La Ciociara: Un Affresco Drammatico Tra Opera, Storia e Sentimento

L'opera lirica, crocevia di discipline artistiche, ha saputo nel corso dei secoli reinventarsi, attingendo a fonti sempre nuove per dare voce alle storie umane. Tra le trasposizioni più recenti e significative di un'icona della cultura italiana si annovera "La Ciociara" di Marco Tutino, un'opera in due atti che porta sul palcoscenico le vicende rese immortali dal romanzo di Alberto Moravia e dall'indimenticabile pellicola cinematografica di Vittorio De Sica. Questo lavoro, dopo il suo debutto in prima mondiale a San Francisco nel 2015, ha consolidato la sua risonanza globale con la prima esecuzione assoluta in Europa, presentata con la stessa produzione firmata dalla regista Francesca Zambello, al Teatro Lirico di Cagliari.

Locandina dell'opera La Ciociara di Marco Tutino

Dalle Pagine all'Opera: Genesi e Adattamento di una Storia Eterna

La genesi dell'opera di Marco Tutino affonda le radici in un duplice caposaldo della cultura italiana del Novecento. Il romanzo "La ciociara", scritto da Alberto Moravia nel 1957, si è affermato come una potente testimonianza delle ferite della Seconda Guerra Mondiale. Tre anni dopo, nel 1960, Vittorio De Sica ne realizzò una pellicola cinematografica divenuta un cult, che ha fatto la storia del cinema italiano e ha consegnato all'immaginario collettivo il personaggio straordinario interpretato da Sofia Loren. Quest'ultimo, in particolare, con la sua intensità e profondità, ha profondamente segnato chiunque vi si sia confrontato, inclusi gli artisti dietro la versione operistica. L'idea di una trasposizione operistica è stata poi concretizzata per mano del compositore Marco Tutino, dando vita a un'apprezzata rielaborazione.

La sfida di convertire un'opera letteraria e cinematografica di tale portata in un melodramma lirico è stata affrontata con cura e innovazione. Luca Rossi ha ricavato una sceneggiatura, che è stata poi tradotta in libretto dal compositore designato, Marco Tutino stesso, e da un esperto uomo di teatro, Fabio Ceresa. Il processo di adattamento si è basato sul romanzo di Moravia e, in maniera misurata, ha mediato gli elementi dal film di De Sica. Gli autori del libretto hanno enfatizzato il ruolo di un antagonista, Giovanni, che agisce per vendetta d’amore, dando così corpo al dramma e sviluppando il classico triangolo melodrammatico tra soprano, tenore e baritono. Questo ha permesso di superare il tono più cronachistico del romanzo, non del tutto congeniale al linguaggio dell'opera, e di aggiungere un barlume di speranza che nel romanzo verista non era presente.

Marco Tutino, La Ciociara

Il Trionfo Oltreoceano e il Ritorno in Europa: Accoglienza e Dibattito Critico

"La Ciociara" di Marco Tutino è un'opera di rilievo internazionale. Fu commissionata dalla War Memorial Opera House di San Francisco, dove ebbe la sua prima rappresentazione nel giugno 2015, ottenendo un successo strepitoso di pubblico, sebbene la critica americana fosse inizialmente meno entusiasta. Questa commissione ha segnato un momento storico, poiché lo stesso autore dichiarò: "Dopo Puccini, sono il primo compositore italiano al quale gli Stati Uniti chiedono un'opera". In effetti, è la prima opera, dai tempi de "Il Trittico" pucciniano (1920), commissionata da un grande teatro americano a un autore italiano, a dimostrazione del prestigio e della fiducia riposta in Tutino. Il maestro Nicola Luisotti, direttore musicale del teatro americano, suggerì il soggetto per la nuova produzione, riconoscendo ne "La Ciociara" di Moravia tutti gli elementi necessari all'opera, inclusa la presenza di un potente "cattivo": la guerra e la miseria.

Il debutto europeo della stessa produzione è avvenuto al Teatro Lirico di Cagliari, con otto recite dal 24 novembre al 3 dicembre, ribadendo il ruolo internazionale del teatro sardo e predicando il "logico séguito della sospesa tradizione operistica italiana". L'accoglienza in Italia è stata altrettanto entusiasta, con repliche esaurite e un pubblico che ha mostrato una profonda emozione, toccato dalla risonanza storica del tema in una città come Cagliari, la seconda più bombardata in Italia durante la guerra dopo Napoli. L'opera era stata coprodotta con il Teatro Regio di Torino, che inizialmente avrebbe dovuto ospitare la prima europea, ma in seguito ha ceduto la coproduzione a Cagliari.

La critica, sia americana che europea, ha spesso tentato di inquadrare l'opera di Tutino. In America, è stata definita "pucciniana", richiamando a opere come "Tosca", soprattutto per la vocalità del personaggio di Giovanni che evoca quella di Scarpia, o per l'aria di Michele che presenta assonanze con "E lucevan le stelle" e "Ella mi creda". Tuttavia, il compositore stesso ha respinto questa etichetta se intesa come "sdolcinata", argomentando che tale semplificazione farebbe torto sia a Puccini, "compositore immenso, moderno e raffinato", sia a lui stesso, nella cui musica "si trova molto altro". Tutino rivendica l'aspetto "popolare" dell'opera, concepita per un pubblico più vasto e "multimediale", lontano da un pubblico di nicchia. I critici più attenti hanno invece riscontrato riferimenti a compositori come Zandonai, Previn e Janáček, o alla nuova opera americana e britannica, citando titoli come "Dead Man Walking" di Jake Heggie o "The Exterminating Angel" di Thomas Adès. L'opera, secondo queste visioni, si propone come "neo-verista", affrontando "col cuore" una tematica forte con mezzi che coinvolgano il pubblico più ampio attraverso la melodia e il suo impatto emotivo, pur non rinunciando a raffinatezze e dotte costruzioni armoniche.

La Trama: Un Viaggio Attraverso l'Orrore e la Resilienza

L'opera di Marco Tutino, suddivisa in due atti di tre scene ciascuno, per una durata complessiva di circa due ore e mezza, racconta una storia di sopravvivenza, disperazione e, in ultima analisi, di speranza sullo sfondo devastante della Seconda Guerra Mondiale.

Atto Primo: La Fuga da Roma e i Primi Incontri

L'azione si apre nell'estate del 1943 a Roma, dove Cesira, una giovane vedova, gestisce una bottega e si destreggia con il mercato nero per sopravvivere. Vive con la figlia sedicenne Rosetta, una ragazza innocente e pura. Il contesto storico è immediatamente chiaro: prima che si alzi il sipario, filmati d’epoca in bianco e nero e mappe del teatro di guerra, tratti presumibilmente dalla collezione Luce, scorrono sul sipario durante l'ouverture, riassumendo gli eventi cruciali del 1943, come lo sbarco degli alleati in Sicilia, la caduta del fascismo e Roma "città aperta". Un evocativo stornello romano introduce lo spettatore nella bottega di Cesira. Qui, Giovanni, un vecchio amico del marito, innamorato di lei, tenta di sedurla. Mentre Cesira si concede, seppur poco convinta, a Giovanni, il dramma irrompe: un bombardamento aereo americano colpisce Roma, con muri che crollano tra fumo e fragore.

La minaccia della guerra e la paura spingono Cesira a prendere una decisione drastica: affidare il suo negozio a Giovanni e intraprendere un difficile viaggio per rifugiarsi con Rosetta nel suo paese natale, la Ciociaria, per sfuggire ai bombardamenti e alle insidie della città allo sbando. Questo spostamento la vede rifugiarsi in un paesino della natìa Ciociaria. Durante il viaggio e una volta arrivate, le due donne affrontano la fame, il freddo e la paura, il dramma degli sfollati. Nel paese, Cesira fa la conoscenza di Michele, un giovane intellettuale antifascista e idealista che ha trovato anch'egli rifugio in quei luoghi. Tra Cesira e Michele nasce un amore ricambiato, e anche Rosetta si affeziona a lui. Il primo atto si chiude su un toccante "Padre nostro" intonato dalla dolce Rosetta con il coro del Lirico in ginocchio, che fa inumidire gli occhi a molti spettatori, evidenziando la scelta musicale di immediata presa di Tutino.

Atto Secondo: L'Escalation della Violenza e la Speranza Frantumata

Il secondo atto accelera il ritmo, assumendo quasi le sembianze di un film d'avventura. Le vicende personali di Cesira si intrecciano inesorabilmente con l'avanzare del conflitto. Mentre Cesira si innamora di Michele, l'intellettuale antifascista, la vendetta del geloso Giovanni non tarda ad arrivare. Egli, nel frattempo diventato uno squadrista, denuncia Michele per aver aiutato un militare americano in fuga.

Il culmine drammatico dell'opera si raggiunge con la fucilazione di Michele. Questa scena, su una musica incalzante che aumenta la tensione, si alterna e si intreccia, in un'alternanza di inquadrature quasi cinematografica, con la violenza subita da Cesira e Rosetta. In un palcoscenico idealmente diviso in due, si rappresenta, da una parte, il processo sommario e la fucilazione di Michele e, dall'altra, l'atroce violenza perpetrata dai goumiers marocchini su Cesira e Rosetta. I goumiers, reparti di soldati marocchini del Corpo di spedizione francese che avevano fatto breccia nella linea Gustav dopo la sanguinosa battaglia di Montecassino nel maggio 1944, avevano il via libera per saccheggiare i villaggi attraversati, e compirono un'inaudita violenza su oltre 7000 donne ciociare. Questo "fatto misconosciuto e mai abbastanza raccontato su cui è calata una colpevole omertà storica" viene portato in scena con empatia e senza voyeurismi. Le due donne vengono circondate dai soldati marocchini e violentate all'interno di una chiesa diroccata. Basta un grido ad evocare l'orrore. L'uscita sommessa delle due donne, tremanti, stracciate, umiliate, colpisce profondamente il pubblico. La perdita dell'innocenza di Rosetta, "figlia rovinata", suscita profonda pietà.

Il trauma psicologico di Rosetta è immenso, e la ragazza si chiude in un'ostile apatia. Solo nell'abbraccio della madre e in una ripartenza sulla strada della vita illuminata dalla luce al suono delle campane, si intravede una possibilità di guarigione. Alla Liberazione, ricompare Giovanni, che ancora una volta ha cambiato schieramento, spacciandosi per amico degli americani. Cesira lo accusa di tradimento e dell'omicidio di Michele, ma è lei stessa a fermare la folla che vuole farsi giustizia sommaria sulla spia, pronunciando le parole "Basta sangue". Il finale si arricchisce di un gran finale "tutto stelle e strisce", con immagini d'epoca, enfatizzando il ruolo degli americani nella liberazione dell'Italia dal nazifascismo.

Linguaggio Musicale e Innovazione Drammaturgica: Un Melodramma Moderno

La musica di Marco Tutino ne "La Ciociara" si presenta come un "grande melodramma moderno", un affresco popolare che alcuni critici hanno accostato al Verismo di ispirazione pucciniana, mentre altri lo hanno avvicinato alla nuova opera americana e britannica. Tutino, pur riconoscendo i grandi compositori del passato, si propone di superare la frattura tra autore e pubblico, ritenendo "pienamente lecito riprendere in mano le forme tradizionali del linguaggio musicale occidentale, per riempirle di contenuti nuovi e adatti ai problemi del nostro tempo".

La sua musica si caratterizza per una base di ampio respiro primo novecentesco, su cui si innestano echi del musical, della canzone e delle colonne sonore, riflettendo la percezione musicale contemporanea, immersa in una pluralità di stimoli sonori. Tutino è molto abile nello sfruttare, ad esempio, una trasposizione allusiva della canzone di Cesare Andrea Bixio "La strada nel bosco", che nel film è cantata a squarciagola dal camionista Florindo dopo la violenza subita dalle donne e che nell'opera accompagna tutta l'azione, sfociando poi, a "liberazione" avvenuta, nel canto di un uomo di strada durante la festa nel villaggio di Santa Eufemia. Questo brano romantico era uscito proprio nel 1943 e fu cantato da Gino Bechi in una pellicola di Bragaglia.

Spartito musicale di Marco Tutino per La Ciociara

L'orchestra gioca un ruolo fondamentale, accompagnando i numerosi sbocchi melodici con cui i personaggi danno sfogo ai loro sentimenti. Di fronte alla rarefazione di molti lavori del teatro contemporaneo, quello che più colpisce ne "La Ciociara" è l'opulenza dei mezzi impiegati, che richiamano il musical in uno stile che vuole proporsi come neo-verista. La musica, ricca e variegata, è sempre sostenuta da un'orchestrazione raffinata ma capace di caricarsi di pathos, rilasciando sulla scena note lancinanti nei momenti più drammatici. I quattro interludi sinfonici, in particolare, sublimano la vicenda, portandola a una sfera filosofica e universale, con l'orchestra che sfoggia grande bravura nell'omogeneità dell'impasto timbrico e nel cantabile di archi e ottoni.

L'acquisizione del linguaggio cinematografico è un elemento chiave che determina le novità strutturali dell'opera, superando in modo inedito lo stesso precedente di De Sica. Un esempio sconvolgente è dato nella scena dell'esecuzione di Michele e in quella dello stupro di Cesira e Rosetta, un culmine drammatico e chiave sacrificale di tutta l'azione. Nell'opera, esse si intrecciano e si sospendono a vicenda, accumulando nel pubblico tensione su tensione. Questa regia di Francesca Zambello, ripresa da Laurie Feldman, insieme alle scene realistiche di Peter J. Davison, alle efficaci proiezioni di S. Katy Tucker e ai video, crea un taglio cinematografico molto incisivo che va di pari passo con la musica, esaltando la drammaticità della storia. Le proiezioni illustrano la storia prima che inizi lo spettacolo a sipario calato e durante l'intervallo con spezzoni tratti dai cinegiornali d'epoca, immergendo lo spettatore nel contesto storico fin dall'inizio.

Personaggi e Interpretazioni Sceniche: Un Cast D'Eccellenza

La riuscita di "La Ciociara" è inscindibilmente legata alle sue interpretazioni, pensate per esaltare le qualità vocali e sceniche degli artisti.

Cesira: La parte protagonistica di Cesira è stata concepita in modo specifico sulle qualità vocali e sceniche di Anna Caterina Antonacci, la cui performance è stata definita "impareggiabile" e "autonomo contraltare al precedente della Loren". Il compositore Tutino stesso ha affermato di aver scritto il ruolo su di lei, riconoscendone le eccelse qualità sceniche e vocali. La Antonacci, capace di una presenza catalizzante e carismatica, modella un personaggio di straordinaria profondità: una vedova bottegaia romana che evolve da donna attaccata al denaro a figura maturata attraverso il dolore. La sua vocalità, che spazia dal soprano drammatico al mezzosoprano, aderisce totalmente al ruolo, passando dal declamato al canto sul fiato, al sospiro e al grido, con una sottigliezza linguistica e una cinefilia vorace. Tra le ovazioni finali, chi tiene la parte di un cattivo si busca anche qualche muggito furente, a testimonianza dell'abilità degli interpreti di fondere i personaggi con le loro anime.

Rosetta: La figlia adolescente di Cesira è affidata a un soprano lirico. Lavinia Bini (e nel cast alternativo Claudia Urru) ha offerto un'interpretazione toccante. La sua Rosetta è un dolce soprano leggero alle prese con eventi ben superiori alla sua età che, grazie al rapporto con la madre, riesce a ritrovare fiducia in se stessa, mostrando una violenta evoluzione psicologica.

Michele: L'intellettuale antifascista, puro e idealista, è interpretato dal tenore Aquiles Machado (e nel cast alternativo Angelo Villari). A Michele, Tutino affida momenti magici, in particolare uno struggente "addio alla vita" nella seconda scena del secondo atto, molto pucciniano, prima di essere "mitragliato" da Giovanni. Nonostante il ruolo sia impegnativo per un tenore lirico, più che drammatico, le interpretazioni hanno saputo restituire la figura di un perdente e glorioso come un eroe romantico.

Giovanni: La figura di Giovanni, di poco rilievo nel romanzo e nel film ma di grande importanza nell'opera, è un antagonista che agisce per vendetta d'amore. Sebastian Catana (e nel cast alternativo David Cecconi) si cala con efficacia nel ruolo dello spregevole Giovanni, un "cattivo a tutto tondo", sorta di Scarpia o Rance mutuato da Puccini. Il personaggio è musicalmente e teatralmente interessantissimo, sviluppato magistralmente con un giusto spessore rustico e anche debolmente umano.

Fedor von Bock: Un cameo di fondamentale importanza è costituito dal ruolo del Feldmaresciallo von Bock, interpretato da Roberto Scandiuzzi (e Giovanni Battista Parodi nel secondo cast). Scandiuzzi, con la sua impeccabile presenza e eleganza vocale, offre la "grana vocale di Filippo II all’opera contemporanea", dipingendo un personaggio sempre nero, perentorio e impenetrabile.

Il cast è completato da altri ruoli caratteristici: John Buckley (Nicola Ebau), Pasquale Sciortino (Gregory Bonfatti), un pusillanime collaborazionista, e sua madre Maria (Lara Rotili), descritta come esilarante. Martina Serra interpreta Lena, la cui breve apparizione, in cui pensa di cullare il figlio trucidato dai nazisti, è impressionante.

La Regia e l'Impatto Visivo: Un Taglio Cinematografico per la Scena Lirica

L'allestimento scenico de "La Ciociara" è un capolavoro di ritratto e trasfigurazione del reale, diretto da Francesca Zambello (con la ripresa di Laurie Feldman) e arricchito dalle scene di Peter J. Davison, i costumi di Jess Goldstein, le luci di Mark McCullough e i video di S. Katy Tucker. Non è un pigro debito, bensì un omaggio a De Sica la ripresa critica di qualche oleografia che il film celebre ha reso ineludibile. La regia dell'italo-americana Francesca Zambello, ripresa alla perfezione dalla sua collaboratrice Laurie Feldman, ha reintrodotto un dettaglio soppresso per il pubblico americano: la scena in cui Cesira si concede a Giovanni durante il bombardamento nella sua bottega di Trastevere.

Le scene realistiche di Peter Davison, come le case di Roma ricreate in digitale che crollano tra fumo e fragore, hanno come sfondo le efficaci proiezioni di S. Katy Tucker che esaltano la drammaticità della storia. Queste proiezioni, insieme ai filmati d'epoca proiettati sul sipario durante l'ouverture e l'intervallo, immergono lo spettatore in un contesto storico immediato e palpabile. L'impianto scenico, combinando elementi costruiti e proiettati, è magnifico.

Un vero "coup de théâtre" è il secondo quadro del secondo atto, un esempio della maestria registica nel gestire il dramma. Sul palcoscenico, idealmente diviso in due, si susseguono simultaneamente la fucilazione di Michele e la violenza subita da Cesira e Rosetta. Questa giustapposizione, senza che una parte del palcoscenico fosse a conoscenza di quanto avveniva nell'altra, ricorda opere contro la guerra come "Die Soldaten" di Zimmermann, amplificando l'orrore e la tensione emotiva nel pubblico. Il taglio cinematografico, evidente nella costruzione delle scene e nell'uso dei video, è un elemento distintivo che permette all'opera di superare la staticità tradizionale e di coinvolgere il pubblico in modo profondo e viscerale.

Temi e Messaggio: La Condanna Senza Appello della Guerra

Il fulcro de "La Ciociara" è la condanna senza appello di qualsiasi guerra e delle atrocità da essa derivanti. La storia narra le drammatiche vicende vissute dalla protagonista Cesira e da sua figlia Rosetta durante l'occupazione nazista e in seguito allo sbarco alleato del 1944. L'opera si sofferma in particolare su guerra e miseria, tra lo straziante virtuosismo di bombardamenti, e mette in luce il trauma della violenza contro le donne, un "fatto misconosciuto e mai abbastanza raccontato su cui è calata una colpevole omertà storica". Il compositore Marco Tutino rivendica l'aspetto popolare dell'opera, concepita per "parlare ai giovani attraverso temi conosciuti", rendendo accessibile un momento difficile del nostro Paese.

Rappresentazione di una scena di guerra nell'opera La Ciociara

I ruoli sono netti: buoni e cattivi, anzi, "cattivissimi", mentre Cesira si evolve da bottegaia attaccata al denaro a donna maturata attraverso il dolore. L'opera aggiunge un barlume di speranza, assente nel romanzo verista, e mostra che anche di fronte all'orrore più inaudito, come la violenza dei goumiers, la capacità umana di resistere e di trovare un appiglio, come l'abbraccio della madre e il suono delle campane a festa, può illuminare la strada della vita. Il messaggio dell'opera è potente e risuona ancora oggi, in un mondo in cui la guerra e le sue conseguenze, specie per le donne, rimangono drammaticamente attuali. "L'opera non è morta né il pubblico è costituito da mummie, come alcuni vorrebbero farci credere", recita un commento, a sottolineare la vitalità e la pertinenza di opere come "La Ciociara" nel panorama culturale contemporaneo.

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