Nel cuore della Versilia, tra le maestose Alpi Apuane e le onde del Mar Tirreno, si cela una storia che ha attraversato più di un secolo, intrecciando vicende familiari con l’arte della scultura e la ricchezza delle leggende popolari. Questa storia è quella de "La Bimba che aspetta", un’iconica statua di marmo situata nel cimitero comunale di Viareggio, che da fine Ottocento a oggi è al centro di voci e racconti, diventando un vero e proprio simbolo della comunità viareggina. La sua straordinaria capacità attrattiva ha ispirato artisti, scrittori e musicisti, che continuano a ripercorrere le sue origini e il suo profondo significato, svelando aneddoti e curiosità su una società affascinante, a cavallo tra la monarchica Carrara e la Belle Époque viareggina.

I. Le Radici di una Tragedia e la Nascita di un Simbolo (1895)
La commovente vicenda de "La Bimba che aspetta" affonda le sue radici nel lontano 1895, e ha come protagonista una famiglia viareggina, i Barsanti. La storia nasce dalla scomparsa prematura di Clorinda Beretta, moglie e madre, a seguito di un tragico incidente. La giovane Clorinda morì dopo una caduta dalla bicicletta, un dono che il marito stesso le aveva regalato. Un episodio, questo, che segnò profondamente il marito Eugenio Barsanti, fondatore del partito repubblicano viareggino, e in particolare la loro piccola figlia, Paolina, di soli sei anni.
La piccola Paolina fu l’ultima a vedere la madre in vita e, come le era stato ordinato, uscì dalla stanza per sedersi sugli scalini ad aspettare che la mamma "passasse con gli angeli" che l'avrebbero portata in cielo. L'immagine di Paolina in quell'attesa malinconica e innocente, la cui figura era accompagnata idealmente dagli angeli nella mente del padre, ispirò profondamente Eugenio Barsanti. Affranto dal dolore, egli decise di commissionare un’opera che potesse immortalare la memoria della moglie e, al tempo stesso, la struggente attesa della figlia. Il padre, in quel momento di profonda tristezza crepuscolare, in quello che fu forse il periodo più doloroso della propria esistenza, fu ispirato anche dalla poesia "Tutto ritorna" di Giovanni Prati, che suggeriva un ciclo eterno di ritorni e rinascite.
Per realizzare questo desiderio, Eugenio si rivolse a Ferdinando Marchetti, un rinomato scultore carrarino. Carrara, città della Versilia, era ed è tuttora celebre per le sue cave di marmo e per la maestria dei suoi scultori, capaci di trasformare la materia grezza in opere d'arte eterne. Marchetti, con la sua abilità, fu l'uomo giusto per cogliere l'essenza di quel dolore e di quella speranza infantile. Lo scultore ritrasse Paolina, allora una bambina di sei anni, cogliendola nel suo momento di attesa. La piccola divenne una modella perfetta, immobile e silenziosa, un’immagine scolpita non solo nel marmo ma anche nell'immaginario collettivo. Tra l'artista e il soggetto, la bambina di sei anni, non si parlò mai, e quando l'opera fu finita, non si rividero più.

La statua commemorativa, collocata oggi nel cimitero di Viareggio, è un’opera di straordinaria delicatezza e profonda intensità emotiva. La scultura in marmo ritrae Paolina con il viso retto da una mano, una posa che evoca pensosità e una profonda malinconia infantile. Nell'altra mano, la bambina tiene una piccola ghirlanda di fiori, simbolo di innocenza e ricordo. Il suo capo è reclinato in avanti, e si notano una mantella dal collettino smerlato e le scarpette a punta, dettagli che arricchiscono il realismo della rappresentazione e la dolcezza della figura. Un fiocco forma un fiocco sulla sommità del capo. La statua è seduta su quattro scalini di marmo bianco, posizionati sulla soglia dell'edicola funeraria, un dettaglio architettonico che sottolinea ulteriormente l'idea di attesa. L'edicola, che adorna la cappella della famiglia Barsanti-Beretta, fu probabilmente realizzata per la tomba della bambina stessa o per commemorare la giovane Clorinda. Il senso di raccoglimento emanante dalla piccola statua funeraria è palpabile, rendendola un punto focale per chiunque visiti il cimitero.
Ti racconto una storia vera - la bimba che illumina tutto- la storia di Sol
II. L'Incanto della Leggenda: Tra Realtà e Immaginazione Popolare
La storia di Clorinda e di Paolina non terminò con l’ultimazione della statua, ma originò racconti e poesie tramandati per oltre un secolo, creando un vero e proprio mito intorno alla figura della "bimba che aspetta". Questa statua, che coniuga efficacemente stile realistico e valenze simboliche, ha mantenuto fino ad oggi una straordinaria capacità attrattiva, diventando un interessante caso di cristallizzazione nell'immaginario collettivo di voci e storie. Queste narrazioni sono tramandate sia come fatti ritenuti realmente accaduti, sia con la consapevolezza che si tratta di rielaborazioni leggendarie, intorno al motivo di matrice letteraria della bimba che attende la madre ormai morta.
Per intere generazioni di viareggini, la statua di marmo bianca, che aspetta seduta sugli scalini, è stata consegnata all'eternità e si è sempre avvolta in un velo di malinconia. Le leggende popolari hanno arricchito la vicenda, creando diverse versioni del destino di Paolina. Una delle più commoventi racconta che la bimba sarebbe anch’essa morta mentre attendeva la madre. Si diceva che ogni giorno si recasse a cercare conforto sulla tomba della mamma, sperando di vederla passare con gli angeli per andare in cielo. In questa versione, la madre non tornò mai, e Paolina, aspettando troppo tardi, si sarebbe trasformata in statua proprio sulla soglia dell’edicola, diventando un monumento funerario vivente.
Questa naratura popolare è splendidamente catturata in un dialogo poetico tramandato oralmente, che spesso viene attribuito alla leggenda stessa, un dialogo tra la bimba e un passante:
- "Che fai bambina mia su quella porta guardando da lontan per quella via?"
- "Ah, se sapessi, quando la fu morta e la portaron via di là la mamma mia e mi han detto che di là deve tornare e son qui da tanti anni ad aspettare!"
- "Cara bambina mia ma tu non sai che i morti al mondo non ritornan mai?"
- "Tornan nel vaso i fiorellini miei, tornan le stelle, tornerà anche lei!"
Questo scambio racchiude la disperata innocenza e l'ostinata speranza che rendono la statua un'icona così potente. Essa esprime una speranza che va oltre ogni limite, un messaggio emozionante che risuona profondamente, specialmente in momenti di incertezza.
A dispetto delle leggende che la volevano morta, la vera Paolina Barsanti visse una lunga vita. Andò a fare la ricamatrice a Milano e, quando anziana, ritornò a Viareggio. Davanti al suo ritratto, raccontava agli spettatori increduli, con orgoglio e forse un pizzico di malinconia: "Sono io la bambina di tutti i viareggini". Questa affermazione lega indissolubilmente la figura storica della bambina all'immagine iconica della statua, rendendola un simbolo tangibile di identità e memoria collettiva. La statua de "La Bimba che aspetta" è stata citata perfino da Egisto Malfatti, che la definì «il mio primo incontro con il fascino dell’ignoto», sottolineando ulteriormente il suo potere di evocare mistero e suggestione. È l'icona dell'immaginario popolare viareggino, un punto di riferimento emotivo e culturale.

III. "La Bimba che Aspetta" nell'Arte Performative e Musicale
L'aura di mistero e la profonda umanità della storia de "La Bimba che aspetta" hanno continuato a ispirare nuove forme d'arte, trascendendo la scultura per approdare al teatro e alla musica, riaffermando il suo ruolo di icona culturale.
III.A. Lo Spettacolo Teatrale di Elisabetta Salvatori: Un Viaggio Narrativo
Una delle espressioni artistiche più significative ispirate alla statua è lo spettacolo di narrazione dell'attrice-affabulatrice Elisabetta Salvatori. Nata a Viareggio e con una solida formazione artistica, Elisabetta Salvatori è un'affermata attrice e narratrice che ha dedicato parte della sua ricerca artistica a questa storia. Il suo racconto prende spunto dalle ricerche sulla scultura funeraria e le sue tradizioni condotte dallo scrittore e storico dell'arte Riccardo Mazzoni, responsabile della campagna di catalogazione del patrimonio scultoreo e architettonico del cimitero comunale per conto del Ministero ai beni culturali.
Lo spettacolo, intitolato anch'esso "La bimba che aspetta", è una narrazione commovente che ripercorre questa "storia nella storia". Con un accompagnamento musicale, che vede Matteo Ceramelli al violino e chitarra, e l'attrice stessa che canta ninna nanne popolari, la performance crea un'atmosfera intima e coinvolgente. La Salvatori non si limita a raccontare la vicenda, ma, "come un film d’altri tempi, parte da un’ampia panoramica per poi avvicinarsi sempre più al microcosmo centrale della storia". Svela aneddoti e curiosità sulla società tra la monarchica Carrara e la Belle Époque viareggina, e sul destino della "bimba che aspetta", simbolo della comunità.
La narrazione inizia addirittura dalla creazione, un tema che, in tutti i miti, parla di un impasto da cui scaturisce l'uomo. Un impasto da modellare, proprio come nella scultura, e allora ecco che la narrazione ci porta nelle cave di marmo toscane. In questo viaggio, lo spettatore è immerso nel mondo dei lavoratori del marmo, di cui si descrive l'operosità, ciascuno con un suo compito ben definito. Vengono presentati gli strumenti, l'ingegno artigianale e l'impegnativo trasporto delle lastre con i barrocci, offrendo uno spaccato autentico della realtà che ha dato vita a opere come la statua di Paolina.
Successivamente, la narrazione si concentra sui due personaggi centrali della vicenda: lo scultore Ferdinando Marchetti, di cui viene tracciata una minima biografia, e il committente Eugenio Barsanti. Viene approfondita la storia della sua famiglia, l’amore profondo per la moglie Clorinda e la tragedia della sua morte. La Salvatori ricrea con intensità il momento in cui la piccola Paolina, di sei anni, assiste agli ultimi istanti della madre e si siede sugli scalini ad aspettare che la mamma "passi con gli angeli". L'attrice sottolinea come Paolina divenne la "modella perfetta, immobile e silenziosa" per la statua, e la peculiare assenza di dialogo tra lei e l'artista. Questa statua delicata nel cimitero di Viareggio attirò immediatamente l’attenzione della gente, che andò a vederla, a salutarla, in ogni occasione, trasformandola in leggenda e ispirando poesie. Una delle ultime immagini offerte nello spettacolo è quella di una Paolina anziana che, tornata a Viareggio, va a rivedere la se stessa bambina, mentre "dello scultore nessuno saprà più nulla", un destino di anonimato per il creatore di un'opera immortale.
Lo spettacolo di Elisabetta Salvatori è stato rappresentato per la prima volta nell'estate del 2005 nello scenario suggestivo di Cava Barghetti, una dismessa cava di marmo sopra Seravezza adibita a spazio performativo, nell'ambito della manifestazione EVOCAVA ideata da Maurizio Guidi e Andrea Tessieri. Questa scelta di location, un tempo luogo di estrazione della materia prima, ha aggiunto un ulteriore livello di significato all'opera. Recentemente, il racconto è stato il primo appuntamento della stagione eventi del Museo Virtuale della Scultura e dell’Architettura (MuSA), promosso dalla Camera di Commercio della Toscana Nord-Ovest, a testimonianza del suo valore culturale. Marco Magnani, presidente di Lucca InTec, società che gestisce il MuSA, ha sottolineato l'entusiasmo di inaugurare la stagione con una storia che "affonda le radici nel cuore della nostra terra, la Versilia e nel suo legame indissolubile con l’arte del marmo." La narrazione della Salvatori, ha aggiunto Magnani, conduce in un "viaggio attraverso il tempo, tra vicende familiari, leggende e la maestria di uno scultore, Ferdinando Marchetti." Il 9 febbraio 2025, alle ore 16.30, lo spettacolo sarà nuovamente in scena al Teatro Nuovo Sentiero di Firenze, in via delle Panche 36, con la stessa Elisabetta Salvatori e Matteo Ceramelli al violino.

III.B. La Canzone di Devid Bracaloni e Delfo Menicucci: Melodia di Speranza
L'emozionante storia de "La Bimba che aspetta" ha trovato espressione anche nel linguaggio universale della musica. Una canzone viareggina, intitolata anch'essa “La bimba che aspetta”, ha riscosso grande successo su YouTube, collezionando più di 1.200 visualizzazioni in pochi giorni. Questa creazione musicale è frutto della collaborazione tra il poeta e scrittore Devid Bracaloni, autore del libro “I figli dei tablet”, e il Maestro Delfo Menicucci, che è stato il Maestro di Andrea Bocelli ed è titolare della cattedra al Conservatorio di Milano. La canzone è cantata da Annapaola Andreini.
Devid Bracaloni ha spiegato che il brano è nato dalla sua poesia, scritta dopo aver letto la storia di Paolina, "una bambina che nonostante l’evidenza della realtà riteneva possibile vedere di nuovo la sua mamma che era morta." Questa profonda risonanza emotiva, la stessa che ispirò lo scultore Ferdinando Marchetti a firmare l'opera che è diventata uno dei luoghi più iconici del cimitero viareggino, ha spinto Bracaloni a comporre i versi della canzone. Egli la definisce "una canzone unica nel suo genere" che "parla di una circostanza realmente accaduta alla fine dell’Ottocento." Pur trattando di un evento drammatico, il brano "esprime una speranza che va oltre ogni limite: un messaggio emozionante, soprattutto in questo momento in cui la pace nel mondo sembra impossibile da raggiungere."
Il video musicale che accompagna la canzone è stato girato in luoghi emblematici di Viareggio, come la Passeggiata e la spiaggia, dal fotografo Luciano Piccinnu. Protagonista del video è la modella e attrice Natascia Alongi, fondatrice dell’agenzia di moda Futuramodels, che con la sua interpretazione contribuisce a visualizzare la toccante narrazione, rendendo omaggio alla bellezza e al simbolismo della città e della sua iconica statua.

IV. Cura e Conservazione di un'Icona
La statua de "La Bimba che aspetta" non è solo un'opera d'arte e un catalizzatore di leggende, ma anche un patrimonio storico e culturale che richiede cura e attenzione costanti. Il monumento adorna la cappella della famiglia Barsanti-Beretta, situata nel cimitero comunale di Viareggio, e la sua struttura è parte integrante della sua narrazione. L'edicola in cui si trova la statua, per esempio, è stata ricostruita intorno al 1990 dalla ditta di Alberto Gragnani, dimostrando un impegno continuo nella preservazione del sito.
Nel 2013, l'opera è stata oggetto di un importante intervento di restauro eseguito da Massimo Moretti. Questi restauri sono fondamentali per conservare l'integrità del marmo, proteggendolo dagli agenti atmosferici e dall'usura del tempo, e per assicurare che la statua possa continuare a trasmettere la sua storia e il suo profondo significato alle generazioni future. La cura di questo manufatto non riguarda solo il suo aspetto fisico, ma anche la salvaguardia della memoria che essa rappresenta.
Il fatto che la statua sia stata mantenuta e restaurata nel corso degli anni sottolinea la sua importanza non solo per la famiglia Barsanti, ma per l'intera comunità di Viareggio e per il patrimonio artistico della Toscana. Essa è una testimonianza tangibile dell'arte funeraria di fine Ottocento, un'epoca in cui la scultura si faceva interprete di sentimenti privati e pubblici, assumendo valenze simboliche che andavano oltre la mera commemorazione. La conservazione della statua contrasta con il destino dello scultore, Ferdinando Marchetti, di cui "nessuno saprà più nulla", rendendo l'opera ancora più enigmatica e universalmente riconosciuta rispetto al suo creatore.

V. Contesto Culturale più Ampio e L'Impatto sulla Comunità
"La Bimba che aspetta" è molto più di una semplice statua; è divenuta un'icona capace di connettere passato e presente, generazioni diverse e forme artistiche molteplici. Essa incarna il legame indissolubile della Versilia con l’arte del marmo e con le narrazioni che scaturiscono dal suo territorio. La sua presenza è centrale in eventi culturali che cercano di valorizzare il patrimonio locale, come quelli promossi dalla Camera di Commercio della Toscana Nord-Ovest attraverso il Museo Virtuale della Scultura e dell’Architettura (MuSA). Questi appuntamenti culturali, che spaziano dalla narrazione teatrale alla musica e alla documentaristica, dimostrano come la storia della piccola Paolina continui a essere un fertile terreno di ispirazione e riflessione.
La statua è "simbolo della comunità viareggina", un punto di riferimento che lega i cittadini a una memoria storica e a un sentimento collettivo di identità. La sua storia, tramandata oralmente per decenni, è un esempio eccellente di come la cultura popolare possa forgiare e mantenere vivi i miti, integrandoli nel tessuto sociale di una città. L'interesse che suscita è transgenerazionale, capace di parlare sia a chi conosce la vicenda storica nei dettagli, sia a chi si avvicina per la prima volta alla leggenda.
In un'epoca in cui la memoria storica rischia di affievolirsi, figure come "La Bimba che aspetta" fungono da ancore culturali, stimolando la ricerca, la produzione artistica e la discussione. Il suo messaggio di speranza e attesa, nonostante il dolore della perdita, continua a risuonare, offrendo spunti di riflessione su temi universali come l'amore, il lutto, l'innocenza e la capacità umana di trovare forza nell'immaginazione e nella fede. La sua persistenza nell'immaginario collettivo, attraverso le varie rielaborazioni artistiche e le leggende che la circondano, ne fa un esempio luminoso di come l'arte possa trascendere il proprio tempo e la propria funzione originaria per diventare un patrimonio vivente e dinamico, sempre pronto a svelare nuove interpretazioni e a toccare nuove corde emotive.
