Sant'Anna di Stazzema, un borgo immerso nella natura sulle propaggini meridionali delle Alpi Apuane, a circa 660 metri sul livello del mare, è un luogo la cui storia è profondamente segnata da un passato di dura sopravvivenza e, in particolare, da un evento tragico che lo ha trasformato in un simbolo indelebile della violenza perpetrata durante la Seconda Guerra Mondiale. Nonostante oggi vi abitino poche decine di residenti, la sua identità è inscindibilmente legata all'eccidio nazifascista del 12 agosto 1944, un crimine di guerra che ha spezzato centinaia di vite innocenti e ha inciso per sempre questo nome nella memoria collettiva, rendendolo un sito di memoria nazionale e internazionale, un monito contro ogni forma di violenza sui civili.
Le Origini e la Vita Tradizionale di un Antico Alpeggio
L’origine di Sant’Anna risale intorno al 1500, quale alpeggio del comunello di Farnocchia, utilizzato prevalentemente per la transumanza del bestiame. Per questo motivo, il paese ha conservato una sua caratteristica distintiva: non si presenta come un agglomerato unito intorno alla chiesa, ma piuttosto come un insieme di borghi sparsi, disseminati nella vallata. Questa configurazione è dominata ad est dal Monte Gabberi, a nord dal Monte Lieto, ad ovest dal Monte Rocca e Monte Ornato, e verso sud dal canale dell’Angina che porta a Valdicastello di Pietrasanta.
I borghi, costituiti spesso da poche case, prendono denominazioni diverse, ciascuna con la propria identità e storia. Tra questi si annoverano Case di Berna, Sennari, Fabbiani, Colle, Moco, Bambini, Vaccareccia, Argentiera di Sopra e di Sotto, Monte Ornato, Valle Cava, Vinci, Franchi, Pero (dove si trovavano la chiesa, la scuola e un negozio di alimentari), La Chiesa, Merli, Coletti e, scendendo verso Valdicastello, i Molini.

Vincenzo Santini, a proposito delle origini di Sant’Anna, scrisse che si trattava di "un’appendice di case che, nel 1750, erano in numero di 30, con 30 famiglie e 174 abitanti". Già dal 1687, esisteva la piccola chiesa di Sant’Anna, dotata di un cappellano nominato dalla confraternita ivi residente e di un Camarlingo che amministrava i pochi beni spettanti a questa cappellania. La popolazione, nel 1784, era salita a 192 anime, ma la rendita era modesta, solo 150 lire, con l’obbligo del mantenimento della canonica. Santini sottolineò inoltre che "tanto questa borgata quanto quella della Culla, possono dirsi succedute a Vegliatola, che nel sec. XIV era un comunello di pertinenza della terra di Pietrasanta."
Le Risorse per la Sopravvivenza e la Vita Quotidiana
Nel passato, la popolazione di Sant’Anna di Stazzema, così come in genere quella dell’alta Versilia, era costituita da gente semplice, abituata a un duro lavoro per la sopravvivenza. Tutto era difficile e da conquistare, nulla era gratuito. L’agricoltura montana, i castagneti e anche il bosco rappresentavano, insieme al bestiame, le uniche risorse vitali per la comunità.
Gli uomini dovevano accudire ai lavori più pesanti. Si dedicavano alla coltivazione di piccoli appezzamenti di terreno, dove venivano coltivati patate, frumento, granoturco, ortaggi e anche la canapa, da cui si ricavava il filato. Il taglio del bosco era fondamentale per ricavarne il carbone, utilizzato come combustibile e come merce di scambio con gli abitanti della piana della Versilia, dai quali si prendeva il sale. La coltivazione dei castagneti era di primaria importanza per la produzione della farina dolce, che all’epoca costituiva la risorsa alimentare più significativa.
Le donne, oltre ad aiutare gli uomini in queste incombenze, dovevano provvedere alla tenuta della casa e della famiglia. Soprattutto, si occupavano del bestiame, falciavano il fieno e filavano sia la lana che la canapa. Dalla mucca si ricavava il latte, dalle pecore il formaggio, dal maiale gli insaccati e dagli animali da cortile uova e carne. Un’altra risorsa economica era rappresentata dalle miniere presenti nella zona.

La scolarizzazione, in quel contesto, era molto modesta. In particolare, le donne venivano spesso escluse dal loro diritto di saper almeno leggere e scrivere. Tuttavia, all’inizio degli anni ’30, su iniziativa di un santannino, il brigadiere dei carabinieri Severino Bottari, il paese decise volontariamente di unirsi per costruire la propria scuola. Questo sforzo collettivo mirava a permettere, finalmente, anche alle ragazze di Sant'Anna di poter avere un minimo d’istruzione. La scuola venne ultimata e nella "grande" aula trovarono finalmente posto anche le ragazze, segnando un piccolo ma significativo passo avanti per la comunità.
Prima della strage del 12 agosto 1944, i residenti abituali sfioravano le 400 unità, ed erano costituiti soprattutto da giovani. In quel periodo, Sant’Anna di Stazzema era diventato anche un luogo di rifugio per tanti sfollati, in quanto la costa e le città vicine erano state pesantemente bombardate dagli alleati anglo-americani, portando la popolazione complessiva a raggiungere i mille abitanti.
Il Contesto Bellico: La Linea Gotica e l'Intensificarsi delle Operazioni Nazifasciste
La tragedia di Sant'Anna si inserisce in un quadro più ampio di violenze nazifasciste perpetrate nell’area durante la Seconda Guerra Mondiale. Con il crollo del fronte di Cassino, le due armate tedesche in Italia si trovarono in una situazione precaria, sotto la costante pressione delle armate alleate che risalivano rapidamente verso la pianura Padana. La stabilizzazione del fronte tentata da Kesselring sul Trasimeno fu breve, e il 4 luglio, la zona d'operazione della 14ª Armata tedesca fu estesa alle province di Apuania (l'odierna provincia di Massa-Carrara), Lucca, Pistoia, Firenze e Arezzo.
In questo contesto, un aspetto di fondamentale importanza strategica per Kesselring fu quello di impedire al movimento resistenziale di mettere in pericolo la costruzione della Linea Gotica. Questa linea difensiva, per forza di cose presidiata da un numero esiguo di truppe, era particolarmente vulnerabile agli attacchi partigiani. Per la sua costruzione e il suo rafforzamento, erano competenti i comandi di corpo d'armata schierati nei vari settori, che istituirono squadre d'ispezione le quali, assieme all'Organizzazione Todt e ai reparti del genio fortificazioni, dovevano coordinare i lavori.
Nella zona della 14ª Armata, schierata dalla costa tirrenica della zona di Massa fino al passo del Giogo, il LXXV Corpo d'armata aveva la sua squadra d'ispezioni a Fivizzano. A tale corpo, ai primi di giugno, venne assegnata la 16. SS-Panzergrenadier-Division "Reichsführer-SS" per la protezione della costa tra Carrara e Livorno e per la lotta antipartigiana nelle Alpi Apuane. Il generale Gustav-Adolf von Zangen, incaricato della costruzione delle fortificazioni occidentali della Linea Gotica, per contrastare il movimento partigiano concordò con Karl Wolff che l'Oberführer delle SS Friedrich Hildebrandt rendesse sicura la parte orientale, mentre l'Oberführer Karl Heinz Bürger avrebbe assunto lo stesso incarico nella parte occidentale. Le SS proposero inoltre che la popolazione civile delle singole località fosse considerata responsabile della sicurezza di determinati obiettivi, e qualora questi fossero stati danneggiati, tutti gli abitanti delle relative località sarebbero stati giustiziati.
Preoccupato dell'attività partigiana, von Zangen arrivò a chiedere un massiccio concentramento di truppe lungo la Linea Gotica, in modo tale che fosse "preventivamente presidiata" in attesa che vi si attestassero i soldati di prima linea delle due armate che combattevano al fronte. Le Alpi Apuane, che per la difesa tedesca rappresentavano un formidabile sbarramento naturale ed erano di particolare importanza per la protezione del fianco occidentale della linea, si rivelarono particolarmente difficili da proteggere e controllare. Con l'aumentare dell'attività partigiana, il 9 giugno il LXXV Corpo d'armata ordinò un ennesimo rastrellamento nella zona dall'entroterra di Rapallo e nella regione a nord-est di Massa tra Monte Tambura e Monte Pania della Croce (inclusa Stazzema) ad opera della 16ª Divisione meccanizzata "Reichsführer-SS".
Le azioni di rastrellamento nelle retrovie Apuane furono ulteriormente intensificate a luglio; dal 30 giugno al 7 luglio, sotto il comando del generale Theodor von Hippel, venne attuata l'operazione Wallenstein, nella quale furono impiegati 5-6.000 uomini per rastrellare un'area attorno al massiccio montuoso tra Parma e La Spezia e chiudere i partigiani in una sacca delimitata dalle strade che collegavano Parma-Aulla-Fivizzano-Passo del Cerreto. Fu quindi progettata una seconda operazione a occidente della strada La Spezia-Parma per garantire la sicurezza della linea ferroviaria che collega le due città.
Da metà giugno, gli ordini superiori relativi alla lotta antipartigiana furono estremamente inaspriti. Il 17 giugno, Kesselring emanò il nuovo "Regolamento per la lotta alle Bande partigiane", dove si metteva in chiaro che l'esercito tedesco considerava le attività partigiane estremamente pericolose e per contrastare tale attività bisognava agire con estrema durezza, servendosi di tutti i mezzi a disposizione, ribadendo che sarebbe stata sua premura "proteggere i comandanti" che avessero esagerato nella scelta dei mezzi d'intervento nella repressione. Il comandante superiore Sudovest esigeva che si reagisse con tempestività e brutalità alle azioni della Resistenza: nelle zone con elevato movimento delle bande occorreva "arrestare una percentuale di popolazione maschile", e nel caso in una località si fossero registrate azioni contro le truppe tedesche o danneggiamento di materiale militare, si sarebbe dovuto distruggere la località intera, i maschi maggiori di 18 anni sarebbero stati fucilati, mentre gli autori e i caporioni andavano "pubblicamente impiccati".
I generali tedeschi in Italia applicarono alla lettera le disposizioni di Kesselring, e anzi le direttive del feldmaresciallo subirono ulteriori inasprimenti: a luglio venne ordinato che non fosse "avviato nessun procedimento giudiziario (né marziale)" a quegli esponenti della popolazione sospettati di proteggere i partigiani, costoro dovevano essere immediatamente fucilati, e stessa sorte fu riservata a eventuali prigionieri "appartenenti a bande". Il 30 luglio, il decreto per la Bekämpfung von Terroristen und Saboteuren ("Lotta contro terroristi e sabotatori") esplicitò che qualunque persona fosse stata sorpresa a compiere atti a danneggiamento della Wehrmacht andava abbattuta sul posto senza fare prigionieri.
L'Avvio della Resistenza e il Rapporto con la Popolazione
L'avvio della resistenza nella zona di Sant'Anna, come in altre zone, fu stentato. Inizialmente si crearono piccoli gruppi di antifascisti o ex sbandati del Regio Esercito, che via via andarono collegandosi tra loro fino a creare un primo nucleo chiamato in seguito "Cacciatori delle Apuane", raccolto nella zona di Seravezza attorno al sottotenente dell'aviazione Gino Lombardi. Dopo i primi bandi di chiamata alle armi della Repubblica Sociale Italiana (RSI), il gruppo crebbe fino a contare poco più di venti uomini, e a fine gennaio, si unì alla formazione l'inviato del CLN stazzereste Lorenzo Bandelloni, un fante della "Sassari" che in Jugoslavia aveva combattuto con l'Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia.
Verso marzo, si intensificarono i rastrellamenti da parte della Guardia nazionale repubblicana, che raggiunsero l'apice nel mese di aprile. Il 21 Gino Lombardi e il suo vicecomandante furono uccisi durante uno scontro a fuoco con i fascisti nella città di Sarzana, e i "Cacciatori delle Apuane" si sciolsero, e i più si raccolsero attorno a Bandelloni a Seravezza. Il 13 maggio, il gruppo di Bandelloni si unì alla formazione "Mulargia" di Marcello Garosi "Tito", alla quale si unì Ottorino Balestri, ex-commilitone di Lombardi. Presi da eccessivo entusiasmo, il 9 giugno, i partigiani della "Mulargia" occuparono Forno in attesa di uno sbarco alleato tra Viareggio e Marina di Carrara. Lo sbarco non ci fu (probabilmente i comandi partigiani interpretarono male alcuni radiomessaggi di Radio Londra annuncianti un aviolancio e non uno sbarco), mentre ci fu la violenta reazione dei nazifascisti, che attaccarono Forno il 13 e la riconquistarono facilmente. Ci furono 68 vittime, delle quali 56 furono fucilate.
Assalto alla linea Gotica
Il rapporto tra la popolazione civile e i partigiani non fu sempre semplice. La presenza nella zona dei 300-350 uomini della brigata "Gino Lombardi" era quotidiana e creava qualche problema, ma a peggiorare le cose era la presenza nella zona di alcuni detenuti evasi dal carcere di Massa e quella di alcuni disertori della Wehrmacht e delle Waffen-SS. Entrambi questi gruppi portarono notevoli problematicità ai civili; molti dei disertori si rivelarono in realtà spie, che denunciavano e segnalarono alcuni civili e presunti partigiani, mentre i detenuti in zona angustiavano la popolazione con le loro prepotenze. I partigiani della "Gino Lombardi" erano di orientamento prevalentemente comunista, ma con al loro interno anche elementi cattolici e liberali. Relativamente bene armati grazie alla fornitura di armi dell'Office of Strategic Services (OSS), tra luglio e i primi di agosto si erano distinti in alcune azioni di fuoco con le forze di occupazione, ma nonostante il positivo bilancio operativo, nei primi giorni di agosto la componente comunista si staccò dal resto della formazione a causa di divergenze dovute al non riuscito tentativo di questi di subordinare al loro controllo anche i gruppi di diverse tendenze. Sul posto restarono quindi circa 150 uomini al comando di Bandelloni, acquartierati nella zona di Monte Gabberi.
Parallelamente, la popolazione nella zona di Sant'Anna, in quell'estate, viveva in una condizione precaria, stretta tra i partigiani insediati sui monti a nord e i tedeschi concentrati nei centri abitati a sud. Questi ultimi, nelle azioni antipartigiane, tendevano a non fare distinzione fra "banditi" e civili, soprattutto se i civili si trovavano in zone contrassegnate come "bandengebiet" ("zona di attività delle bande") come lo era appunto la zona delle Apuane. Questa mancata distinzione, oltre che dettata da scelte operative che miravano a terrorizzare la popolazione per colpire indirettamente il movimento partigiano, era in parte dovuta ai rapporti fuorvianti trasmessi al comando del LXXV corpo d'armata, secondo i quali la popolazione agiva aiutando i partigiani con "segni di riconoscimento, codici di comunicazione, segnali di allarme e specchietti delle allodole". Dunque, gli uomini della 16. SS-Panzergrenadier-Division erano arrivati a considerare l'intera popolazione delle Apuane un nemico, al pari dei partigiani.
Sant'Anna: Da "Zona Bianca" a Obiettivo di Sterminio
Come scrisse lo storico Lutz Klinkhammer, "nella drammatica situazione militare dell'inizio dell'estate 1944, all'ordine del giorno vi era unicamente il problema di evacuare la popolazione toscana". A tal proposito, venne creato uno stato maggiore denominato "colonnello Ebner" con lo scopo di evacuare la popolazione presente tra i 10 km a nord e 20 km a sud della Linea Verde e, allo stesso tempo, arruolare più personale possibile per la costruzione della linea difensiva stessa. Nella zona da sgomberare sarebbero dovuti rimanere solo coloro che erano occupati presso la Wehrmacht e l'Organizzazione Todt, ed "Ebner" ebbe l'autorizzazione di prelevare "la popolazione maschile […] di 17-45 anni compiuti" per metterli a lavorare sulla Linea Verde. Dato che lo stato maggiore Ebner non aveva a disposizione mezzi di trasporto, le evacuazioni dovevano compiersi solo grazie alla collaborazione delle truppe e sotto le disposizioni dei vari comandi militari territoriali.
Nello specifico, la Versilia venne colpita da ordini perentori di evacuazione. Il 1º luglio venne evacuata Forte dei Marmi, il 5 la zona tra Strettoia e Cinquale, il 7 Arni, il 10 il comune di Seravezza, il 27 fu ordinato lo sgombero di Pietrasanta e Stazzema. Molti di questi si rifugiarono a Valdicastello, mentre Stazzema venne evacuata solo in parte. Ripa, Strettoia e Corvaia furono rase al suolo, il 29 furono affissi ordini di evacuazione a Stazzema (nella cui circoscrizione cadeva Sant'Anna) e il 31 i tedeschi salirono a Farnocchia per intimare lo sgombero immediato. Quello stesso 31 luglio, il generale Anton Dostler, dopo aver preso atto dell'impossibilità di sgomberare la popolazione tra Massa e Carrara entro il 3 agosto, consegnò al comandante della 16. SS-Panzergrenadier-Division "Reichsführer-SS" Max Simon, un ordine che lo autorizzava a sparare a chiunque fosse uscito di casa nella zona da evacuare.
Nel dopoguerra nacquero polemiche sul mancato adempimento dell'ordine di evacuazione di Sant'Anna, e al riguardo lo storico Carlo Gentile osservò che già da tempo l'esercito tedesco aveva cominciato a eseguire lo sgombero dei civili dalla costa della Versilia e delle Alpi Apuane, e tale ordine di sgombero era stato esteso alle zone interne nel luglio 1944. Tuttavia, continua Gentile, l'esecuzione dell'ordine risultò da subito "quasi impossibile", sia perché la popolazione opponeva resistenza passiva, sia perché la Wehrmacht non disponeva di truppe e mezzi sufficienti per far rispettare l'ordine. Per questo motivo, secondo la ricostruzione di Gentile, il nodo centrale non è tanto se i partigiani avessero o meno espressamente invitato la popolazione a disattendere l'ordine di evacuazione, quanto il disinteresse dei comandi tedeschi a mettere in sicurezza la popolazione.
In realtà, nella voluminosa documentazione tedesca non c'è nessuna traccia di operazioni di sgombero coordinate nei giorni della strage. Addirittura, agli inizi di agosto, Sant’Anna era stata dichiarata "zona bianca" dai tedeschi, in grado cioè di accogliere popolazione civile sfollata. Tutto questo, però, cambiò drasticamente la mattina del 12 agosto, in una dimostrazione di inganno deliberato e brutalità premeditata. Fin dal 7 agosto, quindi prima degli scontri di Farnocchia, il comandante del LXXV corpo d'armata comunicò l'intenzione di attuare un'azione antipartigiana, chiedendo nel contempo il permesso di utilizzare il 2º battaglione del 35º reggimento aggregato alla 16ª divisione SS. Presumibilmente si trattava di un'azione in risposta all'intensificarsi delle azioni partigiane di luglio, nonché il momento culminante del ciclo operativo iniziato dai tedeschi il 30 luglio. Secondo lo storico Paolo Pezzino, lo scontro dell'8 agosto accelerò probabilmente i tempi dell'operazione contro i partigiani, e forse accentuò il suo carattere di sterminio, ma non ci sono dubbi che l'azione contro Sant'Anna venne decisa prima dell'8 agosto e a prescindere della presenza di partigiani nella zona. L'obiettivo era dare un segnale forte alla popolazione e rompere i collegamenti con i gruppi di partigiani attivi nella zona.
Il Giorno della Strage: 12 Agosto 1944
All’alba del 12 agosto 1944, tre reparti della 16ª divisione Panzergrenadier «Reichsführer-SS», accompagnati da bande di fascisti, circondarono l’abitato di Sant’Anna, mentre un quarto si attestava più a valle, sopra il paese di Valdicastello, per bloccare ogni via di fuga. Quest'azione fu premeditata e studiata con cura. Nelle prime ore di quella mattina, tre colonne di soldati tedeschi, appartenenti al 2º battaglione del 35º reggimento della 16. SS-Panzergrenadier-Division sotto il comando di Anton Galler, iniziarono a salire verso Sant'Anna di Stazzema. I tedeschi calarono dal crinale che guarda Stazzema, da tre sentieri diversi, e chiusero Sant'Anna ad imbuto, dividendo il paese in borghetti.

Nonostante Sant’Anna fosse stata dichiarata "zona bianca" dai tedeschi, in grado cioè di accogliere popolazione civile sfollata, in poco più di tre ore furono massacrate 560 persone, tra cui molti bambini e neonati, la più piccola di soli venti giorni. Le stime accreditate del numero delle vittime oscillano intorno a diverse centinaia; un conteggio spesso citato è di oltre 500 morti, inclusi molti minori, con 394 vittime identificate. L'eccidio di Sant'Anna fu un crimine di guerra nazifascista compiuto dai soldati tedeschi di tre compagnie della 16. SS-Panzergrenadier-Division "Reichsführer-SS", comandata dal Gruppenführer Max Simon, e da collaborazionisti italiani della Repubblica Sociale Italiana (RSI).
Come accertò la magistratura militare italiana, non si trattò di rappresaglia in risposta a una determinata azione del nemico, ma - come è emerso dalle indagini - si trattò di un atto terroristico premeditato e curato in ogni dettaglio per annientare la volontà della popolazione, soggiogandola grazie al terrore.
Gli uomini scapparono nei boschi, mentre donne e bambini rimasero nelle case, con la certezza, purtroppo tragicamente smentita, che nessuno avrebbe fatto loro del male. L’epilogo fu tragico: gli abitanti dell’area vennero raccolti sulla piazza della Chiesa, dove furono fucilati. I nazisti raggiunsero inoltre le case, uccidendo a colpi di mitra, rivoltella e dando alle fiamme quanto trovavano sul loro passaggio. "Con la bocca e metà volto coperti da una benda c'erano anche uomini e donne che parlavano italiano," raccontano ancora oggi in paese, riferendosi ai collaborazionisti.
Le Storie delle Vittime e dei Sopravvissuti
Molte sono le storie strazianti legate a quel giorno. I tedeschi uccisero nonni, padri e madri, figli e nipoti. Uccisero i paesani, ma anche gli sfollati, saliti in montagna in cerca di un rifugio dalla guerra. Uccisero Anna Pardini, l'ultima nata del paese che aveva appena venti giorni. Lei, che non aveva una foto per ricordarla, fu fotografata da morta, come appare nella lapide posta su un muro del monumento ossario accanto alla mamma e alla sorella di sedici anni. Uccisero Evelina, che quella mattina aveva le doglie del parto. Uccisero Genny, la madre che, prima di morire, per difendere il suo piccolo Mario (Marsili), scagliò lo zoccolo in faccia al nazista che stava per spararle; e lo salvò, anche se il piccolo rimase offeso dal fuoco in gran parte del suo corpicino. Uccisero il prete Innocenzo, che implorava i soldati di risparmiare la sua gente. Uccisero più di un prete e gli otto fratellini Tucci con la loro mamma. Tante storie che trovano posto su quella vela in pietra in cima al monte, fitta di nomi con accanto l'età in cui la loro vita improvvisamente è stata soffocata.
Tra i pochi scampati, Enrico Pieri, che aveva dieci anni quella mattina, raccontava due anni fa, con la voce ancora spezzata dalla commozione, il ricordo del babbo, la mamma e le due sorelle trucidate. "Io mi infilai prima in un sottoscala e poi in un campo di fagioli e così riuscii a salvarmi." Prestò aiuto anche a Enrico Nella Pieri, madre di Roberto Bertelli, una delle donne, allora ragazze, eroiche di Sant'Anna, che prestò i primi soccorsi ai bambini sfuggiti al fuoco e alle armi, soli e impauriti in mezzo al buio della notte. Enrico abitava ai Franchi in un casolare in pietra semplice, placidamente abbarbicato sulle piane. Sette anni dopo la strage, Enrico lasciò Sant'Anna per la Versilia. Dieci anni più tardi emigrò in Svizzera, perché quei luoghi gli ricordavano troppo dolore. Quando nacque suo figlio Massimo, dovette decidere se mandarlo a una scuola francese o a una tedesca. "Lo iscrissi ad una scuola tedesca," ha raccontato in passato. "Mi resi conto che la Germania era troppo importante per l'Europa, che non si doveva e non si poteva più odiare e che eravamo tutti europei. L'Europa nasce a Sant'Anna di Stazzema, a Marzabotto, nei campi di concentramento ed in ogni luogo dove si è consumata una tragedia." Una vera e propria lezione di vita.
Poi, trentadue anni dopo essere emigrato, Enrico è tornato e lentamente ha recuperato un rapporto stretto con quel luogo che fu dolore, "dove anche le pietre mi parlano," dice ogni volta, e dove quasi ogni mattina viene a prendersi cura dei sentieri, delle piante o a raccontare la storia di Sant'Anna ai tanti giovani, trentamila, che ogni anno arrivano in paese da tante scuole. Un lavoro intenso e continuo per diffondere la memoria della strage ed evidenziare la drammatica attualità di una vicenda accaduta decenni fa.
Altre testimonianze furono raccolte subito dopo la guerra. Don Giuseppe Vangelisti, parroco di La Culla e anche di Sant’Anna, inviò alla commissione d’inchiesta costituita dagli americani della Quinta Armata la lettera di un testimone oculare della strage, Ettore Salvatori, che aveva visto uccidere la moglie e la figlioletta. Marino Curzi di Forte dei Marmi, in una testimonianza resa il 15 settembre del 1944, descrisse come "erano appena trascorsi pochi minuti che già piombarono da più parti una diecina di tedeschi con la divisa mimetizzata, elmo in testa, tanti diavoli all’aspetto e in sostanza, che sparavano in tutte le direzioni, dirigendo di preferenza i loro colpi contro le finestre della casa dei Bertelli al Colle, la casa insomma dove abitavo e dove era ancora la mia moglie Ada Salvatori e la mia bambina Maria Pia di cinque anni. Ma non era proprio questa l’idea dei tedeschi, ci spinsero abbasso verso un fossato facendoci attraversare alcune piane dove del grano era stato mietuto e c’erano ancora alcune cappette di grano che subito furono incendiate. Giunti che fummo subito fu piazzata la mitraglia e alla Lobelia Ghilardini che si raccomandava invocando misericordia anche per la sua piccola Maria Sole, di mesi otto, fu diretta la prima scarica, e altri sparavano col moschetto e così di seguito per tutto il gruppo." Il sacerdote D'Angelo riferì di aver visto "il fuoco e i tedeschi scendere nella valle" dalla miniera, e di aver cercato sua sorella tra i "corpi bruciati nella piazza" nel pomeriggio del 12 agosto.
Il "Caso dell'Armadio della Vergogna" e la Verità Ritrovata
I fatti di Sant'Anna di Stazzema sono rimasti ignoti per molti anni, fino a metà degli anni Novanta, quando venne scoperto, negli scantinati di Palazzo Cesi-Gaddi a Roma, un armadio che conteneva ben 695 fascicoli su crimini di guerra commessi sul territorio italiano e nei Balcani durante l’occupazione nazifascista. Questo ritrovamento, passato alla storia come l'"Armadio della Vergogna", ha permesso di istruire il processo per l’eccidio di Sant’Anna e di portare finalmente alla luce una verità a lungo celata.
Il percorso giudiziario legato alla strage è stato complesso e prolungato. Processi in Italia e, successivamente, indagini e giudizi anche in Germania hanno affrontato il tema della responsabilità per i crimini compiuti durante l’occupazione. La tardiva azione giudiziaria, il trasferimento di fascicoli tra ordinamenti e le difficoltà di identificazione degli esecutori concreti rendono il caso emblematico delle sfide nello stabilire responsabilità individuali per massacri di massa avvenuti decenni prima.

Negli anni successivi alla guerra, la memoria di Sant’Anna è passata attraverso differenti fasi: memorializzazione locale, celebrazioni pubbliche, aperture di musei e istituti della memoria e, infine, riconoscimenti istituzionali (ad esempio europei) che hanno contribuito a trasformare il luogo in sito di memoria nazionale e internazionale.
Sant'Anna Oggi: Il Parco Nazionale della Pace e il Museo della Resistenza
Oggi, Sant'Anna di Stazzema è riconosciuta come un "luogo della memoria" e visitarlo richiede rispetto, in quanto "non è un luogo turistico". Offre un viaggio nella storia dolorosa che riporta immediatamente a quei tristi giorni della fine del secondo conflitto bellico. Per la storia che ha vissuto, è stato istituito nel 2000 il Parco Nazionale della Pace, che comprende, oltre a Sant’Anna, le vicine frazioni interessate da eventi cruenti sul finire della Seconda Guerra Mondiale. Questo Parco, con il monumento alle 560 vittime (394 le identificate) che si scorge anche dalle spiagge di tutta la Versilia, fino alla Corsica e l'Argentario, è un modo per mantenere la memoria e tenere vivo il ricordo.
Le Tappe del Ricordo: Chiesa, Ossario e Sentieri della Pace
Visitare Sant'Anna di Stazzema significa intraprendere un percorso commemorativo che si snoda attraverso luoghi simbolo della tragedia e della successiva rinascita della memoria.
La Chiesa: Testimone Silenziosa dell'Eccidio
La piazza della Chiesa è il luogo dove si consumò una parte significativa della strage dei civili. A nulla servì il tentativo del parroco, Don Innocenzo Lazzeri, di offrire la sua vita in cambio di quella dei fedeli. La chiesa risale al XVII secolo e presenta un campanile separato. Famoso è l’organo della Pace, installato qui nel 2007. Opera dei musicisti tedeschi Maren e Horst Westermann, oggi è sede di una delle più grandi manifestazioni organistiche di tutta Europa, simbolo di riconciliazione e di un futuro di pace.
Il Museo Storico della Resistenza di Sant'Anna
Il Museo Storico della Resistenza si trova nella vecchia scuola del paese, la stessa che il brigadiere Severino Bottari aveva contribuito a costruire. Inaugurato nell’autunno del 1982 dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini, il museo offre un percorso che va dagli ultimi anni della guerra (in particolare dal 1943 al 1945) e ripercorre la vita nel paese fino ai giorni dell’eccidio. Pannelli alle pareti raccontano gli anni della guerra, mentre nella Sala Rossa si possono trovare le foto dei superstiti di Sant’Anna ad opera di Oliviero Toscani. Il percorso prosegue con la saletta dei ricordi, dove si trovano numerosi oggetti dell’epoca. Una sala con video e filmati conclude un’esperienza forte, che aiuta a comprendere esattamente l’andamento degli eventi e la drammaticità di quel periodo.
L'Ossario ed il Percorso della Via Crucis
Il monumento simbolo di Sant’Anna è l’ossario, che svetta sul Col di Cava e domina tutta la costa della Versilia. Si raggiunge con un percorso in salita lastricato e facilmente percorribile da tutti, che parte dalla piazza della Chiesa. Lungo il sentiero si trovano le tappe della via Crucis, raffigurate con bassorilievi in bronzo ad opera di famosi artisti internazionali, invitando alla riflessione sulla sofferenza. Raggiunto l’ossario di Sant’Anna di Stazzema, ci si trova di fronte a una torre imponente, alta circa 20 metri, a quattro arcate. Questa struttura custodisce i resti delle vittime e presenta al centro una scultura che raffigura una mamma con il suo bambino, un'immagine straziante della perdita e del dolore. Dietro alla torre si trova la pietra dove sono incisi i nomi di tutte le vittime dell’eccidio, un elenco silenzioso che perpetua la memoria.
I Sentieri della Pace
Per chi ama camminare in montagna, nel silenzio e con la natura a fare da cornice, i sentieri della pace offrono una passeggiata nella storia. Si estendono sui percorsi delle vecchie mulattiere, permettendo di scoprire, ad esempio, dove passava la famosa Linea Gotica di difesa durante la Seconda Guerra Mondiale, immergendosi in un paesaggio che porta ancora i segni di quei giorni.

La Memoria Corale e l'Eredità di Sant'Anna per l'Europa
Studi etnografici e analitici hanno mostrato che la memoria delle comunità colpite non è monolitica: coesistono narrazioni familiari, commemorazioni pubbliche e interpretazioni politiche che competono o si intrecciano. L’espressione "choral memory" (memoria corale) è stata usata per descrivere come molte voci - sopravvissuti, familiari, istituzioni, storici e media - contribuiscano a costruire un racconto plurale che cerca di conciliare lutto, rivendicazione di verità, educazione civica e memoria pubblica. La storia di Sant'Anna, del resto, è in fondo la storia di una memoria ritrovata e da conservare, con un messaggio che travalica i confini e i popoli.
Studiare Sant’Anna di Stazzema oggi significa interrogare questioni fondamentali: come si costruisce la responsabilità morale e giuridica per crimini di massa; come le comunità ricostruiscono la propria identità dopo traumi collettivi; quali pratiche di insegnamento della storia sono più efficaci per trasmettere memoria senza spettacolarizzazione. La storia di Sant’Anna di Stazzema rimane un invito alla responsabilità - intesa sia come ricerca della verità storica sia come impegno civico per la prevenzione della violenza contro i civili. Il paese ha ricevuto il riconoscimento di European Heritage Label, consolidando il suo significato europeo.
Come Raggiungere Sant'Anna di Stazzema
Per raggiungere Sant’Anna di Stazzema in auto, è necessario dirigersi verso Capezzano Pianore, una frazione di Camaiore. Da qui si seguono le indicazioni per Monteggiori e la località La Culla. La strada sale sulla montagna ed è piuttosto agevole. Arrivati a Monteggiori, si trovano le indicazioni per Sant’Anna di Stazzema, che si raggiunge in meno di 20 minuti di auto. Sono disponibili, inoltre, collegamenti in autobus a partire da Camaiore, sebbene non molto frequenti.