La vita, in tutte le sue sfaccettature, è un intreccio di storie, emozioni e, talvolta, di profonde ingiustizie. La recente nascita di una bambina, abbandonata ma accolta con amore, si intreccia con la complessa e dolorosa eredità dei crimini di guerra commessi dall'Italia durante il secondo conflitto mondiale. Questo articolo esplora queste due realtà apparentemente distanti, rivelando come la memoria storica e il presente si influenzino reciprocamente.
Un Nuovo Inizio: La Nascita di Noemi
La notte del 3 maggio 2023, una campanella ha risuonato, segnando l'arrivo di una nuova vita presso la "Culla per la vita". "Sono ancora emozionatissima, questa notte non sono riuscita a dormire molto," racconta Matta, operatrice della Croce Rossa. Erano da poco passate le 17 ed erano appena rientrati in sede dopo aver effettuato un servizio in ambulanza quando è suonata la campanella collegata alla Culla per la vita. Qualche minuto più tardi il monitor ha poi mostrato la mano della madre della bambina che lasciava un biglietto nella culla. Il messaggio, scritto in stampatello su un foglio di quaderno, rivelava la data di nascita della piccola: "Nata stamattina 3/05/2023". Le parole della madre erano cariche di dolore e amore: "A casa solo io e lei (come in questi 9 mesi). Non posso, ma le auguro tutto il bene e la felicità del mondo. Un bacio x sempre dalla mamma."

Seguendo il protocollo, Matta e un collega, accompagnati da un medico, hanno trasportato la neonata all'ospedale Papa Giovanni XXIII. Qui, al reparto di Patologia neonatale, Matta si è trovata di fronte a una scelta inaspettata: dare un nome alla piccola. Le era stato proposto di darle il proprio nome, ma ha optato per "Noemi", un nome ispirato da una persona cara che le infondeva calma e fiducia. Questa scelta, seppur personale, simboleggia l'accoglienza e la speranza che circondano la nuova vita di questa bambina.
L'Ombra della Guerra: La Strage di Domenikon e i Crimini di Guerra Italiani
Parallelamente a questa storia di nascita e speranza, emerge un capitolo oscuro della storia italiana: la strage di Domenikon in Tessaglia, Grecia. Il 16 febbraio 1943, in rappresaglia per un'imboscata partigiana in cui morirono nove camicie nere, le forze italiane uccisero tutti gli "uomini validi" del villaggio. Le fonti greche stimano tra 152 e 177 le vittime, un numero che ancora oggi resta incerto.
Il libro "Domenikon 1943. Quando ad ammazzare sono gli italiani" di Vincenzo Sinapi, giornalista dell'agenzia di stampa Ansa, porta alla luce questa e altre atrocità commesse dall'esercito italiano nei Balcani e in Grecia durante l'occupazione fascista. Sinapi critica la narrazione degli italiani come "brava gente", un mito che, secondo lui, ha permesso al paese di evitare di fare i conti con le proprie responsabilità.
L'inchiesta del procuratore militare Marco De Paolis sui fatti di Domenikon si era inizialmente arenata a causa della prescrizione del reato di "Rappresaglia ordinata fuori dai casi consentiti dalla legge". Tuttavia, grazie alla denuncia di uno dei sopravvissuti, Psomiadis, De Paolis riaprì un'indagine ipotizzando il reato di "violenza con omicidio contro privati nemici aggravata dall’aver agito con premeditazione, per motivi abietti o futili, e dall’avere adoperato sevizie o aver agito con crudeltà contro le persone". L'indagine mirava a ricostruire l'organigramma delle forze coinvolte nella strage, mettendo fine a decenni di silenzi.

La motivazione dietro la ferocia contro la popolazione di Domenikon, secondo il generale Carlo Geloso, comandante dell'11ª armata, era servire da monito ai civili, considerati "sempre più indiscriminatamente ‘favoreggiatori’ dei partigiani. E quindi essi stessi un obiettivo da eliminare". Domenikon non fu un caso isolato: si stima che circa 400 centri abitati rurali furono distrutti dalle forze italiane o italo-tedesche nei primi mesi del 1943.
La Mancata Norimberga Italiana e la "Ragion di Stato"
Il libro di Sinapi solleva un interrogativo cruciale: perché l'Italia, a differenza della Germania, non ha mai realmente affrontato il proprio passato bellico? Le richieste di crimini di guerra mosse da altri paesi sono numerose: 750 dalla Jugoslavia, 180 dalla Grecia, 140 dall'Albania, 30 dalla Francia, 12 dall'Unione Sovietica e 10 dall'Etiopia. Nonostante ciò, nessuno, ad eccezione di coloro arrestati sul posto dopo l'8 settembre, fu giudicato per i crimini commessi nei paesi occupati.
La giustificazione addotta era la necessità di non mettere gli ufficiali italiani sullo stesso piano delle "belve tedesche", per preservare l'onorabilità dell'esercito e della nazione. L'istituzione della Commissione d'inchiesta Gasparotto, voluta per dimostrare agli alleati la serietà dell'Italia, si rivelò un "topolino": in cinque anni produsse solo un elenco di 34 persone, mentre centinaia di indiziati vennero deferiti alla magistratura militare italiana.
Un salvacondotto per i criminali di guerra italiani fu trovato nell'articolo 165 del codice penale militare di guerra, che subordinava l'azione penale italiana alla reciprocità, ovvero alla disponibilità della controparte a perseguire i responsabili jugoslavi di crimini contro gli italiani.
L'Archivio della Vergogna e la "Ragion di Stato"
Nel 1994, il procuratore Antonino Intelisano ritrovò 695 fascicoli con i dossier sulle stragi nazifasciste in Italia e un registro con 2.274 notizie di reato. L'impunità per i presunti criminali di guerra italiani ebbe un prezzo altissimo: l'impunità per i militari tedeschi responsabili di stragi in Italia. Nel 1947, i processi erano pronti, ma i fascicoli non furono mai inoltrati alle procure territoriali. Nel 1960, le inchieste furono "provvisoriamente" archiviate dal procuratore militare Enrico Santacroce e accantonate nell'"armadio della vergogna", scoperto solo nel 1994 grazie al lavoro del giornalista Franco Giustolisi.
La rimozione della memoria fu alimentata dalla "ragion di stato". La Commissione parlamentare d'inchiesta del 2003 rivelò che la diplomazia italiana decise di limitare le rivendicazioni contro i criminali di guerra tedeschi per paura che un'azione energica contro i tedeschi si ritorcesse a danno dell'Italia, impegnata a proteggere i propri cittadini accusati di crimini di guerra da stati esteri. Reclamare i nazisti avrebbe legittimato le richieste avanzate contro gli italiani.
La guerra sporca di Mussolini 6/6
Il carteggio tra il ministro degli Esteri Gaetano Martino e il responsabile della Difesa Paolo Emilio Taviani nel 1956 evidenziava la non opportunità di promuovere azioni giudiziarie che avrebbero potuto "alimentare la polemica sul comportamento del soldato tedesco" e compromettere la ricostituzione dell'esercito.
Il Caso Kesselring e la Memoria Scomoda
Nel 1947, Albert Kesselring, comandante in capo delle forze armate tedesche in Italia, fu condannato a morte, pena poi commutata in carcere a vita. Già nel 1952 fu scarcerato per motivi di salute. Tornato in Germania, Kesselring affermò di non avere nulla da rimproverarsi e che gli italiani avrebbero dovuto essergli grati.
A queste parole rispose Piero Calamandrei con una famosa epigrafe per una lapide "ad ignominia" a Cuneo: "Lo avrai/camerata Kesselring/il monumento che pretendi da noi italiani/ma con che pietra si costruirà/a deciderlo tocca a noi…". Nel 2019, documenti inediti emersi dall'archivio della Camera rivelarono la contestazione della lapide da parte dell'ambasciata tedesca nel 1953, definendola "inadatta ai tempi attuali, in quanto inutilmente riaprono vecchie ferite". Il Ministero degli Esteri italiano, guidato da Alcide De Gasperi, giustificò le proteste tedesche, definendo l'iniziativa del Comune di Cuneo "a parer nostro non molto felice".
Dalla Nascita alla Memoria: Un Ponte tra Generazioni
La vicenda della piccola Noemi, accolta e amata nonostante le circostanze della sua nascita, ci ricorda la forza della vita e la capacità umana di amare e proteggere. Allo stesso tempo, la riscoperta e la denuncia dei crimini di guerra italiani ci impongono una riflessione profonda sul nostro passato, sulla necessità di una memoria completa e onesta, senza miti o omissioni.
Come sottolinea Vincenzo Sinapi, "conservare la memoria è sacrosanto soprattutto per i giovani, perché senza memoria non c’è futuro. Però deve essere una memoria a 360 gradi, non si può prendere solo il buono, quello che ci piace, e buttare il cattivo facendo finta non sia mai esistito. Le pagine brutte del nostro passato non devono essere rimosse."
Le parole di Mario Draghi, pronunciate il 25 aprile, risuonano con forza: "Non fummo tutti noi italiani brava gente, dobbiamo ricordare che non scegliere è immorale, significa far morire un’altra volta chi mostrò coraggio davanti agli occupanti e sacrificò se stesso per consentirci di vivere in un Paese democratico."
La lotta per la giustizia e la memoria è un processo continuo. La vicenda di Domenikon, come altre simili, ci ricorda che la verità, anche quando scomoda, è fondamentale per costruire un futuro basato sulla consapevolezza e sulla responsabilità. La neonata Noemi rappresenta la speranza di un futuro diverso, un futuro che non dimentica il passato, ma che impara da esso per costruire un mondo più giusto e umano.
La Giurisprudenza Recente: Dalla Nascita alla Famiglia
Parallelamente alle riflessioni storiche e sociali, il quadro giuridico italiano in materia di filiazione e famiglia è in continua evoluzione, affrontando nuove sfide poste da realtà familiari complesse e dalla genitorialità intenzionale. Le sentenze recenti, come quella del Tribunale di Milano del 4 maggio 2023, mettono in luce le difficoltà nell'integrare le normative nazionali con le esigenze di tutela dei minori nati all'estero tramite maternità surrogata.

Il caso di un minore nato in Canada da maternità surrogata, con due genitori dello stesso sesso cittadini italiani, ha portato il Tribunale di Milano a pronunciarsi sulla trascrizione integrale dell'atto di nascita. Il giudice, pur riconoscendo la legittimità del procedimento per la rettifica della trascrizione, ha stabilito che in Italia solo il genitore biologico potrà essere considerato tale, escludendo il genitore intenzionale dall'atto di nascita. Questa decisione si basa sull'interpretazione che la maternità surrogata, vietata in Italia, non possa essere indirettamente legittimata tramite la trascrizione.
Tuttavia, il Tribunale ha sottolineato la necessità di tutelare l'interesse del minore attraverso l'istituto dell'adozione in casi particolari (art. 44, comma 1, lettera d) della legge 184/1983), come riformato e interpretato dalle più recenti pronunce della Corte Costituzionale e della Cassazione a Sezioni Unite. Questa procedura consente di riconoscere giuridicamente il rapporto tra il minore e il genitore intenzionale, ancorandolo a una verifica in concreto dell'attualità del disegno genitoriale e della costante cura del bambino.
Un'altra sentenza rilevante è quella del Tribunale per i Minorenni di Bologna, che per la prima volta ha affermato la possibilità di adozione in casi particolari da parte del genitore intenzionale in una coppia omoaffettiva, riconoscendo l'unicità dello status di figlio e la parità di tutela tra famiglie basate su unioni eterosessuali e omosessuali. La sentenza ha anche disposto la posposizione del cognome dell'adottante a quello della minore, superando l'interpretazione tradizionale che prevedeva la composizione del cognome dell'adottato con quello dell'adottante e della famiglia d'origine.
Queste decisioni giurisprudenziali evidenziano un percorso legislativo e interpretativo complesso, volto a bilanciare il divieto di pratiche come la maternità surrogata con l'esigenza di garantire la tutela dei minori e il riconoscimento dei legami affettivi e familiari, anche in contesti emergenti. La giurisprudenza si muove, quindi, per colmare un vuoto normativo, cercando di adattare il diritto alle mutate realtà sociali e alle sentenze delle corti superiori, in un dibattito che continua a coinvolgere aspetti etici, sociali e giuridici di primaria importanza.