Angizia: La Dea Madre del Fucino tra Mito, Fertilità e Poteri Ancestrali

La terra italica è da sempre un crogiolo di leggende, tradizioni e miti che affondano le radici in epoche remote, narrando di divinità, geni e spiriti legati alla natura. Tra queste figure ancestrali, emerge con particolare forza quella di Angizia, l'antica divinità madre dei Marsi, la cui figura è profondamente intrecciata con il misterioso e affascinante lago del Fucino. La sua essenza trascende la semplice venerazione, abbracciando concetti di fertilità, guarigione, magia e un legame indissolubile con il ciclo della vita e della morte, riflesso della potenza primordiale della Terra stessa.

Angizia e il Fucino: Un Legame Indissolubile

Sulle rive di quello che fu il lago del Fucino, in un'area oggi ricoperta da boschi, sono stati individuati i resti di un santuario, testimonianza di un passato remoto e di culti ancestrali. Questo sito, dove un tempo sorgeva la città di Anxa, su un ripido versante montano, era un luogo sacro frequentato dai devoti di Angizia, l'antica divinità madre dei Marsi. La sua dimora in prossimità del Fucino, un lago dal regime incostante, il cui mistero e inquietudine sembravano amplificare la sua aura divina, la avvicina a figure come Diana, la signora di Nemi.

Gli studi dedicati ad Angizia mirano a chiarirne la natura, a ricostruire la formazione dei miti a essa collegati e a interpretare le fonti epigrafiche che attestano la sua diffusione. La sua connessione con il Fucino è attestata già nel II secolo a.C. da Gellio, che la identifica come una delle figlie di Eeta, al pari di Circe e Medea. A differenza delle sue sorelle, note per i loro malefici, Angizia si distingue per la sua funzione positiva, legata alla conoscenza dei rimedi salutari e a poteri di guarigione, che le valsero il culto presso i Marsi.

Mappa del Lago Fucino e dintorni con indicazione del santuario di Angizia

Il Serpente e la Magia: Simboli di Potere e Trasformazione

Il rapporto di Angizia con i serpenti è un elemento ricorrente nelle fonti antiche, suggerito da Virgilio e commentato da Servio. Quest'ultimo, identificando Angizia con Medea, fa derivare il suo nome dalla radice del verbo "angere" (soffocare), attribuendole la capacità di provocare il soffocamento dei serpenti attraverso i suoi carmina, i suoi versi magici. Silio Italico le conferisce inoltre la facoltà di manipolare erbe tossiche, curare gli effetti dei veleni e intervenire sulle forze della natura.

La sua natura magica e divina è così intrecciata che risulta difficile separarle, specialmente considerando che già nel II secolo le fonti letterarie la presentano come una figura sincretica. Le stesse fonti narrano come fosse divenuta dea grazie alle sue doti curative. L'associazione con il contesto magico di figure come Circe e Medea, risalente al IV secolo, proviene dalla Campania, dove Angizia viene legata a Circe e Medea, figlie di Helios, rafforzando il suo carattere legato ai cicli di luce solare, nascita e morte. La potenza sovrannaturale di Angizia riecheggia i tratti letterari di Medea, la grande maga greca, la cui immagine, assimilata precocemente in Etruria, era priva delle connotazioni negative che acquisirà nel tempo.

Raffigurazione di un serpente che si avvolge attorno a un bastone

Dalla Dea Madre alla Dea della Fertilità: Evoluzione del Culto

Angizia viene anche definita "Divia", nel senso di celeste, e "Cereria", sottolineando il suo legame con la divinità madre ctonia agraria e funeraria. Si tratta quindi di una divinità legata agli aspetti della fertilità della natura, alla morte e rinascita della vita, ma anche a caratteristiche mantiche e oracolari, connesse ai suoi legami con il mondo infero.

L'influenza della mitografia greca si estende su tutto il Fucino, descritto come un luogo magico abitato da esseri terrifici. La natura selvaggia delle sue acque ha influenzato le descrizioni degli autori antichi, che riscrivono le saghe locali attraverso immagini letterarie caratteristiche dell'ellenismo. I centri di diffusione di queste mitizzazioni erudite erano le città di cultura greca ed etrusca della Campania settentrionale, con cui i Marsi ebbero intensi rapporti.

Alcune caratteristiche geografiche del Fucino favorirono il riconoscimento nell'antica divinità femminile marsa, anche nelle zone limitrofe, di una dea simile a Mefite della valle d'Ansanto o a Marica alla foce del Liri. La sua pertinenza a culti rupestri suggerisce un legame con figure abitatrici delle grotte, affine all'immaginario delle maghe come Circe, spesso rappresentate in tali luoghi.

Angizia e il Pantheon Italico: Tra Sincretismi e Identità Locali

Le tre statue ritrovate nel sito archeologico, di cui due in marmo e una in terracotta, rappresentano una divinità femminile ammantata, una Venere e una divinità matronale. L'identificazione dei soggetti, con una tematica legata alla doppia funzione della donna come madre e sposa, richiama divinità come Demetra/Kore e Cerere/Venere. L'opera in terracotta, in particolare, viene riconosciuta come una divinità matronale vicina a Demetra, realizzata da un artista magno-greco su committenza locale. La datazione di queste opere al II secolo a.C. conferma le idee sui culti praticati nell'area e offre nuovi indizi sulle caratteristiche religiose indigene e sugli influssi culturali stranieri.

La presenza di ex voto riferibili alla sfera sessuale, di un tipo inedito, non contrasta con le qualità delle divinità rappresentate, riconducibili alla Potnia antica, fecondatrice, signora della vita e della morte. La tipologia dei materiali votivi è assimilabile alla koiné culturale etrusco-campano-laziale, con la dedica di oggetti fittili connessi al rito della sanatio. Eccezionali in questo contesto sono le mascherine fittili con volti, allusive a significati oracolari e connessi alla maschera funebre, documentate in vari santuari e grotte, la cui diffusione sembra originare dal bacino fucense, con la massima concentrazione nel santuario di Angizia.

La Sfida dell'Identificazione: Angizia tra Cerere e Venere

Nonostante le ricerche archeologiche, è ancora difficile attribuire con certezza i due templi a doppia cella ad Angizia. La particolarità della doppia cella suggerisce un doppio culto femminile, in particolare quello di Cerere e Venere, attestato in Abruzzo nella loro complementarietà di madre e sposa. Alcune testimonianze epigrafiche, seppur controverse, sembrano riferire Angizia all'ambito cereriano. Il suo ruolo complementare con Venere, dea del desiderio finalizzato alla procreazione (Herentas in osco), si adatta alle particolarità che questa dea assume tra gli Italici.

La problematica più interessante rimane l'identificazione del sito come santuario di Angizia e delle statue come sue rappresentazioni. La particolarità del tempio a due celle, ignota all'architettura romana, conferma l'importanza e la continuità di un doppio culto locale. La documentazione epigrafica sembra accertare l'esistenza di una divinità Actia associata alla qualifica di Cereria, e la presenza di sacerdozi femminili di Cerere e Venere nelle aree confinanti suggerisce due aspetti funzionali della donna come madre e sposa.

La statua in trono, la cui identificazione è difficile anche per l'assenza di attributi, potrebbe rappresentare una divinità locale le cui caratteristiche vengono assimilate a quelle di Demetra, ma non perfettamente. Le caratteristiche che Angizia assume nel III secolo, documentate dai materiali archeologici, sono tipicamente demetriache, inclusa la familiarità con il serpente, associato anche a Demetra ed Ecate nelle fonti tardive. La trasformazione di Angizia in una divinità vicina a Demetra/Cerere romana si spiegherebbe con l'esigenza delle élite locali di controllare i sacra tradizionali attraverso l'autoromanizzazione e la latinizzazione degli alfabeti.

Storie e Leggende - Il bosco sacro della Dea Angizia

Il Rituale della Fertilità: Il Fuoco, l'Acqua e il Tempo Ciclico

La fertilità è un tema che ha accompagnato l'umanità nel corso dei secoli, manifestandosi in rituali e credenze che attraversano culture e epoche. La notte di San Giovanni, celebrata tra il 23 e il 24 giugno, in coincidenza con il solstizio d'estate, è un esempio emblematico di questa persistente connessione con i cicli naturali e i desideri di abbondanza e prosperità. Le sue origini, antiche e pagane, si perdono nel tempo, ma è indubbio che la fertilità sia al centro di molti dei suoi riti.

Si narra che i primi rituali legati alla fertilità risalgano intorno al 5.000 a.C., con i Celti che celebravano l'"Alban Heruin", un rito che prevedeva l'accensione di grandi falò per purificare le terre e garantire la fertilità delle donne. Il culto del fuoco e del sole era presente in molte altre culture antiche, a testimonianza della loro importanza primordiale. In Spagna, la notte di San Juan rappresenta un adattamento di queste tradizioni pagane alle credenze cristiane, mantenendo viva la superstizione e la pratica di rituali volti a invocare amore, felicità e prosperità.

Tra i rituali più diffusi, spicca il bagno in mare, durante il quale si crede che l'acqua possieda proprietà curative e purificatrici, capace di allontanare negatività e garantire buona salute per tutto l'anno. Saltare le onde, mano nella mano con il proprio partner, a mezzanotte e con le spalle al mare, è una tradizione che si ripete con diverse varianti sul numero di volte (sette o nove) a seconda delle usanze locali. Altro rito popolare è il salto del falò, esprimendo un desiderio ogni volta che si salta per un totale di sette volte, nella speranza che si avveri nel tempo.

Un'altra pratica diffusa consiste nello scrivere un desiderio su un pezzo di carta e lasciarlo bruciare nel fuoco, considerato un elemento purificatore. Le erbe terapeutiche, inoltre, giocano un ruolo significativo: in Galizia, ad esempio, si raccolgono sette erbe diverse, le "hierbas de San Juan", che vengono messe in acqua di sette fonti diverse e lasciate riposare all'aperto per una notte, come augurio di buon auspicio.

Questi antichi rituali, sebbene radicati in un passato lontano, riflettono un bisogno umano profondo di connettersi con le forze della natura e di invocare benedizioni per la vita e la prosperità. La fertilità, intesa non solo in senso procreativo ma anche come abbondanza e rigenerazione, rimane un tema centrale nella spiritualità umana, che trova espressione in tradizioni che continuano a affascinare e a essere praticate ancora oggi.

Il Simbolismo Fallico: Potere, Fertilità e Spiritualità in Diverse Culture

Nelle religioni antiche, il fallo era considerato un simbolo cosmogonico del membro virile in erezione, oggetto di riti e preghiere, rappresentando potere, tabù e mistero. L'etimologia stessa della parola "pene" rimanda a significati legati alla coda o al membro virile, possedendo un'energia incontrollabile e misteriosa in grado di procreare. L'adorazione del fallo-pene era diffusa in tutto il mondo antico, non vista come un'oscenità, ma come una rappresentazione spesso religiosa.

Le tracce di questa venerazione sono evidenti in diverse culture: gli obelischi in Egitto, i monumenti di Delo, le costruzioni falliche in Persia e Fenicia, le torri d'Irlanda e Scozia, i monoliti in Francia e Corsica, i sassi piantati a Cuzco o nelle Indie, alcuni edifici Polinesiani e Giapponesi, monete macedoni, tombe etrusche, Dolmen in Gran Bretagna, Sardegna, Malta e Spagna, cippi agricoli in Puglia, Albania e Grecia, oltre a testimonianze sulla religione orgiastica di Dioniso e nei baccanali.

Nell'antica religione egizia, il fallo assumeva un ruolo di primaria importanza, specialmente nel culto del dio Osiride. Dopo che il suo corpo fu smembrato da Seth e i pezzi sparsi per il paese, Iside non ritrovò il pene del marito, inghiottito da un pesce. Il satirico Persio utilizzava un diminutivo di testes per indicare i testicoli, quasi a significare i due testimoni dell'atto sessuale.

Nella mitologia greca, il dio Ermes, signore dei confini e degli scambi commerciali, è considerato una divinità fallica a causa delle rappresentazioni sulle erme, grandi pilastri fallici. Priapo, dio greco della fertilità, aveva come simbolo un grande fallo eretto, dal cui nome deriva il termine medico "priapismo". Figlio di Afrodite e Dioniso (o Adone), Priapo era protettore del bestiame, delle piante da frutto, dei giardini e dei genitali maschili. Originario forse del Mar Nero, si trasferì in Grecia e poi a Roma, dove si confuse con il dio locale Mutinus Tutunus e talvolta con Pan.

Nell'arte romana, il fallo veniva spesso raffigurato in affreschi e mosaici, anche all'ingresso di ville e abitazioni patrizie, poiché il pene eretto era considerato un amuleto contro l'invidia e il malocchio. Il culto del membro virile eretto era diffuso tra le matrone romane per propiziare la loro fecondità. Il fascinum era un amuleto fallico contro il malocchio, e i bambini romani portavano la bulla, un amuleto contenente un fascinus fallico. La divinità fallica Mutunus Tutunus presiedeva al sesso coniugale.

Nella cultura Yoga, il dio Shiva è considerato "Adi Yogi" e "Adi Guru". Prove di culti indiani verso pietre simil-falliche risalgono alla preistoria. Il celebre lingam conservato nel tempio di Parashurameshwar, risalente al 2300 a.C., è un cilindro fallico quasi naturalistico con una prominenza bulbosa a forma di glande. Linga di pietra sono stati rinvenuti in diversi siti della civiltà dell'Indo, variando in formato e materiale. Nell'arcipelago indonesiano, il lingam fallico e la yoni femminile rimangono simboli comuni di armonia.

In Giappone, il santuario di "Mara Kannon" è uno dei tanti santuari della fertilità. In Bulgaria, Kuker, divinità che personifica la fertilità, indossa una maschera cornuta e un grosso fallo di legno, simboleggiando il matrimonio sacro del dio e la fertilità. Le civiltà precolombiane, come i Maya, presentano figure con contenuti fallici e sculture monolitiche. Il Santo Prepuzio, attribuito a Gesù, è un esempio di reliquia legata al fallo in ambito cristiano. La Chiesa di San Priapo è una nuova religione nordamericana centrata sul culto del fallo.

Per Greci e Romani, il pene era simbolo di potere e portafortuna. Il fascinum era un amuleto contro il malocchio. La visione simbolica del fallo rappresenta i poteri generativi maschili. I culti fallici sono sopravvissuti, mimetizzati in tradizioni come la Sagra dei gigli a Nola, la Corsa dei ceri a Gubbio e le feste di carnevale a Firenze. Il fallo è spesso usato nella pubblicità di materiale pornografico e contraccettivi. Nel XX secolo, il fallo ha ispirato nuove interpretazioni artistiche, come la scultura "Principessa X" di Constantin Brâncuși e la statua "Crystal" di Edvin Öhrström.

Angizia e il Pantheon delle Dee Madri: Un Viaggio tra Culti Femminili Antichi

La penisola italica è stata storicamente un terreno fertile per il culto degli spiriti della natura, chiamati anche "Piccolo Popolo", parte integrante della spiritualità dei nostri avi italici. La relazione profonda e arcaica tra gli antenati e gli spiriti elementali della natura si è in parte persa nel corso dei secoli, lasciando tracce indelebili nei miti e nelle tradizioni, come le divinità greche, romane e il culto cristiano. Fiabe, miti e tradizioni popolari custodiscono la memoria di un mondo popolato da fate, gnomi, elfi, ninfe e altri spiriti elementali, manifestazioni dei quattro elementi naturali.

Tra le divinità italiche più antiche, precedente al culto romano, vi è Feronia, dea italica rurale il cui culto è documentato presso Etruschi, Umbri, Piceni, Sabini e Volsci. Venerata come protettrice dei boschi e delle messi, le leggende la descrivono come una fata dei boschi, madre di Erulo, protettrice delle acque sorgive e personificazione dell'eterna primavera. Il santuario di Lucus Feroniae ha rivelato caratteristiche della dea come Salus (salute) e Frugifera (fertile).

Raffigurazione della dea Feronia con elementi vegetali e animali

A Narni, un'antica fonte preromana dedicata a Feronia, risalente al VI secolo a.C., era circondata da un bosco di elci e comprendeva un tempio e una statua della dea. Meta di pellegrinaggi, la fonte era rinomata per le sue virtù terapeutiche. La mitologia romana trasformò la fata del bosco in dea protettrice degli schiavi liberati e di ciò che cresce sottoterra, diventando la Signora delle Fiere, simile alla Diana Efesina. I primi cristiani di Narni distrussero il tempio e il bosco, ma la fonte rimase intatta, apprezzata per la leggerezza e le virtù terapeutiche della sua acqua.

Nell'arco alpino, i miti e il folklore tramandano il culto delle Aquane, legato all'arte rupestre preistorica della Valcamonica. Il toponimo Naquane, sede del Parco nazionale delle incisioni rupestri, pare derivi da "Aquane", luogo di dimora di spiriti legati alle acque e alla terra, simili alle sirene. Le Aquane sono raffigurate come divinità antropozoomorfe protettrici della valle, legate all'acqua e alla terra, dimoranti in laghi, fonti e grotte. Possedevano il dono di conoscere passato e futuro e avevano dominio sulle acque. Accompagnate da serpenti e uccelli acquatici, praticavano l'arte della tessitura ed erano consigliere di giovani, legate a riti di passaggio.

La presenza di culti femminili in Valcamonica è attestata fin dalla prima età del Rame, con un idolo femminile a Sellero. A Breno, in località Spinera, un'area sacra all'aperto con un recinto cerimoniale e altari era dedicata a pratiche cultuali con roghi votivi. Tra gli oggetti rinvenuti, un pendaglio rappresenta una figura femminile orante su una barca solare, confermando la natura acquatica della divinità e assimilando l'Aquana ai corsi d'acqua e ai riti di passaggio.

Il nome degli Euganei, gruppo etnico a cui appartengono i Camuni, potrebbe essere imparentato con la variante "Eguane" o "Enguane". L'etimologia popolare collega "anguana" al latino "aquana", crasi tra aqua e anguis (serpente). Le leggende venete narrano che le anguane abitano in caverne presso sorgenti e ruscelli, custodiscono tesori, predicono il futuro e attirano gli esseri umani nel regno delle ombre.

Il culto arcaico delle Aquane si ritrova anche a Borno, con la prosecuzione in età romana di un culto femminile legato alle acque e ai riti di passaggio, interpretato dalla dea Minerva. Il santuario di Minerva a Breno, addossato a uno sperone roccioso sulle rive dell'Oglio, di fronte a una grotta con una sorgente taumaturgica, era protettrice della fecondità, della famiglia, del territorio e delle arti. La cristianizzazione portò all'abbandono del culto di Minerva, ma la toponomastica conservò il ricordo dell'antica divinità.

La chiesa delle Sante Faustina e Liberata, edificata accanto ai resti di una struttura romanica, è un altro luogo di culto cristiano che ha ripreso la devozione alle divinità Aquane. Le sante, legate a grotte, acque e protezione durante il parto, sono state associate al culto pagano. La consacrazione della chiesetta a Maria Vergine, protettrice del territorio e dei fedeli, potrebbe essere stata voluta da una personalità locale interessata alla conservazione della continuità del culto pagano.

In Campania, la fondazione di città come Capri, Sorrento e Amalfi è legata a culti dedicati alle sirene e a spiriti elementali. La leggenda narra che le tre sirene Partenope, Leucosia e Ligea abitassero nel golfo di Salerno. Partenope, dopo la morte, diede il nome alla città di Napoli. La baia di Ieranto fu consacrata dai Greci alla dea Atena, protettrice dei serpenti e legata all'energia trasformativa dei corsi d'acqua. In epoca romana, il tempio di Ieranto fu dedicato a Minerva e, con l'arrivo del cristianesimo, al culto mariano.

La leggenda sulla fondazione della città di Amalfi narra di un semidio Ercole che si innamorò di una ninfa di nome Amalfi, che morì improvvisamente. Ercole, per darle riposo, trovò un luogo sulle coste campane e battezzò il luogo Amalfi in suo onore. In Sicilia, una leggenda narra che l'isola sia sorta dai resti lanciati da tre ninfe, dando origine ai tre promontori e alla terra triangolare nota come Trinacria. Era costume sull'isola offrire sacrifici alle ninfe, e la fonte di Aretusa era un importante luogo di culto.

La Dea Diana: Custode delle Selve, della Fertilità e della Luna

Nell'arte del periodo arcaico, Diana è spesso raffigurata con le ali, circondata da animali, con origini preelleniche e collegata alla "Signora delle fiere" minoica. Cacciava per monti e boschi, protettrice e cacciatrice di animali, il suo simbolo era l'arco. Eternamente vergine, era amante della solitudine e nemica dei banchetti, aveva fatto voto di castità e proteggeva chi si manteneva casto. Procurava alle donne le doglie del parto, attenuando il dolore, e le proteggeva dalla febbre puerperale, assistendole nel parto e insegnando a curare i bambini.

Omero la descrive come "Artemide pure, la rumorosa Dea dal fuso d'oro mai cedette all'amore di Afrodite". Il fuso, simbolo di tessitura e destino, la lega al ciclo della vita. Ovunque nell'antichità, dalla Palestina alla Fenicia, dalla Grecia a Roma, si ritrova la leggenda della Terra-Madre che associa il vino al culto degli Dei, rappresentando l'insieme terra-vite come Madre. L'uva, strappata dalla madre, doveva essere sacrificata come un Dio per essere trasformata in vino.

Statua della dea Diana con arco e frecce, circondata da animali

Diana è spesso rappresentata con le Ninfe sorprese dai Satiri, creature mitologiche metà uomini e metà capre. Questo tema, allegorico, allude al vizio che attenta alla castità, ma è un pensiero sviluppato nel cattolicesimo, poiché satiri e ninfe rappresentavano le energie della natura e quelle istintuali dell'uomo. Diana è descritta come "Dea della sonora caccia, vergine riverita, che uccide i cervi, saettatrice, sorella di Apollo della spada d’oro".

Diana è una Dea vendicativa: col fratello Apollo, mise a morte i figli di Niobe. Uccise i draghi che attaccavano i suoi fratelli appena nati e Tizio, che cercava di violentare Latona. Partecipò al combattimento contro i Giganti e uccise altri mostri. Diana è antichissima Dea italica, la DIA, signora delle selve e delle belve, custode di fonti e torrenti, Dea della Natura e dell'agricoltura, protettrice delle donne caste, intese come donne indipendenti.

Il santuario di Ariccia potrebbe essere stato il nuovo santuario federale dei latini dopo la caduta di Alba Longa. Molti altri santuari erano situati nel Lazio e in Campania. La Dea di Nemi, Diana Nemorense, nella sua forma più antica era Iana, controparte di Giano. Macrobio narra che le due facce di Giano derivano dalla sua fusione con Giana. Si trattava di un culto della fertilità della natura, del ciclo eterno di morte e rinascita del sole, dell'unione fra il sole e la luna.

Sul Mons Algidus vi erano templi dedicati a Diana, veneratissima Dea dei boschi e della caccia. Come Dea della crescita, Diana benediceva i campi arati, culto rimasto per mille anni, invocata nella raccolta delle erbe selvatiche e curative, soprattutto il 6 gennaio, quando volava sopra i campi benedicendoli. Per questo venne sostituita dalla Befana. Il sabba deriva dal culto di Diana Caria, proibito agli uomini, che si svolgeva intorno al noce.

Nella sua manifestazione lunare, Diana è stata oggetto di culto nella stregoneria della tradizione italiana, adorata come dea dei poveri, degli oppressi e dei perseguitati dalla Chiesa Cattolica. A Roma, Ecate veniva assimilata a Diana nella sua veste lunare e magica. Ecate, dea greca infernale, era signora del regno infero, della magia e delle streghe, venerata in un culto trinitario con Artemide e Demetra.

Diana persistette come culto anche dopo la caduta dell'impero romano d'occidente, fino al Medioevo. Si riteneva che in quella notte la Dea volasse nel cielo per donare il buon raccolto. Sul lago di Nemi, il Bosco Sacro e il Santuario di Diana Nemorense custodivano un albero da cui era proibito spezzare i rami, leggenda che richiama il Ramo d'Oro di Enea. L'antica Diana era servita da sacerdotesse e il re traeva il suo potere sposando la Gran Sacerdotessa.

Il principale luogo di culto di Diana si trovava presso il lago di Nemi. Il lato oscuro della Dea prevedeva la ierodulia (prostituzione sacra) delle sacerdotesse. Il console Lucio Calpurnio Pisone eresse a Diana il tempio sul Celiolus. Il culto di Diana sull'Aventino fu istituito intorno alla metà del VI secolo a.C. Il santuario di Diana Planciana era un tempio di Roma. Il tempio di Diana era ubicato nella frazione di Pozzano.

In latino, appare la connessione tra il simbolismo delle corna e la divinità, in questo caso la Dea Diana. La festa celebrata il 13 agosto in onore della dea Diana era uno degli indizi che aveva indotto a situare il tempio a sinistra della chiesa di Sant'Alessio. Un frammento della pianta marmorea di Roma rivela parte della pianta del tempio di Diana, con 8 colonne ioniche sui fronti e file di colonne sui lati, simile al tempio di Efeso.

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