La narrazione cinematografica dell’Olocausto ha cercato, nel corso dei decenni, innumerevoli chiavi di lettura per avvicinarsi all’abisso della Shoah. Tra le opere che hanno suscitato il dibattito più acceso e duraturo vi è Il bambino con il pigiama a righe, film del 2008 diretto da Mark Herman e basato sull'omonimo romanzo dello scrittore irlandese John Boyne. L’opera, che si distacca dai canoni del cinema documentaristico tradizionale, sceglie di guardare alla tragedia bellica attraverso l’innocenza perduta di un bambino tedesco, figlio di un ufficiale nazista, e la sua amicizia proibita con un coetaneo prigioniero.

La genesi del progetto: dal romanzo allo schermo
Il film trae origine dal best seller di John Boyne, pubblicato nel 2008, e fin dai primi giorni nelle sale italiane - avvenuta il 19 dicembre dello stesso anno - ha sollevato questioni complesse. La regia di Mark Herman, che ha curato anche la sceneggiatura, ha il merito di aver portato sullo schermo un lager come non l'avevamo mai visto: ad altezza di bambino. Lo stile, visivo e narrativo, è quello della fiaba d'infanzia d'avventura, la ricerca del piccolo antieroe del mistero da esplorare e risolvere, sebbene tutto sia vissuto tra la sua innocenza e la colpa che macchia gli adulti, dal padre militare alla madre più ignava che ignara.
Il film è stato prodotto da Heyday Films, Miramax Films e BBC Films, con la distribuzione di Walt Disney Studios Motion Pictures. La sfida di Herman è stata quella di evitare le trappole del patetico davanti a situazioni così intrinsecamente tragiche. Il regista ha preferito un approccio minimalista, preferendo non pigiare sul pedale della disperazione gratuita, ma lasciando che lo spettatore percepisse il peso dell'orrore attraverso la progressiva consapevolezza del protagonista.
Il cast: i volti dell'innocenza e della barbarie
Il successo emotivo dell'opera poggia, in gran parte, sulle prove dei suoi interpreti. Il cast, composto prevalentemente da attori inglesi, ha saputo infondere umanità in figure complesse.
- Asa Butterfield interpreta Bruno, il piccolo protagonista di otto anni. La sua capacità di restituire lo sguardo di chi osserva un mondo incomprensibile senza esserne ancora partecipe è stata definita indimenticabile.
- Jack Scanlon presta il volto a Shmuel, il bambino ebreo prigioniero nel lager, che con il suo sguardo segnato dal destino terribile del suo popolo, incarna la vittima innocente.
- Vera Farmiga è la madre, Elsa, un personaggio che evolve da una posizione di apparente ignavia a una di sofferta comprensione della vera entità dello sterminio.
- David Thewlis ricopre il ruolo di Ralf, il padre, un ufficiale nazista promosso a comandare il campo di sterminio, che vive la sua obbedienza cieca come un dovere inscindibile dalla sua natura di "brav'uomo".
- Amber Beattie è la sorella Gretel, la cui evoluzione è segnata dall'indottrinamento ideologico e dal fascino per il giovane tenente Kotler (interpretato da Rupert Friend).
- David Hayman interpreta Pavel, il cuoco di casa, prigioniero anch'egli, che rappresenta il primo legame umano e il primo squarcio di verità che Bruno incontra nella sua nuova casa.
Completano il cast Richard Johnson (il nonno), Sheila Hancock (la nonna), Jim Norton (Herr Liszt, il precettore) e Cara Horgan (Maria, la governante).
IL BAMBINO CON IL PIGIAMA A RIGHE | Teaser trailer italiano
L'intreccio tra innocenza e banalità del male
La storia si svolge in Germania, negli anni '40. Bruno è un tranquillo bambino di otto anni che vive con la sua famiglia a Berlino, finché il padre viene promosso a un nuovo incarico. Bruno, con suo grande disappunto, è costretto a trasferirsi con la famiglia in una desolata zona di campagna. Giunto nella nuova casa, il cambiamento per Bruno si rivela ancor più difficile del previsto. Solo e senza amici, ignorato anche dalla sorella Gretel, più interessata alla compagnia del giovane tenente Kotler, Bruno è sempre più triste e annoiato.
Spinto dalla curiosità e ignorando le indicazioni della madre, il bambino si avvicina al recinto di filo spinato che divide la sua abitazione da quella che crede essere una strana fattoria. Qui entra in contatto con Shmuel. L'amicizia con Shmuel e una serie di avvenimenti e cambiamenti che matureranno nella sua casa porteranno Bruno verso la perdita dell'innocenza e a una maggiore consapevolezza del mondo degli adulti con drammatiche conseguenze.
La narrazione può essere letta come il paradigma di quella "banalità del male" definita da Hannah Arendt. Nel film, la figura del padre, sebbene descritta come un ufficiale fanatico, viene osservata attraverso gli occhi del figlio: "Papà non è un orribile mostro, non è vero? È un brav'uomo. Però comanda un posto orribile". È la disarmante dimostrazione di quella mediocrità intellettuale che rende anche uomini normali, cioè né sadici né perversi, capaci di azioni mostruose in nome di un'obbedienza cieca.
Realtà storica e licenze poetiche
Sebbene il film sia stato elogiato per la capacità di colpire il pubblico, la sua aderenza alla realtà storica è stata oggetto di critiche. Un presupposto su cui si basa il film è storicamente considerato impossibile dagli esperti: ad Auschwitz i minori non entravano. In quanto considerati inabili al lavoro, i bambini venivano uccisi al momento dell’arrivo nel campo di concentramento.
Michael Gray, storico ed educatore sull'Olocausto, ha sottolineato come la storia non sia realistica e contenga scene poco plausibili, come i frequenti contatti tra Bruno e Shmuel al filo spinato, che nella realtà sarebbero stati impossibili a causa delle sorveglianze e della natura letale della recinzione. Nonostante queste criticità, l'opera ha avuto un impatto significativo sul modo in cui le nuove generazioni approcciano questo periodo storico. Una ricerca dell'University College di Londra ha evidenziato come, per molti giovani, questo film abbia rappresentato un punto di accesso più frequente rispetto al Diario di Anna Frank.

Analisi dello stile e dell'estetica
Cinematograficamente, la pellicola evita di cadere nella catarsi consolatoria. Il regista è abile a chiudere la porta sulla camera a gas, interponendo fra lo spettatore e il volto della Medusa la pietas di un narrare artistico che consente di osservare l'orrore senza soccombere. L'uso dei colori freddi e il minimalismo degli episodi quotidiani contribuiscono a rendere la storia intollerabile e lancinante.
Le incongruenze storiche, in questo contesto, sono valutate da alcuni critici come irrilevanti rispetto all'intento non documentaristico, ma focalizzato sulla resa psicologica del conflitto interiore di Bruno. Il film non è una favola dove ognuno ha un proprio e preciso ruolo; al contrario, i due universi, quello del Bene e quello del Male, si lambiscono fino a confondersi e a sconvolgersi. È l'inadeguatezza degli adulti, anche di quelli che dovrebbero essere buoni, a obbligare i bambini a prendere in mano il proprio destino, conducendoli verso un epilogo che lascia lo spettatore con la rabbia e l'impotenza.
Ricezione critica e eredità culturale
Il film ha ricevuto diversi riscontri, con una media del 65% di recensioni positive sul portale Rotten Tomatoes. Sebbene non sia paragonabile, a detta di alcuni critici, ai livelli narrativi e poetici di La vita è bella di Roberto Benigni, il film di Herman ha saputo ritagliarsi un ruolo peculiare.
Il punto di vista inconsueto - quello non di una vittima della Shoah ma di un bambino tedesco - permette di esplorare il senso di colpa degli adulti, che usano la menzogna come meccanismo di difesa per preservare la propria integrità morale. Mentre in altre pellicole la menzogna del genitore è volta a proteggere il figlio dal vortice di orrore, qui essa appare come un tentativo dei genitori di proteggere innanzitutto se stessi dal senso di colpa di ciò di cui si sono resi responsabili.
L'impatto del film sulla memoria collettiva rimane forte. La scelta della redazione di proporlo periodicamente, anche in occasioni come la Giornata della Memoria, conferma il suo ruolo di "favola nera" moderna, capace di rievocare un'epoca tragica attraverso la semplicità di un'amicizia che, per sua natura, non dovrebbe esistere in un mondo dominato dall'odio e dalla discriminazione razziale.