La narrazione delle origini di Apollo, una delle divinità più complesse e affascinanti del pantheon greco-romano, è intrinsecamente legata alle vicende di sua madre, Latona, o Leto per i Greci. Questo mito affonda le radici in tempi antichi, tramandatoci dai nostri avi, e ci presenta una figura divina di grande importanza, ma al contempo vulnerabile e perseguitata.
Latona, la Titania Perseguitata: Un Destino di Fuga e Speranza
Latona, nota anche come Leto, era una figura di nobile stirpe, figlia dei Titani Ceo e Febe, e aveva come sorelle Rea e Temi. Non era una mortale e nemmeno una semplice ninfa; Lero apparteneva all'antica e nobile stirpe dei Titani. Come simbolo stava a significare la notte ed era naturale che Zeus, il cielo, si innamorasse di lei. Da questa unione, dalla quale era evidente che sarebbero nati il Sole e la Luna, scaturì l'implacabile ira di Era, moglie di Zeus. La gelosa Era prese a perseguitare Lero, che era una divinità mite, timida e incapace di difendersi da sola. Il mito racconta infatti che Era, moglie di Zeus, gelosa di Latona, la costrinse a fuggire inseguita dal serpente Pitone e ordinò che nessun luogo sulla terraferma potesse ospitare la dea al momento del parto.
Latona, oramai in procinto di partorire il figlio di Zeus, vagava per tutte le terre dei mortali alla ricerca di un luogo dove poter fermarsi per dare alla luce il suo bambino. Cominciò così Leto a vagare per tutte le regioni del mondo alla ricerca di un luogo dove poter partorire ma nessuna la accoglieva, poiché Era le aveva aizzato contro il serpente Pitone e si era fatta promettere dalla Terra che non avrebbe dato mai all'infelice donna un sicuro rifugio. Per questo motivo, Leto si trovò a girare mari e monti, percorrendo tanti paesi, ma non c'era pezzetto di terra su cui poter riposare. Zeus ne ebbe pietà e venne in soccorso, pensando all'isola di Asteria, una delle Cicladi, un'isola che come una nave fluttuava per i mari senza avere una dimora fissa. Un tempo Asteria era una dea, figlia di Ceo e Febe, quindi sorella di Leto, ma per aver rifiutato l'amore di Zeus fu tramutata in quaglia che una volta precipitata in mare divenne un'isola.

Delo, l'Isola Fluttuante: Culla Divina di Luce e Luna
C'era solo una piccola isola chiamata Ortigia o Delo che vagava senza sosta nell'oceano, perché le era stato negato il permesso di stabilirsi in alcun luogo. A quell'isola Latona pensò di chiedere ospitalità. Alla sua richiesta, l'isola Ortigia non rispose subito ma prese tempo, perché le era stato detto che il figlio di Latona sarebbe stato cattivo e bellicoso e si sarebbe arrabbiato con l'isola per il fatto che era piccola, arida e indegna di dare alla luce un dio. Leto, comprendendo i timori dell'isola, la rassicurò e le diede la sua parola che mai suo figlio avrebbe rinnegato la sua patria, ma anzi, sarebbe stata eletta come terra del suo culto.
La dea Era, appresa la notizia, decise di confondere la mente a Ilizia, la dea che procurava le doglie del parto, impedendole in questo modo di venire a sapere che c'era la partoriente Leto, che da nove giorni attendeva le doglie per poter far nascere il suo bambino. Per fortuna Iride, una delle dee che assisteva Leto, intuendo l'inganno di Era, volò da Ilizia e la convinse a correre da Leto promettendole una ghirlanda intrecciata di fili d'oro. Ilizia, ammaliata dalla ghirlanda, corse a Delo, provocò le doglie a Leto che mise alla luce due gemelli: Artemide e Febo, meglio conosciuto come Apollo. Secondo la tradizione più diffusa, Apollo e Artemide nacquero nell’isola di Ortigia, galleggiante sulle acque, che dopo la nascita fu ribattezzata Delo (délos, «splendente»). La prima a nascere fu Artemide, che subito dopo la nascita assistette la madre al parto del fratello gemello Apollo. I gemelli nacquero sopra un verde prato sotto il dolce sguardo di Gea, la madre terra.
La nascita di Apollo
Appena Apollo fu nutrito con l'ambrosia, il cibo degli dei, divenne subito adulto e iniziò a parlare con voce dolce e pacata dichiarando che la cetra e l'arco sarebbero stati sacri al suo culto. L'ambrosia, il cibo degli dei (come il nettare ne era la bevanda), a chi la mangiava conservava l'immortalità e la giovinezza. Si trovava nell'orto delle Esperidi ed erano le colombe che in volo la portavano agli dei. Dopo aver fatto questo, Apollo lasciò l'isola di Delo e iniziò a girare per il mondo tra gli umani. Zeus, guardando dall'alto e fiero, disse: “Ora la Terra avrà luce di giorno e di notte.”
Apollo, il Dio dai Mille Volti: Etimologie e Prerogative
Il nome di Apollo per gli antichi era da connettersi etimologicamente al verbo apóllumi («uccido»), a significare ‘Sterminatore’. I moderni preferiscono invece metterlo in rapporto a poliós («candido») o alla radice indoeuropea da cui si forma il lat. oculus. Si tratterebbe cioè di ‘colui che vede’, il Sole (Apollo infatti col passare del tempo fu identificato con il dio del sole, Elio). Ma vi è chi ritiene che significhi ‘Parlatore’, ‘Profeta’, affine ad apélla («assemblea»); oppure ‘Allontanatore dei mali’, dalla variante dorica del nome Apéllon legata alla radice da cui si forma il lat.
Incerto anche il luogo di origine del suo culto: forse nel nord della Grecia dove le sedi del culto di Apollo sono molto numerose; forse in Asia Minore, in Licia in particolare (così si spiegherebbe l’appellativo Lúkios e il fatto che il dio nella guerra di Troia combatté a favore dei Troiani, mentre fu il più ostile ai Greci). Il culto di Apollo fu introdotto probabilmente in Italia in parte dagli Etruschi, in parte attraverso le colonie della Magna Grecia. Per tutta l’età repubblicana fu venerato in un tempio fuori le mura della città, in quanto divinità ‘straniera’, come guaritore e dio profetico; successivamente fu accolto da Augusto in città, a seguito dell’esito felice della battaglia di Azio (31 a.C.), svoltasi non lontano da un tempio del dio e divenne così una delle figure centrali del pantheon romano.
Poco chiare sono anche le sue prerogative originarie, perché ampliò le sue funzioni e competenze nel tempo, attraverso un processo notevole di sincretismo (assimilazione e, per così dire, ‘inglobamento’ nel suo culto di altre figure divine). Dapprima era forse dio dei pastori e delle greggi (da cui l’epiteto Nómios da nomeús, «pastore»), che proteggeva dai lupi (è possibile che Lúkios si connetta a lúkos, «lupo»); ma anche dio delle messi, capace di allontanare i roditori (da qui Smintheús, da smínthos, «topo»), di mandare malattie a punizione delle colpe (Hekatebólos, «che da lungi saetta»), come anche di risanare (Sotér, «salvatore»; Paián, «risanatore»). Era inoltre dio della saggezza e della preveggenza: presiedeva ai contratti, ai giuramenti e aveva santuari oracolari sparsi ovunque nel mondo greco. Il più famoso era quello di Delfi, dove la sacerdotessa Pizia influenzava con i suoi responsi la vita religiosa e spesso politica dell’intera Grecia. Due gli emblemi del dio: l’arco e la lira, a sottolineare forse l’ambiguità di Apollo, da un lato dio benevolo delle guarigioni, della musica, della poesia, della bellezza, dall’altro terribile distruttore.
Tra gli appellativi invece più direttamente collegati a sue prerogative si annoverano: Iatrómantis («medico indovino», dal suo amore per Coronide, secondo il mito, nacque Asclepio, dio della medicina); Kitharodós («che suona la cetra», era dio della musica); Kourotróphos («allevatore di giovani», sovrintendeva infatti alle palestre e agli agoni da loro frequentati); Loxías («oscuro», per l’enigmaticità dei suoi responsi), Mousegetés («conduttore delle Muse», favoriva l’ispirazione poetica); Phoîbos («splendente», era il dio della luce e della bellezza). Era legata alla maternità e insieme ai suoi figli Apollo e Artemide protettrice dei giovani. La sua iconografia la collega anche alla modestia e alle arti femminili.
Le Gesta e i Conflitti di Apollo: Tra Giustizia e Vendetta Divina
Sono tante le leggende che riguardano Apollo. Tra le gesta più famose attribuite ad Apollo vi è l’uccisione del serpente Pitone, che, dotato di facoltà profetiche, custodiva l’oracolo di Delfi e aveva insidiato Latona (proprio a tale impresa si collega l’istituzione delle gare pitiche). Il dio era anche protagonista della punizione della superbia del satiro Marsia, che, avendo osato sfidarlo in una competizione musicale, fu scuoiato vivo. Altre sue imprese includono l'uccisione del gigante Tizio, che aveva molestato la madre, e degli Aloadi (così chiamati perché la madre Ifimedia era moglie di Aloeo) Oto ed Efialte che si erano cimentati nella scalata al cielo. Ad Apollo si attribuisce anche la pestilenza mandata contro i Greci sotto le mura di Troia per vendicare l’insulto al suo sacerdote Crise.
Le conseguenze della persecuzione di Latona si riflettono anche nella vendetta dei suoi figli. Racconta Ovidio nel Libro VI delle Metamorfosi che Latona giunse con i due bambini in Licia, dove, in preda alla sete, si accostò a uno stagno per bere. I contadini che erano nello stagno per raccogliere giunchi e vimini glielo impedirono, restando sordi alle sue suppliche e al pianto dei neonati. Come punizione per la loro crudeltà, Latona li trasformò in rane, condannandoli a vivere per sempre nell'acqua, con una voce sgradevole.
Appena cresciuti, Apollo e Artemide iniziarono a punire tutti coloro che avevano offeso o offendevano la madre. Tra gli episodi più noti vi è quello di Niobe. Niobe, la quale avendo partorito quattordici figli, sette maschi e sette femmine, si dichiarò superiore a lei, la titanide Latona. In una delle versioni del mito, Niobe chiese alle donne di Tebe di accendere dell'incenso nel suo tempio, in segno della sua superiorità. I due figli di Latona e Zeus sterminarono la famiglia di Niobe con le loro frecce, vendicando così l’offesa fatta alla madre. Cosa successe dopo è descritto in diversi miti, ma di fatto il marito Amphion (anch’esso figlio di Zeus) si uccise e Niobe, distrutta dal dolore, fuggì nella sua città natale. Qui scoppiò in un pianto senza fine, e infine fu trasformata in una roccia da cui sgorgava un’eterna lacrima.

I figli di Latona e Zeus uccisero pure il gigante Tizio per difendere la madre, la quale si trovava una volta in un boschetto presso Delfi per compiere dei riti sacri. Il gigante stava per recarle offesa e lei chiamò in aiuto i suoi figli, che affrontarono e uccisero quell’essere mostruoso con le loro frecce. Tityos era un altro dei figli illegittimi di Zeus. Come al solito il dio aveva messo gli occhi su Elara, una mortale. Appena seppe che era rimasta incinta, almeno stavolta, non la mollò ma cercò di nasconderla ad Era. Purtroppo il bimbo crebbe a dismisura ed uccise la donna spaccandole in due il ventre. Apollo ed Artemide, corsi in aiuto della madre, lo massacrarono di frecce. Dopo che Era sbollì la rabbia, Leto divenne un personaggio secondario, salendo sull'Olimpo e rimanendo in disparte.
Amore e Destino: Le Passioni di Apollo
Ad Apollo si attribuiscono inoltre molti e per lo più infelici amori. Con Coronide ebbe Asclepio; ma per un tradimento della ninfa, Apollo la uccise o la fece uccidere da Artemide, salvando però il figlio dal suo grembo. Un altro amore fu con Cassandra, la quale ricevette il dono della profezia, ma, poiché non corrispose alla passione del dio, fu condannata a essere inascoltata, e le sue previsioni, per quanto veritiere, non vennero mai credute. Con la Sibilla cumana, che ottenne l'immortalità ma non l'eterna giovinezza, finì per invecchiare fino a diventare un filo di voce. Con Dafne, che per sfuggirgli fu tramutata in alloro (in greco, dáphne), il dio la scelse come sua pianta sacra. Amò anche i giovinetti Giacinto e Ciparisso, trasformati, dopo la morte, nelle piante del giacinto e del cipresso, simboli di dolore e ricordo.
Delphi: Il Centro del Culto Oracolare di Apollo
Dopo la sua nascita, Apollo iniziò a girare per il mondo tra gli umani. Una delle leggende più significative è legata alla ricerca di un luogo dove erigere il suo primo tempio. Fra i tanti luoghi visitati un giorno arrivò a Telfusa, un luogo tranquillo, ricco di verde, tanto che se ne innamorò e decise che lì avrebbe edificato il suo tempio. Telfusa però, non voleva che Apollo costruisse il suo tempio, perché voleva essere l'unica divinità di quelle terre. Consigliò quindi Apollo di recarsi a Delfo, città della Focide posta ai piedi del monte Parnaso, dicendo che era un luogo molto tranquillo e più adatto a un dio come Apollo. Quest'ultimo, credendo alle parole di Telfusa, si recò a Delfo ignorando che era un luogo di una antica maledizione. Apollo si rese ben presto conto che Telfusa lo aveva ingannato dato che quella regione non era affatto tranquilla e poco adatta quindi a costruire il suo tempio.
Nonostante ciò non si perse d'animo e iniziò comunque a gettare le fondamenta del suo tempio. Prima però di completare l'opera si recò nel luogo dove dimorava la dragonessa Pitone e l'uccise usando tutte le frecce che Efesto gli aveva fabbricato, liberando così quelle terre da un terribile flagello. Secondo altri autori, uccise il serpente Pitone perché si contendeva il possesso dell'oracolo di Delfo. Infatti Delfo era famosa nell'antichità per il santuario di Pito edificato dai Dori nei pressi della fonte Castalia e della grotta Coricea con Pitone guardiano del tempio e dell'oracolo che vi abitava sopra un'apertura del suolo dalla quale uscivano gas inebranti. La battaglia fu epocale, perché il drago era gigantesco. Abbiamo detto che Apollo, per uccidere Python, scese fin dentro le viscere della terra, scagliando contro la bestia le frecce forgiate da Efesto. Ma questo offese, non poco, la bisnonna Gea. Da allora Apollo viene ricordato come Pizio, che gli derivò proprio dall'aver ucciso la dragonessa Pitone.

Purificatosi, il dio del sole, però, non volle mollare la presa sull’oracolo. Cercò il dio Pan e, circuendolo con il suo fascino, si fece rivelare tutti i segreti dell’arte divinatoria. Tornò a Delfi ed obbligò la sacerdotessa a profetizzare per lui e non più per Gea. A quel punto Apollo decise di vendicarsi di Telfusa che lo aveva ingannato e dopo averla raggiunta le scagliò addosso una gigantesca rupe uccidendola.
A quel punto Apollo doveva scegliere fra i mortali chi sarebbe stato suo sacerdote per servirlo e diffondere il suo culto. Lungamente fu dubbioso e si guardava intorno alla ricerca di uomini giusti a cui poter concedere quel privilegio. Un giorno per caso scorse una nave cretese che trasportava dei commercianti che facevano ritorno alle proprie case. Si trasformò pertanto in delfino e saltò sul ponte della nave e iniziò a guardare quegli uomini che terrorizzati cercavano di ucciderlo credendolo un mostro marino che voleva aggredirli. Apollo però, bloccò il timone della nave, iniziò a farla oscillare come se fosse un ramoscello e a farla andare vento in poppa verso una destinazione ignota agli attoniti commercianti. Fu così che per molti giorni e per molte notti la nave solcò il mare attraversando la Laconia, il Peloponneso, Arene, Pilo, l'Elide e Itaca per arrivare alla fine a Delfo, dove la nave si fermò. Solo a quel punto Apollo si manifestò agli ignari commercianti che capirono che non avrebbero mai più fatto ritorno alle loro case e abbracciato le loro mogli e i propri figli ma che per il resto della loro vita avrebbero onorato e custodito il tempio di Apollo diffondendo il suo vaticinio ai mortali. A quel punto quegli uomini scesero a terra e sulla spiaggia eressero un'ara in suo onore, accesero il fuoco e offerto in sacrificio della farina, cominciarono a pregare. Fu così che, dato che erano stati rapiti da Apollo trasformato in delfino, lo onorarono chiamandolo Delfinio.
Echi del Mito in Italia: Tra Siracusa e il Fucino
Vi sono luoghi, in Italia, dove i racconti mitologici si fondono e si confondono con la storia di popoli e paesi. L'isola di Ortigia, legata alla nascita di Apollo e Artemide, ha diverse controparti nel territorio italiano, testimoniando la diffusione e la rielaborazione del mito. Ortigia era l'antico nome di Delo. L’isola sulla quale, il mito racconta, sono nati Apollo ed Artemide. In realtà si suppone che da quest’isola partirono i culti di queste due nuove divinità. L’isola fu poi rinominata Delo e crebbe fino a diventare sede di un governo antagonista a quello ateniese. Quando finì assoggettata ad Atene, gli ateniesi ordinarono la cd. “Purificazione” di Delo. Stabilirono che su di essa non si poteva più nascere o morire, e tutti i morti furono esumati e portati altrove.
L'isola situata nella parte vecchia di Siracusa è anch'essa conosciuta come Ortigia. Qui erano venerati Apollo ed Artemide, e la presenza di un tempio di Apollo, i cui resti sono ancora visibili, ne è una chiara testimonianza.
Un'altra Ortigia, o Ortucchio, è l’isola/penisola che nel medioevo era sita sul Fucino. Secondo alcuni traeva il nome dall’isola siracusana, perché come questa aveva l’aspetto di un’isola fortificata, circondata da mura che riflettevano la propria immagine sulle acque. Ai tempi dei popoli italici e degli antichi romani, Ortigia si presentava proprio come l’isola dove nacquero i due gemelli divini: né terraferma né isola. L’isola non se ne andava certo in giro per il Fucino! Tuttavia, considerato che il Fucino era un lago irrequieto e che le sue acque si ritiravano o si innalzavano senza motivo apparente, il promontorio sul quale sorgeva Ortigia appariva ora come un’isola ora come una penisola.
Il lago del Fucino è anche legato a un'altra sfaccettatura del mito di Pitone. Racconta Plinio il Vecchio “…il Pitonio, che passa attraverso il lago dei Marsi, il Fucino, vi scorre in modo che le sue acque non si mescolano con il lago”, forse per la differenza di temperatura tra i due. Quale che sia la realtà, non la conosciamo. Il fiume poi proseguiva nel sottosuolo, disperdendo le sue acque. Successivamente, l’imperatore Claudio realizzò l’Incile del Fucino sotto il Monte Salviano, vicino ad Avezzano, poco lontano dalle pendici del colle San Pietro di Alba Fucens. La risposta è semplice. Molte navi spesso sparivano risucchiate da strani mulinelli senza lasciar nessun superstite. Sta di fatto che i Marsi recavano sui loro scudi una figura, un simbolo a forma di Chimera molto simile ad un Drago, forse per rievocare questo mostro o forse per ricordare il Fiume Pitonio.
Alba Fucens è un altro luogo dove il culto di Apollo ha lasciato tracce. La città sovrastava il lago (non a caso prende il nome di alba - altura) ed era circondato da tre colli: il colle di S. Pietro, dove troviamo la Chiesa di San Pietro in Albe (ex Tempio di Apollo), e altri. Alba Fucens è sovrastata, a Sud, da due colline sulle quali gli albensi avevano costruito due templi molto importanti, e uno di questi era probabilmente dedicato proprio al dio Apollo.
Apollo nell'Arte e nella Cultura: Dalla Letteratura alle Arti Figurative e alla Musica
Personificazione - nel Medioevo - della verità e presentato spesso come guaritore, Apollo viene di frequente invocato in qualità di dio delle arti e della poesia, ma compare raramente come protagonista di opere letterarie di ampio respiro, sia nell’antichità, sia nella tradizione letteraria moderna. Tra i principali componimenti a lui dedicati si ricordano l’Inno omerico ad Apollo, uno degli Inni di Callimaco, e più di recente, le poesie di J. Swift, J. Keats, P.B. Shelley, H. Heine, R.M. Rilke. Sul contrasto tra Apollo e Dioniso è imperniata l’opera di F. Nietzsche, La nascita della tragedia dallo spirito della musica (1872), che esplora le due forze fondamentali che, secondo il filosofo, animano l'arte e la cultura greca.
Nelle arti figurative la presenza di Apollo è cospicua, dal VII secolo a.C. fino ai nostri giorni: le primissime raffigurazioni del dio consistono in statuette bronzee, ma lo si trova anche su crateri in terracotta, vasi e sculture, e, a partire dal periodo ellenistico, su mosaici, dipinti e rilievi. Famosi sono gli affreschi di Raffaello per la stanza della Segnatura in Vaticano (1509-1510), di A. Carracci, del Domenichino, di G.B. Tiepolo, solo per menzionare i nomi di alcuni degli artisti più noti che ne tematizzarono il mito. Paolo Farinati, per esempio, immortalò "Latona con i figli Apollo e Artemide" in una delle sue opere.

In ambito musicale, rielaborazioni delle leggendarie vicende compaiono già nella masque inglese, per esempio di T. Campion (1607), B. Jonson (1622), W.B. Yeats (1765), ma non mancano esempi di trasposizioni nell’opera lirica italiana e straniera. Particolarmente fortunato fu il libretto per una pastorale di F. de Lemene, musicato varie volte. Da ricordare inoltre l’intermezzo latino di W.A. Mozart, Apollo e Giacinto (1767), nonché - nei secoli XVIII e XIX - varie cantate e inni. Nel XX secolo si registrano adattamenti di diverso genere tra cui, da ricordare, soprattutto il balletto di I. Stravinskji (1928), il pezzo per pianoforte e archi di B. Britten (1939), quello per archi flauto e batteria di R. Zechlin (1976) e le opere liriche di H. Holewa (1967).
Il mito di Latona e la nascita di Apollo, quindi, non è solo un racconto delle origini di una divinità, ma un complesso intreccio di temi universali: la gelosia divina, la persecuzione, la ricerca di un rifugio, la vendetta e la giustizia, l'evoluzione di un dio e la sua duratura influenza sulla cultura, sull'arte e sulla spiritualità umana attraverso i secoli.
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