La figura di Jimmy Carter all'interno del panorama politico e religioso statunitense rappresenta uno dei casi di studio più affascinanti e controversi del ventesimo secolo. La sua identità di "cristiano nato di nuovo" ha catalizzato, sin dalla sua corsa alla Casa Bianca, un dibattito serrato sulla natura stessa dell'evangelicalismo americano, portando alla luce profonde divergenze su temi etici, tra cui il ruolo della fede nella sfera pubblica, la libertà di coscienza e la gestione legislativa di questioni morali sensibili come l’aborto.

L’ingresso di una fede personale nello spazio politico
Nessun candidato alla presidenza degli Stati Uniti prima di Jimmy Carter aveva mai affermato di essere “nato di nuovo” o parlato così apertamente del suo rapporto con Gesù. La sua autenticità religiosa non era una costruzione elettorale: Carter accoglieva i giornalisti nella sua classe di Scuola Domenicale per adulti, un impegno che mantenne con costanza anche durante il periodo in cui si candidava per la Casa Bianca. Nel giugno del 1976, il pastore dell’Oklahoma, Bailey Smith, rivolgendosi alla folla radunata per l’incontro annuale della Southern Baptist Convention (SBC), affermò che gli Stati Uniti avevano bisogno di un “uomo nato di nuovo alla Casa Bianca”, una dichiarazione che sembrava in principio legittimare la candidatura di Carter.
Tuttavia, l'entusiasmo iniziale celava crepe profonde. Poche settimane dopo, la Third Century Publishers, una casa editrice evangelica riconducibile al fondatore di Campus Crusade for Christ, Bill Bright, pubblicò un libro che criticava duramente la bontà della fede evangelica di Carter: What about Jimmy Carter?. L'autore, Boehme, inizialmente emozionato dall'idea che un cristiano nato di nuovo potesse ascendere alla massima carica dello Stato, mutò radicalmente parere man mano che approfondiva le convinzioni del candidato democratico. Boehme arrivò a scrivere: “Quando qualcuno, nella sua campagna politica e nel suo approccio alla legge, promuove o asseconda immoralità ed empietà allora non è un vero seguace di Gesù”.
La frattura tra Carter e il conservatorismo evangelico
Il malcontento di Boehme non fu un caso isolato. Sebbene nel 1976 Carter avesse conquistato circa la metà dei voti degli evangelici bianchi, la percezione della sua fede subì una metamorfosi negativa nel corso del suo mandato. Nel 1980, figure di spicco come il conduttore televisivo Pat Robertson furono in prima linea nel tentativo di sconfiggerlo. Le accuse si spostarono dal piano della genuinità della fede a quello dei contenuti programmatici: i critici sostenevano che Carter avesse promosso un “umanesimo secolare” attraverso il sostegno a programmi femministi e il rifiuto di opporsi attivamente ai diritti degli omosessuali.

Questo attrito evidenziava come la definizione di "cristiano evangelico" fosse diventata un campo di battaglia. Dopo che Carter lasciò la presidenza, la frattura tra lui e la leadership sempre più conservatrice della Southern Baptist Convention continuò ad approfondirsi. Per molti evangelici conservatori degli anni ’70 - figure come Harold Lindsell e Francis Schaeffer - il tema dell’inerranza biblica era diventato il pilastro dell'identità evangelica. La loro tesi era che, senza una Bibbia infallibile, il protestantesimo avrebbe perso l'autorità stabile necessaria per guidare la morale della nazione.
La visione alternativa di Carter: etica vs dottrina
Per Carter, la fede non si traduceva in una battaglia per l'inerranza dottrinale, né nella pretesa di imporre dogmi religiosi tramite la legge. La sua prospettiva era stata forgiata dall'esperienza del movimento per i diritti civili. La sua chiesa battista a Plains, in Georgia, rimase ufficialmente segregazionista fino al 1976. Sebbene la comunità avesse votato contro l'accoglienza di persone di colore come membri, Carter si oppose fermamente a quella decisione. Come ricordò nel suo libro Faith: A Journey for All, fu l'esempio di cristiani che avevano sfidato la segregazione a ispirare la sua visione: non una campagna per "riportare l'America a Dio" tramite il potere politico, ma una concreta imitazione dell'etica di Gesù.
In questa cornice, Carter rifiutava l'idea che la Bibbia dovesse essere letta come un manuale legislativo immutabile, arrivando a ipotizzare la presenza di contraddizioni interne o la necessità di reinterpretazioni alla luce della scienza. Questa posizione lo portò inevitabilmente a scontrarsi con i conservatori sulla questione dell'aborto e della morale pubblica. Mentre la destra cristiana vedeva nella legislazione contro l'aborto una difesa necessaria della sacralità della vita, Carter, in quanto battista arminiano, credeva nel sacerdozio di tutti i credenti e insisteva sul fatto che la fede dovesse essere una scelta libera. Imporre standard cristiani per legge significava, secondo la sua visione, tradire l'essenza stessa della libertà di coscienza.
La coerenza di un percorso personale
Nonostante le divergenze con i leader conservatori, Carter non ha mai abbandonato la sua identità. Ha continuato a leggere la Bibbia quotidianamente, a pregare e a tenere lezioni di scuola domenicale. Il suo lavoro con Habitat for Humanity è diventato il simbolo pratico di quella fede che egli prediligeva rispetto alla speculazione teologica. Anche nel suo ultimo libro, pubblicato nel 2018, ha ribadito: “Sono convinto che Gesù sia il Figlio di Dio”, definendolo il suo “personale salvatore”.

La discrepanza tra Carter e i suoi critici risiede in una diversa interpretazione del mandato del cristiano nella sfera pubblica. Mentre per i conservatori americani di fine ventesimo secolo la religione doveva farsi scudo contro la rivoluzione sessuale e la secolarizzazione, per Carter, essa doveva manifestarsi nell'integrità e nella sollecitudine verso il prossimo. In un'ottica storica, le somiglianze tra Carter e il movimento evangelico - ovvero l'importanza della nuova nascita, la relazione personale con Gesù e l'evangelizzazione - appaiono oggi più nitide rispetto al fervore bellicoso del 1980, confermando come la sua posizione sull'aborto e sui diritti civili non fosse il frutto di una mancanza di fede, ma di una differente, e spesso incompresa, applicazione politica dell'etica evangelica.