La Culla di Giuda e le Torture Medievali: Tra Miti Terrificanti e la Cruda Realtà Storica

L'immaginario collettivo è da sempre affascinato da epoche remote, e il Medioevo, in particolare, è spesso dipinto come un'era di oscurità, violenza e inaudite atrocità, alimentato da racconti di strumenti di tortura macabri e fantasiosi. Tra questi, alcuni sono diventati veri e propri simboli di crudeltà, radicati nella cultura popolare al punto da sembrare incontestabili. Eppure, una disamina attenta delle fonti storiche rivela che molte delle "atrocità" che crediamo appartenere a quel periodo, lungi dall'essere strumenti di effettiva coercizione giudiziaria, non sono altro che falsi storici, creati per assecondare un gusto morboso o per costruire una "leggenda nera" su epoche passate. Al centro di questo dibattito si trova un oggetto dal nome evocativo e terrificante: la Culla di Giuda. Questo strumento, insieme ad altri ben noti, incarna perfettamente la sottile linea, spesso confusa, tra il mito e la realtà nella storia della tortura.

La Culla di Giuda: Un Simbolo Controverso Tra Falso Storico e Reale Tormento

Tra i più celebri e più sfacciatamente falsi storici che popolano l'immaginario collettivo, spicca la Culla di Giuda, nota anche come Judaswiege o Judas Cradle. Questa presunta macchina di tormento vedeva il condannato sospeso al di sopra di un cavalletto in cima al quale era posta una piramide sulla quale, attraverso un sistema di corde, sarebbe stato mosso in modo che la punta penetrasse nei genitali o nell’ano. L'idea di un tale supplizio è tanto radicata che la si può trovare menzionata in migliaia di siti e pagine web come uno degli strumenti di tortura dell’Inquisizione.

Tuttavia, nonostante faccia parte dell’immaginario collettivo, è difficile - al di fuori dei soliti musei della tortura - trovare qualcuno che gli dia seriamente credito storico. La realtà di un simile congegno è infatti tutt’altro che credibile. Come commenta Gabriele Campagnano in Quei falsi sulle torture medievali, immaginare un trabiccolo del genere, per cui era necessario l’impiego di diverse persone, 4 funi e un puntale di legno, è storicamente e fisicamente demenziale, vista l’impossibilità di mantenere in equilibrio l’imputato. Non a caso, l’origine di questo marchingegno è spesso ricondotta alla “fabbrica di falsi” di Forte Belvedere a Firenze, e la datazione è sempre 1983, anno del "Catalogo della mostra di strumenti di tortura, 1400-1800" curato da Robert Held, Tabatha Catte e Tobia Delmolino. Persino alcune pagine Wikipedia, come quella in italiano e in tedesco, riportano che si tratta di uno strumento immaginario, stendendo un velo pietoso sull’origine del mito. La prima menzione de La Culla di Giuda, nella sua forma piramidale così come è raffigurata nei moderni musei, è infatti anch’essa del 1983.

Illustrazione di fantasia della Culla di Giuda (piramidale)

Ciò non significa, però, che non esistesse una forma di tormento che ne potesse aver ispirato il nome o la vaga idea. Il tormento della veglia (tormentum vigiliae), popolarmente e impropriamente conosciuto come Culla di Giuda, è stato uno strumento di tortura utilizzato tra il XVI e il XVII secolo. Non si trattava di una piramide affilata, ma consisteva in uno sgabello appuntito sul quale il condannato era costretto a sedersi, con l’ano scoperto, mentre era sostenuto da corde legate alle braccia e alle gambe. Lo sgabello aveva tipicamente un angolo ottuso, ma talvolta anche acuto, sebbene la forma ottusa si preferisse per evitare di causare la morte del condannato. Tuttavia, anche con un angolo ottuso, era in grado di infliggere grande dolore al condannato, poiché questi era spesso costretto a restarvi anche per decine di ore, in un caso addirittura 40.

Le fonti storiche che descrivono il tormentum vigiliae sono più concrete. Giovanni Battista Scanaroli, nel suo De visitatione carceratorum del 1655, fornisce una dettagliata descrizione in latino. Egli scrive: «Il tormento della veglia è un tipo di sgabello di legno, alto circa sette-otto palmi da terra, con tre piedi di sostegno, non piano ma un po’ ripido ed elevato in mezzo, fabbricato ad angolo ottuso, sopra il quale siede il reo con l’ano denudato. Ho detto angolo ottuso, poiché se fosse acuto, ogni qualvolta ne vidi uno, il torturato può essere ucciso per via delle parti interiori rotte e forate.» Similmente, Eliseo Marini nel Sacro arsenale del 1621, descrive un supplizio simile, conosciuto volgarmente come “capra”, “cavallo” o “cavalletto”, dove il reo, denudato e rasato, veniva legato e posto a sedere su uno sgabello con una superficie rialzata al centro.

Un caso notevole di utilizzo del tormento della veglia fu quello del filosofo Tommaso Campanella. Processato più volte dall’Inquisizione, nell’ultimo processo, tenutosi nel 1600, Campanella subì il tormento della veglia per 40 ore. Egli stesso testimoniò la durezza di tali prove: «Vedi di grazia, s’io non son quasi il giumento dei miei miei nemici, essendo stato fino adesso già chiuso in cinquanta carceri, e con durissimo tormento esanimato.» Sopravvisse, poiché gli interrogati dall'Inquisizione non dovevano morire durante gli interrogatori, ma fu condannato alla prigione, dove rimase per 27 anni. Quindi, sebbene la "Culla di Giuda" piramidale sia un'invenzione moderna, il concetto di uno sgabello appuntito usato per infliggere dolore e privazione del sonno, il "tormentum vigiliae", ha una base storica documentata. La sua invenzione è talvolta attribuita a un italiano, Ippolito Marsilli.

La Vergine di Norimberga: L'Icona Inesistente della "Leggenda Nera"

La Vergine di ferro - o Vergine di Norimberga - è forse il supplizio più celebre del Medioevo, tanto radicato nell’immaginario collettivo da aver dato il nome ad uno dei gruppi heavy metal più celebri della storia del rock: gli Iron Maiden. L'immagine di questa "Vergine" è terrificante: un sarcofago di ferro al cui interno sono fissati coltelli affilati su tutta la superficie, mentre due lame, più lunghe e sottili, sono piazzate all’altezza degli occhi. Si diceva che tutte le punte acuminate avessero la funzione di ferire il condannato senza lederne gli organi vitali, per prolungarne così quanto più possibile l’atroce agonia. Gli occhi sbarrati fissano il vuoto, le labbra socchiuse lanciano un grido muto; il suo manto è infernale, la stretta è tagliente, il suo utero è popolato di lame che ti graffiano, ti tagliano, ti penetrano, si conficcano negli occhi e ti strappano le budella, fino a farti letteralmente a pezzi. Questa è una delle tante versioni dello strumento di tortura noto come Vergine di Norimberga.

Rappresentazione artistica della Vergine di Norimberga

Peccato allora che una tale tortura, tanto terrificante da accarezzare le nostre paure e stuzzicare la sete di sangue, in realtà, non sia mai esistita. Già, perché di medievale, la Vergine di ferro, non ha proprio niente. E a dirla tutta, nemmeno di reale, nella sua funzione di strumento di tortura. Il primo esemplare è stato trovato a Norimberga nel XIX secolo ma non è mai stato usato: nasce già allora, infatti, come falso storico fatto realizzare dagli aristocratici per impressionare i propri visitatori e assecondare il gusto per un finto medioevo gotico.

La prima citazione della Vergine di Norimberga è datata 1793, ad opera dell’erudito tedesco Johann Philipp Siebenkees, che la menziona come utilizzata a Norimberga nel Cinquecento, ma, sebbene sia stata a lungo ricercata nei suoi scritti, non è stata trovata traccia del passo. Circa mezzo secolo dopo, intorno al 1840, la Vergine è esposta per la prima volta a Norimberga. L’involucro antropomorfo, interamente in metallo, è alto 210cm e largo 90, abbastanza grande da contenere un uomo adulto. Già molti visitatori ottocenteschi ne sottolineano la falsità e il magro interesse storico. J. Ichenhauser, in Notes and Queries (1893), definisce la Iron Maiden come “…di nessun interesse per storici e antiquari”. Non solo non è arrivata fino a noi una Vergine di Ferro costruita prima della fine del XIX secolo, ma anche in tutte le cronache cittadine, i manuali inquisitori, le procedure dei processi gestiti dal potere secolare, non si trova neanche un accenno al dispositivo. In realtà, anche quella andata distrutta nel 1944 era una contraffazione ottocentesca, probabilmente del 1830-40.

L'ispirazione per questo "sarcofago a lame" sembrerebbe piuttosto derivare dallo Schandmantel, ovvero il “Mantello della Vergogna”. Questo era una sorta di barile che le autorità civili facevano indossare alle prostitute o ad altri soggetti, con lo scopo di impartire una pubblica umiliazione. Insomma uno strumento che c’entra con la Vergine di Norimberga quanto la gogna con la ghigliottina, pur essendo un esempio di punizione pubblica effettivamente esistente nel Medioevo.

Falsi Storici nell'Immaginario della Tortura: La Forcella dell'Eretico e la Pera Vaginale

La Vergine di ferro è in ottima compagnia. La maggior parte degli strumenti di tortura che si possono ammirare nei tanti musei disseminati per il mondo non sono infatti documentati in alcun modo. Molti di essi sono veri e propri falsi storici o invenzioni recenti, spesso ideate per soddisfare una curiosità morbosa o per sostenere narrazioni preconcette sul passato.

Un esempio clamoroso di falso contemporaneo è la Forcella dell’Eretico. Si tratta di una doppia forchetta legata al collo, con le punte rivolte sotto il mento e al petto, che avrebbe avuto l’obiettivo di impedire qualsiasi movimento della testa della vittima, che poteva solo sussurrare “abiuro”. Questo strumento, citato persino nel volume La storia dell’inquisizione di Carlo Havas (un testo senza alcun valore storico), trova in realtà la sua prima attestazione nel catalogo della mostra di strumenti di tortura organizzata nella Casermetta di Forte Belvedere a Firenze nel 1983. Nessun libro, di quelli conosciuti volgarmente come “manuali dell’Inquisizione”, parla di questo strumento. È possibile che lo abbiano fatto costruire di sana pianta prendendo come canovaccio il libro di Havas, senza neanche rifarsi, quindi, ai falsi vittoriani. Il sito de Il Museo della Tortura, gestito dalla Inquisizione s.r.l., fa sorridere il fatto che, partendo dalla storia della parola sospirata “abiuro”, altri “musei” abbiano addirittura fatto creare dei pezzi che riportano la scritta “abiuro” incisa sul ferro. Un altro falso del secolo scorso.

Esempio di Forcella dell'Eretico come esposta nei musei

Tanto terribile quanto fasulla è poi la “pera vaginale”, che sarebbe stata utilizzata per dilatare vagine e orifizi anali di streghe, e di cui esiste anche una variante orale. La troviamo menzionata per la prima volta ne L’Inventaire général de l’histoire des larrons di F. de Calvi, pubblicato nel 1629. È una citazione, tra l’altro, molto contestata, perché si tratta, in quel caso, di una pera orale utilizzata per non far gridare le vittime durante una rapina. La sua invenzione è attribuita a un ladro di nome Palioli, originario di Tolosa. Gli esemplari più antichi di poire d’angoisse sono conservati in diversi musei europei e americani, come quello del Museo di Boston, che è dello stesso periodo. Tutte le altre sono state realizzate su commissione tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del secolo scorso. Ed è proprio tra fine Ottocento e primi del Novecento che la Pera Vaginale inizia a trovare posto in quella rievocazione dei Cabinet of Curiosities che sono i “musei della tortura” e, da lì, in volumi divulgativi sull’Inquisizione e le torture medievali. Il sentimento anticlericale ha fatto, lentamente, il resto. Molti autori, probabilmente guidati da un interesse morboso, hanno iniziato a fantasticare sull’uso dello strumento per dilaniare vagine e orifizi anali di streghe e seguaci del demonio. Questo senza neanche considerare che un attrezzo del genere, semmai fosse esistito, sarebbe stato da annoverare fra i mezzi di esecuzione e non tra gli strumenti di tortura. Un’assurdità che è diventata quasi sapere comune.

La Sedia Inquisitoria: Un Trono di Punte di Recente Fabbricazione

Un curioso ibrido tra una sedia elettrica e il letto di un fachiro indiano è poi la Sedia inquisitoria: un trono di ferro interamente ricoperto di punte acuminate, dove la vittima veniva legata durante l’interrogatorio. Sebbene il suo aspetto sia intimidatorio, la sua storicità è fortemente messa in discussione. Come commenta Campagnano, “il quantitativo di metallo utilizzato e la presenza di chiodi fatti in serie lasciano presupporre una prima fabbricazione modernissima”. È quantomeno sospetto che le prime riproduzioni della Sedia Inquisitoria siano del XX secolo, anzi, più precisamente, dell’ultimo quarto del secolo scorso. L’idea stessa di inquisitori disposti a spendere cifre enormi per realizzare un simile oggetto è grottesca. È difficile dire se la Sedia Inquisitoria sia stata creata avendo in mente i letti di chiodi dei fachiri o qualche altro falso vittoriano, ma è davvero molto sospetto leggere che la prima menzione del dispositivo risale al 1880 (Geschichte der Hexen und Hexenprozesse, un altro testo senza alcuna pretesa storica) e la prima costruzione di questo dispositivo agli anni ’80 del secolo scorso, dopo la pubblicazione del già citato "Catalogo della mostra di strumenti di tortura" di Forte Belvedere nel 1983.

Il Fenomeno dei "Musei della Tortura" e la Creazione del Mito

La cosa paradossale è che non solo i musei della tortura (per farsi un’idea di quanti e quali siano basta andare sul sito www.torturemuseum.it) raccolgono esemplari di strumenti leggendari, ma buona parte di queste leggende sono state create ad arte dai musei stessi. Molti di voi hanno visitato i musei della tortura e si sono chiesti quale sia la veridicità o verosimiglianza storica degli strumenti di tortura esposti. La risposta è abbastanza semplice: si tratta di obbrobri senza alcun valore storico che appestano diverse città italiane e, incredibile dictu, riescono a ottenere patrocini regionali, del FAI e addirittura di ONG piuttosto famose.

Il primo dato che accende sincera meraviglia è l’assoluta mancanza di testimonianze archeologiche o documentali sugli strumenti di tortura che vediamo esposti nei numerosissimi “musei della tortura”. Ci si aspetterebbe, quindi, di trovare almeno una menzione della Vergine di Norimberga o della Forcella dell’Eretico nel Philippi a Limborch Historia inquisitionis, scritto da Philippus van Limborch nel 1692, un teologo protestante fortemente critico della Chiesa. Oppure di scoprire, tra le pagine di A history of the Inquisition of the Middle Ages, redatto dallo storico statunitense Henry Charles Lea e pubblicato a partire dal 1887, una breve trattazione della Pear of Anguish. E invece niente. Nei venti testi presenti nella bibliografia in calce all’articolo originale che ha fornito i dati, così come in altre decine di testi visionati dagli studiosi, non c’è traccia di questi strumenti.

Visitatori in un museo della tortura

Non deve stupire, in realtà, tutta questa creatività nell’inventare atrocità tanto fantasiose, dal momento che la realtà storica - di suo - offre ben poco. Se i musei della tortura dovessero raccogliere strumenti realmente utilizzati, resterebbero praticamente deserti. La proliferazione di questi "falsi storici" è stata alimentata dal desiderio di evocare un'immagine di un Medioevo "oscuro e selvaggio", contribuendo a costruire l'idea di quella “pattumiera della storia” - per usare la definizione di Trockij - fatta di inquisitori, streghe e un enorme quantitativo di violenza e atrocità gratuite.

Le Reali Procedure e Strumenti di Tortura Medievale e Inquisitoriale

Le torture usate nel Medioevo, infatti, erano poche e più semplici. Erano impiegate con procedure specifiche e non la fantasia illimitata che i musei della tortura suggeriscono. Tra le pratiche documentate, c’erano i ‘tratti di corda’, dove l’inquisito, con le mani legate dietro la schiena, veniva sollevato più volte in aria per mezzo d’un sistema di carrucole e poi lasciato cadere. C'era il ‘cavalletto’, un ordigno sul quale si stiravano le membra del torturato. Il ‘fuoco’ vedeva ungersi i piedi del torturato per avvicinarli poi a una fonte di calore. La ‘stanghetta’ era un sistema di contenzione che comprimeva polsi e caviglie, mentre le ‘cannette’ stringevano con appositi strumenti le dita giunte del tormentato. La ‘veglia’, come abbiamo visto con il tormentum vigiliae, impediva al torturato, legato a un sedile, di addormentarsi per un periodo che poteva arrivare a quasi due giorni. Esisteva anche la ‘bacchetta’, uno staffile che si poteva usare anche nei confronti dei minorenni, non però prima del nono anno d’età. È importante notare che l’uso dei carboni ardenti e del ferro rovente venne screditato dalle autorità ecclesiastiche a partire dal 1215, quando Innocenzo III proibì di suffragare le torture con la benedizione, privandole così - a dispetto dei luoghi comuni - di ogni forma di sacralità.

Illustrazione storica del Tratto di Corda (Strappado)

I luoghi comuni sull’Inquisizione sono molti. Come spiega Franco Cardini in un’intervista, “la prima nozione da sfatare è che procedesse in modo arbitrario e per la volontà della Chiesa di asservire la società laica alla sua visione repressiva e fanatica. Ciò è totalmente privo di fondamento e corrisponde a una ‘leggenda nera’ avviata nei secoli XVIII e XIX, prima in ambito illuministico e poi protestante: due propagande calunniose, che volevano distorcere la realtà in modo anticattolico.” Cardini sottolinea che, tra l’altro, i roghi erano più frequenti nei Paesi della Riforma, soprattutto calvinisti, che in quelli soggetti a Roma.

La verità è che i processi dell’Inquisizione erano in generale corretti e il ricorso alla tortura c’era nella misura in cui si trattava di un espediente usato a quel tempo nei tribunali laici. Normalmente il processo inquisitoriale si concludeva col non luogo a procedere oppure con condanne leggere come l’esilio, pene pecuniarie, penitenze. Gli specialisti oscillano tra il 40 e il 70% di processi conclusi con una condanna, e in questa percentuale - alta ma non schiacciante - la pena capitale è relativamente rara, senza contare che c’erano infiniti modi per evitarla. In sostanza, il rogo coglieva solo l’eretico che si metteva nelle condizioni di essere considerato recidivo. E in generale non si finiva davanti all’Inquisizione per le proprie opinioni, ma sempre per l’accusa di reati effettivi come aver procurato aborti, avvelenato qualcuno o commesso delitti.

Quanto alla tortura: era chiaramente regolata. Non doveva essere più feroce e dolorosa di un certo livello, doveva essere limitata nel tempo e spesso si svolgeva sotto il controllo di un medico. Inoltre poteva essere usata solo in due casi: quando le dichiarazioni dell’imputato erano contraddittorie o quando le prove di un processo non fossero chiare. Durante l’Alto Medioevo, come scrive ancora Cardini in Storia della tortura giudiziaria, la tortura fu in genere sostituita dall’ordalia, che con essa aveva in comune la concezione del rapporto tra coscienza soggettiva d’innocenza (o di colpevolezza) e capacità di sopportare prove e sofferenze. L’interrogatorio sotto tortura, invece, è attestato a partire dal 1228 nel Liber iuris civilis, e viene legittimato da Innocenzo IV nel 1252.

Si dovevano però evitare sia la mutilazione permanente sia la morte. In età tardo medievale e rinascimentale abbondano i trattati sulla tortura che si preoccupano di legittimare e al tempo stesso di disciplinare la pratica. Già nei giuristi medievali si avvertono molto vivi la preoccupazione per gli abusi e il dubbio sull’efficacia della tortura in rapporto alla fragilità umana e alla paura del dolore. Tuttavia, molto forte era l’argomentazione dell’inquisitore Bernardo Gui (divenuto celebre come antagonista in Il nome della rosa) secondo il quale “la sofferenza induce a riflettere”. Sia nei processi civili sia in quelli inquisitoriali, la tortura era raccomandata nei casi in cui l’imputato si ostinasse a negare la sua colpa ma non fosse in grado di dimostrare con prove o argomentazioni la sua innocenza; o quando, pur avendo egli ammesso la colpa, vi fossero fondati motivi per ritenere non completa la sua confessione.

Naturalmente erano previste categorie di persone verso le quali la tortura era inapplicabile: nobili, i militari, cavalieri, chierici, bambini, vecchi e donne incinte. Con tutte le deroghe del caso, ovviamente. La tortura poteva essere inoltre applicata solo sulla base di una preliminare sentenza, rispetto alla quale l’imputato poteva appellarsi. “Se e quando possibile, si tendeva a far sì che la sola paura della sofferenza bastasse a far confessare la verità. All’applicazione della tortura, che doveva essere eseguita secondo i limiti, nei modi e nei tempi sanciti nella sentenza, dovevano assistere i giudici inquisitoriali (quindi il vescovo del luogo e l’inquisitore) o i loro vicari ufficiali.” I notai erano chiamati a registrare con precisione carattere e durata dei singoli tipi di tortura; dopo di essa, si chiedeva all’imputato confesso di confermare la sua confessione, nel qual caso si parlava di confessione spontanea. Si deve ricordare che, in pochi sanno, la confessione sotto tortura doveva essere confermata ventiquattro ore dopo, altrimenti rimaneva inaccettabile.

È indebito il carico che talora si fa ai tribunali inquisitoriali di aver usato sistematicamente la tortura: in ciò, essi non facevano che seguire la pratica giuridica dell’epoca; e vi sono testimonianze numerose d’una forte resistenza degli inquisitori a servirsi dell’extrema ratio, cui si ricorreva di solito soltanto dopo aver provato altre vie, quali, anzitutto, la prigione ‘stretta’ che prevedeva digiuno e privazione del sonno. Il domenicano frate Eliseo Marini, nel suo Sacro arsenale pubblicato nel 1631, sosteneva che la tortura dovesse essere applicata solo se le altre prove fossero del tutto insufficienti, e massima l’incertezza; e ammoniva che si procedesse con prudenza, si mostrassero all’imputato gli strumenti di tortura prima di usarli, gli si proponesse ripetutamente di pensare a quel che faceva, s’interrompesse più volte il procedimento per dargli modo di riflettere. “La costrizione della volontà risulta insomma chiara - conclude Cardini - ma l’arbitrio dei giudici e la durezza del tormento si riducevano e si disciplinavano per quanto era possibile.” Torturare sì, insomma: ma con giudizio.

Fonti e Riferimenti Storici: La Ricerca della Verità

La ricerca storica e le sue notevoli sfaccettature non appaiono mai, eppure guidano ogni dettaglio del racconto del passato. Per discernere la realtà dai miti, è fondamentale affidarsi a fonti affidabili e studi accademici. La mancanza di documentazione su strumenti come la Vergine di Norimberga o la Forcella dell'Eretico in opere come Philippi a Limborch Historia inquisitionis di Philippus van Limborch (1692) o A history of the Inquisition of the Middle Ages di Henry Charles Lea (1887) è di per sé una prova significativa della loro inautenticità. Questi testi, pur essendo critici nei confronti della Chiesa o dedicati allo studio approfondito dell'Inquisizione, non menzionano tali dispositivi.

Al contrario, la realtà del tormentum vigiliae è supportata da opere come il Sacro arsenale di Eliseo Marini (1621) e De visitatione carceratorum di Giovanni Battista Scanaroli (1655), che ne descrivono l'applicazione e le caratteristiche, seppur con un approccio mirato alla disciplina della tortura piuttosto che alla sua glorificazione. La "leggenda nera" del Medioevo e dell'Inquisizione è stata sfatata da numerosi storici contemporanei, tra cui Franco Cardini e Marina Montesano, autori di La lunga storia dell’inquisizione. Luci e ombre della «leggenda nera» (2005), e Andrea Del Col con L’inquisizione in Italia. Questi studi, basati su un'analisi rigorosa degli archivi, dimostrano una realtà ben più complessa e regolamentata di quanto l'immaginario popolare, alimentato da falsi storici e una cultura morbosa, non voglia far credere.

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