La culla di Betlemme, umile giaciglio del Verbo incarnato, non è solo un punto geografico o un evento storico, ma un vero e proprio epicentro da cui si irradiano le grandezze incommensurabili di Cristo, invitandoci a una profonda riflessione sul significato della sua venuta e sul modo in cui essa permea la nostra esistenza quotidiana. A Betlemme, come si suol dire, “ogni giorno è Natale”: alla Grotta della Natività, infatti, migliaia di persone arrivano da ogni dove e con fede e devozione possono "toccare" il Mistero del Verbo che per amore si è fatto carne. Questo luogo sacro, testimone della più grande umiltà divina, continua a comunicare un messaggio di tenerezza, di speranza e di una presenza viva che si manifesta in modo sempre nuovo e tangibile.
La Culla di Betlemme e la Reliquia Sacra: Un Segno Tangibile
L'emozione e la gioia che pervadono chi visita Betlemme sono palpabili, e quest'anno tali sentimenti hanno trovato un'espressione ancora più profonda. Come testimonia ai nostri microfoni fratel Emad Kamel ofm, vice parroco della Parrocchia di Santa Caterina e animatore della Pastorale giovanile della Custodia in Terra Santa, l'arrivo a Gerusalemme, e prima ancora a Betlemme, di una piccola reliquia ha reso la gente ancor più felice. Questa reliquia, tratta dalla culla di legno dove la tradizione vuole sia stato adagiato Gesù bambino, rappresenta per tutti i credenti un "segno ancor più tangibile" della presenza viva del Redentore. La consapevolezza che “sicuramente la Madonna avrà sfiorato, adagiando e sollevando il piccolo Gesù, quel pezzo di culla” rende questo frammento un ponte emotivo e spirituale con l'evento della Natività, manifestando ancora una volta la Grazia del Natale.
Nella splendida cornice della basilica romana di Santa Maria Maggiore, nella cripta sotto l’altare della Confessione, si venerano con profonda devozione le preziose reliquie della Culla del Bambino Gesù. Queste sono custodite in un elegante reliquiario in cristallo a forma di culla, sorretto da quattro putti dorati e chiuso da un coperchio che riproduce un giaciglio di paglia sul quale è adagiato il piccolo Gesù. Il reliquiario attuale fu realizzato da Giuseppe Valadier nei primi anni del 1800, per sostituire il precedente del 1600 trafugato dalle truppe napoleoniche, a dimostrazione della venerazione ininterrotta per questo sacro oggetto. Dai cristalli lucenti del reliquiario si intravedono alcune assicelle in legno di acero rosso, tipico della zona di Betlemme, e le reliquie, la cui datazione risale a circa 2000 anni fa, corrispondono proprio al tempo in cui nacque Gesù. Tali dettagli storici e materiali rafforzano la connessione con l'evento primigenio, rendendo la fede un'esperienza che tocca la storia e la materia.

Il Presepe come Annuncio del Mistero dell'Incarnazione: Sfide e Speranze Oggi
Riflettendo sul valore e il significato del Presepe, fratel Emad Kamel evidenzia la raccomandazione del Papa a diffondere questa consuetudine in tutti gli ambienti per annunciare il mistero dell’Incarnazione con semplicità e gioia. Questa consuetudine, che ci invita a contemplare la nascita di Gesù, è un invito a tenere Gesù in mezzo alle nostre vite, così come hanno fatto nella quotidianità Maria e Giuseppe. Tuttavia, il frate sottolinea quante difficoltà hanno oggi le famiglie a mantenere questa centralità. "Come cristiani, oggi, siamo coscienti delle minacce che gravano sulla famiglia: l'unico punto sicuro però per salvare la famiglia è proprio Gesù," afferma fratel Emad. Tenerlo in mezzo è per una famiglia incamminarsi verso la santità, è essere capace di testimoniare i valori cristiani nella società di oggi. Questo richiede uno sguardo fisso su Gesù, "specie ora che riviviamo l'emozione della venuta di Gesù tra noi. Attraverso la porta aperta con la sua venuta, anche noi potremo entrare nella vita divina."
Il Natale in Terra Santa, purtroppo, spesso significa anche paura di attentati e massima allerta, aggiungendo un livello di complessità alla preparazione e alla celebrazione. Fratel Emad spiega che "proprio per le difficoltà politiche che segnano sempre queste terre, noi cristiani di Terra Santa ci sentiamo simili alla Sacra famiglia." Anche allora, infatti, c'erano minacce e insicurezze: Erode, il rifiuto della gente che ha fatto ripiegare Maria in una mangiatoia. Dio, però, aggiunge il frate, "ci dice sempre qualcosa, anche nelle difficoltà." È in questi contesti di prova che si manifesta una delle grandezze di Cristo: la sua vicinanza nella sofferenza. Occorre allora prendere la propria croce e seguire Gesù, un cammino che, sebbene arduo, rivela la via per vivere bene questa preparazione al Natale e per trovare la pace in mezzo alle turbolenze del mondo. La capacità di perseverare nella fede e di testimoniare i valori cristiani in un ambiente ostile diventa, quindi, un potente segno della presenza divina.

L'Epifania Quotidiana: Un Invito all'Adorazione e al Lavoro
L'adorazione di Cristo non si limita al ricordo storico della sua nascita, ma si estende alla quotidianità della nostra esistenza, trasformando il lavoro e l'impegno in una forma perenne di offerta e di Epifania. San Josemaría Escrivá rifletteva, nei "Giorni di Natale, inizio del 1939," sul concetto di "rinascere e continuare, cominciare e proseguire." Egli osservava che, nell’ambito materiale, l’inerzia equivale a non cambiare: non muovere ciò che è fermo, non fermare ciò che si muove. Ma sul piano spirituale, proseguire e continuare non è mai inerzia. "Ripetiamo le stesse cose, sempre le stesse cose: Dio con noi, Gesù Bambino; e noi, guidati dagli Angeli, andiamo ad adorare il Bambino Dio, che la Madonna e san Giuseppe ci mostrano." Questo "continuare" spirituale è un dinamismo interiore che ci spinge a rinnovare costantemente la nostra fede e il nostro amore.
Per tutti i secoli, da tutti i confini della terra, affaticati e vivificati dal lavoro di tutte le attività umane, continueranno a giungere Magi al Presepio perenne del Tabernacolo. Questa visione estende il mistero del Natale oltre il tempo e lo spazio, rendendolo attuale in ogni momento e luogo. San Josemaría esorta: "Impègnati e lavora, preparando la tua offerta - il tuo lavoro, il tuo dovere - per l’Epifania di tutti i giorni"i. L’adorazione dei Magi, il battesimo del Signore, le nozze di Cana sono tre manifestazioni della divinità del Verbo incarnato, tre epifanie che sono situate nel tempo ma che hanno un sapore di eternità perché Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempreii. Nella bella lettera che apre la pagina di Noticias del mese di dicembre del 1938, poco più di dieci anni dopo la fondazione dell’Opus Dei, il nostro fondatore contempla il Bambino Dio nel Presepe, unendo il mistero dell’adorazione dei Magi al nostro lavoro professionale. Mette in rapporto la portata eterna di questa offerta con la dimensione divina che possono acquistare le nostre occupazioni quotidiane.
Anche noi siamo, in qualche modo, come i Magi perché, guidati dalla stella della vocazione, in questo periodo ci avviciniamo al presepio da tutti i confini della terra. I Magi, che non sono membri del popolo ebreo, ma gentili, preannunciano quella grande convocazione che sarà la Chiesa, Popolo di Dio. Essi venivano da Oriente, da oltre il Giordano; ed Erode chiese loro dove si trovava il Re dei giudei. Sebbene i principi dei sacerdoti e gli scribi sapessero che il Messia doveva nascere a Betlemmeiii, non si presero il disturbo di andarlo a salutare. Erode resta turbato e tutta Gerusalemme con luiiv; eppure, soltanto questi stranieri si muovono per andarlo a trovare. Questo paradosso rivela una verità profonda: amare è più che conoscere, e la conoscenza da sola non basta per arrivare a Gesù. Quaranta giorni dopo la nascita, quando il divino Bambino è presentato al Tempio, il vecchio Simeone proclama la salvezza dei popoli e profetizza che Egli sarebbe stato luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israelev. Luce divina per tutte le nazioni e, per ciò stesso, gloria di Israele. I pastori - ebrei - e i Magi - pagani - sono i primi di una folla fra i quali non ci sarà più differenza tra giudeo e greco, tra schiavo e libero, tra uomo e donnavi. Con i Magi comincia a compiersi la profezia di Simeone sui gentili, aprendo la strada all'universalità del messaggio cristiano. Secoli dopo, anche noi facciamo parte di quel Popolo convocato nella Nuova Alleanza «chiamando gente dai giudei e dalle nazioni, perché si fondesse in unità non secondo la carne, ma nello Spirito, e costituisse il nuovo popolo di Dio»vii. Il pane delle pecore perdute della casa di Israele si fa pane per tuttiviii, a testimonianza dell'amore inclusivo di Dio.
Simbologia dell'Adorazione dei Magi - Sandro Botticelli - I SIMBOLI NELL'ARTE
I Doni dei Magi e il Lavoro Umano come Offerta: Affaticati e Vivificati
I Magi portano oro, incenso e mirra. Ma noi, cosa portiamo al Bambino Gesù? Ci avviciniamo al Presepio affaticati e vivificati dal lavoro di tutte le attività umane, riconoscendo in esso sia il peso che la via verso la santità.
Affaticati: La Mirra del Sacrificio Quotidiano
Ci avviciniamo affaticati, perché il lavoro duro, continuo, esigente, è per noi un peso. Il lavoro, da sempre vocazione dell’uomo, con il peccato è diventato sforzo, lotta e dolore. Con la disobbedienza, entrò la morte; quella morte che anche Cristo volle subire. Noi, come i Magi, portiamo la mirra, simbolo del sacrificio e dell'abnegazione. Come Nicodemo, portiamo una mistura di mirra e àloe ai piedi della Croce, prenderemo il suo Corpo e lo avvolgeremo in bende con i migliori oli aromatici che possiamo trovareix. Questa è la mirra di abnegazione per amore di Cristo e delle anime, di amore per la Croce nel lavoro di ogni giorno, anche se costa e perché costa. Il nostro lavoro, nella sua dimensione di fatica e di offerta, diventa partecipazione alle sofferenze di Cristo. È anche il balsamo idoneo a curare, a ripulire e lenire le tremende piaghe che abbiamo aperto con i nostri peccati nella sua Santissima Umanità. Nulla è mancato nella Passione di Gesù perché potessimo salvarci, ma, perché i suoi meriti si possano applicare a noi, dobbiamo completare nella nostra carne ciò che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo che è la Chiesax. Questo è il senso profondo della gioia di partecipare ai patimenti della Croce, affinché Cristo si formi in ogni membro del suo corpo mistico: un desiderio di anime, un amore redentore del cristiano. Le nostre fatiche servono per la salvezza di molte anime, trasformando il peso del lavoro in un'offerta preziosa.

Vivificati: Il Lavoro come Via a Gesù
Andiamo anche vivificati dal lavoro, perché il lavoro è per noi la via per arrivare a Gesù; è, in qualche modo, la via verso il presepio: lì dove nasce il Verbo incarnato, dove Cielo e terra si uniscono, nel seno di Maria e, poi, nell’umile culla del presepio. Andiamo lì, noi che cerchiamo di unire lavoro e preghiera, preghiera e lavoro: il mondo con Dio. Andiamo di buon animo, con passo lieto. In effetti, il lavoro, malgrado le difficoltà che sempre comporta - e che a volte ci fanno soffrire tanto -, è vita, compito, dono, crescita, servizio di Dio e degli altri. Proprio per questo cerchiamo di amarlo, di compierlo con gioia, con entusiasmo: con passione professionale. Il lavoro è, in questo senso, un motore che spinge, una forza che ci eleva. È bene uscire di casa con il desiderio di adempiere la mansione umana che costituisce la nostra vocazione professionale e, nello stesso tempo, ci dà un posto nella società.
Cristo stesso ci offre l'esempio supremo di questa vivificazione attraverso il lavoro. Egli è il carpentiere, il figlio del carpentierexiv, quello che ha lavorato trent’anni a Nazaret. È il figlio di Dio che ha trasformato il pane nel suo Corpo, e il suo stesso lavoro della Croce è stato un atto supremo di donazione. Quanto gli è costato il lavoro della Croce! Abbà, non si faccia la mia volontà ma la tuaxv; e questa sottomissione della volontà la rendiamo attuale ogni giorno quando il sacerdote, prestando la sua voce e tutta la sua persona al Signore, operando in Persona Christi Capitis, ripete le parole dell’istituzione dell’Eucaristia: Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi. Andiamo così, affaticati e vivificati, dietro le orme di chi è salito a Gerusalemme con il peso dei nostri peccati, vivificato da desideri di salvezza, da desideri di donazione.
Il Tabernacolo: Il Presepio Perenne e la Casa del Pane
Il cammino dei Magi non si ferma alla culla di Betlemme, ma si estende, in una prospettiva di fede, verso il tabernacolo, che è il "presepio perenne". "Dov’è il Re dei giudei?”, domandava Erode. Dove andremo, carichi del nostro lavoro? Andremo al presepio perenne del tabernacolo. Lì, come frutto della Messa - lavoro di Dio -, come frutto della Croce, Egli è sostanzialmente presente. Il pane di vita, pane disceso dal cielo, pane per la vita del mondoxi, ora ci sta aspettando nel presepio del tabernacolo, dove l’umiltà è maggiore che nella culla o sul Calvario. L'Incarnazione continua nell'Eucaristia, un mistero di prossimità ancora più intimo. I Re Magi trovarono Gesù a Bêt-lehem, che significa casa del pane. Il chicco di frumento che morendo darà molto frutto, giace su un po’ di pagliaxii, anticipando la sua presenza sacramentale.
Andiamo a Betlemme con l’oro del distacco dai successi e dalle sconfitte, con l’incenso della voglia di servire e di comprendere - carità, purezza: profumo di Cristo - e con la mirra del sacrificio quotidianoxiii. Questi doni spirituali, offerti al Signore nel tabernacolo, rappresentano la nostra risposta all'amore divino. Quam dilecta tabernacula tua, Domine virtutum!xvi. Andiamo, vivificati dal lavoro, verso il tabernacolo, verso la casa del Signore degli eserciti, forza delle nostre lotte di pace per ottenere le virtù. Offriamo questa lotta a Lui, perché non c’è niente di buono che abbiamo fatto che non provenga da Lui. “Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto?”, chiedeva san Paoloxvii. Le virtù che cerchiamo di acquisire e mettere in pratica durante il lavoro sono doni di Dio.
Impègnati e lavora, dice san Josemaría. Un lavoro ben fatto, accurato, diligente. Il lavoro richiesto dal piccolo dovere di ogni momento: Fa’ quello che devi e sta’ in quello che faixx. Accurato, diligente, in preparazione della tua offerta, questo impegno trasforma ogni azione in un atto di culto. Ci avviamo verso il tabernacolo che si trova nella parrocchia, in una chiesa nei pressi del posto di lavoro o lungo la strada; verso il tabernacolo di un oratorio. Andiamoci per ridurre il tempo in attesa della prossima Messa, preparando l’offerta della giornata con la cura e l’impazienza degli innamorati, con il fermo proposito di fare di ogni giornata una Messa, per affidare a Dio i nostri familiari e gli amici, per sentirci amati…, e per amare!xxi.
In un modo molto speciale, nel momento della prova o quando si deve fare ancora un passo, che forse è quello che costa di più, verso un maggior abbandono interiore, è arrivato il momento di andare davanti al tabernacolo e parlare con il Signore, che ci mostra le sue piaghe come credenziali del suo amore. Se abbiamo fede in queste piaghe che fisicamente non contempliamo, scopriremo con gli Apostoli la necessità del Mistero per cui Cristo ha sopportato queste sofferenze per entrare nella sua gloria. Accetteremo più facilmente la Croce come un dono divino, perché comprenderemo l’esortazione di nostro Padre: “dobbiamo riuscire a vedere la gloria e la felicità nascoste nel dolore”xxii. Il tabernacolo è il presepio, casa del pane, sempre troppo povero per il Signore. È il presepio perché Egli sta lì con la sua anima, con il suo corpo, con il suo sangue e la sua divinitàxxiii, perché si offre, come nel presepio, alla nostra contemplazione e alla nostra adorazione. Non andiamo a Lui con le mani vuote, ma con il lavoro già fatto e con quello che rimane da fare, con l'offerta della nostra intera esistenza. La visita al Santissimo Sacramento è una pausa di adorazione: Gesù, c’è qui Giovanni il lattaio; o anche: Signore, ecco qui questo poveraccio, che non ti sa amare come Giovanni il lattaioxxiv. Con il nostro nome, gli parliamo dell’offerta che gli stiamo preparando: sono il medico, sono l’operaio, il giudice, il maestro di scuola…, che vengo a darti ciò che sono e ciò che faccio; e a chiederti perdono per ciò che non ho fatto. Andiamo a Lui con gli Angeli e, come nel presepio, c’è santa Maria e c’è san Giuseppe. Il padre e la madre di famiglia portano i loro figli a salutare Gesù nel tabernacolo; il professionista porta il collega; lo studente porta l’amico, insegnando con l’esempio come la fede muove ad andare incontro al Signore che ci aspetta.

Virtù, Fede e la Vita Nello Spirito: La Trasformazione dell'Esistenza
Le virtù di cui abbiamo cercato di avvalerci durante il lavoro sono di Dio: la laboriosità - il Padre mio opera sempre e anch’io operoxviii -, la pazienza, la responsabilità, la cura delle cose piccole, l’impegno di finire bene ogni cosa, il desiderio di far crescere gli altri e l’umiltà nell’apprezzare il loro lavoro, la gioia, il servizio. Nel cominciare e ricominciare consiste la lotta per acquisire queste virtù, abiti operativi che forgiano la nostra personalità e, un po’ per volta, ci identificano con Cristo. Quando noi lavoriamo è Lui che lavora, che soffre e si dona, che ama. Ci avviamo verso la casa del Pane, eterno presepio del tabernacolo dove c’è il Figlio unico del Padre, il Verbo eterno di Dio. Sulla patena, unendo il nostro lavoro al pane - frutto della terra e del nostro lavoro -; e nel calice, unendo al vino - frutto della vite e del nostro lavoroxix - la goccia d’acqua della nostra vita.
La fede, la purezza e la vocazione sono tre punti intangibili che ogni settimana esaminiamo con il Signore e di cui ci piace parlare quando vogliamo ricorrere all’aiuto della direzione spirituale. Così ogni giorno, ogni settimana, ricominciamo a preparare la nostra offerta per l’Epifania di tutti i giorni. Queste virtù sono supportate e nutrite dalla preghiera. Paternostro, Avemaria, Gloria. Vorrei, Signore, riceverti con la purezza, l’umiltà e la devozione con cui ti ricevette la tua santissima Madre; con lo spirito e il fervore dei santixxv. Dopo aver adorato il Padre nostro del Cielo, invochiamo la Madre di Dio e Madre nostra affinché ci insegni a dar gloria alla Trinità con la nostra vita.
Ella ci ha dato il Corpo di Gesù; Ella ci dà Cristo nell’Eucaristia. Le sue mani hanno ricevuto l’oro, l’incenso e la mirra che i Magi hanno offerto a Gesù. Nelle sue mani si purificano le nostre offerte e anche le nostre miserie. Conferisce brillantezza all’oro della nostra fede, accende con il suo amore materno l’incenso della nostra purezza e riempie di fragranze la mirra della nostra donazione. Santa Maria mantiene vivo il fuoco della nostra fedeltà e del nostro apostolato. Con lei spargeremo luce e calore. Saremo lampade di fede, di ardente carità, di luce divina che illumina la strada che porta al presepio.

Avviamoci verso quest’ultima ed eterna epifania divina, l’ultima rivelazione descritta dall’ultimo libro del Nuovo Testamento, scritto quando, da una parte, sembrava in aumento la confusione dottrinale che minacciava la verità dei cristiani; dall’altra, si scatenava la prima persecuzione universale e sistematica contro la Chiesa. Il potente sovrano, un uomo di creta ebbro di gloria umana, pretendeva di essere adorato come Signore e Dio; ma le ombre di vanagloria scompariranno con il fiume di acqua della vita, limpida come cristallo, che scaturisce dal trono di Dio e dell’Agnello. Coloro che vedranno il suo volto non avranno bisogno di luce di lampada perché il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli dei secolixxvi. Frattanto il fulgore divino si propaga come un incendio, da cuore a cuore: un fuoco apostolico che trae alimento dalla fedeltà quotidiana, con l’umiltà che persevera nella fede, con il Pane che rende più ferma la purezza, con la vocazione che si fortifica nella Parola, nella preghiera.
Questo percorso di fede, incarnato nel mistero della culla di Betlemme e perpetuato nella presenza eucaristica, ci invita a una continua trasformazione, a fare della nostra vita un'offerta costante di "oro, incenso e mirra" - di fede, purezza e cammino - preparandoci ogni giorno a quella Epifania eterna in cui vedremo il Suo volto e regneremo con Lui.