L’attesa di un bambino è un momento di grande gioia, ma può anche essere accompagnato da preoccupazioni per la salute del futuro nascituro. Ma come verificare lo stato di salute del nostro bambino all'interno dell'utero? La diagnostica prenatale ha lo scopo di diagnosticare precocemente e, se possibile, di gestire e trattare molteplici patologie che possono colpire il feto. Al fine di poter compiere una scelta informata, serena e consapevole è fondamentale che ogni screening per anomalie congenite sia adeguatamente preceduto da una corretta informazione alla donna o alla coppia. La maggior parte dei bambini nasce senza apparenti difetti congeniti. Tuttavia, circa il 3-5% dei neonati presentano anomalie più o meno gravi. Inoltre, ogni donna, indipendentemente dalla sua età, può partorire un bimbo con disabilità fisica o mentale, con una frequenza stimata di 1 ogni 100 casi.

La distinzione tra test di screening e test diagnostici
È essenziale comprendere la differenza tra queste due categorie per affrontare il percorso con le giuste aspettative. Si definisce “screening” l’esecuzione di un’indagine eseguita a tappeto su tutta la popolazione, cioè su individui apparentemente sani, che non hanno alcun sintomo né segno clinico di malattia. I Test di Screening (non invasivi) sono test che non danno una certezza rispetto alla diagnosi, ma calcolano la probabilità che il bambino sia affetto da una delle più comuni anomalie cromosomiche. Il risultato viene espresso in termini numerici, indicando un rischio aumentato rispetto alla media.
I test diagnostici come villocentesi e amniocentesi, invece, permettono di identificare la presenza effettiva dell’anomalia. Le tecniche di diagnosi prenatale invasiva, oltre ad essere costose dal punto di vista economico, presentano un rischio di perdita fetale stimato intorno allo 0.2 - 0.5 % per prelievo dei villi coriali (CVS) e amniocentesi. L’utilizzo delle cellule fetali ottenute dal sangue materno per lo screening non deve essere proposto quale alternativa alla diagnosi prenatale invasiva, che rimane, ad oggi, l’unico strumento per accertare il cariotipo fetale anche ai fini dell’eventuale interruzione della gravidanza.
Il Test Combinato: la sinergia tra ecografia e biochimica
Il test combinato integra l’età materna, i valori biochimici e i parametri ecografici per calcolare il rischio specifico di ogni singola gestante di avere un feto affetto da anomalia dei cromosomi 13, 18 e 21. Il test combinato consiste nella misurazione ecografica della translucenza nucale, cioè dello spessore del liquido raccolto a livello della nuca del feto, e in un prelievo di sangue materno attraverso il quale sono dosate due proteine (PAPP-A e free ß-hCG).
La translucenza nucale (NT) è una fessura, visibile durante l’ecografia nel primo trimestre, dove si raccoglie un liquido. Già nel 1866 Langdon Down aveva descritto come le persone affette da Trisomia 21 fossero caratterizzate da una bassa elasticità della cute. Negli anni ’90 è stato possibile osservare la cute in eccesso nei feti affetti da Sindrome di Down mediante un esame ecografico effettuato nel terzo mese di vita intrauterina. La misurazione deve essere eseguita tra le 11+0 e le 13+6 settimane di gestazione, secondo le indicazioni della "Fetal Medicine Foundation" (FMF). Il bambino deve essere posizionato in modo da poter vedere una sezione trasversale di tutto il corpo, ovvero di profilo, per visualizzare la cornice nera nella parte posteriore del feto.

Il Test Combinato è in grado di identificare il 90% dei feti affetti da Trisomia 21, con un tasso di falsi positivi del 5%. Il test è considerato positivo (alto rischio) se il rischio calcolato è compreso tra 1:2 ed 1:300. Se il risultato non è nella norma, ciò suggerisce solamente l’opportunità di indagare in modo più approfondito attraverso altri esami, e non significa necessariamente che il bambino abbia dei problemi.
La frontiera del DNA fetale (NIPT)
Lo studio del DNA fetale circolante nel sangue materno (non invasive prenatal testing - NIPT) è un recente esame prenatale non invasivo. Durante la gravidanza, alcuni frammenti di DNA del feto e della placenta circolano nel sangue materno. Il DNA fetale è rilevabile sin dalla quinta settimana di gestazione, la sua concentrazione aumenta nelle settimane successive e scompare dopo il parto. La quantità di DNA fetale idonea per eseguire il test è riscontrabile dalla decima settimana di gravidanza in avanti.
Il test si esegue mediante un prelievo di 10 cc di sangue periferico della gravida, da cui viene isolato il DNA fetale che viene sequenziato al fine di determinare la presenza di eventuali anomalie dei cromosomi. È in grado di identificare il 99% delle Trisomie 21, 97% delle Trisomie 18 e 92% delle Trisomie 13, con un tasso di falsi positivi inferiore allo 0,1%. Il NIPT prevede anche l’opzione di un approfondimento di secondo livello per individuare alterazioni cromosomiche strutturali e alcune comuni sindromi da microdelezione/microduplicazione, come la Sindrome di Di George o la sindrome cri-du-chat.
Tuttavia, esistono dei limiti: i dati in letteratura indicano che la presenza di mosaicismi a bassa percentuale o l’insufficienza di DNA fetale circolante (che accade dall’1 al 5% delle gravidanze, specialmente in donne obese o afro-caraibiche) possono influenzare l’esito. Inoltre, non è da suggerire in prima istanza in gravidanze gemellari a causa dell'insufficiente validazione scientifica. Un risultato anomalo al Test del DNA fetale andrà sempre confermato con un esame diagnostico invasivo (villocentesi o amniocentesi).
SEQUENZIAMENTO del DNA con il METODO di SANGER
Il percorso di cura: dal primo trimestre alla nascita
L’ecografia del primo trimestre rimane un momento insostituibile del percorso della gravidanza. Oltre alla translucenza nucale, ha la finalità di visualizzare il corretto impianto in utero, il numero di feti, datare la gravidanza e, in caso di gravidanza multipla, definire la corionicità. È fondamentale affrontare questo percorso insieme al proprio Ginecologo per valutare attentamente rischi, benefici e limiti di ogni esame.
L'ecografia del II trimestre, eseguita tra 19+0 e 21+6 settimane, valuta la presenza di attività cardiaca, la localizzazione placentare, la quantità di liquido amniotico e studia l’anatomia fetale. Infine, l’ecografia del terzo trimestre valuta la crescita fetale e l’inserzione placentare. Presso centri specializzati, come In Salus di Lecco o i Consultori Familiari, è possibile accedere a pacchetti combinati e percorsi di approfondimento studiati per accompagnare ogni futura mamma in modo personalizzato, integrando competenze mediche, consulenza genetica e tecnologie diagnostiche all’avanguardia. Scegliere a quali test sottoporsi dipende da diversi fattori, come l’età materna, la storia familiare, l’esito di altri esami e le preferenze individuali, nel pieno rispetto della sicurezza della madre e del bambino.