del singolo suono o della sillaba; esitazioni, pause o arresti prima del discorso) non è solo un problema di linguaggio, ma ha risvolti psicologici importantissimi. La causa della balbuzie è infatti multifattoriale, data cioè dalla somma di diversi fattori che riguardano sia una predisposizione dell’individuo sia l’influenza dell’ambiente in cui vive. Il cluttering si manifesta quando il bambino parla troppo velocemente, omettendo alcune sillabe ("si mangia le parole" o "farfuglia").

Infine, anche il disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD) può avere ripercussioni sulla comunicazione e sul linguaggio, richiedendo un intervento logopedico per migliorare le abilità di attenzione, organizzazione del pensiero e fluenza verbale.

Altri segnali da non trascurare, particolarmente in età scolare, includono il fatto che il bambino abbrevia le parole più lunghe, eliminando una sillaba; inverte frequentemente le sillabe nelle parole; scrive e disegna male (indicando possibili difficoltà grafo-motorie o percettive); ha difficoltà negli apprendimenti (fa errori e/o è lento a leggere, scrivere, fare i calcoli); o ha difficoltà di memorizzazione (ad es. imparare le poesie o le tabelline a memoria). Questi campanelli d'allarme, se presenti in maniera significativa, dovrebbero indurre il genitore a valutare la possibilità di consultare uno specialista del linguaggio.

Grafico che illustra le diverse aree di intervento della logopedia

Il Percorso Terapeutico: Collaborazione e Personalizzazione

Il percorso con il logopedista inizia generalmente con una prima visita. La prima visita con il logopedista ha lo scopo di conoscere innanzitutto la richiesta di chi si presenta a studio («Mio figlio balbetta»; «Faccio fatica a studiare»; «Il dentista ha detto che mette la lingua tra i denti»). Quando la visita è una prima visita logopedica per bambini, queste domande vengono rivolte ovviamente ai genitori o alle figure di accudimento.

«Quindi alla prima seduta bisogna portare con sé i bambini?». Dipende, dall’età del piccolo, dalle sue caratteristiche e… dalle indicazioni del logopedista. Durante questo primo incontro, verranno poste alcune domande al fine di evidenziare il quadro clinico. Le domande possono riguardare lo sviluppo generale del bambino dai suoi primi giorni di vita, le tappe di sviluppo linguistico e le difficoltà riscontrate. È previsto un momento di confronto con i genitori, in cui essi potranno esporre i propri dubbi e preoccupazioni.

Successivamente, il logopedista effettua una valutazione, che può consistere in veri e propri test standardizzati (ovvero dove si confrontano le prestazioni con dei dati normativi di riferimento) oppure in osservazioni, ad esempio durante il gioco, particolarmente utile con i bambini. Questa fase di valutazione delle competenze comunicativo-linguistiche e/o deglutitorie del bambino è cruciale per comprendere la natura e l'entità delle difficoltà. Al termine delle sedute di valutazione (di norma si tratta di 2 o 3 incontri), il logopedista effettua un colloquio di restituzione con la famiglia per spiegare ciò che è stato fatto e ciò che è emerso. In base a ciò propone quindi un progetto di intervento, definendo gli obiettivi che ci si pone a breve, medio e lungo termine. Anche la frequenza e la durata delle sedute andranno concordate in modo da favorire il più possibile il raggiungimento degli obiettivi. In alcuni casi, è possibile che il terapista consigli di rimandare l’inizio della terapia, ad esempio suggerendo di aspettare dopo l’inserimento alla scuola materna, o dopo aver effettuato ulteriori visite specialistiche (ad es. dall’otorino o dal Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva).

Intervista Dr.ssa Lara Abram, logopedista e Dr. Riccardo Morelli De Rossi, psicologo

Un aspetto fondamentale per la buona riuscita del trattamento è il coinvolgimento del bambino e della famiglia. Quando si rende necessario effettuare una valutazione logopedica, molti genitori sono in dubbio se spiegare o no ai bambini da chi e perché li porteranno. Un approccio empatico e rassicurante è sempre preferibile: “Stai tranquillo, mamma e papà hanno capito che leggere, scrivere (o altro) è ancora un po’ difficile; che non sei pigro o distratto, che vorresti fare meno errori o essere più veloce ma che purtroppo fai tanta fatica! Sai, c’è una dottoressa che lavora proprio con i bimbi che hanno questa difficoltà, che può aiutarti a far diventare molto più facili i compiti!”. Questo aiuta il bambino a sentirsi compreso e meno solo nella sua difficoltà. Può capitare che i bambini non accettino sempre di buon grado le attività di terapia. In terapia si utilizza il rinforzo positivo, che non viene identificato con un regalo o un oggetto, bensì con il riconoscimento del suo impegno e dei risultati raggiunti. “Guarda, lo capisco proprio che ti senti un po’ scocciato. Hai ragione, questo esercizio è un po’ noioso (o difficile). Sai, anche io mi arrabbio quando non riesco, anche io a volte mi annoio a fare questa cosa…Ora dobbiamo proprio farlo, ma capisco che non ti vada per niente." Queste parole possono fare la differenza.

Il ruolo dei genitori è cruciale per il successo della terapia. La logopedia, trattamento riabilitativo consigliato in casi di disturbi del linguaggio, può avvenire sia in forma individuale che in un gruppo di piccole dimensioni. È anche molto importante verbalizzare quello che si sta facendo. E soprattutto mai chiedere al bambino di ripetere, ma di rimodellare quello che lui ha già detto. L’efficacia della logopedia dipende da fattori che possono influenzare anche la durata del trattamento: prima fra tutti la compliance, cioè la capacità di una persona (o di una famiglia) di seguire le indicazioni date dal terapista. Se i genitori ad esempio ripropongono a casa gli esercizi e le attività fatte in seduta con costanza e mostrando un reale coinvolgimento nel percorso, questo favorirà i progressi del bambino.

Il trattamento logopedico in età evolutiva (e non solo) è personalizzato, “cucito su misura” su ogni bambino, e assume quindi caratteristiche diverse da persona a persona. In generale però assume un ruolo centrale il gioco. Non solo per motivare il bambino a ripetere azioni che possono risultare noiose (come nel caso in cui si debba lavorare sulla pronuncia di un dato suono), ma perché il miglior modo di imparare è proprio giocando! I giochi di logopedia possono essere di varia natura: giochi di movimento, giochi di società, giochi di finzione, giochi non strutturati, eccetera. Lo studio del logopedista pediatrico è spesso ben fornito di materiali che a una prima occhiata possono sembrare giocattoli comuni: ed è così, perché sono le strategie “nascoste” nel gioco ad essere efficaci e non il gioco in sé. Ad esempio, la logopedia per bambini di 3 anni o più piccoli molto spesso utilizza un approccio indiretto: invece di trattare direttamente il bambino, ci si concentra maggiormente nel mostrare ai genitori strategie quotidiane efficaci per gestire il problema di linguaggio, migliorare la comunicazione verbale e non verbale e lavorare sulle emozioni derivanti dal disturbo e su eventuali comportamenti problematici. Con i bambini di 4 e 5 anni e, a maggior ragione, con i bambini di 8 anni, la logopedia solitamente prevede un approccio più diretto: in seduta vengono sperimentate attività e giochi e il terapista spiegherà come fare logopedia a casa, riproponendo nella maniera corretta gli esercizi.

La collaborazione multidisciplinare è un altro pilastro fondamentale. Ecco, forse è proprio questo l’aspetto fondamentale per la buona riuscita di un trattamento logopedico: collaborazione! Con la famiglia, con l’equipe sanitaria (foniatra, neuropsichiatra infantile, pediatra, psicologo, ortodontista, otorinolaringoiatra, eccetera) e con l’equipe educativa (insegnanti, educatori, assistenti sociali). Questa rete di sostegno integrata è essenziale per il benessere e lo sviluppo globale del bambino.

Lo abbiamo ribadito più volte: il trattamento logopedico è sempre personalizzato. Quindi anche gli esercizi di logopedia saranno pensati e calibrati in maniera individuale. Purtroppo oggi sui social media sono presenti molti contenuti di questo tipo, soprattutto riguardanti la terapia per l’articolazione, in cui si spiega come riprodurre correttamente un suono, insegnando movimenti della bocca ed esercizi con la lingua. Circolano anche molti esercizi di logopedia per bambini con balbuzie: attenzione perché di per sé la balbuzie non è solo un problema di linguaggio, ma ha risvolti psicologici importantissimi. È cruciale affidarsi sempre a professionisti qualificati per avere indicazioni specifiche e personalizzate. Anche internet può fornire ottime risorse per i terapisti e le famiglie: esistono infatti siti e app dedicati alla logopedia (spesso creati da specialisti) che permettono di lavorare efficacemente in seduta e a casa, a patto che siano suggeriti e supervisionati dal logopedista di riferimento.

La durata della terapia non è necessariamente e non sempre fissa. Varia in base alla gravità del disturbo, alla risposta individuale del bambino e alla costanza della collaborazione familiare. Tuttavia è sempre importante considerare ogni bambino nella sua individualità: a volte, ad esempio, nel contesto familiare possono scattare dei meccanismi emotivi che portano grandi e piccini a provare frustrazione o ansia da prestazione. Quando un bambino si trova in difficoltà nel fare qualcosa, gli adulti vicini possono avere due reazioni opposte: la tendenza a sostituirsi a lui (ti aiuto facendo io al posto tuo) o il desiderio di spronarlo a riuscire a tutti i costi (Su, forza! Dai che ci riesci). Entrambi gli estremi possono essere controproducenti. Il logopedista aiuta anche i genitori a trovare il giusto equilibrio nel supportare il proprio figlio, promuovendo l'autonomia e la fiducia nelle proprie capacità.

Logopedista che gioca con un bambino nello studio

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