La storia dell’umanità è costellata di pagine che segnano il limite invalicabile della moralità. Tra il 1933 e il 1945, il regime nazista di Adolf Hitler perseguitò e sterminò milioni di persone per motivi ideologici. Il principale bersaglio della follia del regime nazista furono gli ebrei, deportati in massa nei campi di concentramento e qui brutalizzati e sterminati. I nazisti consideravano gli ebrei una minaccia mortale per la razza tedesca, così come altri popoli e categorie definiti inferiori (tra cui rom e sinti, disabili, polacchi, testimoni di Geova), e per questo non meritevoli di vivere. Due terzi degli ebrei europei, circa sei milioni di persone, furono uccisi in quegli anni dalla Germania e dai suoi collaboratori. Dei circa 17 milioni di individui deportati nei campi, solo una esigua minoranza è sopravvissuta all’Olocausto. Molte delle persone scampate alla persecuzione hanno poi contribuito, nei decenni successivi, a trasmettere la memoria della Shoah, attraverso la loro dolorosa, forse liberatoria e sicuramente importantissima testimonianza diretta.
Tra questi coraggiosi testimoni c’è Liliana Segre, nata a Milano il 10 settembre 1930 da una famiglia di origine ebraica di piccoli imprenditori. Orfana di madre, la piccola Liliana viveva circondata dall'amore dei nonni paterni e del padre, Alberto Segre, a cui era profondamente legata. La sua infanzia, inizialmente spensierata e agiata, fu bruscamente interrotta quando, a soli otto anni, fu espulsa dalla scuola pubblica a causa dell'entrata in vigore dei "Provvedimenti in difesa della razza".

L'infanzia perduta e l'ombra delle leggi razziali
Liliana non capiva la ragione di tale allontanamento, non comprendeva perché da quel momento in poi non avesse più nessuno con cui studiare e giocare. Sono stati anni difficili per la famiglia Segre: controllati dalla polizia, ignorati dai conoscenti, furono costretti a vivere in una dimensione separata dal resto della società civile. Un isolamento che pesava come un macigno sulla piccola Liliana, che ha scritto: «All'improvviso eravamo stati gettati nella zona grigia dell'indifferenza: una nebbia, un'ovatta che ti avvolge dapprima morbidamente per poi paralizzarti nella sua invincibile tenaglia. Un'indifferenza che è più violenta di ogni violenza, perché misteriosa, ambigua, mai dichiarata: un nemico che ti colpisce senza che tu riesca mai a scorgerlo distintamente.»
Questo senso di esclusione fu solo l'inizio di una persecuzione che, dopo l'8 settembre 1943, precipitò in modo definitivo. Il padre di Liliana, Alberto Segre, cercando di proteggere la figlia, tentò con lei di passare il confine con la Svizzera. La fuga, tuttavia, non riuscì: fermati alla frontiera elvetica, vennero respinti e immediatamente arrestati.
MILANO-AUSCHWITZ: SIAMO ENTRATI NEL BINARIO SEGRETO DELLA STAZIONE CENTRALE | Memoriale Shoah
Il calvario di San Vittore e il viaggio verso l'inferno
Dopo essere stati rinchiusi nel carcere di Varese e poi in quello di Como, Alberto e Liliana Segre vennero tradotti infine nel carcere milanese di San Vittore. Qui restarono nella stessa cella per quaranta giorni. Il ricordo di quel periodo è per Liliana intriso di una commovente intimità: «Quello che mio papà e io ci siamo dati reciprocamente nel breve tempo vissuto insieme mi è bastato, mi è rimasto per tutta la vita e il suo ricordo è riuscito perfino a salvarmi da un'infinità di situazioni di autentica disperazione. Eravamo noi due in quella cella. Ho vissuto momenti di felicità nel carcere di San Vittore perché ero con lui.»
Il 30 gennaio del 1944, Alberto e Liliana Segre vennero trasferiti, insieme ad altre seicento persone, alla Stazione Centrale di Milano: al binario 21 fu il momento della deportazione. La Segre ha descritto spesso le condizioni bestiali di quel viaggio verso il campo di sterminio: il pianto, la sete, le preghiere e, infine, il silenzio di quella straziata e incredula umanità.

Auschwitz: la fabbrica della morte
Arrivata ad Auschwitz il 6 febbraio 1944, Liliana fu separata dal padre. Non lo avrebbe mai più rivisto. Alla selezione, la bambina venne identificata con il numero di matricola 75190, che le fu tatuato sull'avambraccio. Per circa un anno, la giovane Liliana fu costretta ai lavori forzati presso la fabbrica di munizioni Union, appartenente alla Siemens.
In quel luogo di fango, sopraffazione e morte, la sopravvivenza divenne una scelta di estrema resistenza etica. Liliana doveva affrontare il dolore, la fatica e lo stupore dinanzi alla banalità del male. Alcuni giorni prima che l’esercito sovietico entrasse ad Auschwitz, il 27 gennaio 1945, fu costretta dai soldati nazisti a incamminarsi verso la Germania, in una marcia forzata nota come "Marcia della morte". Venne infine liberata il 1º maggio 1945 dal campo di Malchow.
La scelta della vita e il ritorno
Dei 605 prigionieri ebrei partiti dal binario 21, solo una manciata tornò a casa. Quando Liliana rientrò a Milano il 31 agosto 1945, il mondo che aveva lasciato non esisteva più, così come la sua famiglia originaria. Il ritorno alla quotidianità fu un trauma profondo. Per decenni, Liliana scelse il silenzio, cercando di elaborare un dolore che nessuno attorno a lei riusciva a comprendere.
Fu solo negli anni ‘90 che Liliana decise di rompere il silenzio e rendere pubblica la sua esperienza. La spinta fu un debito morale, una "motivazione privatissima" verso le vite spezzate di chi non era tornato. «Io ho iniziato a testimoniare per un debito non pagato. Lo dovevo a tutte le vite che ho visto spezzare intorno a me, ai giovani che non sono mai diventati adulti.»
L'impegno pubblico e la nomina a Senatrice a vita
Il 19 gennaio 2018, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha nominato Liliana Segre senatrice a vita, in base all'articolo 59 della Costituzione, per avere illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale. Questa nomina è stata interpretata dalla stessa senatrice come una sorta di "risarcimento" da parte di quello Stato che 80 anni prima aveva degradato i suoi cittadini, consentendo la loro persecuzione.
Come senatrice, Liliana Segre ha promosso l'istituzione di una Commissione parlamentare per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio. La sua attività, oltre all'impegno istituzionale, prosegue incessante nelle scuole, dove porta la sua voce, la sua esperienza e il suo invito costante a non essere indifferenti.

Le opere e il messaggio per il futuro
L’eredità di Liliana Segre è racchiusa nelle sue parole e nelle sue opere. Libri come La memoria rende liberi, scritto con Enrico Mentana, Scolpitelo nel vostro cuore e Ho scelto la vita, testimoniano non solo l'orrore vissuto, ma la forza di una donna che ha saputo trasformare la sofferenza in una missione pedagogica e civile. Il suo ultimo libro, Uno strano destino, raccoglie rubriche e discorsi, consolidando il suo ruolo di "nonna d'Italia", figura che con tono rassicurante e gentile esorta le nuove generazioni a coltivare la memoria come anticorpo contro la barbarie.
Liliana Segre insegna che l'uomo è una costruzione fragile che va protetta e alimentata. Il numero 75190 non è solo una cifra incisa sulla pelle, ma una bussola identitaria: una scelta consapevole di vita, di pace e di rifiuto categorico dell'odio. La sua testimonianza, portata avanti senza spirito di vendetta, rimane una delle luci più nitide nel panorama dell'antifascismo italiano, un monito vivo affinché l'indifferenza non diventi mai più la cifra di un'intera epoca.