Shiva: Il Signore degli Opposti, la Danza Cosmica e la Potenza della Dea Parvati

Ricostruire l'origine del culto di importanti divinità dell'India antica e moderna è un compito arduo, che non ha trovato completamente concordi gli studiosi che se ne sono occupati. Tra queste, Shiva, una divinità maschile post-vedica, marito della dea Parvati e erede diretta di una divinità pre-aria, successivamente ripresa anche nei Veda, indicata con i nomi di Paśupati e Rudra, rappresenta una figura di immensa complessità e profondità. La sua essenza trascende la mera definizione, incarnando aspetti e significati che a volte appaiono contraddittori, ma che in realtà rivelano una coerenza intrinseca e una visione olistica dell'esistenza. Sebbene il titolo possa suggerire un'associazione diretta di Shiva con la fertilità femminile, è essenziale comprendere che la sua figura, pur essendo fonte di ogni creazione e distruzione, è bilanciata e resa manifesta dalla sua consorte, Parvati, che incarna la potenza femminile (Shakti) e gli aspetti più benevoli e nutritivi, compresa la fertilità in senso lato.

Le Radici Profonde del Culto di Shiva: Da Paśupati a Rudra

L'origine di Shiva affonda le sue radici in tempi immemori, ben prima dell'arrivo degli Ariani in India. Alcuni sigilli raffiguranti una divinità pre-aria, Paśupati, presentano il dio in forma antropomorfica, in una postura "yogica" ed il volto bovino o a tre facce munito spesso di un'acconciatura a forma di corna. L'erudito Damodar Dharmananda Kosambi ha tuttavia criticato la lettura di Marshall, identificando in quelle di un bufalo le corna riportate nella acconciatura di Paśupati. Se tale critica risultasse fondata verrebbe a cadere il collegamento tra il Paśupati pre-ario e Siva, o il suo precursore vedico Rudra, in quanto l'animale collegato a queste due ultime divinità è certamente il toro. Nonostante questa obiezione, Kosambi collega ugualmente questo proto-Paśupati con Siva, ma tramite un Asura, il demone bufalo Mahiṣāsura.

Sigillo raffigurante il proto-Paśupati

Nei Veda, la figura di Paśupati si trasforma in Rudra. Fra gli Dèi vedici, Rudra occupa un posto particolare: più che far parte del pantheon sembra l'espressione di potenze demoniache, che popolano i luoghi selvaggi. Rudra è descritto come imprevedibile, egli non ha amici fra gli altri dèi, è scuro di pelle, col ventre e il dorso rossi, i capelli raccolti in trecce. Anche nei successivi Brāhmaṇa, Rudra continua a conservare quest'aspetto estremo: errabondo, è escluso dal sacrificio, e le offerte a lui rivolte sono quelle che si gettano per terra (Śatapatha Brāhmaṇa, I, 7, 4, 9).

Alain Daniélou, orientalista francese, nota che il termine sanscrito śiva (aggettivo: "propizio", "favorevole", "benefico") sia proprio, ed esclusivamente, di Rudra, il cui nome si aveva paura di pronunciare. Lo storico Jean Varenne, pur ricordando la misteriosità di questa divinità vedica, ne evidenzia l'importanza, ricordando come Rudra significhi "urlatore". Come divinità, egli è collegato al bestiame pronto per il sacrificio (paśu-pati, inteso come "signore delle vittime"), il che ne spiegherebbe l'ambiguità di positiva divinità del bestiame e il timore che poteva ispirare. Il "Signore degli animali" pre-ario (Paśupati) diviene dunque nei Veda "Urlatore" (Rudra) e dio degli animali sacrificati. Il nome di Rudra è collegato alla radice verbale sanscrita rud ("ululare", "urlare", "ruggire", "piangere", "lamentarsi", "gemere") ma anche all'aggettivo, sempre sanscrito, rudhirá con il significato di "rosso" o "rosso sangue", il che collegherebbe questa divinità anche alle nuvole rosse della tempesta e al rumore del tuono. Questa avversità sembrerebbe testimoniata, per esempio, da uno degli inni più antichi del Ṛgveda (VII, 21, 5), dove gli officianti invocano Indra affinché non consenta agli adoratori del fallo (Śiśnadeva) di accostarsi ai loro riti.

Nonostante le sfumature e le ambiguità, Arthur Berriedale Keith ha sempre considerato lo sviluppo religioso e cultuale dal Rudra vedico al Siva post-vedico privo di qualsivoglia rottura di continuità. In modo simile si posiziona Jan Gonda, secondo il quale ci sarebbe uno sviluppo privo di discontinuità tra il Vedismo e il post Vedismo, nonché tra la figura di Rudra e quella di Siva. Daniélou conclude che l'antico culto di questo dio riemerge, superando l'ostracismo degli invasori ariani e imponendo le proprie idee filosofiche e tecniche rituali anche alle caste più elevate della popolazione indiana. Bestiame, in questo contesto, è da intendersi anche in senso lato: esseri viventi.

L'Essenza Multifacetica di Shiva: Un Dio di Polarità e Trasformazione

La figura di Shiva, nel corso del tempo come anche all'interno delle stesse tradizioni religiose, ha assunto valori e sembianze diverse, incarnando aspetti e significati che a volte appaiono contraddittori. Queste polarità possono dare l'impressione di aver a che fare con un coacervo di divinità, oppure con un Dio mera coesistenza di opposti. Certamente alcuni aspetti del Dio sono inquadrabili secondo questa visione, come per esempio Ardhanārīśvara, metà uomo metà donna; ma in realtà, come fa notare l'indologa statunitense Wendy Doniger, Shiva incarna tutti questi aspetti, perché tutti questi aspetti hanno un denominatore comune.

A dispetto di ciò, si dovrebbe evitare di vedere una contraddizione o un paradosso là dove un hindu vede soltanto un'opposizione secondo il senso indiano - opposti correlati che agiscono come identità interscambiabili in relazioni necessarie. Il contrasto fra il carattere ascetico e quello erotico nelle tradizioni e nelle mitologie di Śiva non è della specie "congiunzione degli opposti", concetto col quale spesso si è fatta confusione. Ascetismo (tapas) e desiderio (kāma) non sono diametralmente opposti come possono esserlo bianco e nero, o caldo e freddo, dove la presenza completa di un aspetto esclude automaticamente l'altro. Essi sono, nei fatti, due forme di calore, essendo tapas il fuoco distruttivo o creativo che l'asceta genera dentro di sé, kāma il calore che viene dal desiderio. Tapas, che letteralmente vuol dire "calore", è adoperato nel Ṛgveda col significato di "sofferenza", "austerità religiosa". Nello Yoga classico di Patañjali, tapas è una delle discipline dell'Aṣṭāṅga Yoga, e indica il fervore che occorre profondere nel percorso spirituale.

«Śiva non accosta specularmente gli estremi, ma li divarica, incarnandosi provvisoriamente nell'eccesso, incombendo su ogni mediazione, scindendo ogni univocità.» In questa visione, la complessità di Shiva si rivela non come un'incoerenza, ma come la rappresentazione della totalità dell'esistenza. Egli è il «signore che tutto governa» (Kaivalya Upaniṣad, cap. 7); «colui dal quale tutti gli esseri nascono e vi ritornano» (Taittirīya Upaniṣad, cap. 3, 1); e «il Sé interiore di tutti gli esseri viventi» (Muṇḍaka Upaniṣad, cap. 2, 1, 4). Queste citazioni evidenziano la sua natura onnicomprensiva e la sua importanza cosmica.

Il mito dell'androgino è diffuso presso molti popoli, ma più che androgino, od ermafrodito, Ardhanārīśvara è ciò in cui i contrari coesistono (una delle definizioni del divino date nelle Upaniṣad). Un epiteto di Siva è Hara, che letteralmente significa "Colui che porta via", "Colui che distrugge". Gli elementi sono le forze invisibili della natura, e infatti nella tarda mitologia Bhūtamat diventa anche Signore dei fantasmi. La luna, attributo di molte raffigurazioni del dio, è una luna al quinto giorno; e nel quinto giorno del mese lunare è uso venerare o festeggiare Siva. 5 è il numero di Siva, e il pentagono il suo poligono. Narrano alcuni miti della creazione che il Desiderio fu ciò che per primo si manifestò.

Shiva Ardhanārīśvara, il Signore androgino

Shiva nel Pantheon: Trimūrti e la Conservazione del Creato

Con la diffusione del concetto di Trimūrti, la figura di Siva è stata identificata principalmente con il suo aspetto dissolutivo, e quindi rinnovatore (senza tuttavia dimenticare o trascurare gli altri aspetti). Nella Trimūrti Siva rappresenta la forza che riassorbe i mondi e gli esseri nel Brahman immanifesto, è l'aspetto divino che conclude i cicli duali di vita-morte, per consentire a Brahmā (l'aspetto creativo) di iniziarne degli altri; è anche il Signore che distrugge la separazione tra il Sé individuale (jīvātman) e il Sé universale (Parātman).

La Trimūrti, con Brahmā, Visnù e Siva

In netta contrapposizione con il suo aspetto "distruttivo", Siva è anche considerato una delle deità più benefiche tra tutti i Deva del pantheon induista. Numerosissimi sono gli aneddoti mitologici che evidenziano la magnanimità di Siva, aspetto non meno noto e importante di quello distruttivo e rinnovatore. Un esempio lampante è il mito secondo cui, con la creazione del mondo, furono diffusi nettare e veleno, ma Siva ingoiò quel veleno per proteggere il creato, assumendo il colore bluastro alla gola che lo contraddistingue in alcune rappresentazioni.

Un'altra storia illustra il suo ruolo come protettore: la storia è narrata nello Śiva Purāṇa, dove su richiesta del popolo degli Asura che aveva invocato Brahma, Māyā, l'architetto, edificò tre città volanti, una d'oro, una d'argento, l'altra di ferro. Le tre città erano meravigliose e inespugnabili, solo Siva, dio che gli Asura veneravano, poteva distruggerle, e ciò poteva avvenire soltanto nel momento in cui le tre città si trovassero allineate nel cielo, evento che capitava ogni mille anni. Egli, con un'unica freccia fiammeggiante, distrusse le città di Tripurāri, liberando così il mondo dalla minaccia degli Asura.

In alcune forme, Shiva è anche il "Mendicante" (Bhikṣātana). In questa forma Siva girovaga di notte per i campi crematori, indossa una collana fatta di teschi e nella mano porta una testa mozzata. L'aspetto è quello degli asceti di una delle sette più antiche dello scivaismo, i kāpālika ("uomini col teschio"). L'epiteto, fa notare Alain Daniélou, è lo stesso del dio Dioniso: Nyktipolos. Questa capacità di incarnare aspetti così diversi e apparentemente opposti è una delle caratteristiche distintive di Shiva.

Shiva Yogīśvara e Naṭarāja: Il Signore della Meditazione e della Danza Cosmica

Shiva è il Signore di tutti gli yogin (i praticanti dello yoga), l'asceta perfetto, simbolo del dominio sui sensi e sulla mente, eternamente immerso nella beatitudine (ānanda) e nel samādhi. In questa forma Egli prende i nomi di Yogiṡvara ("Signore degli yogin"), Sadaśiva ("Siva l'eterno") e Paraśiva ("Siva supremo"), da molte tradizioni considerata la Sua forma ultima. Siva Yogiṡvara è dunque per eccellenza il Deva della meditazione e dell'ascesi mistica, perfetto, eternamente immobile, eternamente beato, eternamente cosciente di sé, il simbolo stesso della trascendenza e dell'Assoluto.

Lo Yoga, inteso come disciplina, ha come fine la realizzazione spirituale: tacitando la mente e i sensi, lo yogin scopre il proprio Sé. Siva diventa quindi l'esempio primo per lo yogin in meditazione: è in tal senso che il Dio è definito Grande Yogin, o anche Signore dello Yoga (Yogiśvara). Una statua di Siva nella postura del sukhasana è situata, per esempio, sulla riva del fiume Gange, nella città di Rishikesh, India del Nord, a testimonianza di questa sua profonda connessione con la pratica yogica.

Statua di Siva in sukhasana a Rishikesh

«La materia, la vita, il pensiero non sono che relazioni energetiche, ritmo, movimento e attrazione reciproca.» Il principio che dà origine ai mondi, alle varie forme dell'essere, può dunque essere concepito come un principio armonico e ritmico, simboleggiato dal ritmo dei tamburi, dai movimenti della danza. Shiva è anche chiamato Naṭarāja, il Re della Danza, e molte sono le rappresentazioni che hanno come soggetto il Dio danzante. La più nota è quella di Siva con quattro braccia all'interno di un arco di fuoco, conservata, per esempio, presso il Museo Guimet di Parigi.

Shiva Naṭarāja, Re della Danza, nel Museo Guimet

La raffigurazione di Siva Naṭarāja si fonda su un antico mito che vuole i Ṛṣi della foresta di Tāraka (Himālaya) nel tentativo di uccidere la divinità per mezzo di canti magici. Siva si mise dunque a ballare trasformando le maledizioni di questi canti in energia creativa. I Ṛṣi generarono allora, sempre per mezzo della magia, il nano Apasmāra, personificazione della ignoranza e dell'assenza di memoria, aizzandolo contro il Dio. Ma Siva lo schiacciò con il suo piede destro spezzandogli la colonna vertebrale, liberando al contempo l'umanità da questo flagello e avviando la salvezza dai legami dell'esistenza simboleggiata dalla gamba sinistra sollevata in aria.

Nella sua iconografia, la chioma del Dio è intrecciata e ingioiellata e le ciocche inferiori si sollevano nel vento. Indossa pantaloni aderenti ed è adorno di bracciali, orecchini, anelli, cavigliere e collane; una lunga sciarpa gli ondeggia attorno. Altri tipici attributi possono essere altresì presenti, come il teschio, il cobra, la luna crescente, eccetera. Le sue quattro braccia reggono alcuni dei suoi attributi o formano delle mudrā: la mano sinistra posta dinanzi al lato destro del corpo è nel gesto dell'elefante (gaja-hasta, indica la proboscide di un elefante simbolo della forza), mentre la mano destra è sollevata nel gesto di protezione (abhayamudrā, invita il fedele a non avere paura); con la mano destra sollevata regge il tamburo primordiale (ḍamaru), a forma di clessidra come ad unire il liṅga con lo yoni, e a provocare il suono che genera il creato (dove i triangoli formanti la clessidra si uniscono inizia la creazione, nel culmine della loro separazione ha avvio la distruzione della vita) mentre con la sinistra regge il fuoco (agni) simbolo della distruzione di ogni cosa. Una delle mani tocca l'arco di fuoco che lo circonda, un'altra indica il nano malvagio schiacciato sotto il suo piede destro; una terza mano regge il tamburo e l'ultima è aperta in un gesto rassicurante; il piede sinistro è sollevato.

Un altro simbolismo della nādānta riguarda le cinque attività cosmiche di Siva: creazione (il tamburo e il suono primordiale, l'Oṃ), conservazione (la mano che dà speranza), distruzione (il fuoco, nel senso anche di evoluzione), illusione (il piede sul suolo), liberazione (il piede sollevato). Questo ciclo incessante mostra come l'universo venga manifestato, preservato e infine riassorbito. Un'altra danza di Siva è la tāṇḍava, associata più esclusivamente al suo aspetto distruttivo: è una danza più selvaggia, eseguita nei campi crematori, e in genere Egli è accompagnato da una Dea e da schiere di demoni saltellanti. D'altro lato, la danza degli uomini può essere e in alcuni casi è un mezzo col quale potersi accostare al divino, trattandosi di danze che non dànno spettacolo ma che sono espressione di devozione.

Il significato simbolico in Shiva Nataraja

Parvati: La Figlia della Montagna, Amore e Potere Femminile

Parvati (in sanscrito पार्वती, Pārvatī) è una dea dell'induismo, manifestazione benevola di Śakti, la forza divina femminile. Il nome "Parvati" è una delle parole sanscrite per "montagna"; si può tradurre quindi come "Figlia della montagna" e si riferisce alla sua nascita da Himavan, per l'appunto il Signore/Sovrano delle Montagne. I genitori di Parvati sono infatti Himavat, la personificazione delle cime dell'Himalaya, e l'apsaras Menā.

Parvati è nominalmente la seconda consorte di Śiva, ma è comunemente considerata la reincarnazione della prima, Sati, figlia di Dakṣa e detta quindi Dakshayani. Nei Purāṇa è narrata la storia del matrimonio tra Sati e Śiva, non approvato dal padre di lei, Dakṣa. Il padre di Sati, Daksha, non è entusiasta del genero, considerato «poco convenzionale». Shiva e Sati si ritirano allora sul monte Kailasa e Daksha prepara un sacrificio del cavallo al quale invita tutti gli dèi tranne Shiva. Mentre il dio non si infastidisce per l’affronto, la sua consorte è sconvolta dall’offesa e si reca irata al sacrificio del padre, da cui è respinta in modo sdegnoso. Sati allora, in preda alla collera, si uccide bruciandosi per mezzo dell’ardore accumulato dentro di sé con la pratica yogica. Non appena apprende la notizia della morte di sua moglie, Shiva si infuria e attacca il sacrificio di Daksha con le sue orde demoniache, assumendo la forma terrificante di Virabhadra. Ogni cosa è distrutta e Daksha, decapitato da Shiva, morendo diventa egli stesso vittima sacrificale del rito. Shiva allora ripristina il sacrificio e resuscita il suocero, secondo alcune versioni con la testa di una capra, e il rito procede senza intoppi con la partecipazione del dio.

In alcune redazioni del mito, forse più tarde, Shiva folle di dolore vaga per l’universo con il cadavere della sposa sulle spalle; Vishnu, impietosito, interviene e, saettando di lontano con le sue frecce, fa a pezzi il cadavere della dea: ciascun luogo (sono 51 nella lista corrente ristretta, 108 nella più ampia) dove un brandello cade è sacro, santificato dalla carne divina di Sati, ed è chiamato shaktipitha, letteralmente «piedestallo, trono della potenza». Il nome, per niente casuale, è di fortissima significazione. Anche Shiva in qualche sua forma eternamente dimora in ciascuno di questi luoghi, tra i quali è notissimo il Kalighat di Kolkata (Calcutta).

In India però tutti gli esseri rinascono, non solo gli umani e gli animali, anche i divini: così si sa che Sati è destinata a reincarnarsi e a incontrare nuovamente Shiva come sposo. L’occasione è offerta dal trionfo di un antidio, Taraka, che sbaraglia le schiere dei celesti e li asservisce. Indra, il re dei celesti, decide di incaricare Kama (il nome ha l’identico significato di Cupido in latino) dell’impresa di far innamorare Shiva; il giovane dio accetta con una certa incoscienza, ma male gliene incoglie, perché Shiva si accorge di lui mentre prende la mira, esce per un momento dall’assorbimento mistico e lo incenerisce con l’ardore del suo terzo occhio: d’ora innanzi Kama sarà detto il (dio) «Senza Corpo». Ciò privò il mondo della forza del desiderio sessuale e lo rese povero e infertile.

Nel Kumārasāmbhavam, romanzo epico di Kālidāsa, è dettagliata con grande efficacia poetica la storia di Parvati. Dopo l'incenerimento di Kama, Parvati, considerata una fanciulla innamorata di Śiva, decide di provare con l’ascesi, non lontana dalla sua sensibilità fin dalla vita precedente. L’idea fa inorridire sua madre Mena, che prorompe in un «Oh no!» di raccapriccio: l’ascesi, si sa, rovina la carnagione. «Oh no!» in sanscrito suona «U ma», espressione che fornisce l’etimologia dell’altro nome di Parvati, appunto Uma. Parvati dichiara, con i dovuti modi, la verità: desidera come sposo Shiva, che non si conquista con la bellezza, come la tragica fine di Kama ha provato.

Un finto asceta mostra di disapprovarla completamente: Shiva è orrido, orrendamente ornato, socialmente riprovevole; la sua nascita infatti è ignota, egli è spesso nudo ma indossa bracciali-serpente e la pelle insanguinata di un elefante come mantello, frequenta luoghi impuri come i campi di cremazione. La fanciulla dà segni di ira e risponde punto per punto: per esempio, come si può conoscere l’origine di Colui che è l’origine di ogni cosa, perfino di Brahma, il dio creatore? Questo episodio sottolinea la sua determinazione e la sua profonda comprensione della natura del suo amato.

Rappresentazione tradizionale della Dea Parvati

Considerata benevola, Parvati è quasi sempre ritratta assieme al suo consorte, di cui rappresenta il perfetto completamento, ed agisce sempre in quanto sposa di quest'ultimo. È scritto nel Saundarya Lahiri, famosa opera letteraria sulla dea, che lei è la fonte di ogni potere nell'Universo, e che da lei Shri Śiva trae il suo immenso potere. Le sue non sono qualità relegate esclusivamente alle attività domestiche e, per così dire, “casalinghe”. Questa Devi, sebbene indissolubilmente connessa al suo partner, al tempo stesso incarna la propria potente volontà yogica, dimostrando che il femminile è motore di trasformazione e salvezza. Sati e Parvati rappresentano il modello, divino e perfetto, della donna secondo l’ideologia hindu che possiamo chiamare brahmanica ortodossa: devota al padre, e ancor più allo sposo, luminoso il volto, lussureggiante la figura, deliziosamente divisa fra riserbo e desiderio nei rapporti d’amore con il marito, madre affettuosa, ospite impeccabile, non priva di malizia, sensuale ma seducente per l’innocenza. Si tratta di un’immagine della femminilità profondamente intrisa nella sensibilità e nella poesia indiana, ma oggettivamente anche nel diritto. Parvati, d’altra parte, è pure protagonista attiva e determinata - spinta dall’amore per Shiva - della salvezza del mondo, minacciato da un demone potente.

L'Unione Divina: Shiva e Parvati, Emblema di Completamento e Fertilità Spirituale

L'accoppiamento Shiva-Parvati non è altro che l'unione di immobilità e potere, sapienza e beatitudine. Entrambi sono completi in se stessi, tuttavia si completano a vicenda. In sostanza sono l'emblema della relazione amorosa di derivazione Tantra, vale a dire il prototipo della coppia divina la cui unione modella l'ideale per ogni praticante di intimità sacra. Quando si incontrano il loro intenso rapporto è una sorta di Meditazione condivisa sulla beatitudine non duale. Così come Shiva è spesso rappresentato da un lingam, Parvati è rappresentata da uno yoni, simbolo dell'utero e della gestazione, e la loro unione simbolica rappresenta la totalità della creazione e della vita.

Tra le molteplici raffigurazioni antropomorfe che ritraggono i vari aspetti di questa divinità, particolarmente diffusa è l’icona che lo rappresenta accanto a Parvati o Uma, la sua sposa, dea venerata in India sotto molte forme, incarnazione di quel potere femminile (shakti) che rende possibile al dio di manifestarsi. Questo tipo figurativo, denominato nei trattati tecnici in lingua sanscrita con il composto Umamaheshvaramurti (l’immagine di Uma con il grande signore), è caratterizzato da numerose varianti regionali.

Shiva e Parvati (Umamaheshvaramurti) con Ganesha e Karttikeya

Nel caso di una stele conservata presso il Museo delle Civiltà/museo d’arte orientale ‘Giuseppe Tucci’, le caratteristiche stilistiche e iconografiche riconducono la scultura all’area di Almora, in Uttarakhand, regione ai piedi dell’Himalaya, e la fanno datare al X-XI secolo d. C., durante il periodo dei Katyuri, dinastia che governò in questi territori tra l’VIII e il XII secolo. Shiva appare qui rappresentato con quattro braccia, seduto nella posa regale (lalitasana), con la gamba sinistra ripiegata e poggiata sul seggio in forma di loto e la destra pendente, mentre tiene in braccio, stringendola a sé, Uma. La divinità ha la mano destra inferiore in jnanamudra (il gesto della conoscenza) eseguito con l’indice e il pollice uniti e il palmo rivolto verso il cuore; nella mano destra superiore reca un fiore (loto?); nella sinistra superiore brandisce il tridente (trishula); con il braccio sinistro inferiore cinge le spalle della dea. Sul capo ha la classica acconciatura dell’asceta, arricchita da un elaborato diadema tripartito, da cui emerge un serpente. Vestito con una corta dhoti, con il lungo cordone brahmanico (yajnopavipavita) realizzato con dei fili di perle che gli attraversa diagonalmente il torace, Shiva è adorno di molteplici gioielli e indossa una ghirlanda di fiori (vanamala). Le ginocchia sono cinte dalla fascia di tessuto (yogapatta) impiegata dagli yogin per mantenere la postura delle gambe incrociate durante le pratiche meditative.

Uma, che ha il corpo lievemente rivolto a sinistra e la testa girata a destra a guardare il marito, compie un gesto di intimità toccando con il palmo della mano destra il piede dello sposo. Finemente ingioiellata, la dea indossa una lunga gonna drappeggiata. Tra la moltitudine di personaggi di proporzioni minori che circondano le due divinità, in basso sono rappresentati i due figli della coppia: a sinistra Ganesha, il dio dalla testa di elefante, dal grande ventre, seduto in ardhaparyankasana, la cui figura è molto danneggiata, e a destra Karttikeya, il dio della guerra, munito di lancia e seduto sul suo veicolo (vahana), il pavone. La composizione è completata dalla presenza di altri personaggi: ai lati delle due divinità sono due figure maschili stanti in funzione di attendenti/guardiani (pratyhara): quello a sinistra è vestito e acconciato come Shiva, ha occhi spalancati e fuoriuscenti dalle orbite, nella mano sinistra reca un’asta sormontata da un cranio (kapala) e nella destra portata al petto ha una coppa; l’attendente di destra è munito di uno scacciamosche (chauri). Al di sopra di questi personaggi sono rappresentate due figure femminili con scacciamosche, sedute su fiori di loto. In alto a sinistra è un vidyadhara (portatore di saggezza) in volo con una ghirlanda, simbolo del raggiungimento della Liberazione (mukti), la cui immagine si staglia su un motivo a nuvola. Un altro vidyadhara, purtroppo scomparso, doveva essere rappresentato a destra, dove sono ancora visibili i contorni della nuvola e la sagoma della figura.

La profonda relazione di afflato sentimentale che intercorre tra le due figure teneramente abbracciate e immerse l’una nello sguardo dell’altra sembra riecheggiare alcuni brani della letteratura sanscrita che descrivono l’abbraccio di Shiva, la dea seduta sul suo grembo e lo sguardo mai soddisfatto del dio nell’ammirare la bellezza di lei. Pur evocando la dimensione coniugale, non viene tuttavia negata la natura ascetica della divinità, evidenziata dall’abbigliamento (qui ad esempio dallo yogapatta annodato intorno alle ginocchia) e dall’acconciatura di Shiva. L’immagine in sostanza riproduce in un rapporto ambivalente quella tensione tra l’eros e la rinuncia a esso, tra la passione e il suo superamento che caratterizza molta mitologia shivaita. Il dettaglio del dio che compie il ‘gesto della conoscenza’, con il pollice e l’indice della mano destra inferiore uniti a formare un cerchio e il palmo rivolto verso il cuore, segno che indica la trasmissione di una conoscenza interiore, fornisce un’ulteriore chiave di lettura dell’immagine.

La tradizione figurativa meridionale però rappresentava questa forma di Shiva isolata (kevala murti) o talora attorniata dai suoi discepoli, molto raramente la connetteva alla figura della dea. In Uttarakhand, l’impiego di questa immagine sembra essere legata all’arrivo di Shankaracharya (788-820), il filosofo dell’India meridionale che in questi territori ai piedi dell’Himalaya restaurò la fede brahmanica (in particolar modo lo Shivaismo), stabilendo un monastero (matha) a Jyotirmath. Se la presenza dell’immagine di Dakshinamurti in Uttarakhand può essere spiegata con il passaggio di Shankara nella regione e quindi per i contatti intrattenuti con esponenti della tradizione religiosa e culturale dell’India meridionale, la contaminazione tra questa rappresentazione della divinità e l’icona di Umamaheshvara è certamente opera degli artisti katyuri e appare particolarmente distintiva di questa area, anche se esempi della fusione di queste due iconografie sono attestati pure in altre regioni dell’India: soprattutto nelle aree settentrionali (Uttar Pradesh e Rajasthan), in quelle orientali (Orissa) e nel Madhya Pradesh. Le motivazioni di questa sintesi figurativa sono difficili da comprendere. Non è improbabile che questa immagine rappresenti la trasposizione scultorea della coppia dialogante evocata in molti testi tantrici ove l’insegnamento viene impartito nella forma di un colloquio tra le due divinità, e ove Shiva è descritto esporre la conoscenza e i segreti dello yoga alla sua sposa, come se li impartisse al mondo intero.

Statua di Sadaśiva alle Grotte di Elephanta

La tradizione vuole che Siva ebbe modo di istruire i Ṛṣi dell'Himalaya al culto dei deva, ed uno di questi, di nome Bhṛiṅgin, era un devoto del dio. Quando Siva decise di salire il monte divino di Kailāsa insieme alla paredra Pārvāti, Bhṛiṅgin si rivolse, nel suo culto, solo a Siva. La storia di Sati, la sua immolazione e la successiva rinascita come Parvati, la sua ascesi e la sua perseveranza nel conquistare Shiva, dimostrano il potere della devozione femminile e la natura ciclica dell'esistenza.

In India Parvati è celebrata durante il Teej festival, una festività antichissima legata anche all’arrivo del monsone. Si tratta di una festa tutta al femminile in cui viene onorata la Dea Parvati e la sua sacra unione con Shiva. Tale festa si protrae per tre giorni e, per le donne, simboleggia la devozione femminile verso il proprio sposo, accompagnata dalla potenza della preghiera delle mogli per propiziare la salute dei mariti. Infatti, durante le celebrazioni del festival in Nepal, le donne indossano splendidi sari rossi che spesso sono i loro stessi abiti nuziali. Si decorano mani e piedi con l’henné, si truccano e acconciano i capelli con grande cura. In questi giorni le donne sono assolute protagoniste della festa: non lavorano e non si dedicano alle incombenze domestiche. Perlopiù stanno insieme, pregano, giocano, cantano, ballano e leggono testi sacri. Questa celebrazione evidenzia il ruolo centrale di Parvati non solo come consorte divina ma come archetipo della femminilità devota e potente, capace di influenzare il benessere del mondo e della famiglia.

Il significato simbolico in Shiva Nataraja

Nomi e Attributi: Le Molteplici Manifestazioni della Deità

Come per altre divinità, anche Siva è chiamato, e spesso identificato, con innumerevoli appellativi o epiteti che si riferiscono ai suoi attributi e proprietà. Oltre a Yogiṡvara, Sadaśiva, Paraśiva, Naṭarāja, Ardhanārīśvara, Bhikṣātana, Umāpati (Siva consorte di Umā), e Tripurāri, si manifesta anche come Gaṅgādhara, il Dio dalla cui testa sgorga il sacro fiume Gange. In una illustrazione da un testo del XVIII secolo, oltre Pārvatī e il toro Nandī, alla sinistra di Siva è raffigurato il re Bhagīratha, che, stante al mito, aveva pregato affinché il fiume, che inizialmente scorreva in cielo, prendesse a scorrere sulla terra.

Shiva Gaṅgādhara, il Dio dalla cui testa sgorga il Gange

Un altro aspetto notevole è Siva Panchānana, il Dio dai cinque volti, visibile in dipinti del XIX secolo. I cinque volti corrispondono sia ai cinque elementi grossi che costituiscono il mondo, sia ai cinque elementi sottili, sia ai cinque organi (o sensi) di azione. Ognuno di questi corrisponde a un appellativo secondo le relazioni: Aria-Tatto-Mano-Īśāna; Terra-Odorato-Organi escretori-Tatpuruṣa; Etere-Udito-Parola-Aghora; Fuoco-Vista-Piede-Vāmadeva; Acqua-Gusto-Organi sessuali-Sadyojāta. Questa rappresentazione multidimensionale sottolinea la sua onnipresenza e il suo controllo su tutti gli aspetti dell'universo.

Anche la Dea Parvati è conosciuta con diversi nomi riconducibili alle sue precise caratteristiche e qualità. Umā significa "luce", interpretato anche come "pace della notte". Nella letteratura Hindu, Parvati assume diversi appellativi che riflettono la sua natura benevola e la sua importanza come Shakti.Si può entrare in sintonia con l’energia di Parvati provando a sperimentare gli Asana di Estensione Indietro (chiamati anche “Inarcamenti” o, per l’appunto, “Aperture del Cuore”) o concentrarsi su pratiche atte a stimolare il Quarto Chakra, Anahata, cioè il centro energetico legato alle emozioni ed ai sentimenti. È anche possibile introdurre esercizi di Pranayama tranquillizzanti come, ad esempio, Purna Pranayama (la Respirazione Yogica completa) o Sama Vritti Pranayama (la Respirazione Quadrata).Alla Dea Parvati vengono associati diversi Mantra, preziosi strumenti che offrono la possibilità di calmare i pensieri e di rilasciare eventuali paure. «I Mantra, quando sono carichi della potenza del fremito, portano a compimento la loro funzione attraverso i sensi dell’illuminato.» Si può scegliere di far vibrare a voce alta il Mantra dedicato a Parvati, oppure di ripeterlo semplicemente nella propria mente. Un Mantra associato è, ad esempio, "Om Hreem Uma Swamvara Parvati Devi Namaḥ". Per comprendere quest’altro Mantra è necessario premettere che, la parola Swayamvara, deriva dal Sanscrito e si riferisce ad un’antica cerimonia indiana durante la quale le giovani donne sceglievano marito tra una lista di pretendenti.

La statua di Siva presso il tempio di Murudeshwara, nello stato federale indiano di Karnataka, è una delle numerose rappresentazioni che onorano questa complessa e potente divinità, il cui culto continua ad essere una pietra miliare dell'induismo. È venerato anche con mantra come: "Veneriamo il Signore dai tre occhi, profumato, che dà la forza e la libera dalla morte. Come il frutto maturo viene staccato dal ramo, egli ci liberi dalla morte, affinché possiamo accedere all'immortalità." (Ṛgveda, VII, 59, 12). Questa frase, che è uno dei mantra più noti, il Mahāmṛtyuñjaya Mantra, sottolinea il potere di Shiva sulla vita e sulla morte, riaffermando la sua natura di signore universale.

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